Brandelli

Part 22

Chapter 223,684 wordsPublic domain

Forse nocque a Silvio l’esser letterato, l’appartenere cioè a quella classe di persone che dal governo d’allora era temutissima; e di più l’esser romantico, poichè lo stesso Pellico aveva scritto al Marchisio: «A Torino come nelle nostre città per dire un liberale si dice un romantico: non si fa più differenza alcuna. E classico è diventato sinonimo d’ultra, di spia e d’inquisitore». Forse così Silvio pagava per tutto il _Conciliatore_, egli che era il meno solvibile della compagnia. Forse gli pesarono sopra i versi patriottici della _Francesca_, che al Foscolo parvero da gettare al fuoco: al Foscolo che, all’_Italia mia_ del dolce Silvio, aveva risposto cogli sdegnosi versi della Ricciarda: _Amor d’Italia? A basso intento è velo—Spesso ecc._ Basso intento non era nel Pellico, poichè tale non può esser detto il desiderio della facile fama; ma l’italianismo classico di Ugo e l’italianismo romantico di Silvio meritano riflessione. Ambedue conducono alla sventura, esilio o carcere; ma se nel Pellico è più grave la sventura, nel Foscolo è più seria la convinzione.

Il Pellico, anima dolce e ingenua, s’era dato al romanticismo ed al carbonarismo sotto la influenza dell’ambiente in cui viveva. Gli uomini del _Conciliatore_ lo ascrissero alla loro chiesa, ed egli, nella foga giovanile, divenne caldissimo credente. Ma, senza dubbio, quando egli si gettò in quell’avventura non misurò le proprie forze per sapere se bastassero ai pericoli. Andò avanti storditamente, ingenuamente: ma quando il Salvotti stese le unghie sopra di lui, fu spaventato e fu vinto subito. La sua imprudenza fu meno pericolosa di quella di Giorgio Pallavicino: eppure capì che non avrebbe potuto indurre il Pellico a disonorevoli confessioni, ma non capì (e questo è strano) che il Pellico era già ravveduto e non più pericoloso.

Dopo pochi mesi di carcere, non solo Silvio non avrebbe più potuto tentare il viaggio di Mantova e la conversione dell’Arrivabene, ma colla mano ancora tremante dallo spavento non avrebbe potuto più riprendere la penna con cui scrisse la _Francesca_ e l’_Eufemio_. Non avrebbe abiurato in pubblico, ma di dentro l’abiura era già fatta. Egli era già degno della pensione che Carlo Alberto gli largì quando non attendeva ancora il suo astro.

Oramai la fama del Pellico non vive che per le _Prigioni_. Il suo miglior libro, come quello di tutti gli scrittori, fu il libro _vissuto_; ma egli certamente quando lo scrisse, non ne conobbe tutta l’importanza. Non voleva mostrare altro che _si può essere religioso senza servilità_, come egli scrisse al fratello Luigi nel 1832, e non era suo intento l’intenerire l’Europa sulle sciagure degli italiani condannati. Lo strale passò il segno cui egli lo aveva diretto, tanto che l’Austria sembra aver officiato la Curia Romana per la condanna del volume.

Che _Le mie prigioni_ non siano scritte con un intento politico, ma religioso, è troppo chiaro perchè bisogni dimostrarlo. Bastano le disapprovazioni di Silvio alle _Addizioni_ del Maroncelli, e il poetizzamento contrario al vero della povera Zanze. Le _Addizioni_ provano che il Pellico attenuò la verità, specialmente per quel che riguarda i confessori dei condannati allo Spielberg; e l’ultimo volume delle _Memorie d’oltre tomba_ dello Châteaubriand ci mostra la vera Zanze. Lo stesso illustre visconte, parzialissimo del Pellico e unito con lui negli intenti religiosi, dopo aver riportato uno sgrammaticato e furibondo scritto della Zanze che ingiuria Silvio e lo accusa di menzogna, non può tenersi dal dire: «Io ritengo dunque che la Zanze delle _Mie prigioni_ sia la Zanze secondo le Muse, e quella di questa _apologia_ la Zanze secondo la storia». Ora le attenuazioni e gli abbellimenti essendo fatti chiaramente in pro di una tesi devota, si vede che tale era la tesi del libro. Che se invece le _Prigioni_ ebbero un effetto politico, lo ebbero a malgrado dell’autore.

