Part 3
Ma avevamo appena socchiusi gli occhi, che la guida venne a bussare disperatamente all’uscio urlando che era tempo di partire, e a malincuore lasciammo i pagliericci inospitali. Nell’oscurità, nell’aria viva della notte che ci intirizziva la midolla delle ossa era un silenzio perfetto, quasi di aspettazione o di agguato, allorchè la guida, brontolando ancora per la nostra flemma nell’alzarci, cominciò ad inerpicarsi per le coste sassose del monte dei Tramiti ed a raggiungere in fretta la schiena dell’Alpe di San Benedetto. Mal desti, ci pareva di sentire ancora la frenetica ridda dei ballerini sulla nostra testa; ed i riflessi rossi delle carbonaie accese che rompevano qua e là il buio con un bagliore fantastico e misterioso avevano molto dei sogni cupi che si fanno spesso quando lo stomaco pesa troppo. Queste sono le miglia più antipatiche in una escursione, quando le membra intorpidite chieggono ancora ristoro di sonno e servono per forza. Vengono allora delle vigliacche tentazioni di tornare addietro, che sono ribellioni della pigrizia contro la volontà, vengono certe irritazioni nervose che paiono figlie dell’energia e lo sono invece dello scoraggiamento, e non c’è che un rimedio: il _cognac_ generoso a dose alta.
Camminare la notte nei monti deserti per sentieri da capre e non conosciuti, fa sempre una profonda impressione. Si cammina nell’oscurità e nell’ignoto. Qualche volta la guida vi fa fare un salto nel buio, ma non metaforicamente; fisicamente e sul serio. Si va senza sapere quel che ci sia a destra e da sinistra, o tutt’al più sapendo che sotto quei monti c’è il borro del Forcone, il fosso del San Godenzo, nei quali si può precipitare dall’altezza di qualche diecina di metri; e qualche volta si ha una improvvisa sensazione del vuoto che vi fa allargare le braccia o mettere le mani avanti come se in verità cadeste. Le scarpe ferrate risuonano sulle rocce nude e nel silenzio; poi si cammina sull’erba soffice, sui muschi che paiono velluto, senza alcun timore. V’accorgete di voltare, di salire, di scendere, e qualche volta sentite di passare vicino ad un albero o ad uno scoglio, senza vederlo. Il mistero non vi abbandona mai, vi sforza all’attenzione, vi pesa addosso come quando si aspetta qualche cosa e non si sa che.
All’alba giungemmo ad una casa di pastori, proprio sotto al giogo della Falterona. Una donna non ancora vecchia, ma deturpata dagli stenti della vita nomade, chiamò col fischio certe capre e ci munse il latte caldo e spumante. Il monte ci stava innanzi gigantesco, colle sue coste chiazzate di prati verdi o di abetìe quasi nere, alto alto, tanto che a vederne la cima dovevamo alzare la testa e torcere il collo. Salire dritti alla cima non è facile per le dense fratte di faggi cedui inestricabili come siepi. C’è caso di non poter salire che tagliando i rami fitti e pestando le vipere velenosissime che brulicano nell’ombra umidiccia. Avevamo l’ammoniaca con noi, ma nessuna voglia di usarla, e volgemmo quindi verso levante per avvicinarci alla punta di Modina e dal Pian delle Fontanelle dirigerci alla vetta.
Oh, il magnifico bosco! Gli alberi qui non sono tisici e mortificati come nei nostri civili giardini pubblici, ma alzano superbamente al cielo i fusti rigogliosi e le braccia robuste, si aggavignano alla madre terra con certe possenti radici di cui i primi serpeggiamenti sono scoperti, rugosi, immani. Là bisogna andare per sentire il
Mormoreggiar di selve brune ai venti Con susurrio di fredde acque cadenti Giù per li verdi tramiti dei monti:
là bisogna andare per sentire quanto sia meravigliosa la natura e misera la parola che vorrebbe dipingerla; per capire come si possa odiare il consorzio umano e farsi eremita ad adorare il bello... almeno un giorno. Andate là, cercate un pilastro in rovina dove è scritto:
QUESTA MAESTÀ FECE FARE LUCA DI LOTTO PER VOTO A. D. 1588:
sedete e fate colazione. Se non vi sentite poeti almeno per un quarto d’ora, state certi che non lo sarete mai, campaste più di Matusalemme: se non capite la sublimità di quella viva e giovane bellezza che si desta col giorno ai canti degli uccelli, allo sbocciare dei mughetti, al vibrare dell’aria serena e pura, girate il mondo come commessi di commercio per vendere acciughe e candele di sego, ma non mai colla pretesa di capire che cosa sia la bellezza.
