Brandelli

Part 21

Chapter 213,559 wordsPublic domain

Nel _Sartor resartus_ domina una curiosa figura, quella del dottor Teufelsdreck (la lingua poetica non può aiutarmi, bisogna ricorrere al latino: il nome del dottore significa _excrementum diaboli_), dipinta con un _humor_ stravagante, ma pieno d’estro nella satira e che si mantiene tale e quale sino in fondo al libro. Si può non convenire col Carlyle, che nel suo puritanismo ha degli slanci di entusiasmo religioso più da sacerdote che da laico. Da giovane era stato tirato su per lo stato ecclesiastico, e poichè il detto _Semel abbas semper abbas_ è una verità sacrosanta, così di quando in quando sotto allo scrittore troviamo il predicatore. Per esempio, il _Sartor resartus_, che può parere, a chi non bada, una bizzarria satirica senza tesi, non è invece che lo sviluppo della massima di Fichte, che tutte le cose nell’universo visibile, noi stessi e gli uomini tutti, non siamo che una specie di veste sotto la quale si nasconde la realtà assoluta; che l’universo intero non è che una delle forme dell’eterno spirito di Dio; che il tempo e lo spazio sono soltanto modi dei nostri sensi imperfetti, così che il _dove_ e il _quando_, benchè in apparenza inseparabili dal nostro pensiero, non aderiscono altro che superficialmente al pensiero stesso; che noi dobbiamo concepire Dio come abitante un _quid_ universale, un _adesso_ perpetuo, e considerare la natura come la veste ch’egli porta per rendersi visibile agli occhi nostri. Vedete un po’ che razza di sogni possono sognare questi fuchi dell’intelligenza, i filosofi trascendentali!

Or bene, questo era il sistema filosofico del Carlyle. Secondo lui i fenomeni della nostra vita sociale, gli aspetti esterni, le modalità di questo mondo non sono che vesti dello spirito umano, utili e convenienti fin che servono, ma che si logorano presto e debbono essere gettati. Per un puritano è già un sistema assai libero e che, lasciando intatto l’assoluto, rende possibile nella pratica l’evoluzione delle idee e della morale, staccandosi affatto dall’ortodossia vecchia sulla immobilità eterna delle leggi del bene e del male. Su questo dato filosofico ricamò curiosamente il Carlyle, e gli strani commentari e le riflessioni bizzarre del dottor Teufelsdreck non fanno perdere di vista l’idea fondamentale del libro. Questa inimitabile figura di un solitario filosofo tedesco, dicono i signori Elia Régnault e Ulisse Barot, colla sua immensa erudizione, le sue stravaganti avventure, lo stoicismo sublime che lo fa volare a cento miglia in alto sopra questo mondo, la bontà inalterabile, la pietà, il coraggio, la lingua mezzo mistica e mezzo plebea, è una _trovata_, uno dei tipi più curiosi che si conoscano. Ed è vero. Benchè il Teufelsdreck ricordi un po’ troppo il dottor Schopp del _Titan_ di Gian Paolo, è una delle figure più bizzarre e indimenticabili della letteratura contemporanea.

«I nostri maestri, dice Teufelsdreck, erano insopportabili pedanti che non conoscevano affatto la natura umana e peggio quella dei bambini; insomma non conoscevano altro che i loro dizionari e i libri dei conti trimestrali.»

«Ci schiacciavano sotto il peso d’innumerevoli parole morte, e questo lo chiamavano sviluppare lo spirito della gioventù. Come mai un mulino da gerundi, inanimato, automatico, il compasso del quale sarà fabbricato di qui ad un secolo a Norimberga con del legno e del cuoio, come mai potrebbe aiutare lo sviluppo di qualche cosa, tanto più dello spirito, che non cresce come una pianta, ma che si sviluppa pel misterioso contatto dello spirito? Come mai potrà dare luce e fiamma colui, l’anima del quale è un focolare spento, pieno di ceneri agghiacciate? I professori d’Hinter-Schalg (me ne duole per la ingua poetica, ma _hinterschalg_ vuol dire sculacciata) conoscevano benissimo la sintassi; e quanto all’anima umana, sapevano solo che c’era in lei una facoltà chiamata memoria che poteva essere sviluppata flagellando con un nerbo i tessuti muscolari e l’epidermide».

