Part 23
Le lettere del Bertani e quelle del Settembrini sono un prezioso complemento della biografia di quest’ultimo. Tutta quella parte che riguarda la progettata fuga ha qualche cosa del romanzo, e davvero tutti questi episodi di prigione, di fughe, di condanne e di esilii, che cominciano dalla narrazione di Silvio Pellico per passare da quelle di Felice Orsini sino alle _Memorie_ del Settembrini, sono una parte della letteratura nostra che non ha nulla da invidiare alle più celebri autobiografie straniere, con questo di giunta che i principii pei quali soffrirono sono anche i nostri e quindi ci colpiscono profondamente. Lo stesso libro del quale parliamo rientra in questo ciclo letterario, anzi lo completa e lo illustra.
Veramente è da far voti che simili materiali per la nostra storia crescano, si stampino e si ristampino. A leggerli, ci guadagnano tutti, e ne abbiamo bisogno.
MÉRIMÉE A PANIZZI
Vorrei andare all’esposizione di Milano; ma poichè per farlo ci vogliono dei quattrini, m’ingegno e traduco per l’editore Zanichelli le lettere del Mérimée al Panizzi; e per fare la debita _réclame_ all’editore, annuncio che il primo volume verrà alla luce nei primi del mese prossimo.
Sono lettere curiosissime. Il Mérimée, che visse nell’intimità della famiglia imperiale ed era in caso di conoscere bene tutti i segreti che il volgo dei cortigiani ignora, scrivendo all’amico suo Panizzi con tutta confidenza, con quell’estro francese che, come certe salse, fa trovar buoni anche i cibi che non lo sono, e parla della storia contemporanea nel modo con cui l’intendevano i pezzi grossi del secondo impero.
Una cosa però mi ha colpito. Il Mérimée era un artista di gusto finissimo, e _Colomba_, il _Teatro di Clara Gazul_, le novelle squisite, piccole e preziose come gioielli, ne fanno fede. Ebbene, quando parla e giudica dalle cose che accadono, non è altro che un filisteo e parla come uno di quei droghieri che egli disprezza superbamente. È un droghiere volterriano che motteggia sul papa, sui cardinali e sulla Madonna, ed ha una paura convulsa e biliosa di tutto quello che da vicino o da lontano rassomiglia alla rivoluzione.
Tutto gli fa paura, e Garibaldi lo spaventa orribilmente. Ogni passo del generale eccita i nervi del povero borghese mal diventato artista, che prorompe in ingiurie che il povero traduttore sua malgrado deve pur lasciare tali e quali.
È un buon _chauvin_ ed anche un po’ _gascon_. L’esercito francese è per lui invincibile come Achille, e l’imperatore il migliore dei generali possibili ed impossibili; ma il più lontano pericolo di guerra gli dà i brividi, come se avesse un negozio di candele esposte ai ribassi della piazza; e mentre fa eccellenti augurii per l’unità, l’indipendenza e la libertà d’Italia, si raccomanda con le mani in croce e per l’amor di Dio, che si stia bonini, che non si faccia rumore, che si lasci stare ogni cosa per paura che la Francia si trovi impegnata in una nuova guerra. Il papa e la Chiesa eccitano i suoi frizzi irriverenti; ma quando egli spera che cessi l’occupazione di Roma, non lo spera tanto per veder crollare la baracca pontificia, quanto perchè cessi un pericolo di complicazioni possibili.
E negli stessi frizzi contro al pontefice c’è un poco quella ostentazione d’irreligiosità, che sembra piuttosto venire da una smania di parere uno spirito forte e bizzarro, che dalla intima convinzione. Il Mérimée morì improvvisamente, ma se fosse morto adagio adagio potrebbe anche darsi che fosse spirato con tutti i conforti della religione e il prete al capezzale.
