Part 29
E questi voli ammiratorii che tendono alle altezze dell’apoteosi, e precipitano spesso nelle bassure dell’ingenuità. Come non sorridere leggendo che il La Marmora nella campagna del 1848 «diede saggio di molta perizia ed accorgimento e dimostrò con quanta attenzione avessee studiate le campagne napoleoniche. Difatti egli distribuì le truppe nelle identiche posizioni, e perfino nei più minuti avamposti dove Napoleone collocò le truppe francesi?» Dio buono! È egli possibile di esser tanto ingenuo di non avvedersi della puerilità di questa lode? È possibile che il Massari, per quanto profano all’arte militare, non si accorga che la perizia di un generale non sta certo nel mettere le sentinelle nel posto preciso in cui cinquant’anni prima le mise un altro generale?
Nè davvero può parer troppo troppo grave lo storico che mette la Divina Provvidenza tra gli argomenti spiegativi del fatto. Che questo _Deus ex machina_ appaia qualche volta nella scappata finale dei discorsi della Corona o nei proclami dell’imperatore di Germania, sta benissimo, poichè ogni cosa può esser detta sotto l’usbergo della legale irresponsabilità. Ma che uno storico asserisca che per fare l’Italia erano necessari grandi uomini e che la Provvidenza li ha fatti nascere a tempo opportuno; che uno storico ammetta tranquillamente la missione provvidenziale del conte di Cavour, pare così strano caso, da veder bene che non si tratta ormai di sistemi storici, ma preistorici. Così tutti errarono credendo il La Marmora ed il conte di Cavour uomini di carne ed ossa come gli altri. Erano invece essere superiori come gli eoni de’ gnostici, spiriti più vicini al trono di Dio ed incarnati per divina misericordia e provvidenza, senza colpa nè merito de’ genitori e degli eventi. Il caso non è nuovo. A questo modo anche Filostrato Lemnio scrisse la biografia di Apollonio Tianeo.
Solo resta che i lodatori del libro del Massari non sono nè giusti nè leali se non lodano anche il _Dio liberale_ di Quirico Filopanti, accanto al quale affettano di passare sorridendo. Non è lecito approvare questa teoria delle missioni provvidenziali, così cara ai Bonaparte, e metter poi in canzonella un sistema filosofico che per riguardo alla metempsicosi può vantarsi di risalire a Pitagora. E coloro che lodano la provvidenzialità dell’incarnazione del La Marmora dovrebbero lodare tanto più gli _avatar_ degli Emanueli in quanto almeno il sistema del Filopanti spazia nei liberi campi dell’ipotesi filosofica, mentre il Massari crede di stare nella cerchia de’ fatti provati, nella positiva severità della storia.
Che se poi si volesse dire che quelle frasi non includono un sistema, ma sono modi di dire entrati ormai nello stile e nella lingua comune, bisognerebbe rispondere che non c’è retorica più pericolosa di quella degli odiatori feroci della retorica.
Ma deve essere sistema e non abuso di frasi fatte, poichè tutto mostra un sistema in questo libro; il sistema stesso che regna negli _Acta Sanctorum_. La letteratura cattolica, dai gravi Bollandisti agli ameni scrittori de’ giornali clericali, ha oramai tessuto la biografia di parecchie migliaia di beati, senza far altro mai che lodare. Sarà una necessità per le religioni ed i partiti, che vivono di polemica, ma certo è strano che solo in quelle religioni ed in quei partiti vivano gli uomini assolutamente esenti da ogni peccato, magari veniale. Così almeno pare da queste apologie, le quali procedono, non per prove, ma per sentenze. Così il Massari sentenzia che nel La Marmora il soldato fu il creatore dello statista, e non spetta nemmeno che ci possa essere chi contraddica. Per lui, nel La Marmora non fu alcun difetto. Ma se ci fosse chi stimasse il La Marmora uomo come gli altri e quindi soggetto a difetti, che cosa risponderebbe l’apologista? E i difetti dello statista perchè non potrebbero anche essere attribuiti alla educazione del soldato? L’abitudine della obbedienza passiva e del comando assoluto, la satiriasi della disciplina non potrebbero aver tolto forza all’ingegno dello statista, tanto da farne uno di quegli onesti ma stretti esecutori di regolamenti che perdono una casa per salvare una tegola?
