Part 24
Così accadde che questo veneziano arrivò al dogato per mezzo della corruzione degli elettori. Non giovavano più i diversi ed intricati gradi di scrutinio, la complicazione de’ quali teneva quasi della cabala, chè le guarentigie del voto erano scomparse. Invano gli inquisitori cercavano di provvedere minacciando, chè i colpevoli sanno troppo bene che le minacce non saranno seguite da effetti, e continuano il mercato de’ suffragi. La rovina de’ commerci aveva oramai impoverito questa aristocrazia che sola governava, e la povertà, triste consigliera aveva distrutto le virtù antiche, il disinteresse, l’abnegazione, la fierezza. Il Doge, servo una volta dei sospetti de’ nobili e delle _promissioni_ giurate, ora diveniva affatto una finzione costituzionale, una bestia rara conservata in gabbia, come la lupa del Campidoglio. Se il culto delle antiche tradizioni non si fosse opposto, si sarebbe potuto benissimo mutare il dogato di elettivo in ereditario.
Infatti si attribuisce un troppo grave importanza alla diversità di questi due modi di successione. Gl’inglesi, per esempio, che in materia costituzionale se ne intendono, stimano leggera la differenza. Il Bagehot, ch’è entusiasta della forma costituzionale ereditaria, confessa che le moltitudini disadatte in Inghilterra a far funzionare un governo elettivo, sarebbero spaventate se sapessero quanto sono vicine ad una tal forma di successione. La repubblica, egli scrive è già penetrata tra di noi con le apparenze esterne della monarchia. Ed un altro pensatore esce in queste parole, le quali non si potrebbero usare parlando della costituzione italiana che tanto spesso invoca l’esempio della inglese: «Il Parlamento britannico non ha mai ceduto il suo diritto eterno di regolare la successione monarchica a propria volontà. Se si vedesse la necessità di mutare la legge che disciplina ora siffatta successione sarebbe altrettanto agevole di farlo quanto lo fu ai tempi di Sigebert o di Etereld, di Riccardo II o di Enrico VI. Re di diritto divino non ci furono mai. Forse avviene da ciò che i re nostri son tali anche per la grazia di Dio, ma in Italia bisognerebbe ricorrere a ben altri argomenti per modificare quel che ci fosse d’invecchiato o di sbagliato nella carta costituzionale.»
Ma il Doge veneto non saliva alla dignità principale dello Stato per grazia di Dio. Non c’era bisogno di incomodare la divinità per esaltare un principe che in fondo era la prima vittima dello Stato. Nelle carte di _promissione_ gli si faceva giurare di lasciarsi congedare se alla Signoria fosse piaciuto di deporlo, e del potere non gli si lasciava che la pompa. Il Foscarini, che con tutta la sua virtù ed il suo sapere fu piuttosto il difensore che il correttore dello Stato, diventato Doge trovò cresciuti gli ostacoli ad operare il bene. Alla inerzia invincibile del malato si unì la necessaria impotenza del medico. Libero non aveva potuto operare nulla: il prigioniero ora nel sontuoso palazzo ducale, bendato, imbavagliato, incatenato dai sospetti dei grandi e dalla severità della costituzione, passò come tutti gli altri Dogi, senza infamia e senza lode, prova provata che gli avvenimenti o guidano o sopprimono anche gli uomini migliori.
Il libro del Morpurgo, utilissimo ragguaglio di un tempo così vicino a noi e pure così dimenticato, sembrerebbe quasi darragione a quella specie di fatalità che regge i popoli secondo la filosofia di Giuseppe Ferrari, a quella inevitabile legge di preparazione, di rivoluzione, di sosta e di regresso, che, se diventa discutibile spinta alla minuzia del calcolo delle epoche diviene evidente considerata più largamente, fatta più comprensiva. Alla sosta dell’oggi accenna già di voler succedere domani il regresso che darà agio alla preparazione del cambiamento fondamentale. I fati conducono i volenti, trascinano i nolenti, quella legge storica inflessibile che nei discorsi della corona si chiama a sproposito della Divina Provvidenza.
