Brandelli

Part 32

Chapter 323,825 wordsPublic domain

L’insegnano anche ai bimbi della scoletta che lo struzzo inseguito nasconde la testa sotto l’ala e crede così d’essere al sicuro. Noi, che Linneo ascrisse alla specie _homo sapiens_ e che abbiamo tutte le superbie di una potenza intellettiva senza confronti colle altre specie d’animali, noi facciamo spesso come lo struzzo, e quando un problema terribile c’insegue e ci sta sopra, poichè la nostra imperfezione fisica ci privò delle ali, provvediamo colla massima di _masto Raffaele_, quella del _non te ne incaricare_. Alcuni però, più coraggiosi di tutti, non si ricusano ad esaminare da vicino questi problemi e li esaminano minutamente e ci ragionano sopra con tutte le formole della logica e magari con tutte le meticolosità della classica. Questi sono gli audaci, i filosofi insubordinati, i pensatori avidi di novità, gli artisti turbolenti e nemici sfidati della volgarità borghese. Ma se domandate loro la conclusione di tanti studi e di tanti ragionamenti, i nemici della volgarità rispondono per lo più come un caposezione seccato da una pratica o da un sollecitatore: rispondono—_Vedremo!_.... _ci penseremo!_..

Di questi problemi poi ce ne sono alcuni che, oltre a scottare come gli altri, sono tanto delicati che non si sa per che verso prenderli. Parlarne senza offendere qualche convinzione, qualche interesse, qualche verecondia vera o copiata dal vero, è quasi impossibile; e anche questo contribuisce a far tacere la gente quando invece bisognerebbe parlare, intendersi e provvedere. Ci si mette poi di mezzo la caricatura, uno dei peggio spauracchi per gli onesti e tranquilli bottegai che pure, tra le frutta e il caffè, consentirebbero a riformare il mondo, od a lasciarlo riformare piano piano, purchè non si danneggiasse il commercio e calassero le tasse. Li hanno tanto messi in cano nella questi gloriosi avanzi della guardia nazionale, che il solo pensiero di essere caricaturabili ancora, li mette in furia come tanti tori davanti ad un drappo rosso. La paura del ridicolo aiuta il silenzio. Un povero marito che parli del divorzio, una moglie che ne ciarli, fanno strizzar l’occhio e sorridere: così il marito e la moglie stanno zitti, e Dio sa se ci sono persone più competenti di loro a parlare di certe cose!

Ma Alessandro Dumas figlio è uno dei pochissimi (si contano sulle dita) che non abbia paura di parlare di queste certe cose, e quando ne parla, non ha pelo sulla lingua. Da noi a proposito di donne che ammazzano, di donne che vogliono votare, di divorzio, insomma a proposito di quistioni femminili, non si sente nessun rumore; solo qua e là salta fuori qualche voce stonata che si perde nel silenzio universale; e sia che le donne in Italia siano troppo avanti o che siano troppo indietro, a vedere le cose così a fior d’acqua, pare d’esser nell’Eden prima del pomo, salvo la divisa. Sotto l’acqua non direi che tutto vada come nel migliore degli Eden possibili, ma insomma il problema femminile non ci sta così pericolosamente addosso come ai nostri vicini di Francia. Là sono costretti a pensarci sul serio, per quanto in riga di soluzione si mantengono ancora al _vedremo_ e ci _penseremo_. Il Dumas, poi, che passa per uno dei più profondi conoscitori del cuore, del cervello e del cervelletto _de ces dames_, dal _Monsieur Alphonse_, dalla _Princesse Georges_ in qua, sgobba assiduamente sull’eterno problema; e dal _tuez-la_ è passato al divorzio, per venire oggi all’ammissione del suffragio civico femminile. C’è in Francia, anzi sopratutto in Francia dove si ride spesso e volentieri, chi sogghigna e mette in caricatura il divorzio, il voto, Dumas, le donne e tutto. Mi ricordo di uno sgorbio del povero _Cham_, che rappresentava il signor Prudhomme sorpreso dalla moglie in atto di affiggere un manifesto in favore del divorzio, e la testa dell’illustre allievo di Brard e Saint-Omer faceva ridere di cuore. Ma il riso non è una risposta e tanto meno una soluzione. Ora poi, dopo certi strani fatti, dopo la ripetuta applicazione dell’acido solforico per uso esterno contro i tradimenti amatorii e coniugali, a dispetto delle caricature, ci si comincia a pensare davvero. E badate che non è soltanto l’acido solforico che dia da pensare, ma è la soluzione ormai normale di questi drammi scandalosi e sanguinosi, cioè l’impunità e spesso il trionfo del delitto riconosciuto ed assolto dai giurati, approvato ed applaudito dal pubblico. Perchè si arrivi a far di questi dispetti al codice, bisogna proprio che ci sia qualche bestia più grossa del topo nelle viscere della montagna gravida. La ricetta di _masto Raffaele_ comincia a diventare più che ridicola, criminosa.