Mancava all’apoteosi del La Marmora che si volesse provare il suo liberalismo di antica data. Il povero generale, che per disgrazia dei suoi apologisti ha scritto parecchi libri, afferma in quello sui _Segreti di Stato_ di non essersi occupato di politica prima del 1818, ed il Chiala nei _Ricordi_ della giovinezza del La Marmora conferma la cosa non solo, ma riferendo un brano di memorie anonime, fa vedere come la pensasse il conservatorissimo colonello di artiglieria. Ma l’apologista lo fa spettatore attento ed illuminato, spettatore che ha la coscienza di diventar presto e necessariamente attore egli pure. Per poco il La Marmora non prende il posto di Mazzini, e come, a quanto pare, ebbe la chiaroveggenza in fatto di cose militari tanto che i disastri del 1848 e 1849 furono da lui predetti e avvennero perchè non vennero seguiti i suoi consigli, così poco mancò che senza di lui l’unità d’Italia dovesse rimanere sempre un sogno di poeta o una utopia di filosofo. Proprio si vede che il La Marmora era l’uomo provvidenziale!
Ma basta. Venire agli anni più vicini non giova, perchè i ricordi sono troppo amaramente vivi e le obiezioni all’apologia, se sono facili, possono però sembrare appassionate. Si desidera solo di sapere che razza di lingua sia quella usata dal Massari. Lingua italiana non sembrerebbe.
Così, scorrendo coll’occhio le prime cinquanta pagine, senza essere molto delicati, si possono trovare alla pagina terza _gli eventi grandiosi_ e si può leggere nella quinta _incominciarono la loro vita publica con la carriera militare_, e se _carriera_ si vuol prendere per _strada_, pare che si dovesse cominciare a camminare non _con una_ ma _in una carriera_. E se questa vi pare troppa pedanteria, dite che cosa è _addirsi alla carriera militare_ (pag. 17).—_Mettersi in risalto_ (pag. 18)—_Carlo Alberto pigliava interessamento alle sorti dell’esercito_ (Id.)—_Gli eventi si fazionavano al pensiero_ (pag. 22)—_L’esercito aveva raggiunto un risultamento (_pag. 27)—_Palle vibrate da mani italiane_ (pag. 43)—Nel proseguio di tempo (pag. 58), ed altre parole e frasi da far inorridire Attila, _flagellum Dei_.
Per conchiudere con un sentenza, poichè si parla di un libro di sentenze, bisognerà dire che non si poteva rendere peggior servigio al povero generale La Marmora. Proprio non lo meritava.
STORIA DI VENEZIA NELLA VITA PRIVATA
Assistiamo proprio ad una fioritura di storia veneta. Questo giornale, che ha la buona abitudine di additare ai suoi lettori le opere più importanti che vengono alla luce, rese già conto del volume del Morpurgo. Ed ecco gli editori Roux e Favale di Torino hanno dato fuori la _Storia di Venezia nella vita privata_, cioè l’opera di P. G. Molmenti che vinse il premio Querini-Stampalia.
Non c’è niente di perfetto a questo mondo, e anche l’opera del Molmenti ci sembra tutt’altro che scevra di difetti. Lasciamo quel che riguarda i fatti o le riflessioni sui fatti: l’Istituto veneto ha giudicato e a noi non spetta rivedere i giudizi della dottissima Accademia. Ma per finirla subito con quel che ci pare debole in questo libro e bere l’amara pozione ad un tratto, diremo che il peccato più grave lo troviamo nell’arte. Non si dice che il libro sia scritto male, certo però è scritto in fretta. La stessa pagina sembra alle volte scritta da due persone diverse, tanta è la disuguaglianza dello stile. Accanto a certi periodi che paiono dettati col calore della lirica, si trovano strane negligenze, come a pagina 143, dove si fanno ruminare certi animali che non ruminano mai. Ma basta.
