Brandelli

Part 28

Chapter 283,729 wordsPublic domain

Infatti, si direbbe, quale onore per la nostr’arte, per la nostra nazione! Hanno bisogno di noi! La Grecia, vinse Roma; noi liberi, vinciamo i Teutoni: ed altre belle e sonanti frasi come queste. Un professore che sia chiamato a insegnare di là dai monti ci par sempre tanto più bravo di quelli che rimangono a casa. Un pittore che stia a Parigi deve essere migliore di un altro che stia a Napoli. I nostri libri non sono accettati come buoni, le nostre poesie non sono degne di attenzione se prima non furono almeno tradotte in tedesco. Un uomo insomma, qualunque sia la sua professione, o medico o commediante, o ministro o cavallerizzo, non ci pare completo se non ha fatto il suo giro all’estero, se non viene di là con la laurea straniera. Mi pare dunque che si finirebbe a gloriarsi di fornir noi i poeti ai Teutoni ed agli Sciti, e che quella carica diverrebbe onesta per chi la tiene ed onorevole alla stessa patria, come nessuno rimproverò mai allo Spontini, al Cherubini, al Rossini, l’aver occupato cariche onorifiche sotto governi e sotto re stranieri.

Non dico se questo sia un male o un bene: dico solo che oggi, a sangue freddo, si può vedere che l’esser poeta cesareo nel 1730, non implicava quella idea di apostasia e di tradimento che si pensava trent’anni addietro: dico che se vediamo ora la perfetta onorabilità di quella posizione in quel tempo, resta distrutta una delle grandi cause di antipatia che l’Italia abbia fin qui avuto verso l’abate Metastasio, e, per quanto oramai i centenari ci abbian rotto le tasche, vada pel centenario.

Ma resta l’accusa alfieriana. La poesia del Metastasio è di latte e rose, molle, corruttrice, sfibratrice. Abbiamo bisogno di uomini forti, non di sdolcinati Licida; di forti madri, non di Fillidi inzuccherate. Ci bisogna Tirteo e non Anacreonte; la tromba e non la zampogna!

Lasciamo andare l’idea _proudhoniana_ dell’arte utile e miglioratrice, poichè oramai le teorie di Bentham, che hanno tanta fortuna, e tanto sèguito altrove, dalla poesia furono volando. Ma chi vi ha mai detto che si voglia rifare il Metastasio? Si tratta di assegnargli il posto che gli spetta tra i nostri poeti, non di proporlo ad esempio agli scolaretti. Ha il suo posto il mollissimo Ovidio accanto al durissimo Tacito; perchè negare il suo al Metastasio. come se si temesse di mancar di rispetto a Vittorio Alfieri?

L’arte del Metastasio è molle e sfibratrice? Ma è l’arte del suo tempo! Quando cesseremo dunque dal giudicare scindendo l’autore dall’età sua, dimenticando l’ambiente dove attingeva le sue ispirazioni, dove una data forma artistica gli si imponeva? Volete voi che l’Alighieri possa vivere e scrivere la Comedia al di fuori del Trecento, in mezzo agli abatini incipriati ed alle dame in guardinfante? Allora si pensava così, si sentiva così, e il Metastasio cantava necessariamente a quel modo. Si può deplorare che l’Italia della prima metà del secolo passato non sia stata la Grecia che debellò Serse, o la Francia rivoluzionaria che vinse l’Europa conservatrice: ma poichè l’Italia era così l’arte sua non poteva essere altro che così. La colpa non è del Metastasio, il quale a buon conto non ha ammollito o sfibrato i generali di Maria Teresa che lo applaudivano, non ha messo il latte e miele nelle vene di Maria Antonietta di Francia o di Carolina di Napoli che furono sue discepole, non ha avuto nè poteva avere alcuna influenza sui contemporanei perchè l’arte non ne ha, e non ne ha mai avuto: egli serviva al suo tempo e da quello era tratto, sforzato, a cantare a quel modo e non in altro. Bisogna giudicare il poeta cesareo, non coi criteri del Quarantotto o del Cinquantanove, ma con quelli del suo tempo. La storia non c’è per nulla? Credete che la causa di Sedan sia nelle _Belle Hélène?_ Via, mettiamo le cose al loro posto.

