Part 25
Certo il Rabelais conosceva le opere del Folengo e le cita e ne toglie qualche episodio, come quello notissimo dei _moutons_ de _Panurge_. Con molti arguti ragionamenti si può supporre che il Fracassus dell’uno sia il prototipo del Gargantua dell’altro e che Panurgio sia figlio putativo di Cingar; ma la condotta generale, l’intento, l’esecuzione delle due opere differiscono tanto, che la pretesa analogia non può esistere altro che per coloro i quali leggono spensieratamente i libri di cui sentenziano. Eppure, solo a badarci, si vede che, mentre l’italiano cerca il ridicolo nella forma, nella parodia classica esteriore, il francese lo cerca invece nella sostanza, nella satira, nell’ironia acuta, affettando appunto una forma facile, quasi famigliare. Quando si trovano a sfogarsi contro i loro nemici i frati, Merlino declama con tutta la solennità retorica degli esametri sonanti, ingiuria, apostrofa, grida: mentre Alcofribas sogghigna raccontando freddamente come se non fosse fatto suo, scherza e ride come se non sapesse che le sue argute barzellette sono avvelenate. Le due satire sono diverse in tutto, come la satira classica e declamatoria di Salvator Rosa è diversa dalla satira moderna e fina di Giuseppe Giusti.
Se il piovano Arlotto ne’ suoi scherzi avesse avuto un perchè, se non si fosse contentato di far la burla per la burla, ma avesse usato utilmente del suo bizzarro ingegno, il curato di Meudon avrebbe trovato un rivale nel curato di San Cresei. Ma la fortuna nostra nol volle, ed invece di un libro che rinchiuda in sè qualche cosa, come l’_os médullaire_ del Rabelais, abbiamo una insulsa raccolta di facezie così così.
Francesco Rabelais visse in un momento critico della storia moderna e fiorì in quella prima metà del secolo XVI che vide compiersi il Rinascimento e principiare la Riforma. Nei giorni del grande sforzo della Chiesa e del concilio Tridentino si elaborava infatti una rivoluzione nello spirito umano ed una crisi generale nel cristianesimo, ma in Italia pochi o nessuno seppero prender parte o profittare della Battaglia. Pur troppo il Rinascimento si arrestò presso di noi alla parte formale, estrinseca. Gli umanisti avevano scossi tanti pregiudizi, sfidate tante scomuniche, per contentarsi, i più audaci, di un platonismo alessandrino, per adagiarsi in uno scetticismo morbido ed indifferente, mascherato di paganesimo. L’Italia mancò allora di forza e cercò negli antichi l’ispirazione e l’educazione del proprio genio artistico, cercò e raggiunse l’eleganza, la correttezza plastica, il gusto squisito: ma per amore della sua tranquillità epicurea non osò abbandonare la ricerca della bellezza per la ricerca della verità. Per questo i pochi italiani, che come eccezione confermano la regola e ardiscono entrare nel campo temuto, odiano questa indifferenza degli umanisti che vuol parere stoica a forza di ingegnosi filosofemi, ma che in fondo rimane spesso cinica; per questo i pensatori italiani di quell’epoca protestano contro un’arte scettica che prodiga i suoi sorrisi al papa e all’imperatore, che offre le proprie carezze a chi la sa meglio lodare e pagare; per questo, frate Girolamo Savonarola brucia pubblicamente come vanità i quadri, le statue ed i libri neo-pagani. Il Rinascimento da noi mancò di virilità, come di morale.
Così l’Italia, che aveva dischiuse le porte di una nuova civiltà al resto del mondo, si fermò sulla soglia. S’era avvicinata all’antichità piuttosto per entusiasmo che per freddo ragionamento, ed era stata guidata da una profonda passione per la bellezza, piuttosto che dalla sete di critica e di scienza. Così aveva prodotto una miriade gloriosa di letterati, d’artisti e di poeti, e molto minor numero di veri eruditi e di filosofi originali. Gli umanisti di Francia, di Germania e dei Paesi Bassi, discepoli dei nostri, proseguirono invece l’opera appena abbozzata da Pico della Mirandola e, seppero conciliare il Rinascimento alla Riforma, almeno fino a che le rigidezze iconoclaste del calvinismo non infransero l’opera loro. Reuchlin, Erasmo, Budè, Melantone, de Bèze, Ramus, gli Stefani, i Froben, Hutten, Lutero stesso, Calvino stesso, provengono direttamente dal Rinascimento italiano, ne traggono la loro forza principale, lo trascinano alla battaglia e vincono nel segno suo. A che giovano i sublimi artisti della corte di Leone X contro i polemisti d’oltralpe? A che giova Raffaello contro Lutero? Se i papi vorranno salvare il cattolicismo dovranno pure accorgersi che l’umanesimo italiano non resce a nulla, fermato com’è alla forma, e dovranno ricorrere all’ultima ragione della guerra od al colpo di Stato del concilio Tridentino. Così le _maccheronee_ del Folengo che hanno toccato forse l’estremo della bizzarria e del ridicolo formale, rimangono ben vuote, bene inani, davanti specialmente agli ultimi libri del _Pantagruel_.
