Part 2
Lo Sterne nel Tristam Shandy sostiene che ogni uomo a questo mondo ha il suo _dadà_, il suo cavalluccio; e da noi si dice che ognuno ha il suo ramo di pazzia, anzi Alfredo de Musset scrisse in versi che in Italia questo _grain de folie_ lo abbiamo proprio tutti. (Tra parentesi, era un verista lo Sterne? Non si direbbe, ma chi seguisse le teorie di certi ipercritici, dovrebbe ammetterlo. Infatti se per quei signori il verismo sta tutto nel parlar di grasso, lo zio Toby non parlò di magro.) Ora il mio _dadà_ sono le biblioteche e non me ne vergogno davvero. Sono stato un pezzo in bilico se dovessi ammattire per le biblioteche o pel giuoco del tresette, quando finalmente mi sono deciso per le biblioteche. Il tresette mi avrebbe dato minori disillusioni; ma la pazzia che ho scelto mi porge almeno il destro di scrivere nei giornali; il che lusinga molto l’amor proprio del mio portinaio che non sa leggere.
L’argomento del resto è appunto arrivato, direbbe Bismark, al momento psicologico. Noi diciamo che è maturo, e la figura rettorica così è più giusta, poichè il frutto maturo o si coglie o marcisce e cade. E poichè l’argomento delle biblioteche marcirà negli archivi del ministero e cadrà in dimenticanza, se già non c’è caduto, è proprio il caso di una locuzione figurata da porgere ad esempio agli sventurati sì, ma infelicissimi studenti dei licei.
Ad una domanda del deputato Martini, il solo, fra cinquecento deputati che si suppone sappiano leggere, il quale si sia fermato a dare un’occhiata a quel capitolo del bilancio, ci è toccato di sentire il ministro per la pubblica istruzione confessare non aver potuto leggere il rapporto della Commissione d’inchiesta sulla Vittorio Emanuele senza arrossire. Quella biblioteca, per norma dei lettori, non è nell’isola di Pantelleria, ma a due passi dalla Minerva.
Vien dunque fatto di ricorrere a quell’aritmetica che par diventata privilegio dell’onorevole Bernardino Grimaldi, e ricordando la regola del tre, brontolare spaventati: «Se tanto mi dà tanto!...»
Come sorveglia il Ministero le biblioteche dello Stato? È una innocente domanda alla quale non so che risposta si possa dare. Il Ministero infatti si contenta dei rapporti, dei conti e delle statistiche che gli mandano i bibliotecari, onestissima gente, incapace di usare nemmeno in sogno de’ quattrini e delle cose pubbliche, ma soggetta come tutti gli uomini di questo mondo a sbagliare. Onestissima gente, piena di buona fede, ma esposta a tutti i pericoli cui la buona fede espone: almeno così si è visto nella biblioteca Vittorio Emanuele. Come dunque sorveglia il governo, come si guarda da questi pericoli? Con un semplicissimo sistema che ho visto nel 1870 applicato alla nettezza pubblica in Subiaco: aspettando cioè che la divina provvidenza mandi un temporale a spazzar via tutto, il buono e il cattivo, le immondizie ed il bucato disteso, aspettando un qualche pasticcio troppo grosso per nominare una commissione d’inchiesta che faccia piazza pulita alle immondizie dell’avvenire. Questo sistema sublacese è economico, ma via, non è igienico.
E pensare che l’Italia, giardino del mondo è un portento di fecondità meravigliosa in tutto, anche e specialmente in commissioni ed in ispettorati! Pensare che non si può mettere il naso fuor della finestra senza veder passare una serqua di commendatori ispettori _de omni re scibili et quibusdam aliis_: pensare che i ministri si sono limati il cervello alla penultima cellula per trovare nuove cose da ispezionare, come l’industria e il commercio; pensare che dagli ispettori di pubblica sicurezza fino a quelli di finanza ce n’è tanti che oramai sono più loro che i contribuenti, e pensar poi che a queste povere disgraziate di biblioteche non hanno concesso nemmeno un cencio d’ispettorato nemmeno un commendatore, nemmeno un cavaliere spicciolo, tanto per dire che ce n’è almeno uno! Proprio è difficile spiegarlo, a meno che non si voglia dire, con qualche apparenza di vero, che gli ispettori delle biblioteche non ci sono, appunto perchè ce n’è bisogno.
Ma qui può darsi che questa millesima istituzione di ispettori sollevi qualche opposizione. Delle sinecure ce ne sono tante, che fare una diecina di canonicati di più non torna conto.