Il nervo di bue come stimolo alla memoria non costuma più; ma dei professori d’Hinter-Schlag che conoscono bene la sintassi e poco i loro discepoli, ce ne sono ancora. Anzi ce ne sono di quelli che non conoscono nemmeno il loro tempo, o, se lo conoscono, vorrebbero farlo tornare addietro. Il Carlyle attribuisce al suo Teufelsdreck, apostolo della fede trascendentale, le opinioni più incredibili espresse colla massima gravità, dedotte logicamente dalla sua filosofia della veste, illustrate dagli esempi più grotteschi ed espresse in un linguaggio caricatura di quello dei professori di filosofia tedeschi. Eppure, sotto la scorza dell’eroicomico, circola la linfa della verità. Certe pitture sono ridicole, ma vere oggi come verso il 1830, epoca della apparizione del _Sartor resartus_. Le amare satire alla società inglese d’allora conservano ancora tutto il loro sale, come quelle di Giovenale e di Persio, e la posterità senza dubbio confermerà il soprannome _di great censor of age_ che i contemporanei decretarono al Carlyle.

Ma il _Sartor resartus_ non può essere tradotto e meno poi inteso in italiano: meglio sarebbe, per dare un’idea dell’ingegno strano e grande del Carlyle, tradurre la _Storia della rivoluzione francese_, specie di poema epico in prosa che o ripugna o seduce, secondo i gusti, ma che non può essere confuso tra le cose noiose e mediocri. È vero che gli Inglesi, i quali stentano alle volte a capire il Carlyle nell’originale, hanno sentenziato ch’egli è intraducibile; ma se non la fisonomia intera e precisa dello stranissimo scrittore, pure una sua immagine abbastanza viva si potrebbe riprodurre, e ne varrebbe la pena.

Ma, pur troppo, se studiamo ci tocca di studiar metafisica, o se traduciamo ci tocca di tradurre Ponson du Terrail. Pazienza. «Gino, eravamo grandi.—E là non eran nati». Consoliamoci con questo.

GIOVANNI ARRIVABENE

Il senatore Giovanni Arrivabene, non ha guari morto e degnamente compianto da tutti gli italiani che amano il loro paese, non ebbe una di quelle parti principali nelle vicende contemporanee che fanno popolare un nome e immortale una fama. Non ebbe la fortuna e forse l’ingegno necessario per essere Cavour, Azeglio o Ricasoli; ma la vita modestamente operosa, l’animo buono, i patimenti sofferti e la venerabile età, lo fecero tuttavia uno de’ personaggi più rispettabili e rispettati del nuovo regno. Con lui si è spento forse l’ultimo testimonio ed attore delle dolorose avventure del 1821; l’ultima vittima del Salvotti.

L’Arrivabene lascia un volume di memorie edite dal Barbèra, e si è detto che alla sua morte il secondo volume era compiuto. La parte che conosciamo è appunto quella che ha maggiore importanza pel tempo e per le cose operate dall’autore. Ma, pur troppo, l’Arrivabene s’indusse tardissimo a scriverle, credo più che novantenne; e per quanto l’età grave gli concedesse salute e chiarezza di mente, pure in quel libro c’è qualche cosa di tardo, di arido e di confuso, che ne rende poco piacevole e poco utile la lettura. Il coro delle lodi intonato all’epoca della pubblicazione fu tanto favorevole, che per poco non parve che assistessimo alla nascita del Messia. Pareva che l’archetipo delle autobiografie fosse venuto al mondo.

La simpatia universale che circondava il venerando autore chiuse gli occhi alla critica. Forse parve crudeltà dire il vero ad un ottimo vegliardo, quasi secolare, ed amareggiarlo con severi giudizi. Ora che la morte sciolse i superstiti dal dovere dei riguardi, nulla può vietare di dire che quelle memorie riescirono troppo inferiori alla aspettazione e non rivelarono nulla di nuovo intorno ad un periodo storico che ha appunto grande ed urgente bisogno di rivelazioni.