Se le fantasie dello Swift hanno qualche somiglianza esteriore con quelle del Rabelais, il concetto dell’opera, l’ispirazione, la condotta e la conclusione sono così dissimili, che è forza abbandonare subito ogni tentativo di confronto tra il bilioso denigratore del genere umano e l’allegro difensore del buon senso e del senso comune. Plutarco stesso, maestro di arzigogoli da far parallelismi biografici, non ci potrebbe riuscire. Ma c’è un libro immortale, cui ricorre subito il pensiero in questo genere di fantasie, ed è il _Don Chisciotte_; altro _os médullaire_ che sotto la scorza delle bizzarrie esterne racchiude la polpa di un intento letterario.
Però, a guardarci bene, l’esame, invece di confermare l’analogia, convince del contrario. Don Chisciotte pare un tipo del Rabelais rovesciato. Pantagruel ed i suoi giocondi compagni sono tante personificazioni del buon senso che compiono un viaggio attraverso le fallacie del mondo esterno e le riducono al loro vero valore giudicandole serenamente o mettendole argutamente in canzone. Nel cavaliere mancego accade invece l’opposto. La menzogna è dentro di lui poichè egli è pazzo, e il buon Sancio glielo dice spesso ed egli medesimo confessa _loco soy, loco he da ser_. La fallacia qui non è più oggettiva, ma completamente soggettiva, poichè mentre i bravi pantagruelisti, sani di spirito, si muovono in un mondo fantastico, il cavaliere dalla Triste Figura porta a spasso i fantasmi della sua mente nel mondo reale e contemporaneo. Mentre _les nobles champions_ tagliano a pezzi sorridendo giganti ariostei e fecondi indigeni di Utopia, e compiono ironiche prodezze contro vanità che paiono persone, il povero Don Chisciotte trasforma invece nella sua mente malata i mulini a vento in cavalieri, le osterie in castelli e le serve in damigelle. Il punto di partenza è dunque affatto opposto.
E di qui viene anche la grande diversità d’intonazione dell’opera intera, poichè mentre nel romanzo spagnuolo domina una certa malinconia desolata, nel francese ride un’allegria inesausta e piena che vi accompagna dal primo all’ultimo capitolo. Il povero soldato di Lepanto, che aveva vissuto una vita di miserie e disillusioni, che cominciava in carcere il suo capolavoro, assistendo alla decadenza della patria, non poteva abbandonarsi spontaneamente alla ilarità del francese del Rinascimento, che anche nelle traversie proprie e della patria poteva conservare inconcussa la speranza, nell’avvenire e la fede nel trionfo della ragione. Don Chisciotte non ci fa ridere, ma ci fa pietà; appena desta un sorriso che lascia la bocca amara, e ci vogliono quasi persuadere d’aver sott’occhio un libello letterario contro i romanzi cavallereschi, invece di una satira profonda contro l’amore della gloria e l’entusiasmo della generosità. Il povero pazzo cade sotto l’ultimo disinganno, e non può sopravvivere ai fantasmi splendidi che avevano consolato le sue tribolazioni. Egli chiude gli occhi per sempre quando gli vengono meno le due grandi forze della vita, la fede e l’amore; e la sua morte chiude dolorosamente la melanconia odissea, dove il sorriso non è che pianto represso. Pantagruel ci conduce invece allegramente con lui sino all’oracolo della diva bottiglia, il cui bacchico responso conclude il libro come un sonoro scoppio di risa. Così, a dispetto di certe analogie esteriori che condussero il Gervinus fino a metter il Mendoza e Quevedo de Villegas accanto al Rabelais come inventori del romanzo comico, si può concludere che i confronti tentati da molti, dal Montaigne in qua, peccano, non solo di precisione, ma di fondamento, e che il curato di Meudon è solo e grande in un genere letterario non tentato dallo stesso Cervantes.
