Brandelli

Part 31

Chapter 313,763 wordsPublic domain

Certo le repubbliche italiane erano profondamente religiose. Le istituzioni, gli edifici, la storia ce lo attestano. Ma erano religiose all’italiana, con un pizzico di scetticismo di quando in quando, e con molte impertinenze pei preti e pei frati. Si poteva esser cattolici e guelfi come i fiorentini, e metter la briglia ai chierici e domarli se recalcitranti, come nei molti Consigli dal 1281 in poi. Si poteva essere cattolici e ghibellini come Dante, e lodar Dio dicendo corna del Papa. Il Boccaccio mostra più intimo questo miscuglio di religione e d’irriverenza, che nei letterati finì poi in una rinnovazione artificiale del paganesimo. Certo le repubbliche italiane erano religiose, ma erano anche repubbliche di mercanti. Le Crociate erano certo una santa e meritoria impresa, ma se non fosse tornato conto il prestar le galee ai ferventi cavalieri, i repubblicani, religiosi ma furbi, non ne avrebbero prestato nemmeno una. Tutto il contegno di costoro dice che essi veggono come liberando il Sepolcro si possano stabilire fattorie in Siria e sia possibile acquistare il paradiso all’altro mondo facendo masserizie in questo. Così adunano flotte e combattono a Tolemaide, a Tiro, a Giaffa, dappertutto dove c’è un porto da aprire alla religione di Cristo ed alla ragione del commercio loro.

I documenti toscani non potevano far meglio vedere questa doppia direzione delle repubbliche italiane in quei tempi. Nei trattati dei Pisani specialmente, ritroviamo un curioso ed ingenuo miscuglio di cose sacre e profane, una specie di identità tra la religione e l’interesse, da far venire la pelle d’oca a tutti quelli uomini buoni ed a quei poeti romantici che credono alla ideale purità della fede d’una volta. Gli imperatori di Costantinopoli, cristiani della fede loro, cominciarono ad essere seccati da tutti questi paladini della fede che passavano sulle loro terre o navigavano lungo le loro coste. Di qui una serie di battaglie e di piraterie tra i successori di Costantino e i benedetti dai pontefici, che finirono secondo il solito, cioè con la sconfitta di chi ha meno forza, se non meno ragione. Dopo una di queste lotte, i Pisani, nel 1111, fecero un trattato coll’imperatore Alessio Comneno, dove si vede chiaro il pasticcio tra la religione e l’interesse; dove si trovano insieme donazioni alle chiese, esenzioni d’imposte, libertà di trasportare pellegrini o mercanzie, godimenti di posti distinti in S. Sofia o nell’Ippodromo, e simili curiose mescolanze. Chi tiene il primo posto in questi trattati e nella direzione generale della politica repubblicana? Queste città libere sono più religiose che commercianti, o più commercianti che religiose?

Veramente, se si bada ai documenti, pare che la religione non fosse la più favorita. I Crociati, figli di una società feudale, conquistando la Siria vi trapiantarono le istituzioni loro. Ogni città, ogni castello ebbe il suo signore con diritto di alta e bassa giustizia, soggetto soltanto al re in teoria. Qua e là però, qualche barone più forte, qualche re più ambizioso, rompevano l’equilibrio dei piccoli feudi e cercavano di dominare. Naturalmente le colonie repubblicane non trovavano il loro conto in questo concentramento di potere e reagivano con poco gusto della religione. Nel 1197 i Pisani, in una di queste turbolenze, assalgono e feriscono persino i pellegrini. Resistono tenacemente anche i vescovi intinti di rapacità feudale e lottano senza scrupoli contro quello di Accone (Tolomaide) pei privilegi di una loro chiesa. Contro alla potenza guelfa sono sempre ghibellini, contro la prepotenza feudale sono sempre repubblicani. E nello stesso tempo che si dibattono contro la pressione del fisco regio o imperiale e lottano con tutti i mezzi contro ai dazi ed alle tariffe per la conservazione dei loro privilegi sociali, continuano le battaglie per la fede, cedono uomini, armi e navi contro i Saraceni. Sbaglieremo, ma ci sembra quasi di vedere che quei vecchi repubblicani cercassero la loro stessa coscienza e, combattendo pel loro Dio e la loro fede, cercassero quasi di scusare, di legittimare, di assolvere l’avidità commerciale.