La prima parte del libro del Dumas, quella che riguarda le donne che ammazzano, lasciamola stare. L’argomento è scabroso, e di cose di questo genere in Italia non se ne può parlare senza che tutti i calvi protestino che son cose da far drizzare i capelli. Siamo intesi che da noi i casi di Maria Bière, di Virginia Dumaine, della signora de Tilly sono impossibili; anzi la critica ha fatto bene a mettere il barbazzale a certi poledri mal domi, richiamandoli allo studio degli esemplari più puri dell’arte nostra, alla impeccabilità di Francesca da Rimini e di Parisina, alla purezza greca di Mirra, Clitennestra, e così sia. Dunque mettiamoci sopra una pietra, lodiamo il cielo di averci fatto nascere in questa terra privilegiata dove Sant’Orso la centuplicherebbe in un’ora il numero delle sue compagne, e tiriamo dritto.

Bisogna però fermarci a sentire alcune parole che sembrano staccate da un libro italiano, tanto calzano bene alle nostre quistioni letterarie interne. «Quando si dice ad una società—bada! se continui nei tali e tali errori, provocherai la tale e la tal’altra catastrofe—per questa società che non vuol riconoscere i suoi torti, si diventa la stessa causa della catastrofe nel giorno in cui si produce. La Chiesa cattolica seguita a dirci che sono le passioni abbominevoli e i detestabili consigli di Lutero che han fatto tanto male al cattolicismo, e scorda di ricordarsi o di cercare le cause che produssero Lutero e resero necessaria la Riforma. I difensori della monarchia di diritto divino e delle tradizioni feudali ci dicono che lo spirito diabolico di Voltaire o degli Enciclopedisti produsse la rivoluzione e gli eccessi del secolo XVIII, ma si guardano bene di riconoscere e di confessare i fatti che suscitarono gli attacchi di Voltaire e della Enciclopedia. Lo stesso avviene in letteratura. Sono gli scrittori che scrivono contro i costumi scostumati del loro tempo, che demoralizzano il tempo loro. Si comincia dal pretendere che il male di cui parlano non esiste: poi, quando è conosciuto, si dice che l’hanno fatto nascere i loro scritti e finalmente, quando cresce a vista d’occhio, si conclude che è meglio tacere».

E più avanti: «Non ammettiamo, come tutti quelli che se la prendono con gli effetti invece di prenderla con la cause, non ammettiamo dunque che la letteratura abbia il menomo effetto sui costumi. Mentre la corruzione del secolo XVIII è dipinta in _Manon Lescaut_, il bisogno d’ideali, che domina tutte le società, qualunque sia il numero del secolo, si traduce in _Paolo e Virginia_. Si piange per Manon, si piange per Virginia, ma non si diventa nè migliori nè peggiori. Si hanno due termini di confronto e due capilavori di più; ecco la verità, ecco il beneficio per l’umanità che pensa. Tuttavia, se la letteratura dei drammi e dei romanzi è incapace di produrre un movimento d’idee o di farle nascere, è capace però, con la maggiore o minore commozione che produce trattando certi soggetti, di far vedere e di constatare dove siano arrivate le idee nel loro movimento naturale, e la via percorsa fin da una data epoca, e l’imminenza di certi pericoli, e la necessità di certe preoccupazioni, di certi studi, di certi sforzi....»—Oh! ben ruggito, leone!

Ma s’è detto di metterci una pietra sopra, e mettiamocela.