Certo mancano poi al Rabelais parecchie qualità estrinseche, le quali mancarono a quasi tutti gli umanisti non italiani. Il gusto in lui specialmente non è molto fino, ed i suoi scherzi grassi, le sue allusioni poco pulite peccherebbero mortalmente di volgarità se alla _gauloiserie_ sboccata il tempo non avesse dato quella vernice d’arcaismo che copre molte magagne. I nostri scrittori del Rinascimento, eccettuati gli schiettamente pornografici come l’Aretino e il Franco, quando si trovano in faccia ad una particolarità scabrosa cercano di mascherare la volgarità coll’argutezza, e ci troviamo così ricchissimi di motti, di proverbi, di frasi che paiono scherzi e in fondo sono vere oscenità. Il Rabelais invece, come poi Beroaldo di Verville, il Despériers e gli altri _conteurs gaulois_, non rifuggono dalla parola propria, dalla frase tecnica, e narrano con tranquilla fronte i loro aneddoti scatologici.
Così il _Gargantua_ ed il _Pantagruel_, che potrebbero quasi dirsi libri di educazione, debbono esser tenuti lontani dagli adolescenti curiosi. È ben vero che questo turpiloquio sta nel libro come il pepe in certe vivande e ne aguzza il sapore. È vero che adoperando sul Rabelais le forbici dei correttori del Boccaccio si cincischierebbe il libro intero e si ridurrebbe ad un insulso racconto da bimbi: ma è doloroso che sia così, poichè il _cant_ italiano, ben più ipocrita in certe cose di quello degli inglesi, ci ha impedito finora di avere la traduzione di un’opera insigne, come l’hanno altre nazioni europee che non sono per questo nè più immorali nè più sboccate di noi.
L’anno scorso a Certaldo fu inaugurato un monumento al Boccaccio: quest’anno a Tours uno al Rabelais. Lasciamo i rimpianti agli scandalizzati che adotterebbero volentieri le perifrasi britanniche per esprimere i calzoni, e caviamoci il cappello, sperando che queste inaugurazioni siano un sintomo buono.
RABELAIS IN ITALIA
Pur troppo Francesco Rabelais è quasi sconosciuto in Italia. Gl’Inglesi hanno la traduzione dell’Urchard che è reputato il miglior lavoro possibile in simil genere, ed i lavori lessicografici del Coltgrave valsero a far conoscere l’originale anche a coloro che hanno poca famigliarità colla lingua francese del secolo XVI. I Tedeschi, oltre la fortunata imitazione del Fischart, hanno la traduzione di Gottlob Regis, molto più recente, e ricca di un lavoro pazientissimo di riproduzioni, varianti, confronti e note, che può parer pesante a molti, ma che non cessa di essere curiosissimo. L’Olanda ha la traduzione di quel Claudio Gallitalo che il Graesse, senza dubbio per errore, chiama Gabitalo. L’Italia invece non solo non ha traduzione alcuna, ma con tutto il contatto che ci fu tra la letteratura nostra e la francese, prima ai tempi di Francesco I, poi a quelli di Enrico IV, non ci è dato di rinvenire presso nessun autore il nome del Rabelais, o qualche allusione al suo libro. Sbaglierò, ma fuori di queste parole:—Cominciò a voltare, quando la vita del francese Gargantuasso—che si trovano nelle _Piacevoli et ridicolose facetie di M. Poncino della Torre_, cremonese (Venezia, Salicalo, 1609, facezia 46), non c’è da trovare altro. E forse questa allusione non è diretta all’opera del Rabelais, ma alle tradizioni popolari sulle quali egli lavorò il primo saggio del Gargantua, pubblicato a Lione nel 1532.
