Part 33
Perchè proprio Sua Altezza, per quanto principe e gran cancelliere, è borghese sino nell’intima midolla. Gli manca solo quello spolvero di volterianismo che tanti calzettai affettano oggi, per chiamare poi subito il confessore appena si trovino ad avere un patereccio. Lo stesso egoismo chiuso nel presente, la stessa freddezza di cuore, la stessa mancanza d’ogni facoltà per capire il bello. Così, poichè un principe come lui deve pure affettar qualche senso e qualche intelligenza d’arte, egli guarda nella Guida quel che bisogna ammirare e chiede al _cicerone_ quando si debba commuovere. Egli passeggia pei Musei ruminando note diplomatiche, come un droghiere calcola quanti chilogrammi di olio ci siano voluti per dipingere quella roba. Il suo cuore è incartapecorito nell’egoismo e il suo intelletto chiuso ad ogni impressione che non sia del suo mestiere. Almeno Pâturot aveva la buona ma infelice volontà di tentare; almeno s’era provato a fare un sonetto di monosillabi. Il Metternich no, ed in questo il Pâturot è superiore a Sua Altezza.
Sia dunque come si voglia. O il Pâturot è la caricatura di un borghese spostato, e il mio paragone calza: o l’autore è un borghese per eccellenza, e i conti tornano lo stesso. E se i conti tornano, perchè il mio ammiratore dice che non ho letto il libro? Da che lo deduce?
E con questo lo lascio in pace; pregandolo però, come segno della sua educazione, a non volermi più dare del _voi_. Per un ammiratore è trattarmi po’ troppo superbamente: tanto più che la cartolina viene da Torino, dove fino le cuoche si danno del _madama_ a vicenda.
UNA FAMIGLIA ARISTOCRATICA
Che l’Italia sia un paese democratico l’hanno scritto tante volte ne’ libri e nei giornali, l’hanno detto tanto in Parlamento e fuori, che ormai lo crediamo; e sarà anche vero. Io e Lei poi, che non abbiamo mai avuto fumi aristocratici per la testa, possiamo qui prenderci a braccetto e chiaccherare con tutta la libertà e la democrazia possibile: ma appunto perchè abbiamo tutti e due il certificato di civismo in piena regola, possiamo esser anche sinceri, e confessare che ci deve essere un certo gusto a scrivere le geste della propria famiglia quando si discende da una famiglia antica ed illustre. Siamo tutti democratici, ma in generazione in generazione si trasmettono l’intelligenza, il carattere o la bravura: e in Italia ce ne sono parecchie di queste famiglie. Intendiamo il senso di intima soddisfazione che deve provare lo storico il quale narra fatti gloriosi, dipinge figure eroiche, ragiona di avvenimenti memorabili senza uscire dall’archivio della propria famiglia, senza che la storia generale della patria sembri allontanarsi un momento dalla storia di casa. Siamo tutti democratici, ma scuseremmo più volentieri l’alterigia che viene da un nome antico, illustre e degnamente portato, che l’arroganza venuta da una croce esotica o da una fortuna giocata al ribasso. Tutti preferiremmo di chiamarci Sforza, Colonna, Gonzaga, o Dandolo, invece di Larghi, Stretti, Longhi, Corti; e quando uno è dei Capponi deve scriver di gusto la storia di Firenze.
