Part 27
Un libro che ha questo intento è quello di Ottone Bacaredda intitolato _Bozzetti Sardi_ e stampato dal Sommaruga. Sono dieci narrazioni curiose che tutte riguardano qualche singolarità delle costumanze sarde. C’è del patriarcale nella prima, _La porchetta del mio figlioccio_, che ci mostra l’interno di una brava famiglia popolana e le feste del puerperio un po’ messe in soggezione dall’intervento di un _cittadino_. Il buon cuore di questo popolo rude, ma migliore della sua fama, è ben dipinto nel secondo bozzetto, _Filemone e Bauci_, dove due vecchi senza prole adottano una povera creaturina trovatella che rinvengono abbandonata sul loro uscio, e la fanno loro _filla de anima_ e la chiamano _Baròra_ di comune accordo, col nome della prima moglie del buon Filemone. Tranquillità di coscienza, placidità di affetti che ha qualche cosa di antico, della imperturbabile pacatezza della virtù.
Ma il bozzetto che dà più a pensare è il terzo, _Silvone_.
_Silvone_ in dialetto significa cinghiale. Innamorato e non corrisposto si fa soldato, ma è riformato per ipertrofia di cuore. Torna a casa, e il padre morente gli _lascia in eredità_ Basilio Manca, il sindaco del natìo comune.
In questo _lascia in eredità_ c’è qualche cosa del côrso, anzi in fondo non ci si trova che la celebre _bindetta_, la vendetta famosa che il Mérimée analizzò così bene nella _Colomba_; il moribondo insomma legava al figlio quell’omicidio che egli non aveva potuto compiere.
Silvone si reca dalla innamorata antica, trova che il marito le è stato assassinato e la sente offrirgli la mano al prezzo di una _vendetta_ sullo stesso Basilio. Silvone accetta, ma il sindaco, che sta sull’avviso, approfitta del primo furto commesso in paese per accusarne l’uomo dal quale ha tutto da temere e che deve così gettarsi alla macchia, bandito.
La soluzione del dramma è troppo facile ad indovinare. Un bel giorno Silvone ammazza il sindaco, ma cade nelle mani dei carabinieri per passare dalla Corte d’Assise alla galera. L’autore ci dice che il suo eroe espia in un bagno i suoi falli e quelli del destino, ma il destino, molto probabilmente, ci ha minor colpa di coloro che hanno finora tenuto il seggio e battuta la solfa nel governo.
Li sentirete compiangere questi disgraziati paesi dove regnano ancora tanti atroci pregiudizi, ma a chi domandasse loro che cosa abbiano fatto per estirparli, non saprebbero rispondere, o al più risponderebbero che hanno mandato i carabinieri. Bella risposta! E iniquo il paese che imputa l’ignoranza e la ferocia ad una provincia, quando poi ha fatto tutto il possibile per mantenerla nell’ignoranza e nella ferocia.
_Il suicidio di Costantino_—_In procinto di pigliar moglie_—_Un delegato straordinario_, sono calme pitture di costumi, come _Funerali e nozze_—_Il ballotondo_, lo sono di usanze singolari. _Zio Daniele_ e _Federica_ appartengono invece ad una maniera più oscura, più drammatica, pur tuttavia non distaccandosi dalla fisonomia generale di questi studi paesani.
Il signor Bacaredda, che dal nome almeno sembra sardo, dovrebbe egli scoprirci il suo paese. Dal continente ci si va qualche volta per qualche inaugurazione, a far dei discorsi e de’ pranzi. Egli che è in casa sua e ne conosce quindi i segreti più intimi che sfuggono ai viaggiatori d’un’ora, egli ha il debito di dirci intera la verità sulla sua patria, anche se scottasse le labbra.
Sarà pur sempre un bene cogliere i governanti in flagrante delitto almeno di negligenza. Impareremo.
NELLA LOTTA
Ai tempi d’una volta si facevano i poemi lunghissimi e le novelle corte.