Quali sono le ragioni per le quali il Rabelais non fu e non è conosciuto in Italia? Certo l’Italia in passato ebbe, in argomento di letteratura, piuttosto un commercio di esportazione verso la Francia, che di importazione; commercio che ora è affatto invertito, per quanto l’Italia cominci lentamente a produrre del suo ed a guadagnare il tempo perduto in sterili battaglie di scuole, di lingua, di ipocrisie devote. Pure la prevalente esportazione letteraria al tempo degli ultimi Valois e dei primi Borboni, non può spiegare questa ignoranza italiana intorno al Luciano, all’Apulejo moderno. Quando Enrico Estienne scriveva i suoi dialoghi _du nouveau langage françois italianizé_ ed il Ronsard si compiaceva di quei latinismi ed italianismi messi in caricatura dal Rabelais col suo _escolier Limousin_ qualche anno prima, gli Italiani non esportavano soltanto. Le stesse invasioni francesi portavano in Italia qualche cosa delle letterature d’oltralpe, e più tardi, al tempo di Caterina de’ Medici, gli scambi divennero tanto reciproci da poter dire che Arrigo Caterino Davila ci venne di Francia. Aggiungasi che il Rabelais fu tre volte in Italia e fu in relazione coi signori romani, da quel che che appare nella _Cosmografia_ del viaggiatore Thevet. E certo il bizzarro frate sfratato fece bel altro a Roma che cercar semi d’insalata pel suo amico il vescovo di Mailezais, ed il suo primo pensiero non fu certo quello d’importare in Francia la lattuga romana. Il Vescovo, ci dice il Colletet, gli affidò importanti e delicatissimi affari; e le sue suppliche al Papa per essere assolto dalle censure incorse nell’abbandonare il convento, e la bolla di Paolo III (27 gennaio 1536) che gli accordava il chiesto indulto, dovettero obbligarlo e frequentare illustre persone e colte società. Come dunque, dopo la fama a cui salì dappoi, nessuno a Roma si ricordò di lui, nessuno in Italia seppe il suo nome? Come mai, di uno dei più grandi scrittori di una principalissima lingua neo-latina non si hanno traduzioni che nelle lingue del settentrione, ed è appunto presso i popoli del mezzodì, ai quali il Rabelais appartenne e pei quali scrisse, che il suo nome è poco meno che sconosciuto?
Prima di tutto non è paradosso il sostenere che i contatti del Rabelais coll’Italia furono appunto una delle ragioni che valsero a impedire la mutua simpatia. Il Rabelais non fu della tenera pasta di Abraham giudeo, il quale dai vizi de’ religiosi argomentò la virtù della religione. Egli invece capì subito che cosa era questa ortodossia cattolica fondata sulla magnificenza vana e sulla fede cieca. Capì la scienza secca ed artificiale che il cattolicismo tentava di opporre alle obiezioni della Riforma, e l’arte machiavellica che moveva le corporazioni religiose alla difesa della opulenza pontificia e i sovrani alla difesa dell’arca santa del diritto divino. Vide lo scadimento morale d’Italia e lo scadimento intellettuale che cominciava appunto allora, e sentì fermentarsi dentro quel lievito di ribellione contro tutte le imbecillità degli umili e le bestialità dei grandi, col quale impastò poi la sua opera eterna. Ad ogni pagina del suo libro sentì il disprezzo per la gerarchia ecclesiastica, la satira alla gerarchia civile, l’odio alle istituzioni monastiche, la ribellione che non risparmia nulla, nemmeno i rituali, (_Venite aposemus_—_Gargant._, cap. 4), nemmeno le sacre carte (_Et germinavit radix Iesse_, capitolo 39). Egli, che trovava troppo caphard il Calvino, dovette ricevere ben tristi impressioni in Italia e nella società che gli toccò frequentare, dove la ipocrisia e la doppiezza erano tenute per belle e decorose arti di governo e di fortuna. Quale stima poteva avere l’ironico Rabelais di quella Italia che tollerava che la sua religione servisse per trovare un Ducato a Pier Luigi Farnese, la più oscena figura del suo secolo?