In fondo non c’è altro che quell’epicureismo piccino e pauroso che distingue gli scrittori imperialisti da quelli dell’opposizione. Anzi, due soli furono gli scrittori del secondo impero che aderirono alla fortuna dei napoleonidi: il Mérimée ed il Sainte-Beuve, senatori ed epicurei tutti e due, irreligiosi e conservatori tutti e due. Il Mérimée, più delicato nei suoi gusti, è anche un po’ più ristretto nelle idee; il Sainte-Beuve, più grossolano nel vivere e nel godere, è più critico invece, e meno nicchio nella vita intellettuale. L’uno ama i piccoli e delicati godimenti, le novelle di poche pagine finissimamente lavorate, il frizzo di poche parole che sfiora la pelle ma non ferisce; l’altro invece si tuffa nei piaceri volgari, in una intera appendice, cercando prove, confronti, testimonianze. Artisti tutti e due, epicurei, borghesi, imperialisti, volterriani, sono le uniche glorie letterarie che il secondo impero possa vantare; e le vanta forse soltanto per questo, che dall’epicureismo al cinismo c’è poca strada, e quando si trovano dei caratteri tali, non ci vuol molto a tirarseli dietro.
Comunque sia, il Mérimée non cessa di essere un artista eccellente, ed uno dei più arguti scrittori di questo tempo, anche in queste lettere, buttate giù spessissimo in tanta fretta che ricordano la scucitura di un discorso famigliare fatto accanto al fuoco con un bicchiere di buon vino accanto. È che il Mérimée, se aveva il carattere da borghese, aveva però l’ingegno d’artista; e l’ingegno molte volte nelle cose scritte riesce a velare il carattere, come talvolta nella vita riesce a modificarlo. S’aggiunga poi, che quel volterianismo tra lo scettico e il cinico, e quella tendenza _frondéuse_ che un po’ più un po’ meno hanno nel sangue tutti i francesi, qualche volta lo muovono a certe aspirazioni di indipendenza, a una specie di opposizione contenuta, curiosissime a notarsi.
Del resto, sotto il governo personale ed assoluto di Napoleone III, questi scatti di opposizione erano inevitabili anche nei più profondamente affezionati alla dinastia. In verità si soffocava: solo quando non si poteva tirare il fiato, si dava la colpa ai ministri, come se essi non fossero altro che gli strumenti ciechi nelle mani di Cesare. Il quale tanto voleva assorbire tutto nella sua volontà, che il congegno stabilito di governo non gli bastava, ed aveva bisogno di un’azione personale e secreta al di fuori dei modi ufficiali, ed aveva una polizia ed una diplomazia fuori del governo. Lo testimoniano queste lettere, che spesso sono dispacci diplomatici di Napoleone a Gladstone passati per gli intermediarii Mérimée e Panizzi. E il Mérimée per amore alla dinastia che lo beneficava, e il Panizzi per amore antico alla causa italiana, si prestavano volentieri a questo ufficio, non dirò di portalettere, ma di portaidee.
Certo non è come un epistolario scritto in senso democratico. Tutt’altro! La democrazia e gli uomini suoi principali vi sono trattati come cani. Ma le ingiurie di un morto non feriscono più, ed il guadagno che fa la storia contemporanea in queste pubblicazioni è tanto grande, che ci sarebbe piuttosto da augurarsi che piovessero fitte più che non facciano i romanzi scimuniti che imbestialiscono i lettori delle appendici de’ giornali.
Chi approva, alzi la mano.
MÉRIMÉE A PANIZZI
II.
L’epistolario non potrebbe essere più curioso o come si dice, interessante.
Il Mérimée aveva conosciuto intimamente la contessa di Montijo e, si può dire, tenuto sulle ginocchia quella Eugenia di Teba che fu poi l’imperatrice dei francesi. Era rimasta quindi una profonda affezione tra il senatore e la sua sovrana; affezione reverente da parte del senatore, e graziosamente protettrice da parte della sovrana. E il Mérimée era invitato alle feste più pompose come alle più intime, accarezzato, onorato quanto mai si possa essere in Corte.
Se i suoi istinti borghesi lo facevano l’uomo più conservatore e pauroso dell’impero, l’educazione artistica gli dava una certa scioltezza, e tra un accesso di paura e l’altro lo vediamo spettatore freddo e relatore arguto delle piccole tempeste della famiglia imperiale.