Bernardo Tasso e Luca Pulci non facevano economia di ottave e mettevano in fila, l’uno dietro l’altro, i canti sempiterni, tutti colla loro brava ottava di argomento in principio. Le novelle lunghe invece si contavano sulle dita. Franco Sacchetti le scrisse anche più brevi del Boccaccio, e l’uso si mantenne, salvo qualche rara eccezione, come si mantenne l’uso dei poemi lunghi fino all’arcilunghissimo _Cicerone_ del Passeroni ed al _Poeta di Teatro_ del Pananti.
Ora accade il contrario. Il romanzo ha soffocato la novella, e sapete che i romanzi si fanno lunghi. Walter Scott ne ha fatti di buona misura, Balzac si può quasi dire che ne abbia fatto soltanto uno e lunghissimo col ciclo della _Commedia umana_. Nel genere narrativo tutti conoscono la serie di racconti che tiene dietro ai _Tre moschettieri_, poichè appunto è questo genere di romanzi che surroga i poemi cavaliereschi narrativi. I romanzi sentimentali o _intimi_ hanno lasciato le lungaggini di _Clarissa Harlowe_, ma quelli di avventure sono sempre lunghi e me ne appello all’ombra lunghissima di Ponson du Terrail ed ai suoi discepoli vivi. Si fanno invece delle poesie brevissime, dei _lieder_ di tre strofe che contengono una novella d’amore, dei sonettini in cui si cristallizza tutta una pietosa storia. Longfellow restringe un romanzo di avventure nelle poche strofe dell’_Excelsior_, Zola invece diluisce una novella intima nei molti volumi dei _Rougon-Macquart_. Insomma, dove una volta si andava per le lunghe in versi e per le corte in prosa, ora si va per le lunghissime in prosa e per le cortissime in versi.
Pare quasi che col crescere della coltura scemi l’importanza della poesia; il che darebbe ragione a coloro che sostengono essere la poesia un linguaggio primitivo, il segno della prima età letteraria delle nazioni. Tucidide non potrebbe infatti precedere Omero, e le plebi meno colte preferiscono anche oggi i _Ruggeri_ del molo di Napoli ai _Promessi Sposi_, che restano intelligibili, nella intima bellezza loro, soltanto alle classi più colte. Il che spiegherebbe la ricchezza della poesia popolare e semipopolare, e il diluvio delle canzonette a un soldo che inonda i villaggi e le campagne. E dall’altro lato il crescere del romanzo sarebbe un segno di coltura progredita. Queste conclusioni, che sono logiche una volta ammesso il principio, non mi sembrano però forti in gamba, poichè non è facile ammettere che i romanzi ebeti delle appendici dei giornali segnino un grande progresso di coltura. Certo, fatto il confronto tra la storia di _Mastrilli_ e un romanzo di Boisgobey, è meglio quest’ultimo e segna un passo avanti: ma il progresso è così tenue, da credere proprio che noi ci siamo allontanati molto dalla età letteraria primitiva e preistorica. I Zulù saranno più addietro, ma i lettori di certe appendici non sono molto avanti.
C’è però romanzo e romanzo. C’è quello commerciale e quello letterario; come ci sono le camicie di cotone per coloro nei quali il portar la camicia segna un progresso, e le camicie di tela fina per coloro che sono in grado di gustare la differenza di sensazione che procurano le due stoffe al contatto dell’epidermide ed hanno i mezzi sufficienti per cavarsi questo gusto. Si vendono più camicie di cotone e se ne vendono anzi di quelle che dopo un giorno d’uso diventano frangia. Si smercia più paccotiglia che roba fina, ma questo sta nell’ordine naturale delle cose e ci vuol pazienza. Dico soltanto che il vero segno di un progresso materiale sta nel crescere dello smercio delle camicie di tela, come il segno di un progresso vero di coltura sta nel crescere del consumo dei romanzi letterari, cioè fatti con un intento artistico, trattati con intelletto di arte, pensati, lavorati, finiti. Quando le carte del _Pickwick Club_ avranno più lettori del _Rocambole_, allora veramente il termometro della coltura generale avrà lasciato le temperature invernali per salire ai gradi più alti della primavera e poi di quella estate che matura i frutti.