A 1280 metri sul mare mangiammo eccellenti lamponi cogliendoli sul margine nel sentiero come nei prati si colgono le margheritine: a 1650 perdemmo la parola davanti a uno spettacolo immenso. Eravamo sull’ultima vetta della Falterona, e sotto di noi, per quanto l’occhio poteva, non vedevamo che un mare, proprio un mare di monti! La nostra ammirazione non potè manifestarsi che per via d’interiezioni irragionevoli e di gesti illogici. Possibile che il mondo sia così bello?
Tutto l’Appennino centrale dal sasso della Verna al Cimone di Fanano era sotto i nostri piedi, e più lontano, sfumate nell’azzurro, facevano capolino vette più alte. L’Adriatico luccicava a levante, e a mezzogiorno, verde ridente quasi ci tendesse le braccia, si apriva il bel Casentino fino ad Arezzo. Si può campare mille anni, ma quel momento non si può dimenticare. Viene un momento, nel silenzio solenne della montagna, che il sublime vi sgomenta e vi sentite costretti a chiuder gli occhi per la vertigine dell’immenso. La vita ha poche ore così piene, così grandi. Scendere è un dolore.
Eppure, ahimè ci toccò discendere. Sedemmo intorno alla sorgente dell’Arno bevendo l’acqua limpida e gelata del _fiumicel che nasce in Falterona_, e rovinammo giù a valle per le chine sassose, tra le ginestre dai fiori gialli, sui sentieri arsi e bianchi che menano a Stia.
Entrati nella patria del Tanucci, la gente ci guardava con molta curiosità, quando un giovane ci venne incontro chiedendoci se fossimo soci del Club Alpino.
—Indegnamente,—rispondemmo.
Era socio anch’egli e ci fece un mondo di utili gentilezze. Volle che io dormissi a casa sua, ed il mattino ci accompagnò per un buon tratto di via nella nostra salita per Segaticci verso Camaldoli all’Eremo. Andavamo alle sorgenti del Tevere. Un anno dopo, l’avv. Carlo Beni, il mio gentile ospite di Stia, mi scrisse per annunciarmi che aveva fatto la _Guida_ del suo Casentino e desiderava una mia prefazione. La lettera mi giunse mentre ero afflitto da domestiche disgrazie, e, lo confesso, alle sue cortesie risposi con una villania: non risposi.
Ora la _Guida_ è stampata a Firenze dal Niccolai ed è certo una delle migliori e più pratiche _Guide_ che siano uscite in questi anni ad illustrare una regione bella, industriosa, invidiabile. Colgo dunque questa occasione per fare ammenda onorevole della involontaria scortesia, e per chiedere perdono ai lettori della seccatura.
Ma se capitano in Casentino mi perdoneranno di certo.
MONTE CORONARO
Molti trattati di geografia approvati, lodati e adottati nelle scuole, fanno nascere il Tevere e l’Arno dallo stesso monte, uno di qua l’altro di là, colla fraterna armonia di due gemelli. Non è giovato che Dante, buon conoscitore dell’Appennino, mettesse «_il crudo sasso_ in tra Tevere ed Arno,» proprio quella Verna che, tanto dalla Falterona dove nasce l’Arno, quanto dal Fumaiolo dove nasce il Tevere, si vede azzurra e sfumata nella profondità dell’orizzonte. Non giovarono le parecchie diecine di miglia che sono tra le due sorgenti e le interposte cime di Camaldoli, dell’Alpe di Serra o del Bastione, per convertire i geografi che si copiano a vicenda. Il Governo, le commissioni, i provveditori, gl’ispettori, i maestri, approvano e benedicono le geografie sbagliate, e il Tevere e l’Arno nascono per gli scolari sempre dallo stesso monte. Potete credere, come noi, l’estate scorsa, benedicessimo cordialmente i geografi e le geografie di testo!