Arte molle? Certo, dopo quella dell’Alfieri; ma al suo tempo, no. Imaginate voi gli spettatori delle opere del Metastasio? Credete voi che trovassero molle il poeta cesareo quelle dame e quei signori mollissimi che dovevano poi essere inchiodati come in una vetrina di museo nel _Giorno_ del Parini? A loro doveva apparire più che forte il poeta che trascina Catone moribondo sulla scena e che davanti a Cesare gli fa proferire la parola romana,

altrove Portatemi a morir!...

L’_Attilio Regolo_ ha dei punti in cui c’è forza anche per noi che veniamo dopo all’Alfieri. L’ultima scena vi par molle?

Romani, addio! Siano i congedi estremi Degni di noi. Lode agli Dei, vi lascio, E vi lascio Romani. Ah, conservate Illibato il gran nome e voi sarete Gli arbitri della terra, e il mondo intero Roman diventerà. Numi custodi Di quest’almo terren, Dee protettrici Della stirpe d’Enea, confido a voi Questo popol d’eroi. Sian vostra cura Questo suol, questi tetti e queste mura. Fate che sempre in esse La costanza, la fe’, la gloria alberghi, La giustizia e il valore. E se giammai Minaccia al Campidoglio Alcun astro maligno influssi rei, Ecco Regolo, o Dei! Regolo solo Sia la vittima vostra, e si consumi Tutta l’ira del ciel sul capo mio: Ma Roma illesa... Ah, qui si piange! Addio!

Vi ricordate l’esclamazione del povero Leopardi:

L’armi, qua l’armi! Io solo Combatterò, procomberò sol io! Dammi, o ciel, che sia foco Agl’italici petti il sangue mio!

E’ mollezza questa? E ricordate che il Metastasio scriveva, non dei drammi, ma dei libretti d’opera: ricordate che noi, i quali un secolo dopo gli rimproveriamo l’arte sua, gli contendiamo la gloria che gli spetta, tolleriamo il _raggio lunar di miele_, _l’orma dei passi spietati_ ed altre splendidissime e fortissime minchionerie: ricordate che pubblico avessero lo cose del Metastasio e vedrete che l’accusa alfieriana deve esser molto attenuata. Al suo tempo egli doveva parer troppo forte, ruvido anche, ed è ingiusto considerarlo fuori del suo tempo. Certo non è modello da proporsi; ma lasciando anche che oramai modelli non se ne propongono più, chi proporrebbe da imitare il Petrarca? Eppure la sua grandezza non si discute.

Del resto poi l’arte del Metastasio è arte italiana, arte indigena, e non dobbiamo respingerla come una scomunicata. Sia il giudizio nostro quale si voglia, anche lontanissimo dagli entusiasmi del La Harpe e dello Schlegel, non dobbiamo disconoscere il nostro sangue. Il Metastasio scende in diritta linea dal Guarini: il _Pastor Fido_ recitato alla corte di Ferrara è il babbo dell’_Olimpiade_ recitata alla corte di Vienna. È arte nostra, che si può discutere che si può non amare, ma alla quale non si può negar posto senza esser ingiusti o ignoranti.

Celebrare il centenario del Metastasio mostra la nostra voglia di divertirci; di far dei discorsi per l’inaugurazione dei busti e delle lapidi; di far dei comitati, delle commissioni, dei presidenti, dei parlamentini che finiscono in un pranzo. Ma nello stesso tempo che il vecchio pregiudizio se ne va, che la tesi giacobina tende ad uscire dalla critica e dalla storia letteraria.

Buon viaggio!

ELZEVIR

L’Italia ridiventa la terra dei carmi.

Per fortuna c’è della gente che abbomina i libri stampati bene e certi critici spiritosi hanno messo alla moda le lamentazioni dolorose contro la fiumana degli elzeviri. Se questo non fosse, il governo avrebbe già inventato una nuova tassa sui volumi di lusso e si può star sicuri che la tassa renderebbe molto.