Il piano è vasto e pieno di un abbondanza di fatti che potrebbe essere di utilità anche maggiore se l’autore non avesse temuto forse di parere pedante accumulando le note e le citazioni a pie’ di pagina. I costumi veneziani sono cominciati a studiare sino dalle origini della città, con troppa benevolenza, se si vuole, ma certo in conformità di quel che si trova ne’ pochi documenti rimasti. Se di qui a parecchi secoli non si trovassero altri monumenti nostri che i codici delle leggi, i tardi nepoti dovrebbero giudicarci a buon diritto giustissimi. Ma le infrazioni alle leggi, frequenti troppo, e i cavilli degli avvocati e l’ignoranza o la cieca partigianeria de’ giudici non sarebbero giunti sino a loro. Penserebbero che l’esecuzione delle leggi ci assicurasse una relativa felicità, una quiete invidiabile, ed invece... Così forse accade quando noi giudichiamo della sanità morale di un popolo dalle leggi che ci rimasero di lui. Erano eseguite? Erano impunemente violate? Chi lo sa! Lo storico non può in questi casi altro che esporre nudamente quel che si conosce di certo, e per quanto anche il Molmenti, che lascia trasparire gli entusiasmi dell’artista sotto la freddezza dello storico, ha dovuto esser breve nella introduzione del libro che ricerca i costumi dei veneti durante il periodo delle origini.
E breve è anche la parte che riguarda l’età di mezzo. La storia di Venezia prima degli ultimi studi, come ce la presentavano i copiatori degli storici ufficiali, aveva qualche cosa di strano, di impossibile.
Come si poteva ammettere una completa abdicazione del popolo, una perfetta soppressione dei diritti del governo della cosa pubblica nella classe più numerosa della società, senza una protesta, senza una ragione sufficiente? Non giova il dire che il commercio aveva assorbito tutta l’attenzione e la vitalità delle classi popolari.
Commerciavano anche i nobili, ma comandavano, e le altre repubbliche italiane, specialmente le marinare, ci mostrano come il popolo poteva darsi agli affari ed ai guadagni senza rinunciare per questo al governo.
La _Serrata_ del Maggior Consiglio sembra un colpo di Stato, contro una classe inferiore di nobili, o contro pretendenti alla nobiltà, non contro ai diritti legittimi di tutto intero il corpo sociale.
La storia vera di Venezia non cominciò che dal giorno in cui gli archivi poterono esser tratti dal segreto geloso che li custodiva.
Comincia col Darù e non è ancora se non abbozzata. Il libro del Molmenti, così pregevole sotto tanti aspetti, non è che una minima parte delle ricerche che dovrebbero scaturire dall’archivio Veneto e che scaturirebbero più copiosamente se il governo in questo argomento degli archivi non fosse degno dei più gravi biasimi.
Un direttore ottimo, alcuni subalterni volenterosi non possono fare quel che si deve fare in un archivio di tanta importanza. Sommeiller e dieci operai non avrebbero forato così presto il Cenisio; e il Muratori stesso, cacciato ai Frari senza aiuto d’uomini e di danaro, ci farebbe cattiva figura.
Ma in questo libro la parte più attraente, più copiosa di notizie curiose ed importanti è quella che riguarda lo splendore di Venezia. Se ci sembra un po’ troppo l’affermare che Venezia sia stata il centro vero dell’umanesimo, certo ne fu gran parte, e senza dubbio poi fu per lungo tempo officina libraria dell’Italia.
Ma la coltura e l’arte presero in Venezia quell’aspetto di raffinato epicureismo, quella sensualità scevra di ogni grossolana bassezza che resero famose specialmente le feste e la pittura. E forse questo viene dalla politica saggia che seppe tener la Chiesa lontana o frenata.
Non è eresia il dire che le tendenze dell’arte veneta si indovinano già nelle madonne del Gian Bellino così diverse dalle estetiche figure fiorentine. Non ci sono chiese meno religiose delle veneziane, se ne togli forse le principali di Roma. Lo stesso S. Marco è l’inno dell’opulenza, non la prece della umiltà, e i santi del Tiziano non hanno della leggenda cattolica nemmeno il vestito.