La quistione del voto femminile non è nuova. Quattrocento dodici anni prima di Cristo, Lisistrata, Calonice, Mirrina e Lampito, in pieno teatro, nella civile Atene, ed in una scabrosissima commedia d’Aristofane, congiuravano già per strappare le redini dello Stato dalle mani dei mariti. Degli anni ne son passati parecchi, il mondo crede di aver progredito tanto, che la commedia, che allora si recitava in pubblico, si legge ora a porte chiuse; eppure la quistione non ha fatto un passo, le donne non hanno troppa fretta e i giornali che fanno propaganda gridano con Lisistrata disillusi e scontenti: «Ah, se fossero state invece invitate alla festa di Bacco, di Pane, di Venere Coliade o delle genetillidi, le vie sarebbero ingombre!»—E perchè? Il Dumas ce lo dice. Prima di tutto, ci sono le donne felici e soddisfatte del presente organismo sociale e civile, che non hanno nessun desiderio di cambiare. Poi ci sono le astute, che sanno girare gli ostacoli e menar gli uomini pel naso meglio col sorriso che col voto. C’è la massa delle donne abbrutite nel lavoro della campagna o della città, che ha ben altro da pensare che al deputato. Ci sono le donne devote e pie, per le quali tutti questi ingranaggi costituzionali sono invenzioni diaboliche. Ci sono le timide, le scoraggiate, le rassegnate, tutta gente che non cura o sfugge l’agitazione, teme il ridicolo, vive più volentieri all’ombra che al sole. Restano poche donne a far chiasso pel voto, e siccome le donne, anche in poche, sanno far chiasso per molte, paiono un esercito e non sono che un gruppo di tamburi e di trombe. Il che vuol dire che l’invocato voto delle signore è ancora lontano; i deputati brutti possono per ora dormire tranquilli.

Senza dubbio, la legislazione, in quel che riguarda i rapporti della donna coll’uomo e collo Stato, è destinata a molti cambiamenti futuri, prossimi o remoti. Senza dubbio la signora libertina Auclert ha mille ragioni quando protesta che pagando le tasse ha anche il diritto di intervenir per mezzo di rappresentante alla votazione dei bilanci nella quale si dispone del denaro suo. Votano tanti imbecilli; perchè le donne, che possono aver più giudizio, non voteranno e meglio? Tanto gli esempi di illuminata saggezza fornitici dagli elettori non sono tali che le nostre donne non ne possono dare dei migliori!

Ma il ridicolo è là che impedisce all’idea di progredire e di farsi largo tra le interessante. Vedete voi le elettrici accusate di preferire il deputato bruno al biondo, il consigliere magro al grasso, il sindaco bello al sindaco brutto? Le donne, che sanno adoperare tanto bene il ridicolo, ne hanno poi una paura terribile, e gli uomini, che lo sanno, se ne giovano. Quando le donne voteranno, non è da credere che cessino i colpi di revolver o gli spruzzi di acido solforico, ma è da sperar bene di loro, perchè avranno avuto tanta forza d’animo da superare il timore della canzonatura, e di noi, perchè nel votare adopreremo più giudizio. Ma per ora..., via, noi non abbiamo abbastanza serietà e le donne non hanno abbastanza coraggio.

Il peggio è che questa riforma elettorale non si può fare col metodo italiano, così alla chetichella, sotto la cappa e fingendo di chiudere un occhio, come abbiamo fatto in altri imbrogli. Il signor Laveleye, illustre economista belga, era in Italia nel 1878 e 79 a studiare parecchie cose, fra le quali l’ordinamento scolastico. A Bologna vide tre ragazze all’Università e seppe che studiavano medicina o letteratura. Egli chiese allora quali leggi esistessero in proposito, e con meraviglia sentì rispondersi nessuna. Quelle brave ragazze avevano percorso gli altri stadi d’insegnamento prescritti dalla legge per essere ammessi all’Università, erano in regola, e non c’era ragione di respingerle per la sola ragione che portano le gonnelle e non i calzoni.