Anche in Italia si comincia a vendere romanzi di tela fina. Nella Italia media e meridionale il romanzo era scomunicato, come gli artisti di teatro.
Mi ricordo che il direttore spirituale in collegio, ad ogni predicozzo che ci faceva dall’altare, cascava a parlare dei romanzi, dipingendoceli come la sorgente di tutti i mali e di tutte le immoralità. Secondo lui a leggere romanzi si perdeva l’anima e il corpo, si cascava nelle ugne di Satanasso e si facevano i primi scalini del patibolo. Delle donne di teatro non ce ne parlava mai e doveva avere le sue ragioni; ma, se avesse potuto dircene qualche cosa, non avrebbe certo parlato diversamente.
È vero che queste paterne catilinarie non ci vietavano di legge Paolo de Kock sotto ai banchi, ma l’avversione o la paura che le classi dominanti avevano del romanzo, impediva il suo sviluppo indigeno, si opponeva alla produzione. A questo modo una gran parte d’Italia, fertilissima di ingegni inventivi e raffinata molto in linea di gusto, era condannata ad una sterilità coatta, ed i lettori o si inebetivano sui romanzacci di contrabbando o s’addormentavano sulle minchionerie del padre Bresciani. Il Manzoni sarebbe stato impossibile a Modena e il Guerrazzi impossibilissimo a Roma. La principale produzione dei romanzi è rimasta quindi a quelle regioni d’Italia che più vi si erano potute esercitare e dove le classi dominanti pensavano piuttosto ad impedire le manifestazioni politiche che le discussioni di religione o di morale. I cataloghi de’ librai milanesi o torinesi riboccano di romanzi. A Firenze, a Bologna, a Napoli non se ne stampa quasi nessuno.
Così la novità di questa stagione di bagni e di acque è il romanzo di Enrico Castelnuovo intitolato _Nella Lotta_ e stampato dal Treves in Milano.
Non si tratta di un romanzo commerciale imbottito di assassini, di avvelenatori, di duelli e di processi. Non è uno di quei pasticci che, sotto il nome di romanzi giudiziari, sono avidamente inghiottiti dalle donne isteriche. È un lavoro d’arte, un romanzo letterario che, per coloro i quali vogliono una tesi dappertutto, anche nei brindisi e nelle _bosinade_, ha il vantaggio di sostenere appunto queste due massime: che la vita senza il lavoro e la lotta non è degna di essere stimata: che non si deve sposare una donna soltanto perchè è bella ed onesta.
Quest’ultima massima pare a prima vista un paradosso, ma non lo è. Non basta che la donna sia bella ed immacolata, bisogna che abbia l’energia e la serietà necessarie per trionfare appunto in quelle lotte senza le quali la vita non ha pregio. Le donnine che non sanno pensare altro che ai nastri e che passano la giornata tra le ciarle con le amiche e le discussioni con le modiste, sono perfettamente spregevoli, e gli uomini deboli che cascano nelle reti loro, imbecilliti dalle moine che vogliono parere educazione squisita, meritano i tormenti che soffrono. Si grida tanto che negli uomini bisogna sviluppare il carattere, e non si parla delle donne che ne hanno bisogno quanto e più dell’uomo! Si capisce che il matrimonio riesca un peso e che il divorzio divenga una triste necessità quando per tante donne l’ideale della vita sta nel parere una bella bambola, ben vestita e ben dipinta. Non importa certo far le cuoche e le lavandaie, ma bisogna saper vivere questa vita com’è, non pretendendo di chiudersi in una morbida scatola di bambagia. Quando il marito non ha in casa altro che una bella donna, fa presto a ricordarsi il racconto di La Fontaine _Le pâté d’anguille_ e il detto volgare _toujours perdrix_. Ma quando la moglie prende parte anch’essa alla lotta quotidiana, quando è la confidente e la consigliera del marito e sa combattere e vincere anch’essa, ridiventa la nostra costola e non ce la possiamo cavar dal petto senza dolore. Moralizzo forse, ma dico la verità.