Da tre giorni infatti camminavamo in media sedici orette salendo e scendendo l’Appennino. La Falterona da un giorno non là vedevamo più, quando da Camaldoli, per Cotozzo, scendemmo a Badia Prataglia. Gli operai della strada tosco-romagnola, che valica l’Alpe di Serra a Mandrioli, riempivano l’unica osteria, e ci convenne dormire sui banchi e sulle tavole, di dove ci levammo alle tre del mattino indolenziti e pesti. Avevamo bevuto alla sorgente dell’Arno e volevamo bere ad ogni costo a quelle del Tevere.
Un giovinotto, che aveva a cottimo alcune opere lungo la via, ci fu guida sino al valico di Mandrioli. Chiuso e freddo come un vero montanaro, camminava tranquillamente nel buio senza dir parola, senza nemmeno animarsi ai dolorosi ricordi di Custoza dove era stato granatiere. Camminavamo silenziosi dietro di lui, senza sapere dove, ora sui ciottoli, ora sull’erba, ora tra i faggi che indovinavamo ritti ed immobili nell’oscurità. Salire i monti a notte alta, sotto i boschi che paiono addormentati, nel silenzio profondo, pei sentieri da capre ignoti e ripidi, è un piacere da non potersi dire. L’aria viva stimola il sangue, l’attenzione aguzza i sensi. Sentite lo scricchiolare sotto i piedi della foglia morta, il fruscìo delle frondi che strisciate, il respiro di chi vi precede. Vi sentite vicino, tra le frasche, certi movimenti misteriosi come se qualcuno ci fosse nascosto, e più lontano certi tonfi sordi come di un sasso che cada nella terra molle. E sopra questi tenui rumori sta il silenzio, il silenzio immane della montagna, il silenzio che sembra vegliare aspettando. E si cammina nel buio umido della macchia per sboccare qualche volta all’aperto in un chiarore grigio e diffuso che non lascia discernere nulla di preciso, ma sfuma in alto i profili dei monti come in una nebbia densa. Di tratto in tratto passa tra i rami immobili come un fremito leggero che si desta: poi si chetano e il cielo che appare tra le frasche diviene più bianco e si travedono come dietro a un vetro appannato i tronchi neri e le striscie chiare de’ torrentelli. Salimmo così fino al culmine dell’Alpe di Serra, e fino all’alba: poichè affacciati finalmente al valico di Mandrioli e ficcato l’occhio giù per l’aperta valle del Savio, una striscia quasi rosea ci segnò all’orizzonte l’aurora vicina e ci indicò il mare lontano, spiagge di Rimini e di Cattolica.
Ivi, proprio sulla spina dell’Appennino, proprio dove le acque si dividono per scendere all’oriente nell’Adriatico, all’occidente nel Mediterraneo, intirizziti dal venticello dell’alba, attendemmo la nuova guida, un operaio di Verghereto, che ci doveva condurre a Monte Coronaro. A poco a poco ci si vedeva meglio e nel versante toscano discernevamo il verde cupo dell’abetìo, mentre giù, nel romagnolo, la vallata più aperta e più nuda si colorava di toni grigiastri e freddi. Il monte Coronaro ed il monte Fumaiolo si disegnavano nettamente nel cielo di un bianco azzurrognolo, e lungo i loro fianchi si distinguevano le larghe chiazze bige impressevi dalla sterilità.
E lungo il crine dell’Alpe di Serra, volgendo colla nuova guida al sud-est-sud, ripigliammo il viaggio. Il mattino era desto, e guardando giù tra i faggi, vedevamo le pecore nei prati verdi salire al pascolo e ci pareva d’essere in Arcadia. L’ecloga era dappertutto e l’idillio cantava dentro di noi. Quanto era lontana la città colle sue vie roventi, colle sue botteghe che soffiano l’afa, co’ bugigattoli dove s’arrostisce vivi! Quant’erano lontani i caffè asfissianti, i teatri ribollenti, gli uffici, le mosche, i telegrammi Stefani! Arcadia! Arcadia! E ci tornavano in mente versi di Virgilio e di Iacopo Sannazzaro, strofe di Andrea Chènier che non sapevamo di ricordare. E laggiù, dall’orizzonte rosso, prorompevano fasci di luce gialla e le cime si coloravano e i monti, gli alberi, i prati si destavano in un inno di gioia e di resurrezione. Il sole! Il sole!