Tutto a quei tempi poteva parere un’arma contro ai dominatori, e quando il portare la barba era un segno di ribellione, ci voleva poco a trovare nel libro del Pellico l’intenzione di descrivere i martirii de’ patrioti ad incitamento e ad esempio. Ma è tanto vero che ciò fu fatto lontanissimo da’ suoi propositi, che il libro, come ripeto, è caduto nel lago gelato della letteratura pei seminari, mentre le strofe del Berchet suo contemporaneo ed amico, strofe dove davvero c’era un intento patrio, non muoiono e non morranno.

La fama del Pellico venne appunto di là dove egli non la voleva. Il libro durò finchè a dispetto dell’autore fu rivoluzionario. Quando divenne quel che Silvio aveva voluto, una dimostrazione dell’efficacia della divozione nell’alleggerire i mali, cominciò a declinare. Una fama così artificiale ha durato più del credibile in causa delle sventure, pur troppo vere, che afflissero il povero Silvio: ma di mano in mano che i tempi eroici delle nostre rivoluzioni si allontanano, quella fama impallidisce e sfuma, poichè le manca il sale dell’arte, quel sale che conserva i libri dalla distruzione e dall’oblio.

Infatti, oramai si può dire senza incorrere nella taccia di presunzione, il Pellico non fu mai poeta, ma appena un triste versificatore; di rado si innalzò fino alla mediocrità. Ebbe un momento di ispirazione a’ tempi del suo carbonarismo annacquato, allorchè il calorico dell’ambiente in cui viveva scaldò il suo frigido ingegno fino all’eretismo retorico della Francesca; ma fu un lampo. Egli non capì nemmeno quale fosse la nota che trascina all’applauso in quella tragedia, e immediatamente dopo si diede alla esagerazione della maniera. I due ultimi atti dell’_Eufemio da Messina_, pensati e scritti poco dopo alla _Francesca_, non sono che la esagerazione dell’eretismo artificiale in cui aveva creduto di trovare il segreto del buon successo; non sono che un cumulo di atrocità grottesche e paralitiche, che parvero eccessive alla stessa polizia austriaca che non aveva il cuore tenero in quell’età dell’oro della tragedia, quando Atreo, Medea e Tieste non parevano troppo feroci al pubblico milanese del teatro Re. Il resto delle tragedie di Silvio non mostra che la miseria profonda del suo ingegno, e il povero Maroncelli dovette bene aver la trave dell’amicizia nell’occhio quando lo proclamò il _primo drammaturgo d’Italia_. Il tempo, del resto, ha fatto giustizia dura ma completa. Non c’è bisogno di prove per capacitarsi della supina mediocrità delle sorelle di _Francesca_. Chi non sorride a metà del _Tommaso Moro?_ Chi non sonnecchia alla fine?

Che il Pellico non fosse poeta, lo provano ad esuberanza le _Cantiche_, efflorescenze disgraziate di un romanticismo ridicolo. Il romanticismo, come tutte le cose di questo mondo, ebbe la sua ragione d’essere, così come azione che come reazione. Ma è bravo chi può capire il perchè del romanticismo delle _Cantiche!_ Servirsene come mezzo era giusto; tenerlo come fine è ridicolo. Ad ogni apparire di scucia letteraria, ci sono questi poveri di spirito che cambiano l’istrumento col lavoro da fare, che credono fine della ribellione artistica il cingere la spada per pavoneggiarsene e non per servirsene. Ora il Pellico fu appunto di quelli che nel romanticismo non videro altro che la moda, la superficialità del vestito e del gergo. Cantò trovatori e castelli, perchè prima si cantavano eroi e templi: vestì i suoi cavalieri di elmetti e pose mano al liuto senza saperne il perchè, come prima gli ultimi classici vestivano di clamide i protagonisti e sonavano la lira invocando gli Dei cui non credevano. Fu questo veramente il peccato originale dei romantici italiani, per i quali i libri dello Schlegel rimasero suggellati. Ma nel _Carmagnola_ e nell’_Adelchi_ c’è un po’ più che la moda romantica; e mentre il Manzoni ammazzava il vecchio classicismo convenzionale e bugiardo a profitto di un cristianesimo che non è più il cattolicismo, sapeva almeno quel che faceva e perchè. Ma chi sa dire per qual ragione il Pellico faccia cantare noiosamente i suoi trovatori sulle rovine dei castelli e ci mostri perpetuamente un medio evo inventato e falso, la tradizione letteraria del quale non è ancora scomparsa dalla nostra letteratura, specialmente drammatica? Gli mancò il giudizio per capire la ridicolezza de’ suoi trovatori: gli mancò l’ingegno per farli almeno cantar bene.