Tutta quella matassa arruffata delle cospirazioni italiani del 1821 attende ancora uno storico che la dipani e la completi. Gli archivi di stato aspettano ancora chi li frughi con questo proposito, e non conosciamo ancora bene chi negli strazi della repressione fu forte, debole o traditore. Le _Mie Prigioni_ del Pellico aspettano ben altre _Addizioni_ che quelle di Piero Maroncelli.

L’Arrivabene stesso, che nelle sue memorie fu tanto parco di notizie e sorvolò quasi su quell’importante periodo storico cui assistette e nel quale ebbe gran parte, altre volte, non così abbassato dalla vecchiaia, aveva parlato chiaro e portato un curioso contributo di rivelazioni alla storia dei suoi tempi. Nessuno forse ricorda più un opuscolo da lui fatto stampare presso l’Unione Tipografica di Torino nel 1860 col titolo:—_Intorno ad un’epoca della mia vita_.—Ivi si trova accennato quel che si desidera invano di vedere sviluppato nelle memorie, e se il giudizio non paresse pretenzioso, si potrebbe dire che quel libretto è forse quel che di più importante ha scritto l’amico di Confalonieri e del Pellico.

Quando Napoleone nel 1805 costituì il regno d’Italia l’Arrivabene aveva diciott’anni. Nove ne durò il regno, ed anche quelli che in quell’epoca avevano atteso più a divertirsi che a lavorare, alla restaurazione si sentirono come colpiti da una immeritata mortificazione e cominciarono a prendere a cuore le faccende italiane. La tradizione unitaria, che si può seguire nella storia delle lettere, come ha fatto il D’Ancona, scende allora nel dominio delle masse e lascia i campi della speculazione e della poesia per entrare in quelli della pratica. Quella larva di regno italico, foggiato alla francese e puntellato dalle baionette straniere, cadde al primo urto appena i puntelli mancarono; ma le masse avevano capito: e da quel giorno i governi, forestieri o indigeni, che dividevano la penisola, non ebbero più bene. Si può pur dire che il regno italico è il babbo vero del presente regno d’Italia.

L’Arrivabene, giovane e spensierato, fu scosso e mortificato anch’egli. Non ci voleva altro che questo per farne un liberale, e l’Arrivabene diventò liberale convinto e deciso, più per forza degli avvenimenti che dei ragionamenti. Così fu tratto all’amicizia del Confalonieri, del Pellico, del Berchet, del Pecchio, degli Ugoni, e di Giovita Scalvini, e di tutti coloro che rappresentavano l’opposizione liberale al governo austriaco. Il Borsieri, il Porro, il Breme, il Mompiani, accrebbero presto il novero degli amici suoi.

Il povero Pellico pagò ben caro il diritto di abiurare, e quanto sono disgraziati i tentativi di riabilitarlo, altrettanto sarebbero ingenerosi quelli di vituperarlo. La giustizia ormai è fatta, e chi l’ha fatta piena e completa è la setta clericale, rivendicando interamente per sè quel che restò del cantore di Francesca dopo il martirio dello Spielberg. Ma ciò non toglie il diritto della storia di riprendere in esame i famosi processi di Stato; ciò non toglie che appunto per una imprudente parola del saluzzese, il povero Arrivabene subisse la prima prigionia. _Absit iniuria_, ma la verità è questa.

Nel 1820 alla Zaita, villa dell’Arrivabene presso Mantova, erano il Porro coi suoi figli e il loro istitutore, Silvio Pellico. In un giorno d’autunno Porro e i figli erano in giardino, e l’Arrivabene col Pellico, seduti sopra un sofà, parlavano dell’Italia e del modo di rigenerarla. Tutto ad un tratto il Pellico esclamò:—Per rigenerare l’Italia ci vogliono delle società segrete; bisogna farsi carbonaro;—e l’Arrivabene rispose:—Sarebbe pazzia. La legge condanna a morte i carbonari, e poi si può giovare alla Italia senza immischiarsi nelle sette.—Il dialogo fu interrotto e non più ripreso. Il Pellico imprigionato narrò il colloquio, e l’Arrivabene fu subito arrestato e condotto nelle carceri di Murano, dove faticò per sei mesi a difender la testa dal Salvotti. Se in quel colloquio fosse stata detta una parola di più, anche l’Arrivabene sarebbe andato allo Spielberg.