Ma l’idillio finì. In faccia al casale detto Gualchereti lasciammo la schiena dell’Alpe di Serra che segue salendo sino al poggio del Bastione, e scendemmo giù nella valle del Savio, giù sino a Folcente, per risalir poi verso Montioni e Monte Coronaro. La discesa fu terribile e terribilmente lunga. Per coste impervie, aride, sassose, ripidissime, ci convenne ruinare a valle, chiedendo difficili sforzi alle povere gambe già strapazzate da tre giorni di viaggio faticoso. Il sole cominciava a scottare ed i faggetti li avevamo lasciati più in alto. I ciottoli smossi dai nostri piedi rotolavano giù saltando e si perdevano e come loro ci bisognava scendere, scendere sempre, ansando e sudando. Addio l’idillio! Se il breve fiato ce lo avesse permesso, avremmo recitato i più terribili versi della discesa dantesca in Malebolge, _tutto di pietra e di color ferrigno_.
A mezza costa, in un pianerottolo dove per ironia c’era un po’ d’erba e un po’ d’acqua, sedemmo a mangiare un boccone, e poi giù di nuovo, col sole in faccia e il cielo che pareva uno speccio d’acciaio. E, come piacque al destino, dopo un’ora di questa terribile via, ci trovammo giù in fondo, sotto Folcente, accanto ad una croce di pietra, in un poco d’ombra. Ci buttammo tutti sull’erba a respirare; anche la guida. La voluttà di un quarto d’ora di riposo ce la eravamo guadagnata.
Poi su di nuovo, verso Montioni, sudando sempre, ansando sempre. Non più alberi, non più erba, non un segno di vegetazione. Il terreno duro, friabile, cenerognolo, non consente la vita nemmeno alla gramigna e tutto porta il marchio di una desolazione squallida, di una aridità grigia da non invidiare il deserto. Ci pareva di camminare sulle ceneri semispente di un focolare, e nell’aria secca ed infocata il riflesso del sole accecava e le ombre si disegnavano dure, taglienti, nerissime. A sinistra, negli sbattimenti bianchi della luce meridiana, strizzando gli occhi si discerneva Verghereto, povero comunello perduto su questi monti ingrati cui gli Annali Camaldolesi tentarono indarno di acquistar fama col supposto castello di Uguccione della Faggiola. E via via, per questa cenere maledetta che le acque pioventi trasformano in lisciva e portano al Savio, per questi declivi calcinati che franano ad ogni stagione, giungemmo alle falde del Monte Fumaiolo, nel povero villaggio di monte Coronaro.
Ci parve di entrare in un racconto di Edgardo Poe, in una delle fantasticherie malate dell’Hoffmann. Nelle case cadenti, nelle mura rugginose e sconnesse si spalancavano i vani neri delle finestre ai quali non si affacciava anima viva. Le stradicciole scoscese, arroventate sino al color bianco, erano deserte. Di quando in quanto certe figure lacere o giallastre attraversavano i viottoli senza far rumore, a capo chino, come se pensassero a qualche mistero profondo, e incontrandosi non movevano nemmeno gli occhi, quasi non vedessero, non sentissero, assorte in una paurosa contemplazione. Altrove i fanciulli ci correvano incontro, i villaggi andavano a rumore per l’arrivo dei viaggiatori dai cappelli stravaganti, dalle uose bianche, dai bastoni spettacolosi: qui, niente. Pareva d’essere nel mondo dei sogni, in un mondo di forme senza densità, di spettri pensosi, lenti, muti, che passavano senza vederci e ci lasciavano come una strana impressione d’impassibilità, una penosa sensazione di fatalità indefinita.
Tutte le mosche, delle quali all’aria aperta avevamo osservata e benedetta l’assenza, tutte le mosche erano convenute nell’ampia cameraccia dell’osteria, forse a celebrare un centenario od eleggere un deputato. C’erano tutte e ronzavano lente, solenni, in chiave di contrabbasso attorno all’ostessa, donnona un po’ flaccida che faceva gli occhi di triglia cotta ad un giovinastro fra il giallo e il livido. Presso la cappa del cammino, sopra un alto seggiolone sedeva un povero diavolo, giovane ancora ma curvo e disfatto, con due occhi che parevano buchi con una scintilla in fondo.