TORQUATO TASSO
Nella storia dello svolgimento intellettuale dei popoli, non meno che nella storia de’ fatti, s’incontrano uomini che riassumono interamente in sè tutto un momento dell’evoluzione. A questi esseri privilegiati noi diamo ora il nome di _geni_ e speso sogliamo chiamare tutto un periodo di tempo col loro nome. Esso infatti lo riempirono della loro vitalità, gli impressero il loro suggello e si mostrarono il tipo più completo e perfetto di ciò che poteva produrre il clima storico in cui fiorirono.
Torquato Tasso rappresenta evidentemente il tramonto del Rinascimento, la fine di un secolo di gloria e l’avvento di un secolo di pazzia letteraria. Egli è il tipo più squisito di quella maturità di una generazione d’ingegni cui tarda poco a seguire la putrefazione. Fate conto che la fine del secolo XVI sia come un banchetto di allegri gentiluomi sul punto di terminare. I convitati hanno già quell’esaltazione che precede l’ebbrezza, quella facondia elegante e concitata che ingrandisce le minuzie, dispone alla discussione calda ma poco utile, e mostra che l’equilibrio del cervello comincia a pericolare per troppa tensione. La ricca ma vuota eleganza del Cinquecento sta per cadere nelle follie del barocco, appunto come il genio del Tasso sta per cadere nella lipemania.
Bernardo Tasso (n. 1493; m. 1569) padre di Torquato, fu letterato di gran conto, e la sua fama sarebbe forse maggiore se la gloria del figlio non avesse eclissata la sua. Cortigiano nel senso migliore della parola, come allora s’intendevano i gentiluomini e ne scriveva il Castiglione, servì Guido Rangone, Renata d’Este e Ferrante Sanseverino principe di Salerno. Caduto quest’ultimo in disgrazia di Carlo V, Bernardo esulò, fu in Francia e, ritornato, i duchi d’Urbino e di Mantova si servirono di lui. Morì governatore di Ostiglia.
Torquato nacque (1544) in un momento di calma per l’agitata vita di Bernardo; nacque a Sorrento tra le magnifiche più splendide della natura, in primavera, frutto di un amore vivisimo ed invidibile. Tutto gli sorrideva dalla culla e nessuno avrebbe profetato al felice bimbo una delle esistenze più travagliate che si possono trascinare al mondo. Vissuto colla madre sino ai dieci anni non potè comprendere quanto vi fosse di doloroso nell’assenza del padre allora esule: nè certo l’istruzione che riceveva da’ gesuiti doveva turbar molto la serenità di una infanzia fortunata.
Ma a dieci anni gli convenne lasciare il dolce e tranquillo nido di Sorrento per recarsi a Roma presso al padre. Oramai pel povero Torquato non spunterà più una giornata di calma come quelle che gli sorrisero sotto gli aranci fioriti e in faccia alla marina azzurra del suo luogo natìo. Porzia de’ Rossi, la madre amantissima che fino a quel giorno era stata il suo buon angelo, lo salutò piangendo e, presaga in cuor suo di non dover più rivedere nè il marito, nè il figlio, si ritirò in un convento a piangere e ad aspettare la morte. Da quel giorno cominciò la sventura a pesare sopra Torquato. Gli mancò la felicità dal giorno in cui gli mancò il sorriso materno.
Seguì il padre nelle sue peregrinazioni, da Roma a Bergamo, a Urbino, a Pesaro, a Venezia. In questa ultima città, dove allora venivano alla luce i tre quarti dei libri che si stampavano in Italia e dove per questo convenivano gli uomini più colti di tutta la penisola, Bernardo Tasso dava alla luce il suo _Amadigi_ e si faceva aiutare dal figlio a copiare ed a correggere. L’ambiente e le occupazioni svilupparono ben presto in Torquato l’amore alla poesia ma il padre, che dalle Muse non aveva cavato altro frutto che di dolori, contrastò alla vocazione del figlio e lo mandò a Padova a studiare giurisprudenza. Torquato ubbidiente andò, e dopo un anno aveva fatto... un poema epico.
Il padre prima si adirò di questa non rispondenza del figlio ai propri desidèri; poi compiacendosi dell’ingegno che del poema traluceva e sapendo per prova che il mal di poesia una volta contratto non si guarisce più, perdonò e lasciò stampare il _Rinaldo_.