Libero, cominciò a capire dove i discorsi imprudenti potevano condurre. Si ricordò che, poco prima dello scoppio della rivoluzione in Piemonte, aveva parlato col Pecchio, col Borsieri, col Bossi e col Castiglia. Aveva parlato sulle generali, perchè nessuno sapeva niente di preciso. Si disse che sarebbe stato bene preparare i quadri della guardia nazionale. Si misero innanzi nomi per una possibile giunta di governo, si parlò di un possibile proclama da sottoscriversi dal Confalonieri, e nient’altro. Un po’ più tardi prestò mille lire per le faccende del Piemonte, e la sua collaborazione alle congiure ed ai moti del 1821 finì lì; ma, dopo l’esempio avuto, capì d’essere in pericolo. Una sera, in un caffè di Mantova, seppe che Borsieri e Mompiani erano arrestati. Vide il pericolo imminente e deliberò di fuggire.

Questa fuga è diventata leggendaria, tanto che ha preso sino posto tra le _evasioni celebri_, con quelle del Cellini, del Latude, del barone di Trenck, del Casanova, dell’Orsini e d’altri. L’Arrivabene la narra minutamente e non è qui il caso di ripeterla, per quanto gli episodi curiosi possano tentare. Tutti sanno che i fuggitivi, arrivati di notte ad Edolo, trovarono nella cucina dell’osteria le uniformi dei gendarmi poste ad asciugare; tutti sanno che per poco non furono arrestati al confine di Tirano. Ma alcune pitture, alcuni squarci che riguardano il primo processo sono meno noti ed altrettanto interessanti.

Quando si leggono le _Addizioni_ del Maroncelli o le _Memorie_ dell’Andryane vien fatto d’immaginare il Salvotti come una iena travestita da uomo, bollata dalla natura con quei connotati che Leonardo diede al Giuda della sua cena. Ma il Salvotti, ci dice l’Arrivabene, era bello della persona, aveva occhi nerissimi, nera e folta capigliatura. Andava elegantemente vestito con abito nero e calzoni di seta nera. Lo vedete voi il Salvotti damerino? Che stranissima cosa! Eppure non c’è da dubitare. L’Arrivabene lo vide e lo esaminò più da vicino che non avrebbe voluto.

Di tutto si potrà accusare l’Arrivabene, severo economista e filantropo, fuorchè di peccati di poesia. Eppure nei caldi tramonti della laguna, nella melanconia profonda e silenziosa del carcere, soffrì anch’egli di quella nevrosi di cervello che, chi può, traduce in versi, e che gli antichi attribuivano alle ispirazioni di un Dio. Trentanove anni dopo, raccontando le impressioni di quelle sere, l’economista ritrova parole di verità, dipinge meglio che un letterato di professione: «A sera, dondolandomi sopra una sedia, tenendo gli occhi fissi alla chiesa di Murano, dorata dai raggi del sole cadente, od ai lontani monti o al più lontano cielo, riandavo col pensiero le cose scritte nel giorno e recitavo, non senza qualche lagrima, i passi che il cuore più che la mente aveva dettati. Improvvisavo certi versi sulla mia presente fortuna e li cantavo su vecchie arie o su cantilene inventate da me al momento stesso. Passavano barchette piene di contadini che ritornavano dalla città, i quali tutti, sempre, cantavano una loro monotona ma non disaggradevole canzone:

Che bel cappel, Marianna, Che bel cappel, Marianna.

Appariva talvolta in lontananza una barca da cui usciva e mi giungeva sull’acqua una mesta ed armonica cantilena: erano cannonieri boemi i quali venivano sulla laguna a cantare le canzoni della patria. Tutto ciò cagionava al mio cuore solitario emozioni ad un tempo melanconiche e care». Non è mal detto, e sopratutto è sentito. Ricorda, senza intenzione, il _Sant’Ambrogio_ del Giusti. Il luogo e l’ora ispiravano poesia al prigioniero.