Il Laveleye stupiva allora dello spirito pratico di noi italiani che senza chiasso e senza leggi nuove avevamo risolto un problema intorno al quale nel Belgio si suda da molto tempo, si chiacchera, si grida e non si risolve niente. A dir vero, il nostro merito non è forse così grande come parve al bravo economista, e la pigrizia a provvedere o la paura di stuzzicare un vespaio possono aver contribuito molto a lasciar fare come se nulla fosse: ma il voto alle donne non si può dare a questo modo, il chiasso ci deve essere, le satire, le caricature, le canzonette, le farse e le commedie non possono mancare; ed è questa paura di scandali che terrà indietro per un buon pezzo il coronamento dei voti dell’onorevole Salvatore Morelli.

Per ora dunque, in questa parte, il libro del Dumas avrà poco effetto, ed il signor Giuseppe Prudhomme, l’illustre allievo di Brard e Saint-Omer, sogghignerà compassionevolmente e dirà:—_Oh, i paradossi!_—Oh, ben ragliato, Prudhomme!

GEROLAMO PATUROT E LA BORGHESIA

Qualche tempo fa, chiaccherando intorno alle _Memorie_ del principe di Metternich, accusai Sua Altezza d’esser più miserabilmente borghese di un Gerolamo Pâturot qualunque. Poco dopo, ricevetti da Torino una cartolina postale con questa laconica frase:—Voi non avete mai letto Jerôme Pâturot.—Un vostro ammiratore.

Se gli autori hanno gli ammiratori che si meritano, povero me! I miei hanno una deplorabile abilità di pescar granchi; anzi i miei amici sostengono che senza questa abilità non potrebbero essere miei ammiratori. Vorrei che quest’ultima affermazione potesse essere imputata a quella maligna maldicenza che è uno dei pregi più belli delle intime amicizie; ma purtroppo non si può, e debbo confessare che in gran parte gli amici miei hanno ragione. Così anche questo mio anonimo ammiratore ha pescato il granchio che ci voleva per essere ammesso nel mio tempio ad adorarmi, e sia il benvenuto.

Ho il vago sospetto che sia invece l’ammiratore quello che non conosce le filaccicose storielle di Luigi Reybaud, poichè almeno l’accento circonflesso che corona il cognome del protagonista nella sua cartolina, lascia trapelare una conoscenza non molto intima della lingua francese. Comunque sia, è mio diritto imboccare la tromba della fama ed urlare a iquattro punti cardinali, che non cambieranno di posto per questa importante rivelazione: _primo_, che non ho purtroppo l’utilissima abitudine di parlar dei libri che non ho letto; _secondo_, che tanto il Pâturot _alla ricerca di una posizione sociale_, quanto il Pâturot _alla ricerca della migliore delle repubbliche_, li lessi fino dal 1864 e li comprai precisamente dal libraio Ryced che stava sotto i portici della Fiera in piazza Castello a Torino. Pagai in contanti e non mi feci rilasciare la ricevuta: del che mi dolgo, perchè la stamperei come documento importantissimo ai futuri storici della letteratura; certo gli storici presenti ne stampano dei più insulsi.

Il peggio è che a mia giustificazione non posso mostrare nemmeno il libro. Fino da quel tempo leggevo molto e compravo quanti libri mi consentiva il modestissimo peculio di studente. Duravo così tutto l’anno a raccogliere una microscopica biblioteca, e la contemplavo con quel matto entusiasmo per la carta stampata che non ho potuto mai cavarmi dalle ossa, e che ha finito col farmi entrare al servizio dello Stato in una pubblica Biblioteca. Ma tutti gli anni, a scadenze determinate, si destava un uragano fierissimo che mi portava via i libri e mi costringeva a tornar da capo. L’uragano si levava sempre negli ultimi giorni di gennaio, o in febbraio; e si levava proprio in via della Zecca e precisamente nel teatro Scribe. Ah, benedetti veglioni di carnovale! È per loro che i miei libri finivano nei panchetti dei rivenditori sotto i portici dell’Università; è per loro che Gerolamo Pâturot contribuì per la sua parte ad una cena da Biffo, dove una _pierrette_ di mia conoscenza mi scucì il vestito nella schiena, dal colletto alle falde, e non me ne accorsi che la mattina dopo dai rabbuffi del professore, alle paterne cure del quale la mia famiglia m’aveva confidato.