E le liriche?... No, non conviene nemmeno ricordarle.

Per mostrare quanto siano al disotto della più meschina mediocrità, basterebbe portar qualche brano di certe ridicole sbrodolature bigotte. Ma solo il trascriverle parrebbe mancanza di rispetto.

Lasciamole nel limbo dove dormono il sonno sempiterno.

Povero Pellico! Chi più sventurato di lui? In vita soffrì il martirio, e dopo la morte gli manca quella stessa fama della quale era vano più che non paresse.

Che terribile giudice, il tempo!

SILVIO PELLICO A ROMA

Gli epistolari degli uomini celebri sono sempre stati cercati e letti avidamente, ma le _Lettere famigliari_ del Pellico, pubblicate dal Durando nell’anno scorso a Milano, presso il Guigoni, chi le ha lette? E davvero non è da meravigliare se la pubblicazione fu accolta con qualche lode dai giornali cattolici, senza però riuscire a farsi posto tra le cose importanti o soltanto curiose, venute fuori in questi ultimi tempi. L’epistolario è edificante, ma seccante. Non è in fondo che una collezione di giaculatorie, di pie aspirazioni, di bigotterie piccine piccine da far dormire in piedi. Così doveva finire l’autore della _Francesca_!

Anche come arma, come libro di predicazione cattolica, vai poco. Vuoto, insipido catalogo di tutte le messe ascoltate e delle indulgenze lucrate, non solo non convertirà nessuno, ma allontanerà qualche animo delicato da una conversione di quel genere. Anche una persona d’ingegno può credere ad un tratto, ma non può cadere in una divozione così volgare, così cretina, sotto pena di non essere più un uomo d’ingegno, ma un’oca. E i catecumeni che conservano appunto un po’ d’ingegno, non possono a meno di vacillare, fosse pure per un momento, davanti ad un esempio così sconfortante. La fede del Châteaubriand può tentare qualcuno, ma la fede del Pellico, la fede gozzuta dei pifferari irragionevoli tenterà pochi. Per questo ci pare che, anche come libro cattolico, l’epistolario del Pellico, sia sbagliato.

A metà d’agosto del 1845, Silvio Pellico parte da Torino per Roma. Arrivato ad Alessandria vuoi mangiare di magro, ma monsignore Arnaldi non glielo permette. A Genova alloggia dai gesuiti, ed arrivando ha la fortuna di trovare una messa pronta e di poter fare le sue divozioni. Ecco le sue prime impressioni di viaggio. A Civitavecchia è ricevuto dal console del suo paese e si loda dell’accoglienza perchè il console è _amico devoto dei gesuiti_. A Roma è ricevuto a braccia aperte al _Gesù_, ed egli va in estasi davanti ai riverendi esclamando che gode vedendoli e poi che sono tanto buoni! Il padre generale gli ispira rispetto e simpatia, e non può saziarsi di guardarlo e d’ascoltarlo. È un santo! È così nobilmente afflitto quando parla del Gioberti e degli altri che giudicano i gesuiti con malevolenza! Il cuore del padre generale è tutto carità! Ecco le prime impressioni di un artista, di un poeta a Roma! I padri sono già tutti amici suoi ed al _Gesù_ ci sono molte messe!

Non c’è più nulla che gonfi un cuore avvizzito, inaridito da una religione che insegna ad odiare il mondo ed a rinunciare alla ragione ed alla volontà. Il Pellico si sbriga con due righe della basilica di San Pietro, per narrare poi con grandissima compiacenza la visita alle sette chiese che sta per fare col fratello gesuita, e la squisita bontà del padre generale che mette una carrozza a sua disposizione. Egli sorride di coloro i quali sospettano che sia venuto a Roma per farsi gesuita, ed ha ragione. Perchè si sarebbe fatto egli gesuita? Non lo era già abbastanza? Ai furbi padri bastava di avere l’anima sua; il corpo era troppo debole per servire a qualche cosa e non lo vollero. Avevano spremuto il succo dell’arancia e non sapevano che fare della buccia.