Da Padova Torquato andò a Bologna, di dove partì ben tosto per dispiaceri avuti in seguito ad una satira che gli fu attribuita. Tornato a Padova, si diede a studi di filosofia e concepì l’idea di cantare le crociate. Il _Goffredo_, aurora della _Gerusalemme_, data da quel tempo. Ben presto però il cardinal d’Este, cui egli aveva dedicato il _Rinaldo_, lo chiamò a Ferrara, gentiluomo della sua Corte.
Giovane di ventun anno, bello d’aspetto, piacevole e veramente gentiluomo negli atti e nel discorso, già in bella fama di poeta, Torquato si trovò in una delle più splendide Corti d’Italia, in un ambiente propizio alle lettere ed alla decorosa calma che si conviene agli studi. Invece egli trovò in quella Corte la sua gloria, se si vuole, ma anche la sua sventura.
Al tempo di Alfonso II la magnificenza della Corte di Ferrara era veramente meravigliosa. Il solo cardinale Luigi aveva un seguito di cinquecento gentiluomini. Le feste succedevano alle feste, gli studi erano incoraggiati dal duca e le poesie e gli amori dalle belle donne. Ferrara conserva ancora, per quanto scaduta, il tipo delle sue belle gentildonne del Cinquecento, dalla opulenta leggiadria veneziana, un po’ molle come in tutte le razze che vivono in climi umidi e tiepidi, ma meno languida. Le splendide gentildonne che portavano meravigliosamente nomi gloriosi e beltà superbe, sorridevano volentieri al poeta gentiluomo anche esso, nè reputavano che un omaggio di poesia macchiasse i blasoni storici o le vesti di broccato d’oro. Del resto i costumi assai facili in quel secolo erano facilissimi in quella Corte, e solo si chiedeva ai fortunati la discrezione. Indarno già in Ferrara Lucrezia Borgia aveva portato la severità della convertita, e Renata la rigidezza ugonotta. Che fare in una Corte ricca, oziosa e raffinata, se non amare?
Le belle gentildonne come Claudia Rangoni, le duchesse di Scandiano, di Sala e di Lodrone, Livia d’Arco, Tarquinia Molza, Leonora Sanvitale e molte altre si contendevano la palma della leggiadria, ed il poeta si trovava come nell’incantato giardino di Armida. Egli filosofava d’amore nell’accademia ferrarese, scriveva per sè e per gli altri sonetti d’amore, viveva insomma in un’atmosfera satura d’amore e propizia alle ebbrezze dei sensi ed alla sovraeccitazione degli affetti. Amò Lucrezia Bendidio, amò Laura Peperara, amò forse anche qualche bella cameriera di Corte (_che non disdegno signoria d’ancella_), finchè in questa tensione, in questo caldo che lo struggeva, osò levare in alto occhi fino alle sorelle del duca, Lucrezia ed Eleonora. Un mistero copre ancora questi amori, che non si sa quanto fossero o fin dove corrisposti. Pare tuttavia che egli le corteggiasse tutte e due; che la maggiore, Lucrezia, che poi andò sposa al duca d’Urbino, lo amasse; e che la minore, Eleonora, la Sofronia
Vergin... di già matura Verginità, d’alti pensieri e regi, D’alta beltà...
si lasciasse corteggiare per sventura del poeta, ma non corrispondesse al suo affetto.
In questo stato d’animo il poeta pose mano al poema immortale, alla _Gerusalemme_.