Ad ogni modo, se non si vuoi convenire con noi, bisognerà confessare che sono un curioso fenomeno quei crociati che nel 1203 e nel 1204 in nome di Cristo assalgono Costantinopoli e bruciano anche le chiese.

Ma se gli scrupoli religiosi tacevano spesso in faccia al lucro così accadrà di quella religione di partito, vivissima in quei tempi e in quegli uomini, incorruttibile anche in faccia agli aperti tesori della Siria. Questa è la disgraziata fede che ebbe tanti martiri nel medio evo, che fece ogni città nemica alla città vicina, di ogni casa una fortezza contro la casa in faccia. Delle battaglie di Legnano non ce n’è che una nella nostra storia, poichè Fornovo non conta; ed anche quei pochi giorni di concordia italica furono contristati da fratricidi ferocissimi. In Oriente ogni repubblica aveva le sue torri come i baroni, ed i quartieri erano divisi da mura e fortificati l’uno contro l’altro. Non solo per ragioni di traffico si osteggiavano, ma le rivalità avevano ragioni moltissime di antipatie, di odii, di precedenti. Le paci si fanno e si disfanno, ma la tenacità nel partito, rimane contro qualunque disfatta, contro ogni tentazione.

Nel 1228 i Pisani, ghibellini, fedeli, lottano per la fortuna di Federico II e si mantengono fanaticamente svevi contro i Genovesi, anche quando c’era tutto da perdere. E l’ira contro Genova, che doveva poi così dolorosamente smorzarsi nelle acque della Meloria, persiste sempre viva, sempre cieca.

Rovinava il debole regno fondato dai crociati, rovinava sotto gli sforzi dei maomettani; ma i due combattenti dimenticarono tutto, e sotto il tetto che crollava non pensarono che a combattersi. Dopo rovinata la casa, uscirono pesti e malconci dalle macerie e, senza guardarsi attorno, seguitarono la battaglia.

Sono questi i tempi feroci che un romanticismo linfatico ci dipinse come l’età dell’oro, della fede, dell’onore e della giustizia. L’epoca fu gloriosa per l’Italia, ma non fu certamente bella per la società. Questi repubblicani erano buoni cattolici, ma spesso, e forse per questo, erano anche buoni corsari. Predavano indifferentemente greci e saraceni, e sapevano prepotere sui deboli. Tra questi era l’impero di Costantinopoli, caduto nelle mollezze della teologia e dei sofismi precursori della scolastica. Sul finire del secolo XII i corsari pisani spazzano il Bosforo, giungono quasi ad affamare la capitale e spingono la sfrontatezza fino a spedire propri ambasciatori all’imperatore Isacco. E le repubbliche tutte fanno a gara per imporre all’Impero infemminato patti di privilegi e umiliazioni di scuse, proprio come oggi le potenze europee al turco. Così finiva la vana epopea delle crociate. Ci guadagnò la borsa, ma ci perdettero la religione e i costumi.

È noto infatti come i reduci guerrieri della Croce portassero in Europa la luce delle mollezze orientali. E quanto il contatto coll’Oriente fosse pernicioso ad una società non ancora uscita dalla barbarie, lo dice la vergognosa istituzione della schiavitù, propagata anche fra di noi e durata per qualche secolo. Il cristianesimo, dopo le sue vittorie sulla società romana, s’era addormentato nel sonno della barbarie, e nel dormiveglia del ridestarsi non ricordava più i precetti umani e santi che non erano stati ultima causa della sua vittoria. A Firenze, a Lucca, a Siena erano molte schiave, per lo più tartare, e venute dalle colonie genovesi in Crimea. A Venezia era il mercato principale, ma in Ancona anche qualche mercante fiorentino attendeva all’ignobile traffico. Solo nel 1364 in Firenze si sentì il bisogno di regolare questo immorale commercio e di rimediare allo scandalo che ne veniva, ordinando che i figli delle schiave seguissero le condizioni paterne, e fossero liberi. Tutti potevano introdurre e possedere schiavi e schiave. Si poteva venderli, donarli come bestie, e la legge ne guarentiva la proprietà. Tra il 1366 e il 1397 le compre di schiave che si possono constatare in Firenze, sono 389. Dante aveva troppa ragione di inveire contro i costumi della sua patria, e noi non saremo lontani dal vero attribuendo in parte al contatto coll’Oriente la corruttela della _madre di poco amore_.