Quel po’ di fregola artistica che aveva scaldato già il mediocre versificatore, si è agghiacciata nella superstizione. Egli scrive alla sorella: «Tu mi credi occupato intorno alle antichità di Roma ed alle rovine. Niente affatto. Ho ammirato all’ingrosso, ho ammirato con piacere, sono contento d’aver visto quel che ho visto, ma dopo aver saziato la curiosità, la sola predilezione che mi sia rimasta è per le chiese. Oh! una chiesa! un altare! la certezza che Dio ama il culto che gli rendiamo! ecco quel che val meglio di tutte le curiosità antiche e moderne!» Ecco, non abbiamo intenzione di mancar di rispetto al povero Pellico, ma questo ci pare proprio un caso di rammollimento cerebrale.

Ma in tutta questa bigotteria miserabile non c’è un momento di lucido intervallo? Proprio il Pellico che soffrì per aver amato l’Italia è morto tutto, e non è sopravvissuto che il gesuita frigido, il torzone di dura cervice? Ahimè sì! Sentite in che modo spicciativo narra da Roma alla sorella i casi di Romagna: «Nella cittaduzza di Rimini c’è stata una rivoluzione passeggera. Alcuni malcontenti si erano impadroniti del governo, de’ quattrini e delle armi. Il papa mandò alcuni soldati e i malcontenti scapparono: ora tutto è tranquillo». L’ordine regna a Varsavia! C’è da credere che l’abbiano messo allo Spielberg per sbaglio.

Ma c’è un momento in cui il pover uomo si sente in vena, ed è quando descrive alla sorella l’udienza accordatagli dal papa: «Non temere per la salute mia, egli esclama, non temere! Ho la benedizione di un venerabile pontefice che ha 81 anni! Oh che degno ed amabile Santo Padre!» Era Gregoriaccio, il beone che passerà alla immortalità nelle satire del Belli! Il Pellico ne rimane incantato! e riceve divotamente le medagliuzze benedette colla superstiziosa fede di un cafone qualunque; e in un giorno di festa, egli che non visita i musei perchè si stanca, e in quello del Vaticano, dove gli tocca di andare per forza, nota solo che di quando in quando potè mettersi a sedere, egli segue divotamente una lunga processione, innamorato del «santo vecchio che seduto sul suo venerabile trono dà continuamente la sua benedizione», e sta attento perchè quella benedizione tocchi anche a lui.

Papa Gregorio solo a Roma ha la virtù di infondergli un po’ d’entusiasmo. Lo cerca, lo segue in San Pietro colla ansiosa ostinatezza di un innamorato e gli pare non essere mai stato benedetto abbastanza. Del suo romanticismo non gli resta che quel tanto che basti a mettere in canzonella i poveri Arcadi che cercavano di fargli buona accoglienza e di onorarlo quanto potevano. In carnevale dai balconi del Corso piange sulla vanità delle cose umane, compiange i poveri cavalli che corrono barbaramente spronati, ma non sa nemmeno se qualche povero diavolo sia cascato e morto sotto la furia dei corridori. In Trastevere la sua carrozza travolge un bambino che fortunatamente non si fa nulla e, poichè il vetturino è arrestato, egli non ha che un sol pensiero che lo turbi, quello di dover tornare a casa alla meglio. Ma trova un altro cocchiere, ed egli ritorna tranquillo, tanto più che il cardinale Lambruschini fa liberare subito l’arrestato, e la marchesa di Barolo fa quello che avrebbe dovuto fare lui, ciò s’informa della salute del bimbo e gli manda qualche denaro. L’amore è esclusivo, e l’amore di papa Gregorio gli empieva il cuore tanto, che non ci restava posto nemmeno per la pietà.

L’ultima lettera del Pellico a Roma finisce cogli entusiasmi delle funzioni della settimana santa; ed appena giunto a Torino alla notizia della elezione di Pio IX al pontificato, si rallegra pensando che il nuovo papa fu soldato, e crede che Gregorio in cielo abbia ottenuto così buona scelta.