La Venezia del Cinquecento è proprio quella che Paolo Veronese dipinse nel soffitto della sala del Gran Consiglio, bella, trionfante, splendida. Non c’è ombra di anemia cattolica in quelle vene turgide di sangue ricco e sano, non c’è floscezza di spiritualismo malato in quelle carni pompose e forti. L’arte vera, l’arte senza secondi fini, l’arte di Paolo che lasciava libero l’ingegno e la mano _senza prendere tante cose in considerazione_, fa immortale il trionfo della bionda dogaressa. La morale è facile, la religione è imprigionata nelle chiese, eppure la popolosa città non conta che centoottanta poveri! E a Madrid, e a Roma quanti ce n’erano?
Ed è a notarsi, poi, che la decadenza non avvenne per la progressiva corruzione de’ costumi, ma pel disseccamento fatale delle fonti che mantenevano la ricchezza. Quando non ci fu più di lottare con le altre nazioni e di seguire le nuove vie del commercio, allora si cominciò a vivere come il ghiro addormentato nell’inverno, ed i guadagni che non scaturivano più dalla fonte legittima si attinsero poi alla disonesta. Così non la corruzione generò la decadenza, ma la decadenza generò la corruzione, e sembra destino che la storia di questa strana repubblica sorga sempre come un obiezione di fatto contro ai sistemi a priori, contro certe filosofie della storia che non sono se non aberrazioni metafisiche mal vestite di brandelli di cronache.
Ma non è nell’ambito di un breve articolo che si può render conto di un libro denso di fatti come quello del Molmenti. Ci basta l’aver accennato almeno al suo piano, se non con l’idee dell’autore, certo senza sciocche prevenzioni di parte o di scuola. Il Molmenti ha cominciato col fare il critico, ed ha voluto senza dubbio che non si dica di lui quel che si dice di altri, che cioè fanno i critici per distrazione di non saper fare altro. Senza superstizioni d’idoli, senza religione di sètte, gli onesti plaudiranno sempre alle oneste fatiche.
DI UN EPISTOLARIO
È venuto alla luce il terzo volume delle lettere di Pietro e di Alessandro Verri, e contiene quelle scambiate tra i due fratelli durante il 1768 che cerca i costumi della società d’allora e i piccoli scandali e i piccoli aneddoti, troviamo però, se non notizie nuove e grandi, al meno la pittura vivissima e famigliare dei timori, delle speranze, delle ansietà che accompagnarono e seguirono la cacciata dei gesuiti dagli Stati dei Borboni e specialmente da Parma. Pietro Verri, che nelle lettere si chiama guelfo per ischerzo, aveva tatto ed odorato finissimo. In tutto quello scalpore che pareva minacciare persino l’esistenza del papato egli capì che chi aveva paura non era il papa, ma i Borboni. Pretendevano questi il ritiro della scomunica lanciata per gli affari di Parma e tempestavano che avrebbero ricorso a rappresaglie, come infatti occuparono Benevento ed Avignone: ma pretendendo, con le solite puerili distinzioni usate anche oggi dai liberali per ridere, che lo spirituale non c’entrava nella faccenda e che il solo temporale era in questione, disputavano sulla validità o no della scomunica, cercavano di far paura al papa, mentre da un’altra parte lavoravano per un arbitrato ed un accomodamento, non osavano di romperla col capo della loro religione; e mentre venivano a vie di fatto contro il governo temporale, mantenevano a Roma gli ambasciatori e seguitavano i maneggi e le comunicazioni diplomatiche come se nulla fosse avvenuto. Il papa invece, inflessibile e logico, non si moveva, duro come un Pio IX qualunque, e diceva:—O si crede o non si crede. Se si crede, si faccia a mio modo: se non si crede, si vada all’inferno.—Davanti al _non possumus_ ed alle minacce dell’inferno i cattolici Borboni avevano paura, tergiversavano, cercavano appigli e furberie che non riuscivano contro la testarda immobilità del pontificato. E il Verri con buona ragione trovava più logica la condotta del papa e più che sciocca quella delle corti borboniche; le quali, se veramente sicure del loro diritto e libere di pregiudizi volgari, dovevano risolutamente opporre il diritto secolare all’ecclesiastico, cacciar via gesuiti, cappuccini e nunzi per agire come se Roma non fosse città di questo mondo e il papa non fosse altro che un seccatore qualunque. A quel modo si sarebbe vinta la causa, ma bisognava essere decisi, spregiudicati e risoluti come Venezia al tempo dell’interdetto. Il pana si sarebbe piegato per forza ed i sovrani gli avrebbero messo il piede sul collo ripetendogli per ischerno l’antifona di un suo predecessore, _super aspidem et basislicum ambulabo_.