Con la caduta di Pisa in mano dei Fiorentini cessano in Oriente le liti sostenute con l’armi in pugno. L’astuzia e la politica accorta si sostituiscono alla rozza prepotenza dei marinai, quasi corsari. Firenze è cattolica e guelfissima, ma i sogni delle crociate la fanno sorridere. Tutto il suo ingegno e la sua furberia si volgono a vivere in pace col Gran Turco ed a spillarne quel più che si può di privilegi e di quattrini. La raccolta dei documenti, così bene illustrata dal Müller, giunge fino al 1531. Se arrivasse fino al 1880 ci sarebbe da rallegrarsi o da vergognarsi pel nostro paese?

LA MORTE DEL FERRUCCIO

Fu, se non erro, nel 1880, che la controversia intorno alla morte del Ferruccio fece capolino e mise a rumore i giornali politici e letterari. Ferdinando Martini nel _Fanfulla della Domenica_ annunziava che Edoardo Alvisi, giovane benemerito per parecchi importanti libri storici, stava compiendo un’opera dove, coi documenti alla mano, avrebbe provato che il Maramaldo non ammazzò il Ferruccio, o che per lo meno la faccenda era assai dubbia. Tutti ricordano lo strepito che ne seguì. Parve pensino che l’onore della patria fosse in pericolo e che il nome italiano dovesse diventare obbrobrioso, solo che si dubitasse dell’infamia del Maramaldo! I grandi amori sono corti di vista, e bisognerà rallegrarsi della grandezza dell’amor patrio che scattò fuori in quei giorni, tanto che alcuni divennero ciechi a dirittura. Andate a dire ad uno, che ami svisceratamente la religione, che Ponzio Pilato non fu poi quel birbante che ci dipinge la tradizione cristiana, e sentirete che risposta e che anatemi vi attirerà sul capo la proposta. Così avvenne quando nacque il dubbio di una possibile riabilitazione di Fabrizio Maramaldo, quel Gano ideale della tradizione italica moderna. Si disse fino esser opera iniqua distruggere la leggenda eroica del Ferruccio a profitto di un avventuriero spagnuolo; e Maramaldo fu italiano. Si gridò, si urlò, e tutti gli oratori che avevan ficcato per forza il Ferruccio nelle loro perorazioni innanzi alle turbe, tutti i poeti che avevano improperato il Maramaldo in versi sciolti o rimati, si sentirono come offesi personalmente, temettero per la immortalità delle loro opere complete, e invocando il santo nome della patria, scomunicarono l’audace che osava discutere simile eresia.

Il Martini, ingegno polemico de’ più arguti, si difese meravigliosamente, ma gli avversari furori così numerosi e la discussione degenerò così rapidamente in garriti politici, c’è egli finì, pare, con infastidirsene e rimettere la sentenza all’epoca della pubblicazione del libro. E il libro oggi è pubblicato[5].

Per me (poichè parlo solo in nome mio e non in nome della patria, come molti fecero e fanno in questa contesa) per me ero dispostissimo a credere erronea la leggenda di Gavinana, quando l’errore mi fosse stato provato. Oltre che l’incredulità, o per lo meno il dubbio, diventarono inquilini ostinati della mia zucca, Gavinana m’aveva spoetizzato la sua leggenda. In quel villaggio di montagna, non c’è di grande che un ricordo. Vorreste far parlare la vostra fantasia, ricostruirvi in capo l’ultima scena delle eroiche tragedie moderne, e finire col vedere il nome e l’imagine del Ferruccio diventati insegna d’un albergo. Mi ricordo che davanti al cimitero è un portico, sotto al quale è dipinta una Annunziata; e sotto all’imagine, una mano irriverente ha scritto col lapis: «Tra nove mesi nascerà il Messia»; uno dei versi più volgari del turpissimo Stecchetti. E tutto, fino l’album dove vi fanno scrivere il nome, è inquinato di questa volgarità buffa che vi toglie le illusioni e vi mozza le ali della fantasia. Se poi, che il Signore ve ne scampi, vi parrà impossibile che la buaggine umana possa far tanta pompa di sè in un luogo dove la patria segnò una delle stazioni sacre della sua Via crucis. Alle Termopili non è difficile, dicono, trovare i ladri; ma io credo che le illusioni resistano meglio alla perdita dell’orologio che alla perdita della serietà.