Perchè poi questi libriccini siano stati battezzati elzeviriani è un mistero. Quei caratteri tondi sono italianissimi ed il formato è cosmopolita. Il Lemerre a Parigi li mise per primo alla moda, e il Casanova di Torino, poi io Zanichelli di Bologna, dopo avere in principio imitato, si misere a gareggiare di perfezione e di gusto. Oramai non c’è villaggio in Italia dove non si possan trovare le simpatiche copertine _acqua di mare_ del Casanova o le aristocratiche _guanti gialli_ dello Zanichelli, e non c’è nessuno di quei critici, che maledicono per abitudine gli elzeviri, che perpetrando una birberia in versi eterodossi, non corra a farsela stampare in versi elzeviriani.

Lasciamo stare quel che c’è dentro agli eleganti libriccini: ma il di fuori non è bello? Non è almeno da preferirsi a quei libracci sgarbati impressi in carta straccia con capocchie di chiodi, dove i nostri babbi deponevano le loro rime? Vedete la serietà dei critici! Perchè le poesie che si stampano ora non hanno la fortuna di contentarli, gridano, piangono, sospirano anche contro il modo di stamparle, che almeno è un progresso bello e buono. Ma di questa serietà dei critici non c’è da aversene a male, poichè è una delle poche gioie degli autori. I critici credono spesso di aver messo un povero autore nel banco degli asini e di avergli inflitto un amarissimo castigo: ma se vedessero molte volte l’ilarità dell’autore punito, e se sentissero i commenti, non del colto pubblico, ma del pubblico colto, alle loro articolesse, qualche volta si accorgerebbero della loro impertinente pedanteria e sempre poi rimarrebbero sorpresi dell’umoristico effetto delle parole loro!

Perchè la critica è una bella e santa cosa, ma fatta come la facciamo ora in Italia, fa pietà davvero. Critichiamo così a orecchio, o, come si dice, a impressioni. Se abbiamo fatto colazione bene, se il sigaro è buono, se nel caffè non c’è troppa cicoria, l’impressione sarà buona ed i giudizi benigni. Se piove, se ci fa male un dente, se dobbiamo saldare il conto del calzolaio, l’impressione sarà pessima e taglieremo a pezzi il povero autore. Si fa la critica come la giustizia in Italia. Se il vento tira di qua, si trovano le circostanze attenuanti per l’omicida e la forza irresistibile pel parricida. Se il vento tira di là, si condanna il Fratti per aver usato i dovuti riguardi ai birri e si promuove il giudice che lo condanna. Così vuole il progresso, e non c’è che dire. Ma intanto c’è chi giudica i critici e i giudici. Certi libri lodati muoiono di anemia e certi parricidi assolti debbono emigrare. Certi libri vituperati si ristampano e i birri rimangono sempre birri nella stima di tutti. Anzi ci si guadagna questo, che qualche volta i giudici si confondono coi birri.

Tutto questo lavoro di arte e di critica è un bene o un male? Non si può negare che fra i volumetti che vengono fuori c’è qualche volta certa roba da fare schifo ad un professore di anatomia patologica. Ma da quando in qua si deve stampare solo la roba bella? Dal Guttenberg allo Zanichelli si stampa la roba buona e la cattiva. Scelgano i lettori secondo il loro gusto; l’editore non ha nessuna missione religiosa, sociale o politica. Il lanificio Sella fabbrica senza dubbio anche i drappi rossi e i turchini, senza che il padrone pensi a tormentarsi la coscienza sull’avvenire de’ suoi drappi; che possono diventare una bandiera repubblicana o una nappina di guardia di pubblica sicurezza. Si pensa solo a produrre: e quando si produce molto è perchè si consuma molto. E questo è buon segno.

È segno che oramai si comincia a capire che la coltura è indispensabile a tutti, anche all’uomo politico. Si capisce che non è più lecito scrivere _Italia_ col _g_, e che il Massari commette la più gigantesca imprudenza, rivelando che il conte di Cavour non era forte in grammatica e dava a correggere i discorsi della Corona precisamente al Massari! Si può dire che Teodorico re d’Italia era buon politico e non sapeva scrivere; ma si può rispondere che Teodorico regnava la bellezza di mille e quasi quattrocento anni addietro, e regnava sui Goti e su certi italiani che valevano meno dei Goti. Oggi bisogna saper molto per far qualche cosa, e i giovani che ne sono persuasi, studiano. Cascano, è vero, nel peccato di stampar troppo presto, ma ad ogni modo lavorano. Meglio lavorar male che non far nulla. Meglio stampare un volume di versi sbagliati, come si fa ora, che diventar matti per la Essler, come si faceva una volta. Almeno l’arte della stampa ci guadagna. Dunque se la energia della gioventù prorompe in cattivi versi piuttosto che in cattive azioni, tanto meglio.