Ma i Borboni erano cattolici. Più che cattolici, erano giunti a quella debolezza di cervello e di carattere che oggi si chiamerebbe clericalismo.
S’ha un bell’avere Du Tillot per primo ministro, ma quando si ha paura del fuoco eterno, quando si vuole andare in paradiso assolti dai peccati commessi con le ballerine ripugna il combattere contro la santa Roma, ed ogni atto energicamente logico appare alla coscienza paurosa, come una _balossada_. E il papa, che conosceva i suoi polli, teneva duro. Piegava il collo davanti al piccolo Portogallo che vedeva deciso, ma si levava con tutta l’alterigia romana davanti all’indecisione dei bigotti Borboni. Faceva quel che fanno i cani, che scappano inseguiti, ma inseguono chi scappa. E di questa abituale condotta del pontificato abbiamo esempi così recenti, che non spiegasi come i nostri politici non l’abbiano ancora capita e non abbiano agito in conseguenza. Che tre o quattro anni indietro i ministri avessero paura dell’inferno, è probabile: ma ci par strano che l’abbiano ora.
Se Pietro Verri aprisse gli occhi, si direbbe ancora guelfo, perchè più disposto a lodare il contegno del papa che il nostro: e il Verri non avrebbe poi tutti i torti.
Ma lasciamo questo discorso, poichè ci vorrebbe un altro volume a dire i pensieri che fa nascere la lettura di queste lettere, è bene venire più giù a dare un’occhiata alla parte esterna di una pubblicazione, forse più curiosa che importante. Questa volta il pubblicatore risponde alle osservazioni critiche fatte agli altri due volumi dal prof. Domenico Gnoli nella _Nuova Antologia_, in parte accettandole per buone, in parte respingendole. Quanto alla difesa della ortografia gherardiniana, lasciamola lì. Sarà logica, sarà sicura, sarà tutto quel che volete, ma per chi ha scritto e scrive come si è scritto e si scrive abitualmente in Italia, certi rabberciamenti di parole, fatti magari secondo la buona critica, la filosofia, l’etimologia e l’analogia, come dice il dottor Casati, non cessano d’esser molto buffi. Ma anche questa è questione di lana caprina, ed è bene discuterci sopra il meno possibile per non perderci tempo, fiato e giudizio, e restar poi tutti dello stesso parere.
Il dottor Casati ammette che gli errori tipografici siano veramente un po’ troppi, ma non ammette di aver fatto male mettendo dei puntini in luogo dei nomi. Egli dice: «Con mio rincrescimento non posso soddisfar l’altro suo desiderio (del Gnoli), cioè di non fare nelle lettere tanto frequenti lacune di puntini che non nascondono nulla. Per me, invece, quei punti che disturbano tanto la curiosità del signor Gnoli e del lettore, vogliono dir qualche cosa, per il che ragione di delicatezza vuole che io continui l’usanza mia».
Con la delicatezza intima di una persona non si può discutere, ma bisogna rispettarla tale e quale è. Ma oltre che spesso, come dice il Gnoli, i puntini non nascondono nulla, perchè poi metterci in uzzolo di saper qualche cosa e quando ci si arriva lasciarci con un palmo di naso? Sta benissimo il nascondere sotto ai puntini un nome accusato di qualche brutta cosa, quando quel nome è portato anche oggi da qualcheduno. Ma che cosa importava, per esempio a pag. 189, lasciar scrivere a Pietro Verri: _Abbiamo avuto un aneddoto assai raro giorni sono_; e a questa riga farne seguire quattro di puntini che nascondono l’aneddoto? Se non si poteva dire, era inutile anche annunciarlo.