Questa triste opinione che, non a torto, il Rabelais ebbe dell’Italia d’allora, fece sì che le allusioni italiane che si trovano nel suo libro, senza essere maligne, sono spesso o quasi inconsciamente poco benevole. Non parliamo di tutto ciò che riguarda la Chiesa e la sua gerarchia, poichè un terzo del libro si può dire che non riguardi ad altro. Soltanto, sfogliando qua e là il Gargantua, si può capir subito, come la simpatia del Rabelais per le cose italiane non deve essere stata grande. Nelle prime pagine del prologo troviamo la vecchia accusa di plagiario data al Poliziano. Credete voi, egli ci dice, che Omero scrivendo l’_Iliade_ e l’_Odissea_ pensasse mai alle allegorie che da lui hanno burattato Plutarco, Eraclide Pontico, Eustazio, Fornuto _et que d’iceux Politian a desrobé?_ Le cose del Giovio non erano ignote al Rabelais, ed è strano che volendo dir male del Poliziano non abbia riportata la voce che lo storico da Como raccolse dalle labbra di Leone X, che cioè il Poliziano rubasse al Tifernate morente la traduzione di Erodiano. Già il Lascari aveva accusato il Poliziano con mordaci parole per certi pretesi plagi alla vita di Omero attribuita ad Erodoto, e se crediamo alla narrazione del Duareno questa accusa sarebbe stata fatta proprio in scuola, il che mostra che si riferisce alla _prelezione_ e non alle _Selve_ o più specialmente all’_Ambra_, come sembra credere il Del Lungo. Il Budé invece, il buon amico del Rabelais, parlando nelle sue annotazioni alle Pandette dell’opuscolo _de Homero_ attribuito a Plutarco, ci dice che il Poliziano, bravo uomo per verità, ma non troppo galantuomo, non arrossì di saccheggiare quell’opuscolo e di darlo per suo, mentre non fece che la fatica materiale di copiarlo. Non cadeva in acconcio al Rabelais di ricordare un’altra accusa del Budé al Poliziano, quella cioè di aver saccheggiato i versi di incerto autore che vanno uniti a quelli di Prisciano, e ciò nella lettera a Francesco Ursino. Certo però allude al _Panepistemon_ allorchè lo accusa di aver saccheggiato Eraclide Pontico, Eustazio e Fornuto. Il meglio poi è questo, che uno dei principali personaggi del Rabelais si chiama appunto _Epistemon_, nome greco che tradisce una reminiscenza del libro del Poliziano.
Non è il caso qui di difendere il Poliziano, che del resto fu troppo ben difeso. Rimandiamo alle gravi parole che il Menekenio disse intorno a queste accuse, chiamandole _turpissime ed accolte solo dal pessimo volgo_. Vogliamo solo far notare come il Rabelais, buon grecista egli stesso ed in caso di conoscere quanto fondamento avessero simili asserzioni, preferì di accettare ciecamente l’accusa del suo amico Budè, tanto poca stima aveva del Poliziano e delle cose nostre.
E quasi a cagione di scherno nel cap. 9 ricorda il bizzarro ed oscuro libro: _Hypnerotomachia Poliphili_, del domenicano A. Colonna; libro sul quale si desidera ancora uno studio critico che scopra la verità dei filosofemi sotto i geroglifici male capiti. E nella ridicola dissertazione sul significato dei colori bianco ed azzurro ricorda come autorità l’invettiva del Valla contro Bartolo, diretta al Decembrio. Tra i libri ridicoli che servirono alla istruzione di Gargantua, tra gli _Hurtebise_, _Fasquin_, _Tropditeux_, _Gualehaut_, _Jehan le Veu_, _de Billonio_, _Brelingandus et un tas d’autres_, c’è anche un _Passavantus cum commento_ che non può essere se non lo Speccio _della vera penitenza_ stampato a Firenze nel 1495 e dopo, non potendo essere la notissima _Epistola m. Benedicti Passavantii_ scritta da Th. de Bèze contro il presidente Lyset, poichè la prima edizione è del 1553, anno della morte del Rabelais. Nè forse meno ironicamente è ricordato nel cap. 24 il dialogo di Nicolò Leoniceno: _Samnutus, sive de ludo talario_.—Dialogo del resto eruditissimo, che si trova ultimo nella edizione veneta del De Gregorio, 1524 (tra parentesi, nell’Ambrosiana c’è del Leoniceno una traduzione del—_de bello Gothorum_—di Procopio: è piena d’ioditismi, sotto il nome di Nicolò da Lonigo, e dedicata al duca Ercole di Ferrara. L’Argelati (_Bib. de’ Volg._, III, 297, nota c) non si accorse che da Lonigo o Leoniceno vuol dire lo stesso). Ingiustissima poi è l’ingiuria scagliata al Pontano nel capitolo 19, dove è battezzato anagrammaticamente Taponnus, forma latinizzata di _tapon_ o _tampon_, turacciolo, e peggio. Il Rabelais aveva fatto stampare nel 1532 come antichi ed autentici un testamento ed un contratto di vendita. I documenti erano invece apocrifi ed autore ne era il Pontano. Il Rabelais naturalmente ci prese cappello ed ingiuriò il Pontano, al quale diede per di più del _poeta secolare_, che nel gergo della Sorbona significava eterodosso, e lo citò come autorità nella ridicolissima arringa di _Janotus de Bragmardo_.