Serrava tra le ginocchia le mani stecchite e chinava sul petto la barba nerissima. Era il marito dell’ostessa e la gelosia non lo rodeva, ma la febbre maremmana. Nel pieno vigore dell’età e della forza si sentiva ardere e consumare il sangue dentro e con un accento di cupa malinconia ci contava gli stenti della maremma dove scendeva l’inverno a fare il guardiano per non so qual principe. Di quando in quando un tremito ed una contrazione spasmodica delle mascelle gli strozzavano il discorso nelle fauci e allora fissava gli occhi profondi nei carboni accesi come se ci vedesse qualcuno. L’ostessa intanto, piena di una mobilità nervosa, ammanniva il nostro desinare scherzando ed occhieggiando il cicisbeo, mentre in un angolo la sua figliastra, piuttosto belloccia, filava tutta pensierosa e seguiva ostinatamente cogli occhi le evoluzioni degli innamorati, senza aprir bocca mai, senza scomporre la seria immobilità del volto. Così ci fu spiegato come si possa vegetare su questi monti di cenere arida. I maschi scendono ad avvelenarsi in maremma, e le femmine, prima che siano morti, passano a seconde nozze.
Dopo il pasto frugale gli amici miei si buttarono su certi eculei che a Monte Coronaro chiamano letti. Io che di giorno non posso dormire, volli sedermi sullo scalino dell’uscio, ma le mosche, le quali fin dal pranzo ci avevano intimata una guerra feroce, o fosse per un odio particolare verso di me che non le posso soffrire, o perchè vedendomi solo stimassero più facile la vittoria, mi furono tutte addosso come ad una... no, come ad un vaso di miele. Io poi che non mi lascio posar mosche sul naso, reagii vigorosamente; ma stavo per soccombere al numero, quando un’ombra nera mi intercettò la luce. Alzai gli occhi come Diogene, ma invece di Alessandro vidi il piovano.
Mi parve un buon diavolo, modesto, premuroso, ma un po’ duro di orecchio; e mi pregò, quando i compagni fossero levati, di condurli a bere il caffè da lui. Ringraziai e se ne andò contento. Interrogai gli indigeni per sapere, così senza parere, se facevamo bene o male andando, e le informazioni furono favorevoli. Del resto egli era in paese da pochi giorni. Il suo predecessore, buon diavolo anche lui, aveva avuto una gran debolezza pel fiasco, e i buoni parocchiani mi raccontarono che in una notte oscura dovendo portare i sacramenti ad un infermo lontano qualche miglio, un po’ pel buio, un po’ per l’estratto d’uva, rotolò malamente in un burrone co’ sacramenti addosso e si fiaccò la noce del collo. Del resto i poveri sacerdoti perduti quassù e le briglie della gerarchia senza della disciplina, cascano spesso in qualche vizietto che i parocchiani e la curia sanno compatire. Mi raccontavano di un piovano, là verso Corniolo, che una volta per miracolo fu visitato dal vescovo. L’ottimo prete fece quel che potè per alloggiare bene il superiore e specialmente in cucina si vedeva la solennità. Perpetua faceva prodigi, e un bel bimbo seduto accanto agli alari girava assiduamente lo spiedo. Bisognava attraversare la cucina, e fu proprio vicino agli alari ed all’arrosto che il vescovo chiese al piovano come diavolo facesse a passarsela lassù nei lunghi mesi d’inverno.—Monsignore—rispose il piovano—mi occupo. Faccio dei girarrosti.
Il vescovo guardò, ma finse di non capire.
Ma il piovano di Monte Coronaro non ci parve capace di fare uno sdrucio così largo nei sacri canoni. Ci mostri la chiesa, vasta cameraccia cadente che per fienile sarebbe stata brutta. La pietra di un altare è fatta con una iscrizione cristiana e qui si conservava una croce proveniente dalla scomparsa Abbazia di Trivio. Ma ci colpi più di tutto il confessionale, che consiste in un solo asse mal disgrossato interposto fra il penitente e il prete. Qui dunque la confessione è pubblica, vista da tutti per colpa del confessionale e sentita da tutti per l’udito sordo del piovano.