Ma queste sono piccole cose. Una cosa grossa è questa. Il Casati finisce la sua prefazione così: «Queste reciproche, liberali e schiette avvertenze siano un pegno di amicizia fra chi scrive dalle umili rive dell’Olona, ed il poeta e letterato che nacque su quelle storiche del Tevere». Offerta di amicizia, od almeno tranquille e benevole parole di una persona non offesa e non adirata. E davvero l’esser offeso dalle critiche del Gnoli, ragionate, gravi, e tutt’altro che offensive, sarebbe stato brutto segno di piccolo spirito; e bisogna ritenere sincere e non ironiche le parole del Casati.
Ma a pagina 173, e qui sta il guaio, in una lettera di Pietro Verri ci sono parecchie cose scritte in cifra, ed il Casati annota così: «Mi son provato a decifrare sì lunga filza di cifre, ma non venni a capo di nulla: forse il copista errò nella trascrizione. _Ignaro affatto degli intrighi polizieschi, lascio la cura al chiarissimo professore Domenico Gnoli di darne la spiegazione_». Dunque, nell’opinione del signor Casati, il Gnoli è pratico d’intrighi polizieschi o, in lingua povera, fa la spia.
Credo che il Casati nello scrivere quella nota non riflettesse alla gravità di quel che diceva. Senza dubbio ha creduto di buttar giù una pungente, ma non velenosa ironia, contro al suo critico, poichè non si spiegherebbero allora le parole che chiudono la prefazione.
Non si può ammettere in nessun modo che le critiche oneste del Gnoli possano aver accecato uno fino al punto di farlo trascendere ad una ingiuria sciocca, villana, sanguinosa. Non si può credere assolutamente che l’amor proprio di editore, di annotare, possa trascinare fino ad azioni che cadono nel dominio del codice penale. Non è quindi il caso di prender parte pel Gnoli, che è troppo superiore ad ogni calunnia anche involontaria e che sorriderà certo a questo sproposito d’ironia. Ma è il caso però di avvertire il Casati di por mente a quello che scrive in libri che rimangono nella nostra storia civile e letteraria. È una svista sicuro, ma una svista tanto grave, che il dottore milanese, siamo certi, la rettificherà subito e volentieri, magari prendendosela con chi l’ha rilevata, il che poco importa.
Sbagliamo tutti; ma così, poi!
LE RICORDANZE DEL SETTEMBRINI
Non è più un libro nuovissimo, ma ancora è nuovo.
Non è molto, rendendo conto ai lettori delle _Memorie di un deportato_, notavamo che il segreto della fortuna di questi libri sta nella ingenuità della narrazione. Quando una autobiografia lascia scorgere un fine polemico, secca il lettore e dura poco. Una prova basta per tutte. Vedete l’autobiografia del Dupré. Tutta la prima metà del volume, dove l’illustre scultore narra ingenuamente le fatiche sostenute per arrivare, si legge con piacere sempre crescente; ma quando egli è arrivato alla fama ed all’agiatezza, quando all’ansia dei tentativi, al caldo delle battaglie, succedono le discussioni estetiche ed i precetti artistici, l’interesse del volume diminuisce. Gli sforzi e la perseveranza del povero intagliatore sono raccontati più pianamente, più bonariamente che non la massima ed i criteri del professore. I precetti artistici, per quanto buoni, nociono al libro. Da Benvenuto Cellini a Massimo d’Azeglio l’arte di parer senz’arte, la furberia di parer senza furberia, furono il segreto del trionfo per gli autobiografi.
Una prova ce l’offre anche il Settembrini in queste sue _Ricordanze_, che rimarranno nel cuore degli Italiani finchè rimarrà l’Italia. Un libro polemico non avrebbe prodotto un decimo dell’effetto che queste tranquille pagine producono. Il Settembrini non ci fa mai vedere qual merito ci fosse in lui sostenendo il martirio. Un retore vano, un parlamentare militante non avrebbero mancato di mettere in bella vista il sacrificio e di circondarlo di una aureola di apostrofi e di professione di fede, ma il Settembrini non trae mai vanto dalle sue catene.