Così è da invidiare il conte Giovanni Gozzadini, senatore del regno, il quale può scrivere la storia del suo paese senza uscire di casa sua. La sua famiglia, dal mille in qua, è una delle più illustri d’Italia, e pochi sono gli avvenimenti ai quali un Gozzadini non si trovi mescolato. Milano ebbe un Beno de’ Gozzadini a potestà, come un ramo della famiglia trapiantato in Oriente ebbe per tre secoli la signoria di parecchie isole. Guerrieri, giureconsulti, magistrati, diplomatici, banchieri, cardinali, c’è di tutto in questa famiglia; persino la tradizione poetica di Betisia che nel secolo XIII avrebbe insegnato legge nello _Studio_, col viso velato per non distrarre di scolari con la splendida bellezza. Nello stesso conte Giovanni, ultimo rampollo di una famiglia che ad un tempo contò sino a novantacinque maschi in casa, c’è sempre la energica originalità della sua razza. Ci vuole infatti qualche cosa che non è in tutti per vivere sino ai vent’anni la vita del _giovin signore_ del Parini, e poi ad un tratto chiudersi nello studio ostinato e severo, e diventare senza contrasto uno dei più insigni archeologi storici contemporanei. Queste illustre genealogie non vogliono chiudersi senza aver dato un ultimo sprazzo di luce. I Cavour, i d’Azeglio, i Lamarmora, i Balbo, i Ricasoli, i Capponi, i Gozzadini non lasciano discendenza maschile. Pare che queste gloriose famiglie, sdegnose della mediocrità e della volgarità dominante, si drappeggino un’ultima volta nelle loro toghe senatorie per morir bene come i romani della repubblica, legando il loro esempio come un rimprovero alla età della guardia nazionale, dei bozzetti borghesi e dei quadretti di genere. Siamo democratici, via, ma possiamo ben cavarci il cappello.
Il Conte Gozzadini, dopo alcuni celebri lavori di archeologia, specialmente intorno alle tombe etrusche di Marzabotto nella valle del Reno; dopo alcuni lavori di lunga lena intorno alla storia della sua città, come quello delle _Torri gentilizie_ che nel tempo degli articoli lunghi una spanna ricorda le più pazienti imprese del secolo passato; dopo una lunga serie di memorie e di opere, le quali condotte con rara coscienza ed erudizione resero illustre l’autore oltre monti ed in patria, si è dato ad una serie di lavori che egli modestamente intitola racconti storici, ma che sono vere, proprie e complete monografie di un personaggio o di un periodo. Già sino dagli esordi della sua carriera di storico aveva accennato a queste illustrazioni speciali di fatti e di uomini colle _Memorie storiche di Armaciotto de’ Romazzotti_ (1835) colle _Memorie per la vita di Giovanni II Bentivoglio_ (1839) e colla _Cronaca di Ronzano e le memorie intorno al frate gaudente Loderingo degli Andalò_ (1851). Ora, al sommo della sua via, ha ripreso con miglior lena e con miglior metodo questo sistema delle monografie storiche, nelle quali l’abbondanza delle notizie, la novità delle ricerche, lo studio dei documenti non escludono l’interesse del dramma e il diletto del lettore. Non è necessario per fare un libro di storia fare un libro noioso, e il _Giovanni Pepoli e Sisto V_ stampato l’anno scorso, narrando le imprese del brigantaggio e la cecità della repressione al finire del secolo XVI, ha pagine che paiono di romanzo, se non che i documenti le mostrano consone alla verità. Quest’anno il _Nanne Gozzadini e Baldassare Cossa_[7] ci mostra con non minore evidenza e sicurezza storica l’agonia delle libertà bolognesi e la fallacia delle carezze clericali; e l’interesse del racconto non vien meno sino all’ultima pagina, dove, se il racconto vi paresse troppo accarezzato, trovate ogni giusticazione in dugento pagine di documenti nuovi e curiosi. Infatti la storia, raccontata bene, non ha minori attrattive del romanzo; e se il _Nanne Gozzadini_ per la vastità del quadro si presta meno alla descrizione minuta dei costumi privati, ci fa però veder benissimo i pubblici, come il _Giovanni Pepoli_ è una pittura viva e vera dello stato interno di una provincia in un anno determinato, è la narrazione completa dei guai di una famiglia processata e condannata a Bologna nel 1585.
Col _Nanne Gozzadini_ ci troviamo invece alla fine del secolo XIV e ne’ primi anni del seguente, in quel periodo che segnò il principio della rovina dei comuni liberi e il principio della potenza dei signori. Ci troviamo proprio in quel tempo curioso nel quale i condottieri passavano da un campo a un altro, imponendosi ai signori ed alle città e cominciavano già a ruminare idee di signoria. I comuni rimasti ancora liberi, non solo erano continuamente minacciati al di fuori, fino al punto che il conte di Virtù per poco non si fece re d’Italia, ma erano più ferocemente lacerati dalle parti interne che rincrudelivano. E in riga di parti Bologna non era da meno delle altre città sorelle: basti il dire che nel 1274 fu combattuta nelle sue strade una guerra fratricida che durò quaranta giorni e quaranta notti senza nemmeno un’ora di tregua per seppellire i morti, e al lume degli incendi notturni le stesse donne, diventate ferocissime combattevano disperatamente. E pensare che ci sono dei fanatici del medio evo!