E la fioritura dei versi continua. Tutti gli stampatori sono occupati intorno a canzonieri nuovi: tutti gli editori mettono in vendita nuovi volumi di versi. La fortuna dei giornali a numero unico che dal gennaio in mia vengono a galla, è un altro sintomo della voglia di cose d’arte che s’è impadronita del pubblico italiano. È vero che i critici piangono sempre, ma è vero altresì che si comincia a legger molto e da molti. Alcuni editori fanno fortuna. Qualche anno fa in Italia c’erano Le Monnier e Barbèra soltanto. Ora quanti sono! Via, lasciamo piangere i critici.

Una parola tira l’altra e chiaccherando si finisce a non trovar più il modo di tornare all’argomento. Tutte queste chiacchere infatti non lasciano più che lo spazio di un annunzio, mentre il titolo faceva sperar meglio. Pazienza. Ecco l’annunzio.

Prima di tutto ecco una nuova edizione e completa dei _Juvenilia_ di Giosuè Carducci. La prefazione fu inserita in questo giornale domenica scorsa. Una prefazione di combattimento trovava il suo posto naturale in un giornale di combattimento, e le sciabolate erano ben dirette e la sciabola taglia troppo bene perchè si debba qui ritornare sui colpi. Chi ha avuto, ha avuto. Pensino gli sciabolati a trovare il rimedio, se pur se ne trova e noi, per quanto possa dolere alla _Civiltà Cattolica_ che da qualche mese l’ha col Carducci, e per quanto dolga agli altri gesuiti in borghese, salutiamo il maestro.

Seguono i _Nuovi versi_ del Betteloni, ai quali il Carducci fece la prefazione; la seconda edizione, quasi raddoppiata, delle _Lacrymae_ del Chiarini; i _Miei canti_ di Corrado Ricci e le _Poesie_ di Enrico Nencioni. Tutto questo ci da un editore solo, lo Zanichelli, tutto ad un tratto.

Tempo fa, tanti versi non si stampavano in un anno. E non si dica che la roba che si stampava allora era meglio di questa, perchè per rispondere basterebbe domandare dove quella roba sia andata a finire. Si scrive dunque e si legge molto più che non si leggesse o stampasse una volta.

Piangano pure i critici dolorosi. Noi speriamo che i ministri dell’avvenire scrivano _Italia_ senza _g_ e non si facciano raddrizzar la grammatica dei discorsi della Corona dall’onorevole Massari.

NANÀ

Avete ragione di dolervi che le donne perdute tengono troppo posto nell’arte moderna; ma avete torto di meravigliarvene. Tengono nell’arte lo stesso posto che nella società. Il loro nome è legione e sono arrivate a diventare una corporazione, una classe retta da leggi speciali, che ha i suoi diritti e sopporta carichi determinati, tra i quali non ultimo la tassa d’esercizio che ingrassa così degnamente il fondo dei rettili.

Qui non è luogo da cercare la causa per cui la Venere vulgivaga ha tanti altari e culto così universale. Si può deplorare il fatto, ma bisogna accettarlo, studiarlo, discuterlo, non metterlo in tacere come fanno le anime timorate e conservatrici. Quando bene vi facciate il segno della croce e diciate le più efficaci giaculatorie passando per certi vicoli, non rimedierete a nessun male, non arresterete un momento la carie che rode l’ossa a tante sciagurate. In Italia però è privilegio soltanto degli scienziati, medici o statisti, l’occuparsi di queste cose. L’ipocrisia cattolica che informa ancora i nostri costumi ci costringe a strillare come oche spennate se capita un poeta od un romanziere che ne parli a voce alta. A tacere, intanto, il male cresce e c’è il caso di trovarsi presto in un bel pasticcio.