Quanto poi all’arte del Castelnuovo, direi che egli mi pare piuttosto disegnatore che coloritore. Il suo romanzo è come un quadro della vecchia scuola toscana, disegnato, composto, delicato, commovente anche, ma non colorito come un quadro veneziano, non luminoso, non plastico. Più che dagli oggetti esterni, più che dalla scena, egli è colpito dalle sensazioni intime che analizza con molta finezza. Non descrive, racconta. Così egli si accosta ai romanzieri della _Revue des deux mondes_, ai Cherbuliez, ai Theuriet ed altri insigni, e non ha l’arte energica, vigorosa di colorito e di rilievo di quello Zola, che può essere vituperato da molti per ragioni che qui non importa dire, ma che rimane però sempre un artista forte ed originale. Nel Castelnuovo c’è sempre una mitezza, una misura nel tocco, che se non fosse temperata da una certa arguzia mascherata di bonomia, cascherebbe nel freddo e farebbe giudicar male uno scrittore che ha tutti i pregi per riuscire, tranne la lingua.
La lingua!.... Ma a parlarne si prende del pedante.
Silenzio.
IL ROMANZO SPERIMENTALE
È strano come i pregiudizi s’impongano anche a coloro che credono di non averne. Per non dire altro, la questione suscitata da Emilio Zola circa il romanzo sperimentale, ha fatto veder chiaro che molti ingegni, i quali si credono e si proclamano liberi, hanno invece la ferrea palla e la catena attaccata come i galeotti. Stranissimo poi è che certe teorie trovino appunto i nemici più fieri là dove dovrebbero trovare dei naturali alleati; dico nel campo dei repubblicani od almeno tra coloro che senza militare attivamente nelle schiere repubblicana, vanno un po’ più avanti che non sia lecito ad un sostenitore del presente disordine di cose.
Per giustificare la loro avversione alla letteratura che cerca di sostituire lo studio della verità alla fecondità della imaginazione, ripetono quel che hanno ripetuto gli scrittori di teorie politiche ed i seguaci di Nicolò Machiavelli, cioè che la repubblica non può esistere che basata sulla virtù; ed aggiungo che la letteratura sperimentale essendo necessariamente immorale, deve essere respinta da ogni convinto e sincero repubblicano.
La repubblica deve esser basata sulla virtù? Questa affermazione mi è sempre sembrata una di quelle magnifiche sciocchezze che proferiva l’egregio signor Prudhomme, il faceto e maestoso personaggio inventato da Enrico Monnier. Ma quale virtù? Fate solo questa innocente domanda, _quale virtù?_ e la magnifica frase cade in rovina. Delle virtù che ne sono di millanta tipi. C’è per esempio la virtù secondo i cattolici. Vorremo esser virtuosi a quel modo e tendere la guancia sinistra a chi ci schiaffeggiò la destra? Bella repubblica sarà quella che si fonda su quella virtù! Direte che la virtù cattolica non è virtù, e sia.
Ma quale sarà dunque questa benedettissima qualità che deve servire di fondamento a questa benedettissima repubblica? C’è per voi un assoluto, una morale superiore alle evoluzioni civili e sociali? E se c’è, qual’è? Non basta ripetere i due o tre assiomi del diritto romano, del decalogo o della dichiarazione dei diritti dell’uomo. La condotta è qualche cosa di troppo complesso perchè due o tre massime sante possano valere a darci una norma sicura nelle mille contingenze della vita. E stringendo le cose, e venendo alla conclusione, bisogna confessare che questa virtù necessaria alla solidità della repubblica è la virtù repubblicana. La quale, ch’io sappia, non ha mai imposto la esclusione del romanzo sperimentale come pericolosa agli ordini civili, perchè tra le altre cose, ha bisogno ancora di essere messa al mondo, povera virtù, di crescere e di farsi capire. Non lanciamo dunque anatemi in nome di un vangelo che non è stato ancora scritto.
Ma, si dice, il romanzo sperimentale è la stessa cosa della pornografia e quindi ecc. ecc. Adagio! Chi ve l’ha detto? Per me, intanto, in questa affermazione trovo o una ignoranza crassa o una malafede cattolica. Io non capisco e non capirò mai che si dica, per esempio, che la lirica è la laudazione di Madonna Laura perchè il Petrarca nel suo canzoniere ha lodato madonna Laura.