Già Taddeo Pepoli aveva signoreggiato per qualche tempo la sua città nativa, poi Carlo Zambeccari aveva tentato anch’egli di diventar padrone, come lo divenne poi il primo Giovanni Bentivoglio; e tutte queste signorie effimere, spente nel sangue o nella vergogna, trovarono avversari decisi ed energici ne’ Gozzadini. Quel Nanne che fornisce argomento al libro di cui si parla, era un buon banchiere occupato negli affari suoi, quando ad un tratto, trovatasi la città in pericolo, diventò magistrato e guerriero, sino a contrastare con Jacopo dal Verme, uno de’ più celebri condottieri del tempo, e farlo ritirare dal territorio. Da quel tempo sino alla sua morte gli affari pubblici ebbero il primo posto ed al banco attesero più assiduamente i figli.
In quell’epoca turbolenta le discordie intestine fomentate dalle famiglie potenti per brama di signoria finivano sempre nel sangue. Un partito congiurava di rovesciare l’ordine di cose esistente, si armava ed occupava gli sbocchi della piazza, l’unico luogo di dove potesse venire la repressione. Intanto si correva per la città gridando _popolo_, si assediavano le case degli avversari, e quando, dopo disperata difesa, si arrivava a prenderle, si scannavano quelli che c’erano dentro e non si lasciava pietra sopra pietra. Gli avversari intanto si armavano, si ordinavano, e, gridando _popolo_ anche loro, correvano alle offese. Così la città diventava un campo di battaglia, e le strade rimbombavano di urli selvaggi, di grida strazianti, e il sangue correva pei rigagnoli, e le case incendiate scrosciavano, e dalle finestre grandinavano proiettili scagliati da donne e da ragazzi: insomma, il finimondo. A poco a poco il rumore chetava. Un partito cominciava a ritirarsi. Decisa la zuffa spesso a notte tarda, per le vie non rimanevano che i cadaveri illuminati sinistramente dagli ultimi riflessi degli incendi e i cani erranti a lambire il sangue. La città riposava nel terrore e il nuovo sole illuminava poi una fila di forche circondate dai berrovieri. I trionfatori facevano giustizia.
Nanne Gozzadini aveva piantato il banco per cacciarsi a capo fitto in questi gorghi di iniquità e di sangue, ma vi si era cacciato con ottime intenzioni. Gli pareva strano che tutti i partiti gridassero _popolo e libertà_, tumultuando per fare un signore. Egli voleva che il grido esprimesse il vero, e spese tutta l’attività della sua tempra virile nei tentativi di allontanare dalla patria la peste dei tiranni. Ricorse fino a Giangaleazzo Visconti per scacciare da Bologna Giovanni Bentivoglio, e il Duca milanese, che non desiderava di meglio, sotto colore di liberare la città dal tiranno prestò un esercito al Gozzadini; il quale, per venuto al suo intento, si avvide dell’errore commesso. L’esercito liberatore non si mosse più dalla città liberata, anzi, per starci sicuro, si fabbricò una fortezza. Lo storico fa un merito a Nanne dell’aver rifiutata la signoria di Bologna offertagli dal vincitore, rifiutò confermando da tutte le narrazioni contemporanee: ma, a dir vero, non sembra che questo merito sia così grande come appare a prima vista. Nanne era furbo, e non importava essere indovino per capire che il Visconti, una volta in Bologna, non se ne sarebbe andato più. La signoria offerta non poteva essere che una luogotenenza effimera e pericolosa, e Nanne non diede prova di grande e magnanimo disinteresse rifiutandola.