Queste poco benevoli allusioni alle cose italiane, raccolte nel solo Gargantua, suffragano abbastanza l’opinione nostra intorno alla poca simpatia del Rabelais per l’Italia. Ma più che questi colpi di dente e le allusioni ai veleni (_il craignoit ly bouconi de Lombard._, cap. 3) crediamo che a tener lontano i libri del Rabelais dall’Italia abbia contribuito la loro fama di dubbia cattolicità. Intendiamo dubbia per gli intolleranti e maligni come il Puits-Herbault prima ed il padre Garasse di poi. Inutilmente il Calvino, che aveva cercato di attrarre a sè il Rabelais, lo sconfessò altamente e lo trattò di ateo. L’amicizia del frate sfratato col Dolet, col Despèriers, col Marot e con altri, non giovò alla sua reputazione presso i cattolici militanti. La sua odissea monastica, l’odio contro ai conventi, i libri troppo liberi per le orecchie cattoliche e pieni di scherzi e di allusioni e di equivoci che non rispettano nulla (_ad formam nasi_ etc., _Garg._ 40), gli mossero contro tutti quei _cagots et papelards_, la razza de’ quali non è ancora spenta. Basti a provarlo la fiera lotta che dovette sostenere nel 1545 per la stampa del terzo libro del _Pantagruel_; lotta nella quale la Sorbona non si diè vinta che davanti all’intervento del re. Immaginiamo dunque quel che si doveva pensare del Rabelais in Italia al tempo della furibonda reazione cattolica di Paolo III!
È quindi troppo naturale che le sue bizzarre opere siano state tenute lontane come pregne d’infezione e pericolose alla serenità delle coscienze. Non è infatti il genere delle cose trattate, non è l’arcaismo gramaticale ed ortografico così _bhonomme_; ma così ostico ai profani, che impedì la diffusione del pantagruelismo in Italia. Vediamo i _Contes drolatiques_ di Onorato Balzac conosciutissimi tra noi, benchè arditi, benchè arcaici, mentre l’_Apologie pour Hérodote_ di Enrico Estienne e l’_Arte de parvenir_ di Beroaldo de Verville che dovrebbero avere lettori a migliaia sono conosciuti da pochissimi. L’Italia, nè allora nè poi, non fu paese dove un Filippo d’Orléans potesse andare a messa con Luigi XIV, recando seco le opere del Rabelais invece del Breviario. La poca fama che ebbe il Rabelais in Italia devesi dunque attribuire in gran parte alle precauzioni prese dai pastori per evitare l’infezione del gregge, fino a che, sotto il dominio spagnuolo, si spense affatto in Italia e nelle lettere quella indipendenza di pensiero che sola avrebbe potuto accettare volentieri le argute fantasie del parroco di Meudon.
Qui si presenta spontanea una domanda. Quello che non fu fatto, si potrebbe fare? Non sapremmo davvero rispondere. Ci pare che una traduzione del Rabelais, dovrebbe esser fatta con una tale spiritosa affettazione di arcaismo nella lingua e maliziosa serietà d’esposizione che richiederebbero molto ingegno e profondissima pratica della lingua e dello stile del Trecento e del Cinquecento. Se le ragioni cattoliche esposte più sopra non lo avessero vietato, una simile traduzione avrebbe potuto esser atta in quel periodo di tempo che cominciò colle minute purità del padre Cesari e finì colle melense pappolate del padre Bresciani. Certo il Rabelais non si potrebbe tradurre come il Giusti si provò a tradurre il Montaigne.
La traduzione però non verrà. Tutti coloro che hanno interesse a conoscere il Rabelais, conoscono la lingua francese. Quelli che non lo conoscono, si contentano dei romanzi di Ponson du Terrail tradotti, e buon pro faccia a tutti quanti.