È verissimo. Io davvero non so se nel meccanismo della istruzione ci sia qualche ruota, qualche molla che abbia per ufficio questa sorveglianza delle biblioteche; passatemi la figura. Ma se questa ruota c’è, deve essere arruginita da un pezzo; se c’è una molla, non scatta più. Io ho vissuto molto in una biblioteca, dove ad onor del vero non c’era bisogno di sorveglianza o di controllo, ma dove anche ad onor del vero non s’è mai visto nessuno a ispezionare o a controllare. Tutte le relazioni col governo centrale si riducevano a spedire parecchi chilogrammi di statistiche all’anno e a domandare inutilmente i quattrini della dotazione. Mai un cristiano si è presentato a chiedere come andavano le cose, ad informarsi _de visu_, a toccare colle proprie mani per conto del governo... Sbaglio. Ci venne il re col ministro della istruzione pubblica, con quello degli esteri e con quello dei lavori pubblici; ma era buio e poi ci stettero tre minuti precisi.
Debbo dunque credere che nel meccanismo del ministero manchino le parti necessarie al controllo di cui parliamo: e se, per tema di istituire dei canonicati, non si vuol mettere assieme un congegno fisso, se ne può combinare benissimo uno staccato, intermittente, volante. Voglio dire che si possono mandare delle persone pratiche ora al nord ora al sud, per dare un’occhiata ai libri, ai cataloghi, ai servizi. S’intende che non bisognerebbe avvisare una settimana prima che il commendator tal de’ tali arriva alla tal’ora per fare un’ispezione, e s’intende che non bisognerebbe mandare un bibliotecario a riveder le bucce al collega. Dato che nelle biblioteche avvengano degli inconvenienti, mi pare che il cercare di conoscerli a tempo non sia mal fatto; ma anche qui s’intende che al Ministero dovrebbero leggere i rapporti e non dare ragione a quella tradizione burocratica secondo la quale un ispettore mise una sardella tra le pagine del suo rapporto, e tutte le volte che torna a Roma a domandare un avanzamento, si reca agli archivi dove ha la soddisfazione di constatare che la sua sardella è religiosamente conservata. Il che davvero consola, poichè prova che almeno gli archivisti fanno buona e fedele guardia.
In tutto questo non c’è nulla che possa offendere i bibliotecari. Non c’è un colonnello che si creda offeso quando il generale viene a fare l’ispezione; una misura generale non può offendere le suscettibilità degli individui. La Leda del capitano Salvi era una buona cavalla senza dubbio; ma se il capitano non l’avesse tenuta tra le gambe, credete che sarebbe arrivata a Napoli in tempo per vincere la scommessa? Era una buona cavalla, ma se il capitano si fosse addormentato, credete voi che non si sarebbe fermata un pochino a pascere un po’ d’erba sui margini della strada Non si fa torto alla buona cavalla dicendo che fu aiutata molto dallo stimolo del cavaliere.
Insomma, ispettori o no, pare oramai che a questa faccenda delle biblioteche sia da pensarci sul serio. I nostri nonni avevano l’abitudine di imprimere sul frontespizio dei libri certi bolli madornali che tra l’inchiostro e le frittelle d’olio coprivano ogni cosa. Ebbene, si deve a questa bestiale abitudine, a queste frittelle indelebili, se molti libri non hanno emigrato; e se nella biblioteca Vittorio Emanuele ci fosse stato un frittellume come dico io, l’emigrazione sarebbe stata minore. Parecchie biblioteche non hanno altro riparo contro le ugne dei bibliofili, letterati o no, che il bollo, in mancanza di cataloghi e d’inventarii. E notate che i bibliotecari non ne hanno colpa, poichè a fare un catalogo ci vogliono delle braccia e dei quattrini che il governo non dà, e che i bibliotecari, con ragione, non vogliono metter del loro. Se dunque questa proprietà dello Stato, questa ricchezza della nazione fosse un po’ meglio curata, sorvegliata, difesa, che male ci sarebbe? Almeno il ministro si risparmierebbe di dover confessare i suoi rossori e noi italiani non faremmo la bella figura che facciamo. Dico bene?
DELLE BIBLIOTECHE
_Carissimo signor Martini,_
Poichè Ella mi tira in ballo citando la mia frase, _in Italia non possono studiare che i ricchi_, e poichè siamo in carnevale, mi lasci ballare.
Ella sa bene come diavolo vadano le biblioteche italiane e lo sanno tutti gli altri infelici che hanno la disgrazia di studiare. Ma il pubblico che paga e il Parlamento che fa pagare non sembra che lo sappiano. Le nostre biblioteche, meno una o due onorevoli eccezioni, vanno avanti così alla carlona, per forza d’inerzia e nient’altro. Lasciamo che hanno per lo più certe _doti_ (i bibliotecari chiamano così gli assegni annui), certe doti colle quali oggi un povero babbo non troverebbe un cane che gli portasse via una ragazza, fosse anche più bella della bella Elena Lasciamo che la dote del 1879 si paga nel 1880 e che il pagamento per ironia lo chiamano _anticipo_. Questo di pende dalle condizioni finanziarie dello Stato, e nessuno, o tutti, ci abbiamo colpa. Si potrebbe domandare però, perchè con pochi quattrini si vogliono mantenere molte biblioteche e per giunta scrivere nei regolamenti che esse debbono tener dietro alla coltura generale, speciale, ecc. Se per tener dietro bastasse correre! Ma Fanfulla disse bene a Barletta: _I denari sono pochi!_ e mentre le sullodate colture corrono come locomotive, le povere biblioteche spedate sono rimaste quasi tutte al secolo passato; nè gli articoli dei regolamenti, per quanto pomposi, faranno comprare un libro di più o bestemmiare uno studioso di meno.