Così finì il mio Pâturot, ma l’avevo letto: vi giuro che m’aveva annoiato, ma l’avevo letto. In tempi più calmi, i libri perdettero la brutta abitudine di abbandonarmi in carnovale, e l’edizione del Pâturot che ora ho sott’occhio porta la data del 1875. Dopo l’accusa del mio ammiratore ne ho riletto parecchi capitoli, dei meno soporifici, e non mi pare di aver detto uno sproposito. Il Reybaud ha voluto far la satira della borghesia, mettendo un tipo d’imbecille calzettaio in un mare di borghesissime avventure; e di più ha fatto un libro per provare che i calzettai non debbono occuparsi che di calzette: conclusione questa che oltrepassa i limiti onesti e mediocri del borghesismo per entrare in quelli della più ottusa asinità.

Parlo del Pâturot _alla ricerca di una posizione sociale_, poichè l’altro _alla ricerca della migliore delle repubbliche_, non è che un libro di politica, di maligna e disonesta politica, di cui qui non tocca a me il parlare. E dico, e sostengo, e ripeto che tanto l’eroe del libro, quanto l’autore considerato nell’opera sua, sono proprio miserabilmente borghesi, come avevo detto e come dirò sempre, dovessi anche perdere, con mio inestimabile rammarico, gli ammiratori e peggio le ammiratrici.

Il libro fu scritto verso la fine del regno di Luigi Filippo, nel 1843 se non sbaglio: quando cioè erano passati tredici anni dalla prima rappresentazione dell’_Ernani_ e la nuova scuola romantica aveva mostrato, anzi oramai esaurito, la sua possente vitalità. Alfredo di Musset oramai non scriveva più versi ed era prossimo ad essere ammesso nell’Accademia francese, dove già Victor Hugo, il capo dei ribelli, era stato accolto da qualche anno. La Sand scriveva i suoi romanzi per la _Revue des deux Mondes_, rivista tutt’altro che scapigliata. Teofilo Gautier aveva pubblicata da un pezzo le sue poesie, l’_Albertus_ e _Mademoiselle Maupin_. Onorato Balzac era già grande, Mürger, Sue, Dumas, Soulié, fino Paolo de Kock, aveva già oramai prodotto tutto, e la faccia della letteratura francese era cambiata affatto. Eppure il Reybaud comincia il libro, mettendo in caricatura i poeti capelluti, rifriggendo le solite barzellette sulla prima rappresentazione dell’_Ernani_. Questo non solo è borghesismo, ma borghesismo in ritardo, miserabilmente barbogio.

Certo la satira è fatta con moltissimo spirito: anzi le staffilate sono distribuite con tanta generosità, che a prima vista non si capisce bene se l’autore metta in ridicolo il suo calzettaio o la società con la quale si trova a contatto: non si capisce chi dei due sia a preferenza canzonato, tanto sono tutti messi in caricatura. Enrico Monnier aveva già trovato il suo Prudhomme, e il Pâturot gli somiglia un poco ne’ discorsi pretensiosi, benchè abbia il cervello meno rammollito e l’osservazione più acuta; e non può negarsi che sia una caricatura, come tutto è caricatura nel libro. Ora se Pâturot che cerca di uscire dalla borghesia è messo in ridicolo; e se tutto quello ch’ fuori della borghesia, tranne Dio ed il re, è pure messo in ridicolo, che cosa resta? Resta una satira senza scopo, uno sfoggio di barzellette più o meno che proveranno lo spirito dell’autore, ma non ne provano l’ingegno. Chiuso il libro, ci ripetiamo la frase di Figaro: _Qui trom-pe-t-on ici?_ È la borghesia che è ridicola, o coloro che si vogliono sollevare sopra di lei? Si beffa il Pâturot perchè vuol essere romantico, o si beffano i romantici? Chi lo sa!

A scegliere qualche brano, qualche frase qua e là, si può concludere in un modo o in un altro, secondo si vuole: ma il complesso dell’opera sarà sempre questo: che la società, la borghesia, i romantici, i sansimoniani, i giornalisti, i filosofi, le guardie nazionali, i deputati, e finalmente lo stesso Pâturot, sono tutti ridicoli o birboni: tutti senza eccezione, poichè nel libro non v’ha un personaggio che non sia o imbecille o furfante. Ora questo che cosa prova?