L’imperatrice a Biarritz si mette in capo di girare attorno alla Spagna col suo _yacht_ l’Aigle, e il Mérimée è subito preso dalla tremarella pensando che il viaggio può far nascere disordini a Cadice od a Siviglia. La paura gli dà coraggio, ed eccolo tentare di dissuadere la sovrana con tutti gli argomenti più cornuti che sia possibile, discutere e perorare, lo dice egli stesso, con vivacità maggiore che il rispetto non comporti. Passato l’accesso, torna scettico e finissimo osservatore, seccato della Corte e dei _cocodés_ che la compongono, smanioso di libertà e di argutissime barzellette che qualche volta giungono fino al trono. Strana contraddizione tra l’istinto e l’educazione!
E l’importanza di queste relazioni su quel che accadeva dietro le scene del teatro imperiale, cresce se si pone mente ai piccoli pettegolezzi che nascondono spesso un segreto poco bello. Napoleone III, lo dice lo stesso Mérimée, amava troppo le donne e troppo si lasciava guidare da loro. Lasciando quel che a tutti è noto della influenza dell’imperatrice sulle più importanti quistioni del tempo e sulle decisioni più gravi del governo francese, troviamo per esempio in questo epistolario il segreto della fortuna politica del Walewski, fortuna così superiore ai suoi meriti. E il segreto sta nella compiacenza della signora Walewski pel capo dello Stato.
Il velo delle iniziali e dei puntini col quale gli editori vollero coprire le narrazioni del Mérimée, è troppo trasparente; il senatore, l’intimo amico della imperatrice, lascia trapelare il suo odio e il suo disprezzo per simili azioni, e narra con compiacenza un aneddoto sboccato, una insolenza triviale detta da un maresciallo alla compiacente ministressa.
Davvero pare che in Corte si stesse un po’ troppo allegri, poichè quel Mérimée che narra di aver preso parte, nel dì della festa dell’imperatrice, ad una sciarada un po’ troppo scollacciata, si lagna poi che i padroni di casa lascino fare un po’ più di quel che richieda il decoro perchè i giovani si divertano. Ho letto, non so dove, che una signorina d’illustre famiglia, dovendo recitare sul teatrino di Corte, diceva: «La commedia è noiosa, ma noi mostreremo le gambe e si divertiranno». E questa frase dipinge a pennello la Corte del secondo impero, dove l’_arbiter elegantiarum_ era quel duca di Morny eccellentissimo in tutti i vizi e tutte le birberie.
Questo epistolario rincara la dose e chiuderà la bocca ai postumi campioni del vizio elegante e del regno delle sottane troppo corte.
Certo la polemica clandestina di quei tempi esagerò le cose e volle far parere un Tiberio o un Nerone colui che non aveva nè le grandi qualità nè i grandi vizi di quei successori di Cesare.
Il muto imperatore nascondeva spesso, sotto un’apparente concentrazione di pensiero, sotto uno studio di serietà silenziosa, una vacuità di mente che negli ultimi tempi non era più un mistero per nessuno. Lungi dalle robuste galanterie di Vittorio Emanuele che poco più chiedeva all’altro sesso delle soddisfazioni fisiche, l’imperatore nervoso, debole, floscio, cadeva facilmente sotto l’impero delle donne. Gli amori di Vittorio Emanuele avranno fatto, tutt’al più, nominare qualche impiegatuccio o qualche usciere; ma gli amori di Napoleone III facevano nominare i ministri. Quando Luigi XIV cadde sotto il dominio delle donne, il gran regno volse a precipitosa rovina.
Non già che io creda che la donna in genere abbia una triste influenza sulla politica. Credo invece che le donne viziose, che arrivano a dominare appunto in causa dei vizi, siano la rovina delle rovine per gli Stati. Confesso di non essere stitico in simili cose, ma credo fermamente che le bagasce, o siano plebee come la Dubarry, o divote come la Maintenon, o nobili come la Montespan, avrebbero a esser bollate colla loro brava patente. Rivediamo pure le leggi sulla prostituzione, ma anche contro queste eccellentissime signore.