Emilio Zola non ha ipocrisie. Potrete discuterlo come artista, preferire le sentimentalità di _Paolo e Virginia_ alle crudezze dell’_Assommoir_, ma non potrete negare che egli dica quel che vuoi dire, senza circonlocuzioni, senza riguardi. Questa letteratura precisa, che ha le brutalità dell’inventario e le illusioni dello stereoscopio, dovrebbe andare a genio a tutti coloro che fanno professione di odiare e di maledire la _retorica_. Accade invece il contrario, a maggior gloria ed onore della logica, e pare oramai che sia diventato _retorica_ anche il dire la verità. Si dice che l’uomo sia un animale ragionevole, ma qualche volta non pare.

Al libro dello Zola nocque la sperticata _réclame_ e lo stato di guerra dichiarata che dura fra il suo autore e quasi tutti gli scrittori francesi. La fortuna dell’_Assommoir_ schiaccia anche un poco la fortuna della _Nanà_ per quella strana pretensione del pubblico il quale accusa di monotonia uno scrittore che abbia sempre la stessa impronta e lo accusa di leggerezza se cambia. Le stesse persone che ora sono seccate di trovare anche in questo libro _il solito Zola_, se egli scrivesse diversamente si dorrebbero domani di non trovar più _il solito Zola_. Ed anche questo è da aggiungere alla lunga lista degli argomenti che servono a dimostrare come e qualmente l’uomo sia una creatura ragionevole.

Anche quest’ultimo romanzo è un memento della vivisezione che lo Zola ha intrapreso sulle carni ancor calde dell’ultimo impero francese, è un volume del suo gigantesco studio sulla corruzione profonda che invase tutto e dominò la nazione predicando che i vizi dei ricchi fanno guadagnare i poveri. Egli ci fa assistere all’apoteosi della crapula di moda, alla adorazione della beltà cretina. La ragazzaccia che ieri trascinava le ciabatte nei rigagnoli di Parigi accende la foja brutale di tutta una gioventù oziosa e passa dal zerbinotto al banchiere ed al principe per discendere all’istrione e risalire ai trionfi asiatici della corruzione accettata ed incoraggiata. Tutte le vigliaccherie ributtanti di una vecchiaja oscena, tutte le energie sbagliate di una gioventù inutile vi passano davanti agli occhi, e dappertutto la sirena dalle carni belle, dal cervello piccolo e dal cuore capriccioso, dappertutto porta involontariamente la sciagura, la rovina, la vergogna. La superstizione cattolica non resiste al fascino demoniaco; se anzi v’ha chi subisca completamente, ciecamente, questa tirannia del vizio raffinato e della brutalità volgare, è il severo ciambellano allevato dai gesuiti. E così, dal plauso dei teatri e dalle ovazioni del _turf_, questa bellezza vana, questa stupida sirena che parla il gergaccio delle bettole e dorme nel letto dei principi, passa come la personificazione di un regno intero, come il simbolo del pervertimento di tutta una società.

Ma Nanà, cui nessuna aberrazione dell’istinto, cui nessuna mostruosità del vizio è sconosciuta, conserva un ultimo pudore, quello della letteratura conservatrice. Traduco questo brano che sembra stenografato in un’elegante conversazione italiana: «Allora Nanà chiaccherò coi quattro uomini da padrona di casa piena di fascino. Quel giorno aveva letto un romanzo che faceva gran chiasso, la storia di una donnaccia, e si ribellava e diceva che erano tutte bugie, professando del resto una sdegnosa ripugnanza contro questa letteratura immonda che pretende di copiare dal vero. Come se tutto si potesse mostrare! Come se un romanzo non dovesse essere scritto per passar bene un’ora! In fatto di libri e di drammi, Nanà aveva opinioni molto recise: voleva opere tenere e nobili, pagine che fanno pensare ed innalzano l’anima». Ma Nanà è conservatrice sino in fondo. «Caduta la conversazione sui torbidi che agitavano Parigi, sugli articoli incendiari, i principii di sommossa cagionati dagli eccitamenti a prender l’arma che tutte le sere sonavano nelle pubbliche riunioni, ella si adirava contro i repubblicani. Che cosa volevano dunque questi sudicioni che non si lavavano mai? Forse che non s’era tutti felici, forse l’imperatore non aveva fatto tutto pel suo popolo? Bella sporcizia, il popolo! Ella lo conosceva e poteva parlarne!»