A questo stato di cecità, di insensibilità, di debolezza mentale era giunto il povero Silvio. Nulla di generoso e di forte sopravviveva in lui, e la compagnia di Gesù lo aveva accuratamente potato. In questa sua miseria egli non scrisse più un verso che possa rimanere, una riga che possa giovare. La sventura gli velò l’intelligenza, gli corruppe il cuore, gli tolse la ragione. Le sue impressioni romane sono tali e quali le avrebbe potuto provare un cappuccino qualunque, un novizio corto di testa.

Anche questa rovina la dobbiamo ai gesuiti che non ringrazieremo mai abbastanza.

LETTERE AD ANTONIO PANIZZI

È un libro troppo importante quello che uscì or ora con questo titolo dalla tipografia Barbèra, per passare senza ricordarlo. Importante per la storia italiana, poichè vi si ritrovano lettere di quasi tutti gli uomini principali che presero parte ai moti italiani, e nelle lettere, scritte senza il sospetto della pubblicità, si ritrova nudo e vero il carattere degli scrittori.

Antonio Panizzi, affigliato alla carboneria, dovette esulare dagli stati modenesi dopo i moti del 1821 e nel 1823 fu condannato a morte in contumacia. Rifugiato in Inghilterra, campò in principio insegnando la lingua italiana, quindi, entrato negli impieghi, salì al grado insigne di bibliotecario del museo britannico. Sino dal primo giorno del suo arrivo si diede ad aiutare i compagni di sventura, e quando fu arrivato agli onori e fu in contatto ed amicizia con gli uomini di Stato, diventò l’avvocato influente degli interessi italiani presso il governo inglese. Se fosse rimasto in Italia sarebbe morto all’apice della carriera di bibliotecario con quattromila lire l’anno, lorde dalla ricchezza mobile. In Inghilterra fu pensionato con trentacinquemila; e così s’intende come le Biblioteche ed i bibliotecari siano presso di noi quel che sono.

La prima lettera è di Santorre Santa Rosa, del giorno 5 settembre 1823; e l’ultima di Luigi Crisostomo Ferrucci, nel 1870. In mezzo troviamo Amari, Arrivabene, Azeglio, Berchet, Bertani, Cavour, Farini, Foscolo, Garibaldi, Mazzini, Medici, Minghetti, Orsini, Poerio, Ricasoli, Scialoia, Sclopis, Settembrini, Spaventa, Ugoni ed altri; nomi tutti di capitale importanza nella storia italiana di questo secolo. Troviamo l’uomo d’azione accanto al cospiratore, l’ingenua _suffisance_ del Massari che si dichiara altamente impensierito degli affari dei principati danubiani, accanto all’attività del Bertani che cerca di far scappar Settembrini dall’ergastolo di Santo Stefano. Le lettere del Mazzini stanno accanto a quelle di Massimo d’Azeglio, il quale nella sua corrispondenza col Rendu chiamava addirittura birbante il cospiratore genovese. Par quasi che la sorte abbia voluto fare una satira.

Le lettere di Ugo Foscolo non ci mostrano un aspetto nuovo della sua vita, ma riguardano però quel disgraziato periodo del quale ci restano minori memorie, il periodo delle traversie finanziarie e delle lotte pel pane quotidiano che afflissero gli ultimi anni della sua vita. Giorni angosciosi ne’ quali l’illustre scrittore di tante opere lodate era costretto a combattere co’ librai, cogli editori, coi copisti e cogli invidiosi, nascondendo il proprio domicilio agli uscieri ed ai creditori. Il Panizzi godeva la fiducia del sospettoso poeta, e nelle lettere che riceveva dal Foscolo troviamo un cumulo di confidenze e di sfoghi veramente singolari. L’editore Pickering è trattato da mascalzone, e le lodi che ne fa Carlo di Borbone duchino di Lucca nelle sue lettere sentimentali non gioveranno ad assolverlo. I progetti del povero poeta pullulano in queste lettere, ma disgraziatamente per noi, la grande edizione del Dante, l’Iliade, i tre romanzi, le lettere ai Greci ed altre opere immaginate, non uscirono dallo stato di progetto. Il Foscolo morì nella miseria, non sappiamo quanto godrebbe dell’esser sepolto in Santa Croce per opera di certi uomini, in mezzo ad una nazione tanto diversa da quella che egli sognò.