È inutile; noi non possiamo farci nemmeno una lontana idea di quei tempi dolorosi, nei quali una parola imprudente poteva costare il martirio, nei quali l’Imperatore, che si dava del _clementissimo da sè_, intendeva soltanto di aver fatti _attenti i suoi sudditi sui mali della setta e di averne illuminate le menti colla sovrana notificazione 29 Agosto 1820_, nella quale si comminava la pena di morte da eseguirsi colla forca, non solo a coloro che facessero parte della setta, ma anche a quelli che sapendolo non li denunziassero. Gli antichi padri della Chiesa hanno detto che il sangue dei martiri fu la semenza de’ cristiani, e questo è stato vero anche per l’Italia e la sua fede. Ma ciò non toglie che il povero seminarista non rimanga sbalordito conoscendo la costanza dei confessori della fede di Cristo nei tormenti, e che noi, meschini epigoni, non rimaniamo ammirati e compresi di affettuosa venerazione pei confessori d’Italia, per le vittime del Salvotti, per gli straziati delle fortezze boeme.

Giovanni Arrivabene, ricco di censo, c’era dato a buone opere civili. Le scuole lancasteriane, da lui istituite a Mantova, parevano una invenzione del liberalismo, e questa fu la causa dei sospetti che gli si addensarono sopra per risolversi in una malvagia persecuzione al primo pretesto. Queste sue buone intenzioni gli valsero la prigione e quarantacinque anni d’esilio. Davvero, quando egli è mancato, possiamo dire che è mancato l’ultimo di coloro che cominciarono ad affermare la nuova Italia col pericolo del capo e la certezza della persecuzione più crudele.

Sono dunque giusti i compianti della intera nazione alla sua morte; è dovuto il lutto. Si dice che i mantovani innalzeranno un monumento al loro illustre concittadino. L’iscrizione è fatta, e si deve al consigliere aulico Della Porta ed al signor A. De Rosmini, presidente l’uno, segretario l’altro della I. R. Commissione speciale di prima istanza, che sentenziava così in Milano il 21 gennaio 1824:

«Sugli atti dell’inquisizione criminale costrutti dalla Commissione speciale di Milano pel delitto d’alto tradimento: ecc.

«Il Cesareo regio Senato Lombardo-Veneto del supremo tribunale di giustizia residente in Verona ecc., ha dichiarato:

«Essere i detenuti Federico conte Confalonieri ed Alessandro Filippo Andryane, non che i contumaci Giuseppe Pecchio, Giuseppe Vismara, Giacomo Filippo de Meester-Haydel, Costantino Mantovani, Benigno marchese Bossi, Giuseppe marchese Arconati-Visconti, Carlo cavaliere Pisani-Dossi, Filippo nobile Ugoni, _Giovanni conte Arrivabene_, e gli altri detenuti Pietro Borsieri di Kanifeld, Giorgio marchese Pallavicini, Gaetano Castiglia, Andrea Tonelli e Francesco barone Arese, _rei del delitto d’alto tradimento, e li ha condannati alla pena di morte da eseguirsi colla forca_.»

Chi non invidierà l’Arrivabene? Chi non gli invidierà più che la lunga ed onorata vita, i patimenti durati e l’onore di una simile lapide sepolcrale?

DI SILVIO PELLICO

Il rispetto dovuto ai patimenti sofferti per la patria, e sofferti se non fortemente, almeno dignitosamente, vietò che delle cose di Silvio Pellico si dèsse un giudizio senza passione. Pareva sacrilegio di parlare senza lode delle opere scritte da quella stessa mano che portò le catene dello Spielberg, e finchè i pochi versi all’Italia che si trovano nella _Francesca_, furono proibiti, parvero sublimi. Nove decimi della fama del Pellico sono dovuti allo stato dell’ambiente in cui le sue opere si produssero, non al valore intrinseco delle opere stesse. Mutata la stagione, le opere apparvero veramente quali erano, povere, fiacche ed insipide. Il silenzio si è fatto, e nel gran fiume dell’oblio soprannuotano appena _Le mie prigioni_ come libro di premio per le scuole cattoliche, e la _Francesca_, come vittima disgraziata dei centomila filodrammatici italiani.