E più mi dava fiducia il conoscerà l’autore del futuro libro; poichè l’Alvisi è amico mio da un pezzo, fin da quando, circa dodici anni fa, perpetravamo con le forbici un giornale che il Panzacchi dirigeva quando se ne ricordava. So che ingegno criticamente acuto sia il suo e qual coscienza e infaticabilità rechi nelle ricerche. Conoscevo il suo libro intorno al governo di Romagna del duca Valentino, libro un po’ arruffato, ma pieno di fatti nuovi, importanti, e cercati con una assiduità quasi tedesca. Mi fidavo dunque, anzi mi rallegravo in anticipazione della sconfitta di coloro che parevano offesi personalmente quando si diceva che il Ferruccio poteva ben esser morto in un altro modo. Invece, benchè il libro dell’Alvisi mi paia meglio fatto di tutti i suoi precedenti lavori, non mi ha punto convinto; anzi, fino a prova contraria, mi fa credere che la _leggenda_ abbia proprio ragione.

L’Alvisi ragiona così. Tutti gli storici fiorentini che narrano l’eccidio di Gavinana copiarono dal Giovio, il quale ne diede molti particolari nelle _Historiae sui temporis_, uscite alla luce 22 anni dopo il fatto, cioè nel 1552; o se non copiarono alla lettera, attinsero manifestamente da lui. In Firenze, prima del libro del Giovio non si sa e non si dice altro che il Ferruccio nella battaglia di Gavinana fu morto, senza che dall’uccisione si dia colpa a nessuna persona nominata. Dunque la leggenda viene dal Giovio che primo la racconta. Ma dove l’attinse egli? Da due poemetti: uno di Mambrino Roseo, edito proprio nel 1530, l’anno di Gavinana; e un altro di Donato Callofilo stampato l’anno dopo. L’Alvisi prova queste figliazioni, prova anche che alcuni storici fiorentini risalirono alle fonti stesse alle quali il Giovio aveva attinto; e si domanda:—Come avviene che gli storici fiorentini contemporanei, anzi quasi testimoni del fatto, ne ignorano i termini e quando debbono parlarne sono costretti a copiare uno storico forastiero, il quale alla sua volta copia di qua e di là da due autori senza autorità alcuna, e che spesso si contraddicono?—Di qui, per lo meno, il dubbio sull’esattezza del fatto come è narrato dal Giovio e copiato dagli storici fiorentini.

Mettiamo pure, intanto, che la cosa sia allo stato di dubbio. L’Alvisi aggiunge che un commissario del campo in una memoria scritta pel Varchi narra che il capitano Garaus, spagnolo, fu il primo a colpire il Ferruccio, e il Nerli conferma che appunto i capitani del morto principe d’Orange uccisero il Ferruccio in vendetta della morte del loro duce. E questa è la versione ammessa dall’Alvisi (p. 166). Quanto alle altre relazioni che accusano Maramaldo dell’uccisione, si spiegano pensando che il fatto accadde lontano da Pistoia e da Firenze, di notte, nel tumulto della vittoria e con pochi testimoni. Certo il Ferruccio fu condotto al Maramaldo, dove poi fu ucciso dagli uomini del principe; ma l’esser stato condotto innanzi al Maramaldo, dovette in quella confusione far credere che il Maramaldo stesso fosse l’uccisore; per certo in quel tumulto si disse prima, che il Ferruccio fu ucciso per volontà del Maramaldo, essendo stato ammazzato sotto a’ suoi occhi; poi che il Maramaldo lo fece ammazzare, poi che lo ammazzò: ed ecco la leggenda bell’e fatta, tanto che il Callofilo la mette in ottava rima l’anno dopo, e dopo ventidue anni la copia il Giovio. Così l’Alvisi dal dubbio passa ad una certezza positiva, affatto contraria alla leggenda come finora fu narrata ed ammessa.