Oramai in Italia ogni tentativo di resistenza al cattolicismo romano era scomparso. Renata d’Este non aveva lasciato nessun neofito a Ferrara, e Barbara, la moglie del duca Alfonso, favoreggiava i gesuiti. Il romanesimo aveva vinto, e non c’era più alcuno che non piegasse il collo al giogo del Concilio di Trento. Anzi una specie di entusiasmo religioso effimero in fondo, ma vivissimo sotto l’impressione del pericolo, si era destato dopo la battaglia di Lepanto. Il Tasso era cattolicissimo, che tanto la sua intransigenza religiosa aveva suscitato difficoltà alla missione del cardinale d’Este in Francia, ed era stato costretto a ritornare a Ferrara. «Torquato, dice il Lamartine, era sinceramente e teneramente religioso, e si sentiva spinto verso quel soggetto non solo dalla musa, ma anche dalla pietà. Egli era il _crociato_ del genio poetico che aspirava a raggiungere, colla gloria e la santità dei suoi canti, i crociati della lancia ch’egli voleva celebrare. I nomi di tutte le famiglie nobili e sovrane di occidente dovevano rivivere in questo catalogo epico delle loro prodezze e meritare all’autore la riconoscenza ed il favore dei castelli e delle Corti. Le crociate erano il _nobiliario_ dell’Europa, ed il poeta si faceva l’arbitro ed il dispensatore dell’immortalità ai discendenti delle vecchie famiglie... Finalmente il poeta era nel tempo stesso cavaliere ed un nobile sangue gli scorreva nelle vene. Celebrare gesta guerresche gli pareva unire il nome suo a quello degli eroi che le avevano compite sui campi di battaglia, e la religione, la cavalleria, la poesia, la gloria del cielo, quella della terra e della posterità si univano per consigliargli quell’opera».
Il poema cristiano per eccellenza era ormai condotto al fine quando il Tasso fece l’_Aminta_. La favola boschereccia, l’idillio un po’ artificioso, ma fresco e tranquillo, nacque accanto alla severa epopea. Molti furono gli imitatori dell’_Aminta_, ma nessuno raggiunse la splendida serenità dell’originale. Lo stesso _Pastor Fido_ del Guarini, sia composto a competizione coll’_Aminta_, o sia opera precedente e scevra d’imitazione come pare voglia l’autore, se in molti luoghi vince di forza e di efficacia la favola del Tasso, è però troppo tronfia e barocca per poterle contendere il vanto. Il tempo in cui l’_Aminta_ fu composta e venne alla luce segna il più alto e più felice punto della fortuna del Tasso. Di poi ruinò di sventura in sventura.
Finita la _Gerusalemme_, prima di stamparla volle sottoporla al giudizio altrui. Cattolico fervente e convinto, benchè lo studio della filosofia gli avesse lasciato addosso un po’ di quel platonismo, male cristiano, in cui vissero e scrissero il Ficino e Pico della Mirandola, era tormentato da dubbi di coscienza, da scrupoli di ortodossia delicatissimi. Ora, in quel tempo di reazione contro la Riforma, quando i gesuiti e l’inquisizione si contendevano il dominio delle coscienze, l’intolleranza de’ giudizi ecclesiastici era cieca e importuna sino al ridicolo. Silvio Antoniano, uno dei giudici invocati dal Tasso, dichiarava che l’autore non doveva mirare a piacere ai cavalieri, ma ai frati. Di qui tormenti intimi e terribili nell’anima del povero poeta, finchè il poema cominciò ad uscire alla luce abusivamente, preso da copie manoscritte che già circolavano. Se ne dolse senza frutto il poeta; protestò il duca colla stessa energia con cui avrebbe protestato se gli avessero invaso gli Stati; ma oramai il poema era di pubblico dominio.
L’irritabilità del poeta si accrebbe e la sua stessa condotta cominciò a dar segni di mutamento. Sensibilissimo alla critica, tanto che pochi come lui hanno perduto tanto tempo nella polemica, soffriva delle contrarietà che l’invidia gli sollevava contro, e appunto allora la malignità dei cortigiani offuscati dal suo splendore lo prese a bersaglio. Sia che gli amori più o meno platonici colle sorelle del duca, sia che un suo tentativo di lasciare la Corte di Ferrara per quella dei Medici gli alienasse l’animo d’Alfonso, il fatto è che s’accorse ben presto d’essere in disgrazia, e i suoi nemici trionfanti glielo facevano amaramente sentire. Il suo carattere si alterò. Divenne cupo e violento. Schiaffeggiò in pubblico un amico infedele, il quale per vendicarsi dell’oltraggio cercò di farlo assassinare. Il saper pubblicato il suo poema senza le correzioni che avrebbe voluto farvi nell’interesse dell’ortodossia, ridestò i suoi scrupoli, e si credette scomunicato e dannato. Insomma la sua ragione diede un crollo, fu preso dal delirio della persecuzione, ed un giorno, nell’appartamento di Lucrezia, s’immaginò che un servo fosse un nemico e trasse il pugnale per ucciderlo. Fu chiuso in un annesso del palazzo ducale in via di precauzione.