Si capisce ora perchè gli odiatori della retorica abborrano anche lo Zola che parla così chiaro e fa parlare le donnacce come parlano davvero. Si capisce che questa stenografia dei discorsi, questa fotografia delle birbonate, dia sui nervi a tanta gente; ma si capisce altresì la fortuna dei libri di questa sorta. Certe volte, leggendo, trovate la frase che avete udita in una conversazione, riconoscete il tipo che parla con voi dignitosamente tutti i giorni; e questa verità, questa franchezza dell’arte e della fantasia, se scotta a quelli che ci si riconoscono, piace a quelli che riconoscono gli altri. È vero, anzi pur troppo è storico, il Vandeuvres che ruba alle corse, il La Faloise che si inebetisce, l’ufficiale che toglie dalla cassa del reggimento i denari per Nanà, il ciambellano austero che scende di notte in tutte le fogne, il banchiere che fallisce per una gonnella, il principe che cerca l’amore tra le quinte, e via via. Ma perchè, secondo le massime di Nanà, queste cose non si debbono mostrare? Oh, l’ipocrisia dei fotografi!

Sbaglieremo, ma siamo persuasi che questi libri facciano bene più di cento prediche. Essi ci paiono infatti una felice modificazione della gogna. La pena cessa di esser personale, ma non cessa però di essere efficace.

UNA BIOGRAFIA SBAGLIATA

Certi uomini nascono disgraziati, muoiono disgraziati e sono perseguitati dalla disgrazia anche dopo la morte. Di questi fu senza dubbio Alfonso La Marmora. Non pesò tanto la _guardia della grave mora_ sulle ossa di re Manfredi, come sulla tomba dello sventurato generale pesa la biografia scritta dal Massari.

Non c’è quistione di partito. Anzi la gran differenza tra le opinioni politiche del Massari e quelle che professa questo giornale è guarentigia dell’imparzialità di un giudizio espresso qui. Nessuno può sospettare che si voglia combattere nel Massari un avversario incomodo, un nemico pericoloso. Il Massari è tra i vinti, e mentre questo spiega i panegirici accordati al suo libro dai colleghi di sventura, assicura anche i lettori intorno ai giudizi di coloro che non sono nè vinti nè vincitori. Qui non ci può esser passione.

E non si dice _critica_, ma si dice _giudizi_; poichè alla critica bisognerebbe un bagaglio di prove non consentito alla capacità delle colonne di un giornale. Se, per esempio, si volesse dire che il libro del Massari è un modello di quella verbosità incolora che riempie le orecchie senza passare il timpano, in riga di buona critica bisognerebbe provarlo riproducendo e commentando quattro quarti del volume; ed i lettori non lo meritano. Almeno gli opuscoli del Chiala, narrando episodi della vita dello sfortunato generale, faranno capire la inflessibilità di un carattere retto le rigidezze stoiche di una coscienza severa, e spiegano come un uomo salito ad altezza pari all’ingegno possa tuttavia rimanere rispettabile. Sta bene che uno scrittore si innamori del suo tema, ma s’intende acqua e non tempesta, s’intende biografia e non elogio, s’intende che la storia non anneghi nella inondazione degli epiteti laudativi.

Intanto il Massari è di quelli che odiano svisceratamente la retorica; e loda Silvio Pellico così _puro di retorica_, scrivendo un libro dove ad una figura ne succede subito un’altra, dove l’etopeia, l’esortazione, l’enfasi si rincorrono affannosamente senza una pagina di riposo! Al discepolo fedele del Gioberti si possono perdonare i sopravvissuti entusiasmi pel _Primato_, ma allo storico come si può perdonare la continua tensione lirica del concetto, l’insistente fraseologia elogiastica della forma? Dappertutto il delirio del panegirista turba la serenità dello storico, dappertutto si sente una turgidezza faticosa, una idropisia di ammirazione che spesso muove al sorriso.