C’è un romanzo realista che rasenta il pornografico? Ammettiamolo, benchè i romanzi dello Zola non siano per me in quel caso. E che per ciò? Direte che le novelle sono di necessità pornografiche perchè il Boccaccio è di manica larga? Eppure ci sono le novelle del padre Cesari che seccherebbero il mare a forza di pudicizia.
Qui si confonde una questione di metodo con una questione di tendenza; qui si giudica tutto il poema cavalleresco dal solo canto di Fiammetta.
Siamo in buona fede, se è possibile. Quando mai i difensori del romanzo sperimentale affermano che si debba esser pornografi? Quando mai fu dimostrato che non si possa fare un romanzo sperimentale, che sia morale?
Perchè dunque queste sentenze _a priori_ che si sentono tutti i giorni schizzar fuori dalle caste bocche dei critici pudibondi contro questo povero sperimentalismo? Eppure qual’è il canone primo degli sperimentalisti nell’arte? Essi vi dicono: fino ad ora per esser buon romanziere bisognava essere uomo di grande fantasia, di immaginazione feconda. Ora queste facoltà sono stimabili, eccellenti, ma non è per mezzo loro che ci avvicineremo alla verità. Le altre arti hanno cominciato da un pezzo a studiare dal vero, e il romanzo non fa parte anch’esso dell’arte rappresentativa? L’immaginazione è una bella qualità, ma l’ideale del romanzo sarà dunque quello di Giulio Verne?
L’immaginazione non deve essere esclusa, s’intende. Dice il chimico che sperimenta: come si comporterà il tale metallo immerso nell’acido tale? E il romanziere: come si comporta il carattere tale quando si trova nella tale circostanza? Come si vede, la fantasia non è esclusa, poichè a lei spetta di cercare l’occasione, di trovare la circostanza nella quale mettere a sperimento un carattere.
Ma il carattere, l’occasione e le relazioni intermedie non spettano più alla fantasia, che deve limitarsi a metterle in presenza tra loro. Devono esser desunti dal vero, e non può essere lecito in questa forma letteraria, d’inventare carattere e modo di condursi di una persona imaginaria in faccia ad avvenimenti inventati. Si tratta insomma di mettere la fantasia al posto che le spetta. Non si faccia la storia nuda e cruda, ma non si facciano nemmeno i racconti delle fate.
Che cosa ci sia di scandaloso e di pornografico in queste massime, davvero non saprei vedere. Ma è necessario, pare, per la letteratura virtuosa che il protagonista sia un eroe, lo donna un angelo, il tiranno un mostro d’iniquità e così via. È il sistema del teatro a soggetto, dove il carattere di Arlecchino, di Pantalone e di Brighella era già fatto e stabilito. Invece, nella verità, non si è che in rarissime eccezioni completamente virtuosi o completamente birbanti. In generale, si vive oscillando tra le azioni indifferenti, e quando arriva qualche avvenimento critico dove bisogna decidersi o per la soluzione retta o per la curva, pochissimi sono quelli che non abbiano un quarto d’ora, un minuto d’esitazione. Perchè dunque gli eroi dovranno sempiternamente essere l’eccezione? Perchè dunque non staremo un poco alla verità, lasciando in pace i tipi imaginari platonicamente perfetti? È pornografia questa?
Chi è senza peccato tiri la prima pietra, diceva quello. Il giusto cade sette volte al giorno, diceva quell’altro. E ci ostineremo a imaginare eroi che non peccano e non cadono mai? In questo caso i romanzi diventano pericolosi come se fossero pornografici.
Una gentile signora, dice il Mérimée, se non sbaglio, visitando lo studio di un illustre scultore, guardava le Veneri e le altre splendide nudità marmoree con occhio poco benigno e disse finalmente che gli uomini fanno male a guardare e tenere in casa simili statue. La loro imaginazione si sregola, si guasta, e pretendono poi dalle povere donne quel che non possono avere, una bellezza che si avvicini alla perfezione. La signora diceva bene. Facciamo un po’ degli eroi meno meravigliosi, perchè le ragazze, queste ragazze che stanno tanto a cuore ai critici virtuosi, non si guastino la testa.