Un punto curioso dell’epistolario è là dove il Mérimée (nel secondo volume) descrive le cordiali accoglienze fatte in corte al Bismarck, le simpatie che ei seppe destare, tanto che tutti e lo stesso Mérimée lo ammiravano e lo amavano. A poco a poco, nelle seguenti lettere, l’entusiasmo si raffredda e finisce coll’odio cieco del 1870. Allora tutte le illusioni del secondo impero spariscono dolorosamente. La dinastia, il governo, l’esercito, tutto quel che brillava il dì prima di tanta luce, si spegne ad un tratto, lasciando un odore non grato come un fuoco artificiale. E artificiale era tutto, fino l’entusiasmo! Proprio quello fu l’impero della bugia.
Venne l’espiazione, poi la redenzione. Quante cose vedemmo noi e quante ne vedranno i nostri figli!
PANDOLFO COLLENUCCIO
Non è una monografia estesa ed analitica quella che il signor Carlo Cinelli ha stampato in Pesaro presso il Federici, intorno al Collenuccio: ma piuttosto un compendio, dove sono specialmente curate le cose che riguardano la storia cittadina. Tuttavia non mancano le notizie importanti ed i documenti nuovi o rarissimi, che sono oggi indispensabili a chi vuole scrivere di storia. La smania dell’inedito si è impadronita di tutti gli scrittori e, a dir vero, non si saprebbero trovare ragioni per biasimarla, visto i vantaggi grandi che ha fruttato ne’ campi della storia; e per questo il Cinelli rovistò nella biblioteca Oliveriana pesarese, negli archivi bolognesi, estensi, fiorentini e veneti ed altrove: del che gli va tenuto buon conto.
Se c’è un argomento che possa tentare uno dei mille scrittori di monografie moderni, certo è la vita del Collenuccio, che dal 1444 al 1504 fu mescolato alle agitazioni italiane come uomo politico, e fu in contatto cogli illustri del Rinascimento come letterato. Egli appartenne a quella generazione piena di attività febbrile, che un frenologo avrebbe giudicata sviluppatissima nell’organo della _combattività_. Nel secolo XV tutti combattono, ed i letterati stessi furono dal Nisard battezzati _gladiatori letterari_. Quel che i condottieri fanno, lo fanno anche gli umanisti; e lo Sforza, Braccio da Montone, Gattamelata e il resto portano per le campagne italiane le violenze, le brutalità che il Valla, il Filelfo, il Poggio portavano nelle dispute letterarie. L’umanista pare che prima di trovare un argomento cercasse un nemico, proprio come il condottiero cercava un paese dove si combattesse.
Eppure quanta vitalità in questa era di battaglia! Sembra che l’energia, compressa nel medio evo dalla religione e dalla barbarie, si sfoghi ad un tratto e scoppi violenta dappertutto. La cerchia del piccolo comune chiusa agli estranei si allarga, ed i signorotti preludono alla formazione di maggiori Stati. La cerchia delle piccole cognizioni scolastiche è infranta, e la sete insaziabile di sapere spinge gli umanisti a tentare nuove vie, a imparare, idiomi nuovi, a cercare in Platone un avversario ad Aristotele, nel paganesimo dei costumi e della coltura una consolazione alle frigidità, alle tirannie di un cattolicismo secco, intollerante, oppressivo. La coltura avidamente cercata minaccia l’ortodossia che regna per l’ignoranza, e non è lontano il tempo che la chiesa dovrà respingerla da sè come velenosa e lasciarla emigrare con Erasmo o maledirla con gli Etienne, per martirizzarla poi in Galileo o bruciarla in Giordano Bruno. Nasce un nuovo ordine di cose.