O come fa a confessarsi l’ostessa?
Ma non è proprio sacrilegio, scherzare su questo povero prete. Quando nell’inverno imperversano certi venti da scornare i bovi e certe burrasche da portar via il monte, quando la neve è per aria e per terra, e i poggi franano, e ad ogni passo si rischia di cascare all’altro mondo, il povero piovano si alza di notte male avvolto nel suo gabbanello e ruzzola giù pei borri a portare l’olio santo a qualche villanzone che non ci crede. Intanto i canonici, che hanno cenato bene, dormono caldo nei loro letti cittadini a maggior gloria della prebenda grassa, e il pievano di Monte Coronaro per campare ha in tutto 38, dico trentotto, lire al mese. Giustizia distributiva! Non hanno ragione questi poveri piovani di montagna se qualche volta cadono in tentazione? Sono preti, è vero; ma sono poi anche uomini, e il canonico che è senza peccato scagli la prima pietra. Così meravigliati e scandalizzati ripigliammo la strada per salire a quelle sorgenti del Tevere che le geografie approvate e adottate fanno nascere coll’Arno. Per via componemmo un abbozzo di petizione al Parlamento, chiedendo per certi geografi un anno di domicilio coatto a Monte Coronaro.
PROPRIETÀ LETTERARIA
Signor Lettore, io sono un modesto editore tipografo, sconosciuto forse a Lei ed a parecchi suoi amici, ma non a tutti coloro che in queste campagne (_o rus, quando te aspiciam!_) si occupano dei presagi del tempo, dell’epoca migliore per seminare, mietere, vendemmiare, concimare e simili atti ragionevoli che in fondo sono, oso dirlo con legittimo orgoglio, la vera ricchezza della nazione. Qui, in Casalecchio di Reno, florido comune a sei chilometri da Bologna, io solo esercito la nobile professione dell’editore tipografo, io solo ed i miei due compositori possiamo vantarci eredi e continuatori di Aldo Manuzio; io solo e me ne tengo, stampo gli avvisi del municipio in caratteri elzeviriani.
Ma il vanto della mia antica e celebre officina non è solo questo. _Video meliora_; faccio di meglio. E infatti qui, a Casalecchio di Reno e non altrove, dalla mia tipografia editrice esce alla luce quell’opera lodata, quella illustre fatica d’ingegno e di sapere che è il lunario intitolato il _Barbaverde_. Ed è il celebre _Barbaverde_ che predice con matematica sicurezza il freddo in gennaio e il caldo in luglio. Al _Barbaverde_ bisogna ricorrere per sapere a puntino le morti de’ principi, le eclissi, i movimenti di truppe; le feste mobili e la vera cabala del lotto. Nessun lunario, nemmeno il _Casamia_ nelle indicazioni relative all’alea del lotto (_alea jacta est!_) può farla in barba al _Barbaverde_, che costa soltanto venti centesimi.
Dodici anni di vita onorata ha il mio _Barbaverde_. Nessuna delle sue predizioni, e ne vado altamente superbo, nessuna fu oggetto di richiamo per parte de’ compratori, il che dice a troppo chiare note come le abbiano viste verificarsi. Ed io lieto, orgoglioso dell’opera mia, anche in quest’anno (il tredicesimo!) coll’illuminato concorso del brigadiere dei reali carabinieri avevo fatto gemere i torchi, avevo gettato nel burrascoso mare della pubblicità il mio lunario pieno zeppo di saggi consigli e di utili predizioni. Quand’ecco un’infausta voce giunse al mio orecchio. La tipografia editrice del dottor Balanzoni in San Lazzaro di Savena presso Bologna, con insigne spreco di ogni elementare regola di educazione e di proprietà, riproduceva parola per parola il mio tredicenne lunario, cambiando solamente il suo antico ed onorato titolo in quello volgare ed osceno di _Barbagialla_! _Malesuada fames!_
Raccapricciai! Così a Bologna dal mio avvocato, che mi consigliò di munirmi della _Proprietà letteraria_.