Cominciamo al rovescio. Prima di tutto la relazione dello Sperino, quella cioè che parla del capitano Garaus e che nel libro dell’Alvisi è il documento 189 (a pag. 167 per errore di stampa è notata 188) è scritta assai tardi. Ma anche fosse scritta un’ora dopo l’eccidio, non fa che confermarlo. Nel testo bisognava riferire l’intero brano della relazione che dice a chiare lettere (p. 413): «Le fanterie del principe ruppero Ferruccio et le sue genti et lo fecero prigione. Et _fu ammazzato, secondo la pubblica fama, da Fabritio Marramaldo colonnello napolitano, ma il vero è ch’egli non fu il primo che gli dette_, ma un gentil’huomo spagnolo detto Garaus ecc.» O dunque? Lo Sperino conferma la _pubblica fama_ che attribuiva e attribuisce al Maramaldo l’uccisione; solo aggiunge che Maramaldo non fu il primo a ferire. Ma come l’Alvisi non ha visto che le parole dello Sperino cresimavano vero lo sdegnoso detto: «_Tu ammazzi un uomo morto_»? Tanto è vero, che il Varchi, pel quale lo Sperino scriveva, accusò Maramaldo e inscrisse la frase del commissario morente nella sua storia. Questa relazione dello Sperino torna dunque contro l’assunto dell’Alvisi: diametralmente contro.

Non resta che il Nerli, della cui veridicità non voglio dire quel che il Giannotti scriveva al Varchi. Certo però a quello storico accanitamente mediceo non si poteva chiedere che accusasse apertamente un amico de’ suoi signori forse ancora vivente. Certo è poi che la frase, sulla quale poggia tutto l’edifizio dell’Alvisi, è vaga e scritta in modo che mostra come il Nerli poco si curasse di mettere in chiaro la cosa. Egli accusa _gli uomini del principe_, e quanto alla causa dell’uccisione non la sa e non la cerca. Qui sopra vedemmo come lo Sperino chiami _fanteria del principe_ quelle che erano sotto gli ordini del Maramaldo. Costui era infatti un _uomo del principe_ che comandava in capo, e la imprecisa frase del Nerli non esclude la versione comune. Ad ogni modo poi il testo dice chiaro che il Nerli o non seppe o trascurò di dire quel che sapeva. Quando narra che gli uomini del principe ammazzarono il Ferruccio «o pel dispiacere della morte del loro signore _o per qualsivoglia altra cagione_», dice chiaro che a lui non importa punto cercare o dire la precisa verità del fatto.

Ad ogni modo, stabilito così, che, delle testimonianze recate dall’Alvisi in favore della sua tesi, una la contraddice e l’altra è dubbia, o per lo meno sola e vaga, che cosa resta? Restano le molte, esplicite ed attendibili testimonianze che accusano precisamente il Maramaldo. E intanto l’ipotesi (poichè è una ipotesi) fatta dall’Alvisi sulla formazione della voce che sullo stesso campo di battaglia attribuiva al Maramaldo la morte del Ferruccio, non pare che corra tanto liscia. Il fatto avvenne, è vero, lontano da Pistoia o da Firenze, ma tuttavia in mezzo a parecchie migliaia di combattenti. Non era notte, poichè la conclusione del fatto è messa da testimoni di persona tra le ore 20 e le 24, cioè tra le 3 e e le 7 del pomeriggio, e in agosto in quell’ora ci si vede bene.

Non potevano esser pochi i testimoni presenti, poichè, secondo tutte le versioni, da quella del Giovio a quella dell’Alvisi, l’eccidio accadde in piazza, dove certo possono stare parecchie centinaia di persone.

E secondo la versione comune, il Maramaldo, il capitano vittorioso, non poteva esser là solo, o con pochi; mentre, secondo la versione stessa dell’Alvisi, gli uccisori furono parecchi; ed in ogni modo, conoscendo i luoghi, si vede che tutto doveva gravitare intorno alla piazza. E finalmente la confusione della vittoria, per grande che fosse, non potè fare che dal campo, quindici ore dopo la morte del Ferruccio, un segretario del vicelegato di Bologna scrivesse al suo padrone a chiare lettere che _Ferruzzo fu morto per mano del signor Fabrizio_, senza esser sicuro di quel che diceva, quando il suo stato l’obbligava invece ad assicurarsene gli porgeva insieme la facile maniera di farlo.