IL CENTENARIO DEL METASTASIO
Quanti monumenti! Quanti centenari!
Le nostre piazze sono popolate di statue in toga, in brache corte, qualche volta nude: il bilancio dei municipi ha nelle categorie delle spese ordinarie, quelle per la celebrazione del centenario del paese. Una volta si spendeva per la festa del santo protettore; ora, poichè in Italia sentiamo sempre il bisogno di festeggiare qualche cosa, si spende per la festa del poeta, dello storico, del pittore, qualche volta pur troppo anche dell’uomo politico che nacque all’ombra del campanile. Nessun proprietario è sicuro che l’autorità municipale non venga un bel giorno a incastrargli un epitafio nella facciata della casa col suo bravo _qui nacque o qui dimorò o qui morì l’illustre tal de’ tali_. Comincia a diventare un incomodo, una servitù da tenere a calcolo nel contratto d’affitto. Vedremo degli avvisi così: _Da affittare: appartamento composto di sei camere e cucina. Acqua dell’acquedotto: vista del giardino: non v’è morto alcun uomo illustre_. Ma gli appartamenti in condizioni così felici saranno pochi. Qual’è la casa che non abbia oramai la disgrazia di avere ospitato un uomo celebre?
Ora è la volta del Metastasio, del quale a Roma fu celebrato il centenario mercoledì scorso. Sono già in vista molte altre consimili solennità, come il centenario di P. Ovidio Nasone; e coll’aiuto di Dio e dei Santi speriamo di vedere quelli di Orazio, di Ennio, di Pitagora e via via fino al padre Adamo, che, secondo me, ci ha più diritto di tutti. Che voglia di stare allegri fiorisce in Italia!
Sono pochi anni che il Metastasio era vituperato come l’Offenbach italiano. Vi ricordate che dopo la batosta del 1870 la Francia, con un acume straordinario, riconobbe la causa delle proprie disgrazie nelle operette dell’allegro maestro tedesco. Allo stesso modo l’Italia, dai disinganni del 1815 fino alla fortunata aurora del 1859, fu convinta che la sua fiacchezza derivava dai versi del Metastasio. Vittorio Alfieri, lo scrittore di ferro, aveva così duramente calcata la sua forte mano sul mite poeta, sullo scrittore delle dame incipriate! E poi il Metastasio era stato poeta cesareo, e gli si imputava questa qualificazione come se egli avesse apostatato servendo poesia italiana all’imperatore austriaco. Non si badava ai tempi: la repulsione del povero abate era istintiva, patriottica, e forte delle teorie e degli esempi alfieriani. Pareva che il Metastasio dovesse essere cancellato dalla gloriosa nota di ridicolo come il Querno, o d’infamia come l’Aretino. Invece gli fanno il centenario!
Egli è che l’Italia si è ricreduta di molti giudizi che in altri tempi le erano suggeriti dalla passione, santa ma cieca. Allora era necessario, giusto quasi, il declamare contro al poeta che ad ogni modo era stato servitore di chi poi ci oppresse così duramente: oggi non più. Se la Corte Imperiale di Vienna avesse ancora la bizzarra idea di chiamare un poeta italiano ai suoi servigi, molti biasimerebbero chi accettasse, un po’ per quei sentimenti democratici che ci hanno fatto democratizzare perfino la nostra Corte, un po’ pel resto delle vecchie idee, per lo strascico delle vecchie formule retoriche dalle quali i popoli si lasciano trascinare all’entusiasmo ed al martirio e che, esaminate dopo che il tempo ci ha raffreddati, appaiono così meschine. Ma tuttavia disapprovando energicamente chi accettasse, non potremmo a meno di fare delle considerazioni benevole sulla cosa in sè, dalle quali altri potrebbe anche esser tratto ad applaudire chi accettasse.