Quando il Gozzadini s’avvide che invece di liberare la patria le aveva imposto un giogo più pesante, tornò ai vecchi pensieri, e colse l’opportunità per strappare Bologna agli eredi del Duca. Ma tornò anche al vecchio errore di chiedere aiuto ai più possenti di lui. L’esempio dell’aiuto visconteo non l’aveva abbastanza ammaestrato e, come uomo di poche lettere, non conosceva la favola del leone che va a caccia con gli altri animali. Baldassare Cossa, allora legato pontificio e poi papa, uomo rotto ad ogni vizio, ad ogni ribalderia, ad ogni delitto, obbrobrio della Chiesa e della umanità, fu l’alleato dell’irrequieto banchiere, e Bologna fu liberata un’altra volta alla solita maniera, cioè proclamandovi la signoria della Chiesa. Però il Cossa, ghermita la signoria, si accorse che il Gozzadini sarebbe sempre stato un pericolo e, o tirasse il banchiere in un tranello, o che veramente costui macchinasse qualche cosa contro il nuovo Stato, prese e fece giustiziare Bonifacio fratello e Gabione figlio di Nanne, esiliò tutti i Gozzadini che aveano più di quattordici anni, ne confiscò le sostanze, ne demolì le case e mise a prezzo la testa di Nanne e di altri suoi congiunti ed amici. Nanne, chiuso nel castello di Cento, resisteva, e lo scellerato cardinale mandò fino sulle porte il povero Gabione prima d’ammazzarlo, cercando d’indurre il padre alla resa per pietà del figlio. Il Gozzadini vinse i propri affetti, si difese fino all’ultimo e, riuscito a mettersi in salvo, morì nella povertà e nell’amarezza dell’esilio.
Questo è l’uomo del quale il conte Giovanni Gozzadini tesse la storia, intimamente connessa, non che con la storia bolognese, con l’italiana. Egli ha studiato con cura e forse un po’ accarezzato la figura di questo suo illustre antenato, stando tuttavia lontano dai facili entusiasmi che nel suo caso sarebbero stati abbastanza sospetti. La raccolta dei documenti, benchè sia piuttosto fatta per gli eruditi che pei comuni lettori, contiene pure alcune curiosissime cose, come, per esempio, l’inventario dell’armamento del Comune in tre diversi anni; dove si vede come l’artiglieria, sino dal finire del XIV, tenesse già un posto tutt’altro che minimo negli arsenali e nei combattimenti. Insomma, lasciando stare il gusto che può dare all’autore un’opera riuscita bene, è da invidiare al Gozzadini la soddisfazione di poter narrare la storia di grandi azioni e di grandi uomini stando nella propria casa, nel proprio archivio, nella propria famiglia. Sicuro: la nostra democrazia ci permette d’invidiarlo!
UN LIBRO DI LUIGI ZINI
Vi ricordate tutto il fracasso che fu fatto sette anni sono a proposito del libro di Luigi Zini _Dei criteri e dei modi di Governo nel Regno d’Italia_? I fatti che lo Zini raccontava non potevano essere smentiti ed erano terribili capi d’accusa per la fazione che da lungo tempo governava o vigilava alla conservazione del presente disordine di cose. La persona che li riferiva e li commentava non poteva essere tocca da nessuna calunnia, e nessun libellista crocesignato avrebbe potuto morderlo, per quanto la cassa del fondo dei rettili avesse spalancato gli sportelli.
Non si potè altro che canzonare lo stile troppo attilato dello scrittore, non si potè che mettere alla berlina il suo modo di scrivere, fingendo di prendere sotto gamba il resto. Ripetendo maliziosamente sino alla sazietà qualche disgraziata frase dello Zini, si destarono le risa grasse dei lettori compiacenti e in mancanza di meglio si dovette star contenti a queste risa.
Ma quasi contemporaneamente alla pubblicazione del libro, la destra cadde sotto il peso dei propri peccati. Allora le risa diventarono amarissime. Anzi, secondo il sofisma _post hoc ergo propter hoc_, ci fu un momento che il povero Zini fu ritenuto quasi il solo autore del brutto capitombolo del partito. Si volle fino far sospettare con frasi a doppio taglio che lo Zini fosse al servizio dei vincitori, o almeno che il libro fosse quasi un’offerta che lo scrittore facesse ai nuovi governanti, come chi dicesse:—Sarò con voi, e se ne dubitaste per cagione del mio passato, ecco qui un libro che mi compromette e che mi sforza d’ora in avanti ad essere vostro istrumento.—E dietro questa insinuazione venivano i commenti e le qualifiche appena velate di fedifrago, di traditore, di pelle venduta e peggio. Tutto questo maliziosamente e calunniosamente, poichè non ci voleva molto a capire che se appunto la pubblicazione del libro fu sincrona alla caduta della destra, evidentemente il libro doveva essere stato scritto prima, cioè quando la destra imperava onnipossente. Non si scrivono in quarantott’ore duecento pagine di riflessioni gravi e con uno stile che ha appunto il difetto d’esser troppo limato.