Il fatto è che alla frase dello Sperino che ammette la stoccata del Maramaldo ed all’equivoco periodo del Nerli, si possono aggiungere non una, ma parecchie lettere scritte dal campo stesso, poche ore dopo al fatto, le quali concordano tutte nell’affermazione fondamentale: Fabrizio ha ucciso il Ferruccio. A quella di Martino Agrippa segretario del vicelegato di Bologna or ora citata, possono aggiungersi quella del Torelli ambasciatore del duca di Ferrara, che dice: _Fabritio Maramao... lo amazzò_: quella degli Anziani di Lucca, che dicono lo stesso, la lettera da Lucca, riportata dall’Alvisi al documento 122, dove si dice: _Fabrizio di sua mano schannò il Feruzio_: quella del Giovio, scritta sei giorni dopo il fatto, ecc. Non concordano nelle ragioni dell’uccisione, ma questo non infirma punto il fatto fondamentale. Anche oggi dopo un omicidio difficilmente si concorda nel designarne la causa, ma ciò non toglie la verità dell’omicidio e la concordia del designare l’assassino. A che si riducono, in faccia a queste affermazioni esplicite di persone che potevano sapere, e, volendo, vedere la cosa, a che si riducono le vaghe espressioni del Nerli? Ahimè, a nulla!

E, per finire, perchè il Maramaldo disse che il Ferruccio morì in battaglia? (pag. 169). Se non l’aveva ucciso lui, o che bisogno aveva di mentire, poichè quella, secondo tutte le versioni, è menzogna?

Stabene che gli storici fiorentini abbiano copiato dal Giovio; ma costui, sei giorni dopo la battaglia e ventidue anni dopo, con le stampe del Torrentino, disse che il Ferruccio era stato ucciso dal Maramaldo. E se variò nei particolari, nelle cause cui attribuì l’effetto, nelle fonti da cui attinse la parte drammatica e accessoria del fatto, sostenne però sempre che il fatto era accaduto a quel modo. Dal Roseo e dal Callofilo tolse parecchie frasi, ma quelle sole che confacevano al suo assunto, o tutt’al più che lo adornavano. Cambiò, variò, ricamò quanto si vuole, ma l’affermazione fondamentale è sempre quella, dal 1530 al 1552.

Gli storici fiorentini copiarono il Giovio, appunto come fanno gli storici anche oggi, e i più valenti. Udite le varie versioni di un atto, accettano quella che più soddisfa al loro criterio storico, aggiungono quel che sanno di più, ragionano o anche sragionano sulle cause e sulle conseguenze, ma, poichè la storia non s’inventa, dicono quel che dissero i predecessori quando quella parve loro la verità.

Per me dunque il libro dell’Alvisi prova e riprova che il commissario Francesco Ferruccio fu ammazzato dal colonnello Fabrizio Maramaldo sulla piazza di Gavinana.

Questo, quanto alla tesi. Non bisogna però dimenticare le gravi questioni storiche che zampillano da questo libro e che l’Alvisi ha esposte e spesso risolute con singolare acume e felicità. La questione della critica dei testi storici fa un passo in questo libro. Le ragioni per cui il Maramaldo uccise il Ferruccio sono messe di nuovo in discussione, per quanto, almeno per me, rimanga immutabile il fatto. La storiella della figlia di Salvestro Aldobrandini che rifiuta sdegnosamente di ballare col Maramaldo è riconosciuta e provata favola, per quanto si siano dipinti anche di bei quadri in proposito. La serie dei documenti che illustrano un periodo di storia italiana importantissimo e la vita di un capitano di gran nome come il Maramaldo, anche dopo il lavoro del De Blasiis, è ricchissima e felice. Insomma, è un bel libro, al quale, come a tutte le produzioni letterarie, drammatiche, storiche, ecc., nuoce la tesi prefissa.

Non si potrà dire che l’amicizia che porto all’Alvisi mi abbia fatto velo agli occhi parlando del suo libro. Mi pare d’essere stato anzi severo come un procuratore del re. Sarò dunque creduto quando dico che, nonostante la tesi, questa nuova opera del giovane storico è importante, ingegnosa e bella.

LES FEMMES QUI TUENT ET LES FEMMES QUI VOTENT[6]