Scrisse al duca domandando perdono e fu liberato. Partì per la campagna, tornò, tormentò di nuovo il duca colle sue lettere di lipemaniaco, fu rinchiuso nel convento di San Francesco di dove fuggì di notte senza denaro e quasi senza vesti. Si recò povero, malato, perseguitato, a Sorrento dalla sorella Cornelia, dove guarirono le infermità del corpo, ma non quelle della mente.
Impetrato di nuovo perdono dal duca, tornò a Ferrara; ma poichè gli parve che Alfonso fosse raffreddato verso di lui, fuggì di nuovo ed errò per l’Italia superiore finchè lacero e cadente giunse a Torino. Ivi si fermò alquanto, ma, attratto dalla sua rovina come coloro che affacciandosi a un precipizio si sentono tratti a gettarvisi dentro, tornò a Ferrara.
La prima volta era entrato nella città e nella Corte degli Estensi quando il duca Alfonso sposava Barbara, figlia dell’imperatore Ferdinando. Vi tornava ora l’ultima volta, e vi tornava in mezzo alle feste magnifiche per le seconde nozze del duca con Margherita Gonzaga. Ma quale differenza! Egli non era più il giovane bello, pieno di speranze, d’ingegno, cercato e accarezzato dalle dame e dai gentiluomini.
Tutti invece ora lo sfuggivano come un lebbroso, sorridevano di lui e lo additavano allo scherno pubblico. Il duca, le sue sorelle, tutta la Corte gli fecero sentire che egli non era più il Tasso di una volta. Irruppe in minaccie, in contumelie di delirante, diventò furibondo e fu chiuso nello spedale dei pazzi in Sant’Anna.
In un tempo non molto lontano, in cui la critica si faceva per simpatia e non per criteri positivi e scientifici, pareva eresia il credere che il Tasso fosse veramente maniaco. Si voleva vedere in lui la vittima o de’ suoi amori, o de’ suoi nemici.
La sua prigionia in Sant’Anna era messa a debito della tirannia di Alfonso, ed una pietosa leggenda s’era formata, per la quale il Tasso non era che un martire. Ma queste sentimentalità romantiche sbagliatissime, poichè la fama del poeta non è sminuita in nulla dalla sua malattia, hanno ceduto alle indagini scientifiche, ed i medici lo dichiarano affetto di lipemania. Il Giacomazzi, il Verga, il Cardona, il Corradi convengono in questo e ne desumono le prove dalla vita, dalle opere e specialmente dalle lettere del poeta. Lo stesso Girolami ed il Rothe, benchè cerchino di attenuare l’entità del male, pure convengono nell’ammetterlo: che anzi, oramai è provata anche l’influenza dell’eredità sullo stato morboso di Torquato, poichè è noto che la madre fu oltremodo sensibile ed eccitabile, mentre il padre in varie circostanze della vita offrì accessi ben caratterizzati di _melancolia_.
Oramai tutti ne convengono, anche i critici, come recentemente il De Sanctis, il D’Ovidio, il Canello; e ad ogni modo è facile vedere nelle sue opere come le grandi qualità della mente siano annebbiate da una forma morbosa, da cui vengono le sue stravaganze, le sue aberrazioni, le sue sventure. Egli stesso chiama la sua vita _inesplicabile_, e l’epistolario testimonia la contraddizione perpetua, l’eccitazione morbosa del suo pensiero. Tuttavia la leggenda non è spenta, ed Alfonso, che ha ben altri conti da rendere alla storia, è chiamato anche a rispondere dei tormenti fatti subire al poeta. È giusto?