Eppure anche a destra dovevano sapere che lo Zini può esser quello che si vuole, ma è anche certo un galantuomo. Eppure l’accettare che egli fece dal nuovo governo un posto di combattimento come quello della prefettura di Palermo, doveva indicare che non si era venduto per un canonicato. Ma nessuno volle pensare a questo, e le satire e le insinuazioni seguitarono ad amareggiare il degno galantuomo, durante quattr’anni.
Quand’ecco Nicola Zanichelli a Bologna stampa un nuovo volume di Luigi Zini, _Dei criteri e dei modi di governo della sinistra nel regno d’Italia_. Ed ecco la scena mutata.
Lo Zini ridiventa un galantuomo a destra, e a sinistra, se non dubiteranno della sua onestà, metteranno in dubbio senza fallo il suo intelletto. Le barzellette mediocri sopra lo stile dello scrittore passano belle e fatte dai giornali di destra a quelli di sinistra; e i fatti vergognosi ed autentici, raccolti nel primo libro dai sinistri a vituperio dei destri, hanno un esatto riscontro nei fatti che i destri raccolgono nel secondo libro a vituperio dei sinistri. La sinistra col libro dello Zini in mano aveva già provato l’immoralità della destra; ora la destra prova l’immoralità della sinistra. Due fanno il paio. _Amen_.
E infatti c’è qualche cosa che fa riflettere, in questo bilancio di fatti politicamente immorali e incontestati. Si può riflettere che sono cambiate le persone, che sono saliti al potere uomini sulla moralità dei quali sarebbe sacrilegio il fare la più innocente restrizione, e che tuttavia il putrido c’è sempre in Danimarca, anzi tutti i giorni cresce e rode questo povero corpo anemico della nazione. Ma se non sono gli uomini, che cosa sarà dunque? Le leggi no, poichè sono là scritte e nessuna sancisce le iniquità commesse a destra ed a sinistra. Che cosa è dunque?... Si potrebbe dire il _sistema_, se prendersela col sistema non fosse ora stimato per _retorica_.
Certo lo Zini non va fino dove noi potremmo andare; ma egli almeno, quasi risposta alle indegne insinuazioni mosse sul conto suo, ha fatto vedere d’essere critico imparziale così delle magagne dritte che delle mancine: e questa volta è da credere che non lo accuseranno di aver venduto la pelle al trionfatori. E neppure gli si può rimproverare un voltafaccia od una contraddizione, poichè egli non ritira nessuno de’ biasimi fatti alla destra, anzi esplicitamente li conferma. A questo modo i suoi due libri rimangono espressione fedele delle impressioni di un galantuomo entrato suo malgrado dietro le scene del governo. Via, mettete pure in canzonella i periodi togati e le parole antiquate dello Zini, storcetevi pure tutti sotto le scottature, ma confessate che i suoi due libri sono forse di una persona troppo ingenua, ma altrettanto onesta.
Ingenua; poichè lo Zini è rimasto amaramente colpito dall’aspetto del male, ma, visto che non poteva assolutamente indicare le persone colpevoli, perchè in dolo non ce n’è nessuna, non ha saputo più dove batter la testa e quasi incolperebbe di ogni cosa la divina provvidenza. Eppure era facile vedere che c’è una fatalità superiore che trascina certi ordini alla rovina. _Fata volentem ducunt, nolentem trahunt_, diceva quello; e noi vediamo coi nostri occhi stessi come e dove siano trascinati i nolenti.
Così è. Dall’equivoco dato come base, non può venire il giusto come corollario; e noi brancoliamo nell’equivoco perpetuo e inevitabile, noi che diciamo di avere per diritto primo il diritto plebiscitario e non abbiamo che un suffragio ristretto; noi che abbiamo, nella raccolta delle leggi, decreti firmati da re Carlo Alberto e controfirmati dal Desambrois, che accettano l’annessione della clausola _sine qua non_ della Costituente, e siamo stimati cattivi cittadini e nemici sfidati del presente disordine di cose se parliamo di Costituente.