Ma il Collenuccio se appartiene alla focosa schiera degli eruditi battaglieri e dei collerici polemisti, se si gettò nella mischia colla _Defensio Pliniana_ contro al Leoniceno, fu però distratto da altre cure. Discepolo del celebre giurista Cipolla, se le lettere debbono dargli la fama, la legge deve dargli il pane, e lo vediamo giudice a Bologna, vicario generale di Costanzo Sforza in Pesaro, podestà di Firenze e di Mantova, consigliere ed ambasciatore del duca di Ferrara. A dirla crudamente, egli faceva il mestiere; anzi si mostrava più sollecito del guadagno che ad un filosofo non convenisse. Certo a Firenze dovette compiacersi dell’amicizia degli illustri cortigiani del Magnifico, e ci restano testimonianze della sua intrinsichezza col Poliziano; ma la carica che teneva non gli concesse senza dubbio di darsi tutto a quell’entusiasmo di erudizione e di filosofismo che negli orti Oricellari celebrava i parentali di Platone, odorando un poco di eresia come l’academia romana di Pomponio Leto. Giureconsulto girovago, gli accadeva quel che accade ai nostri giudici inamovibili, i quali, arrivati in una città, nuova per loro, sono accolti festosamente in tutte le riunioni, in tutti i _clubs_, in tutti i caffè, ma rimangono sempre cittadini di un’altra città, forestieri e fuori dell’intimità famigliare dei giudicabili. Era un prefetto accetto ed accarezzato, ma era sempre un prefetto che non vive la vita degli amministrati.
Il Collenuccio doveva essere punito proprio là dove aveva peccato. Una lite, nella quale egli difendeva con avara tenacità gli interessi suoi, lo trasse a compromettere anche Giovanni Sforza, signore di Pesaro; il quale, abusando della sua autorità, fece mettere il povero giurista in una oscura prigione, dove dopo diciotto mesi, lo venne a cercare l’intercessione di Ercole Bentivoglio che gli valse la libertà. Di qui l’odio tra lo Sforza e il Collenuccio.
Il figlio di papa Alessandro VI, quel duca Valentino nel quale non si può sapere se prevalesse la bollente energia o la fredda malvagità, cominciò la sua impresa di Romagna, preludio, secondo il Machiavelli, all’impresa d’Italia. Per poco le idee unitarie del bastardo del papa non divennero realtà e il Cesare fratricida non divenne il fondatore di una dinastia italiana. Ma i delitti stessi che spianarono la conquista del nuovo ducato al Valentino, allontanarono da noi l’onta di una gloriosa dinastia di Borgia che sarebbe ora lealmente costituzionale, adorata dai cortigiani di mestiere e di vocazione, glorificata dai giornali e dai giornalisti come la salute della nazione, come l’arca dell’alleanza, come l’evangelio vivo del bene inseparabile. Intanto il Valentino procedeva conquistando facilmente le città stanche delle tirannie dei piccoli signori e certe che ogni cambiamento sarebbe sempre stato in meglio. Anche Pesaro sentiva troppo il peso del governo sforzesco, e temeva che le ire del Borgia contro l’antico cognato non si riversassero sulla città innocente. Lo Sforza, marito già di Lucrezia e sciolto per forza dai legami coniugali sotto il pretesto di una impotenza che non gli impedì di aver figli con altre donne (che bell’argomento in favore del divorzio!) minacciato più direttamente e più implacabilmente dall’ira papale, cercò per un momento di difendersi, ma il terreno gli mancò sotto.
L’aristocrazia pesarese, offesa spesso dal signore, il popolo tenuto fermo sotto la sua prepotenza, aspettavano nel Valentino il nuovo dominatore. Il Collenuccio scrisse un memoriale contro il vecchio tiranno, augurando il nuovo, e, senza dimenticare i propri interessi privati, portava all’invasore l’appoggio della sua discreta penna d’umanista e la sua autorità d’ambasciatore del duca di Ferrara. Lo Sforza intanto fuggiva, recando seco un tesoro di odii insoddisfatti, di umiliazioni da vendicare, che un giorno dovevano trovar sfogo, e il Borgia s’impadroniva di Pesaro senza colpo ferire.
Pochi mesi dopo, il ducato di Romagna era costituito in favore del bastardo del papa.