Ma il nome di Torquato era troppo chiaro perchè nessuno si commovesse alle sue sventure. Il papa, i duchi di Toscana, di Urbino e di Mantova intercedettero per lui, e dopo sette anni e due mesi di prigionia fu libero. Alfonso gli rifiutò l’udienza di congedo chiesta e desiderata ardentemente. Leonora era morta, Torquato Tasso usciva da Sant’Anna e da Ferrara, ombra di sè stesso, rovina di un genio immortale.
Fu a Mantova, errò per l’Italia di nuovo e riposò a Napoli nel convento di Monte Oliveto. Gli scrupoli religiosi lo avevano ripreso, e compose la _Gerusalemme conquistata_ quasi ammenda della _Liberata_. Non cercava più che la compagnia di persone religiose e domandava la pace dell’anima esacerbata ed agitata al silenzio de’ chiostri. Infatti, quando per intercessione del cardinale Cinzio Aldobrandini, cui egli aveva dedicato la seconda _Gerusalemme_, fu chiamato a Roma dal pontefice per essere incoronato in Campidoglio, ricoverò al convento di Sant’Onofrio sul Gianicolo. Ivi, alla vigilia del suo trionfo, si spense, accettando la morte come una desiderata fine dei suoi lunghi dolori.
Morì il dì 25 aprile 1595. Aveva cinquantun anno. Fu sepolto, nella chiesa stessa di Sant’Onofrio, e l’umile pietra che lo copre è visitata assiduamente. Chi visita il sepolcro di Alfonso II?
Torquato Tasso, ingegno meraviglioso, personifica la seconda metà del secolo XVI, come la prima è personificata dall’Ariosto. La reazione cattolica, la dominazione snervatrice dei gesuiti, l’aria malsana di una Corte bigotta al di fuori e corrotta al di dentro, possono aver molto influito a indebolire in lui la fiamma del genio; ma sarebbe ingiusto giudicare coi criteri dell’oggi una vita così infelice trascinata pei triboli di tre secoli addietro. Ad ogni modo è da tener conto maggiore dell’opera sublime a lui così afflitto dalla sventura e dalla malattia. Egli è pur sempre uno de’ geni che onorano l’umanità, e se in lui qualche cosa è da meno, bisognerà dire con Giacomo Leopardi: «Io credo che il Tasso non per altra ragione sieda piuttosto sotto che a fianco de’ tre sommi nostri poeti, se non perch’egli fu sempre infelicissimo».
IL MONUMENTO A RABELAIS
Nel giorno 25 del passato luglio, a Tours, fu scoperto il monumento dedicato a Francesco Rabelais. La statua, opera dello scultore Dumaige rappresenta il buon curato di Meudon in piedi con alcuni fogli nella sinistra e la penna nella destra. Sembra che pensi a qualcuno de’ suoi matti personaggi e stia per scriverne qualche cosa, poichè nella faccia energicamente modellata e più nelle labbra grosse, un po’ sensuali, appare come un sorriso incominciato che vuol finire in una allegra risata. Tranne una lontana reminiscenza delle notissime maschere de’ fauni pompeiani che si può sorprendere sui lineamenti della statua, l’opera è riuscita e buona.
Lo zoccolo porta scritti i due versi che stanno avanti al prologo del _Gargantua_:
_Mieulx est de ris que de larmes escripre Pour ce que rire est propre de l’homme._
Nessun monumento fu meglio meritato in questi tempi così fertili di monumenti. Il Rabelais infatti dotò la Francia di un genere letterario che non ha riscontro in nessuna delle letterature moderne, poichè le fantasie del Swift, che nella parte mitica vi si avvicinano di più mancano affatto poi di quella gaiezza, di quella sana allegria che stanno in fondo a tutti i capitoli del _Gargantua_ e del _Pantagruel_. Si è voluto, specialmente dal Brunet, fare il Teofilo Folengo il padre legittimo del Rabelais, ma l’originalità di questo si rifiuta alle ipotesi di una paternità troppo discutibile. È ben vero che i due autori erano due frati sfratati per odio della vita claustrale, ma il mantovano cercava nella libertà l’amore di quella donna che troviamo quasi deificata nel _Caos del tri per uno_, mentre il francese cercava la scienza esclusa da quei chiostri dove studiare il greco era segno d’eresia.