L’equivoco è dappertutto: nella Camera dei deputati, dove gli eletti si dicono rappresentanti della nazione e non lo sono, nel Senato, dove i senatori, che dovrebbero esser nominati dal re, sono informati dai ministri a seconda del bisogno che c’è d’approvare una legge; nel Consiglio di Stato, dove si sa che i ministri passan sopra i consigli; nella magistratura, dove si protesta il diritto di inamovibilità come garanzia di indipendenza, per tramutare poi il magistrato che non è comodo durante le elezioni; nell’esercito, che viene ogni giorno ammonito a non s’interessare di politica, mentre poi si stimolano i generali a dei piccoli pronunciamenti contro certi ministeri lodandoli se non vi accettano portafogli. Equivoco dappertutto: in alto, in basso, disopra e disotto, fino in questi artificiali terrori dello spettro rosso che servono ottimamente a sviare l’attenzione dallo spettro nero. E in questo regno dell’equivoco, in questa caricatura di machiavellismo, in questo alternarsi di piccoli espedienti contraddittorii, in questo mentire e smentire di tutti i giorni per vent’anni, pur di tenere a galla qualche ora di più la barcaccia che affonda, come volete trovare, o ingenui galantuomini, la immutabilità del diritto, il rispetto profondo alla legge, la rettezza dei modi e dei criteri di governo?
Il male c’è, ma non è nelle persone. Si potrebbe dire dov’è, se il prendersela col _sistema_ non fosse ora stimato _retorica_.
IL LIBRO DI BORDO
Il buscherìo elettorale ha impedito senza dubbio ai giornali di accorgersi che il quarto volume del _libro di bordo_ di Alfonso Karr è importante anche come storia politica. L’autore parla della repubblica del 1848 e un po’ del colpo di Stato.
Il Karr è ricco di spirito di buona lega ed è anche quel che gl’Inglesi chiamano _an excentric man_. Le sue _Guêpes_, che non ebbero e non potevano avere alcuna grande influenza politica, ottennero però quel che i giornaloni ispirati dagli uomini importanti non cercarono mai di ottenere; cioè l’abolizione di certi abusi grandi e piccini esercitati dai banchieri e dai mercanti a spese del popolo. Valga per tutti l’esempio delle ferrovie. In Francia, una volta, la terza classe era scoperta, e i disgraziati rei di non avere i denari necessari per passare alla classe superiore, soffrivano il sole d’agosto e la neve di gennaio, a maggior gloria dei banchieri della società. Il Karr tanto disse e tanto fece nel suo giornale, che le carrozze di terza classe furono coperte. Non è più meritoria l’influenza esercitata contro un abuso, che in favore di un candidato o di un prefetto?
Il Karr fu ed è buon repubblicano: ma di un repubblicanesimo conservatore mescolato ad opinioni ed antipatie personali che lo staccano affatto dai correligionari e lo conducono a far parte da sè stesso. Il sentimentalismo politico del Lamartine sembra ancora il suo sogno, ed il suo odio contro coloro che non sono repubblicani, anche nei costumi, lo fa uscire in giudizi ed in paragoni giustissimi. Queste parole, che egli scriveva, nel 1848, si possono utilmente rileggere anche oggi.
«Chi è quest’uomo dal viso superbo, dalla parola secca, e che non vi guarda mai in faccia? È un repubblicano. Ma gli si parla facilmente? È egli benigno e conciliante? No! e dobbiamo confessare questo suo difetto; è fiero e non soffre un’opinione opposta alla sua. Almeno ama il povero e l’operaio? Non va con loro e non ha occasione di parlare con nessuno di loro; ma sarebbe ingiustizia rimproverarlo a lui, che nella sua stessa famiglia non permette un’opinione od un pensiero che egli non abbia prescritto. Cerca, ama, aiuta gli uomini più intelligenti e capaci? No, poichè non gli piacciono le superiorità; pensa che basti la sua e gli piacciono meglio la docilità e l’ossequio. Ma perchè queste domande? Perchè m’han detto che è repubblicano.