Una prova palpabile di questo si ha nell’epistolario intimo del Pellico, stampato in due volumi da un tal prete Durando presso il Guigoni di Milano nel 1879. Gli epistolari degli uomini illustri, in Italia specialmente, vanno a ruba. Chi trovasse una lettera nuova del Leopardi si reputerebbe fortunato, e l’anno scorso fu menato grande scalpore persino di quella cantica giovanile sull’_Appressamento della morte_, cui non valsero a torre buon successo le note bislacche e la comica introduzione. Fino gli epistolari de’ mediocri sono cercati ghiottamente, ed ebbero il loro momento di voga anche le lettere male isteriche dell’Aleardi. Ma dell’epistolario del Pellico chi tenne parola? Ci svela tutto il cuore e tutta l’anima di chi lo scrisse, e il mondo passò, senza degnarlo d’uno sguardo. Tanto il nome di Silvio Pellico è diventato indifferente se non antipatico.

E certo, se questo epistolario fosse stato letto altrove che nei seminari, l’antipatia che desta il Pellico, sia nelle opere che nel carattere, sarebbe cresciuta. Lo stesso prete Durando ce lo presenta come modello ai giovani di pietà e divozione profonda, e davvero c’è da confonderlo con un libro divoto: nè pare che le _Filotee_ godano oggi le simpatie del pubblico che sa leggere. Chi può resistere e vincere la ripugnanza di tutto quel dolciume gesuitico, di quella religiosità smascolinata, giunge ad aver pietà di un povero uomo cui i patimenti troncarono più che i nervi, ma ogni fibra di virilità. È doloroso il vedere uno di quelli che furono santificati da lunga e gloriosa sventura, rinnegar quasi la causa per cui sofferse, adagiarsi nel profondo avvilimento di un cristianesimo superstizioso e cadere in tanta fiacchezza d’animo da rallegrarsi come di un beneficio di Dio per una domesticità concessa come elemosina da una dama caritatevole. Farsi agnelli nell’ovile di Dio, sta bene; lasciarsi tagliar la lana senza belare, passi; ma non bisognerebbe poi lasciarsi tagliare altro!

Così l’epistolario proposto come assai superiore agli altri usciti in questi anni _per nobiltà dì sentimenti religiosi_, è degno del silenzio che lo accolse. Di quella roba ce n’è della meglio, anche nell’ambito della letteratura da seminari. Che anzi ne’ seminari stessi sarebbe tenuta nel dovuto conto, se i superiori non stimassero inutile il presentare un modello di ravvedimento più che un modello di letteratura. Pare a loro che quello del Pellico sia un grande esempio da proporsi a quelli che per caso si ricordassero di avere una patria, e ripetono le parole di Silvio pentito e contrito che grida: «Ho veduto troppo da vicino il male, per consentire che abbia a chiamarsi bene».

A questo era ridotto quel Silvio che aveva pur tenuto le chiavi dell’anima sdegnosa di Ugo Foscolo. Il santo amore per cui aveva portati i ferri del galeotto, per lui era diventato _il male_; la fede nuova aveva soffocato la vecchia, ed egli faceva ammenda del suo glorioso passato per tutti i confessionali di Torino.

Non bisogna irritarsene, ma compassionare.

La condanna del Pellico e l’aureola che quindi giustamente meritò (poichè è inutile ripescare a chi egli possa aver nociuto ne’ suoi esami, come traspare dalle _Memorie_ dell’Arrivabene) furono uno dei più strani errori dell’Austria nel suo dominio tra noi. Il direttore di polizia nel suo barbaro italiano scriveva: «Tanto il Pellico quanto il Maroncelli erano marcati per le relazioni loro colle persone notate, per la loro animadversione al sistema dominante in queste provincie, ma nessuno riconobbe mai in essi che due scioli, capaci a sostenere con qualche eloquenza le opinioni loro letterarie, ma giammai atti ad un’impresa qualunque».

Il Pellico, dopo le prime prove del carcere, scriveva al Salvotti: «Sono sette mesi che gemo dolorosamente sul mio fallo... Mi abbandono ai miei giudici». L’uomo era già domato e divenuto innocuo. Egli era maturo per passare dalla domesticità carbonare del Porro a quella gesuitica della marchesa di Barolo. Come l’acuto Salvotti non se ne avvide?