Bizzarre sono le lettere del conte Linati, uno di quegli esuli avventurosi che combattono e lavorano senza posa, pieni sempre di un ardore giovanile che non conosce ostacoli o scoraggiamenti. Condottiero in Spagna, confinato in Francia, colono al Messico, egli è sempre eguale a sè stesso, ardito, instancabile. Il Pecchio, maligno biografo del Foscolo, ci si mostra pure in queste pagine sempre pieno di buone intenzioni, sempre ostinato a lavorare per la libertà del suo paese. Ed invero queste lettere degli esuli o dei cospiratori fino al 1859 sono le più vive, sono quelle che ci colpiscono, ci interessano di più. Tutta una storia di dolori sparpagliata qua e là per l’Europa, si concentra in queste lettere, e i poveri esuli sembrano essersi dati convegno in queste pagine per dirci l’ultima loro parola. È una generazione estinta che rivive, sono i morti che si levano dai sepolcri lontani per dirci le loro speranze e gli spasimi loro. Val meglio questo libro che le pompose _Notti romane_ del Verri, dove i vecchi quiriti evocati artificiosamente dai sacri colombari parlano un gergo oratorio e filosofico senza sincerità e senza verisimiglianza. Qui i morti gloriosi parlano colla loro voce, senza affettazione alcuna, e ci dicono la verità del cuor loro, e ci danno i loro giudizi giusti ed i falsi proprio come sgorgavano dalla coscienza.

È un libro senza retorica.

Poichè non è retorica quella del Medici che da aiutante di Garibaldi passò poi ad aiutante del re, là dove parlando della dimissione del generale nel 1859 nell’Emilia ci dice che Garibaldi avrebbe fatto un popolo leone ed altri farà un popolo pecora. Ci sembrano curiose rivelazioni le seguenti:

«Garibaldi significa resistenza, Fanti rassegnazione. Il Re fu un momento per darsi a Garibaldi e già aveva scritto a Fanti di dimettersi; ma quarantott’ore dopo era Fanti che doveva fare perchè Garibaldi si dimettesse.

«Ei lo fece in modo meschino, perchè essendo Garibaldi a Rimini colle divisioni Mezzacapo e Rosselli pronto a passare il _Rubicone_ (nota bene, d’accordo con Fanti ed _altri_) qualora fosse scoppiata insurrezione nelle Marche, si trovò ad un tratto senza comando per aver il Fanti segretamente ordinato a Mezzacapo e Rosselli di non muovere un soldato se prima non ricevevano ordini da lui direttamente. Garibaldi, offeso per il toltogli comando, ma più ancora per il modo subdolo, se ne andò a chiedere spiegazioni al Re, il quale, fattagli la solita amorevole accoglienza e deplorando l’accaduto, le difficoltà in cui si trovava con cinquantamila francesi in casa, coll’esercito in via di lenta riorganizzazione, minacce dell’imperatore se si facesse un sol passo fuori dalle righe ecc., lo consigliava a ritirarsi regalandogli il proprio fucile da caccia ed offrendogli il grado di generale nell’esercito sardo. Garibaldi accettò il fucile e rifiutò il generalato». Ohè, dico! come la mettiamo? Si potrebbe conoscere un po’ più chiaro questo episodio tenebroso dei governi dell’Italia centrale e delle influenze esercitatevi da Cavour e da Rattazzi? C’è il caso che Massimo d’Azeglio avesse ragione quando diceva chiaro e tondo che in tutte le faccende del 1859 e 1860 mancò l’onestà? D’Azeglio fu quel che volete; fu il primo a gridare che Roma era retorica, ma fu almeno galantuomo e non nascose mai nessuno de’ suoi sentimenti. Questo galantuomo giudicò come tutti sanno la politica di Cavour; come va dunque che il biasimatore e il biasimato sono oggi tutti e due sullo stesso altare ed incensati dallo stesso incenso? Non parliamo di quel che riguarda la lettera del Medici, perchè allora Cavour dormiva sotto la tenda; ma il resto?