Era facile mettere in canzonella la guardia nazionale. Noi italiani che nel 1848 abbiamo fatto una rivoluzione per ottenerla, l’abbiamo poi sepolta sonandole la marcia funebre a scrosci di risa. Ma siamo poi ben sicuri che sia morta bene, e che, dopo esserci rovinati con gli eserciti stanziali, non tocchi ai nostri figli di risuscitare il povero _palladio_, per sfogare la crescente voglia di bastonate? Ci voleva poco a beffare i sansimoniani e il padre Enfantin e gli involontari digiuni del chiostro di Mênilmontant, ed a scoppiar di risa sopra la massima inscritta nella bandiera dei nuovi credenti: _Empêcher l’exploitation de l’homme par l’homme_. Ma siamo ben sicuri che la massima sia proprio ridicola? Oramai lo vediamo, e le grasse risa della borghesia accennano a finir male. I sansimoniani furono ammazzati dal ridicolo, ma ecco venuti i _nichilisti_, e il povero Pâturot ha capito che non è più tempo di ridere.

Non c’è dunque nulla di più meschino che questo perpetuo riso col quale si perseguitano tutte le nuove forme con cui i nuovi bisogni sociali si manifestano. Così i romani debbono aver riso dei cristiani che adoravano un uomo appeso alla croce; così i nobili a Versaglia ridevano vedendo passare i rappresentanti del terzo stato, senza piume e colle scarpe senza fibbie. Così insomma il passato canzona volentieri l’avvenire, salvo poi a pentirsene amaramente. A Milano, fu seppellito il _Mefistofele_ del Boito tra i fischi e le risate; ma risorse a Bologna, trionfò dappertutto ed ora Milano sta per fare ammenda onorevole. Il Reybaud, se allora se ne fosse parlato, non avrebbe mancato di fare del suo Pâturot un campione della _musica dell’avvenire_, e di riderci sopra saporitamente. Avrebbe così aggiunto una miserabilità borghese di più al suo libro che già ne rigurgita, per giunger poi a capire che a poco a poco l’avvenire diventa il presente. Ed è appunto questo aver la veduta corta d’una spanna, questo adagiarsi nel presente senza guardar più in là della propria bottega o del proprio ufficio, questo egoismo ironico e piccino, che costituiscono il maggior difetto della borghesia; quel difetto che le farà rovinare malamente. Ma il male è che questa povera borghesia ridanciona non viene più combattuta colle sue armi, col ridicolo; si fa ben di peggio!

Tutti li sentiamo i primi buffi di vento che precedono la burrasca: tutti, poichè tutti siamo un po’ borghesi, anche noi letterati che professiamo un odio feroce contro i _filistei_. Gli abbominiamo infatti, ma scriviamo per loro e siam ben contenti quando ci lasciano dire qualche dura verità. Dal principio del secolo, si può dire, questa borghesia regna e governa, ed allevati nel suo grasso seno, cresciuti nella sua tepida casa, educati ai suoi comodi ammaestramenti, non possiamo a meno di ritrarre sempre da lei qualche cosa. Un po’ borghesi siamo dunque tutti, noi che viviamo in una società e di una società borghese. Solo c’è questo, che noi, sentendo i buffi del vento gelato che viene dal settentrione, leviamo la testa, scrutiamo l’orizzonte, e ci domandiamo se la burrasca porterà una pioggia benefica o diserterà i campi. Gerolamo Pâturot invece, si tappa in casa, sorride e crede d’esser sicuro perchè il tetto è nuovo. Resta a vedere se la burrasca non scoperchierà la casa e se le mura saranno abbastanza forti da resistere all’impeto della tramontana. Noi ci pensiamo, e Gerolamo Pâturot ride di noi; questa è la differenza.

Oh, come è facile ridere quando si ha digerito bene! Io mi ricordo il tempo nel quale a sentir uno dire _sono socialista_, si udivano scoppi di risa e le grida _utopia! utopia!_ Ora a sentire la stessa confessione non si ride più, parecchi rabbrividiscono ed alcuni corrono alla Questura. Or bene, nel libro del Reybaud simili risate ricorrono ad ogni pagina, grasse, sonore, sincere risate di borghese che ha digerito benissimo: ma io domando al mio ammiratore se oggi si può più ridere a quel modo, se si può aver la vista più corta, e se Metternich non sia stato anche più miope di Gerolamo Pâturot.