L’Alvisi, in un libro che avrebbe destato gli entusiasmi italiani se fosse stato scritto da uno straniero, ma che ha ottenuto gli elogi dagli stranieri e l’indifferenza nostra perchè scritto da un italiano, ci ha fatto conoscere la storia del governo del nuovo ducato. Il Borgia fu un ottimo sovrano, per quanto i tempi lo comportavano, e gli studi del Cinelli concordano colla esposizione dell’Alvisi. La possibile dinastia Borgia avrebbe avuto forse un peccato originale incancellabile, ma, sino dagli esordi, una tradizione di buon governo da far sdilinquire nella più melliflua ammirazione i giornalisti ufficiali ed i ministri dei Cesari venturi. Ma quella _Provvidenza_ che nelle storie del Massari governa, _Deus ex machina_, gli eventi italiani, guastò il bel disegno, e il duca di Romagna, alla morte del pontefice padre, perdette il ducato e il resto. I principi spodestati con poca fatica riacquistarono i dominî perduti, ed ebbero agio di vendicarsi.
Tra questi lo Sforza, ma il Collenuccio era al sicuro. Ci volle tutta l’ingenuità del povero giurista e tutta la perfidia del tirannello feroce, perchè lo scrittore del memoriale al Valentino si mettesse fra le ugne dello Sforzesco. Ci volle l’avara avidità dell’umanista per cadere in un tranello troppo facile ad essere evitato. L’antica lite fece tornare il Collenuccio a Pesaro, assicurato dalle promesse del principe, che non appena lo ebbe in mano lo fece strozzare.
Così morì il giureconsulto di ventura, il letterato di occasione che non seppe resistere all’esca della ricchezza e non seppe dubitare della furberia dei tiranni ammaestrati a loro spese dal Valentino. Il suo testamento, scritto alla presenza del carnefice, può commuoverci, ma non può mutare il nostro giudizio. Solo può farci desiderare che il Cinelli rifaccia quel che il Tratt non fece benissimo, e che questo saggio municipale diventi uno studio più ampio e più completo intorno ad un uomo e ad un periodo isterico degni di opera più larga e più profonda.
MARCO FOSCARINI
Quando un edificio minaccia rovina, accorrono i muratori e l’edificio può essere salvato: ma quando rovina uno Stato, pare che non ci sia rimedio alcuno, pare che nessuno uomo possa vincere il fato. Non giovano nè ingegno nè virtù, nè valore, e gli ingenui, i quali credono che gli uomini conducano gli avvenimenti a loro posta, rimangono sorpresi e non possono capire come l’opera di poche virtù non abbia superato l’opera di molti vizi.
Una evidente prova della inutilità degli sforzi isolati per arrestare la comune rovina ce la dà il signor Emilio Morpurgo nella monografia di Marco Foscarini edita dai successori Le Monnier. Il quarto ultimo doge veneziano fu appunto di quegli uomini che nati in un Stato fiorente ne accrescono la gloria e la potenza, ma che nati in uno Stato corrotto non riescono ad arrestarne lo sfacelo di un’ora soltanto. La fiacchezza, ci dice il Morpurgo, l’abbandono di ogni virile proponimento, la impotenza rassegnata di coloro che non osono levare la fronte contro l’avverso destino, furono le sole manifestazioni che il Foscarini potè raccogliere da’ suoi concittadini. Egli sentì e disse che il suo secolo doveva essere _terribile ai figli ed ai nipoti_, ma la sua fede non vacillò, ma la tempra dell’animo suo non s’indebolì mai. In tutti gli uffici che sostenne si mostrò un veneziano degli antichi tempi e professò il culto delle memorie e pensò e previde forse l’avvenire, mentre tutti attorno a lui non cercavano che l’oblìo delle memorie e sfuggivano di pensare al futuro. È troppo chiaro quindi, benchè il Morpurgo lo chiami un’enimma, è troppo chiaro che il Foscarini non poteva avere nessuna influenza sul tempo suo. Le ombre scappate dalla tomba non possono imprimere sulla terra l’orma del loro passaggio, e la virtù, l’ingegno e la sapienza del Foscarini restano necessariamente inutili. Egli rimane un pensatore che non potrà mai diventare uomo d’azione, e lo stesso glorioso cieco che salì primo le mura di Costantinopoli sarebbe stato impotente ed inutile ai tempi del Foscarini. Nell’ammiraglio Emo c’era la stoffa del vecchio Peloponnesiaco, ma a che cosa servirono le ardite imprese?