Si potrebbe anche domandare perchè certe biblioteche siano figlie e certe altre figliastre, tanto che a pari grado c’è chi nel bilancio segna dieci e chi cinque. Ma la più bella cosa da domandare sarebbe la fotografia grande al vero di quel grande uomo che immaginò di far pagare la ricchezza mobile alla dote delle biblioteche. Costui tradì certo la sua vocazione, che doveva esser quella di scriver farse per far sbellicare dalle risa il pubblico e la guarnigione. E’ buffa l’idea? Le biblioteche sono dello Stato. Ora che lo Stato faccia pagare la ricchezza mobile al bibliotecario, è una riduzione di stipendio bella e buona, ma in fondo chi paga è il bibliotecario perchè lo stipendio se lo gode lui. Ma che lo Stato faccia pagare la ricchezza mobile a sè medesimo è l’ideale della farsa tutta da ridere. Non le pare? E’vero però, che se si dicesse francamente che le doti e gli stipendi sono _diminuiti_ di quel tanto e non _tassati_, l’amministrazione si semplificherebbe di troppo e non ci sarebbe più bisogno di tanti giri e rigiri, registri e _posizioni_ quanti ne occorrono ora a tessere i conti di questa razza di ricchezze. O che gli impiegati debbono mangiare il pane a ufo?
E i bibliotecari? Ella ne cerchi i nomi nell’annuario della Istruzione pubblica e troverà nomi sempre rispettabili, spesso illustri; ma illustri in tutto fuor che per la loro opera di bibliotecari e di bibliografi.
Come avviene questo?
Avviene perchè fino ad oggi il posto di bibliotecario era riputato dal Governo un canonicato da far godere a persone di merito, fossero o non fossero mai entrate in una biblioteca in vita loro. E i bibliotecari, meno s’intende poche eccezioni, hanno preso in parola il Governo e si sono occupati delle biblioteche quel tanto che occorre perchè tirino innanzi nello _statu quo ante_. Il Governo poi, quando s’è accorto che nelle biblioteche c’era di tutto fuor che dei bibliotecari, ha pensato che il criterio del merito era errato per quei posti, ed ha accettato nudo e crudo quello dell’anzianità, come ai tempi di Carlo Felice. Di più ha ridotto l’ufficio del bibliotecario, a forza di articoli di regolamento, in modo che di bibliotecario non resta che il nome; sotto al quale non ci sono che le attribuzioni di un impiegatucolo qualunque, anche _d’ordine_. Quando si nominano e si pagano dei bibliotecari che non possono comprare una canzonetta da un soldo senza il permesso chi una Commissione, l’ufficio loro si riduce a tenere i registri. Ora per questo basta un diurnista. Ma il Governo non ha riflettuto che le biblioteche tutte le hanno fatte i bibliotecari sul serio, e non gli impiegati che sanno tenere bene i conti ed hanno una bella calligrafia.
I regolamenti, altra invenzione prelibata per semplificare le cose, i regolamenti vogliono ora che per diventare bibliotecario si sia stato prima vice-bibliotecario; al qual posto non si può aspirare se non si è prima stato assistente di primo grado, e così giù fino agli assistenti di quarto grado, ai distributori e magari all’usciere. Si sa che questi regolamenti li hanno fatti quelli cui tornava conto, ma lasciamo andare. Resta che la carriera è chiusa a chi non percorra grado a grado tutta la scala. Se tornasse al mondo Ludovico Muratori, dovrebbe cominciare la sua carriera da fantaccino, anzi forse non la potrebbe nemmeno cominciare perchè non avrebbe sostenuto l’esame di licenza liceale. Io conosco un signore, signore per sua fortuna, che è riputato per uno dei primi, il primo forse dei nostri bibliografi. Egli mise alla posizione il povero Panizzi che era pur qualche cosa, egli è domandato di consigli da tutti i bibliografi d’Italia e di fuori, a lui ricorrono tutti quelli che hanno bisogno di sapere quello che nessun bibliotecario nostro s’è sognato mai di sapere. E’un signore, beato lui, e fa il bibliotecario della biblioteca sua; ma se domani, che Dio lo scampi e liberi, gli venisse la bizzarra idea di diventar bibliotecario del Governo, si sentirebbe rispondere a furia di articoli di regolamento che non può essere bibliotecario chi prima non è stato ecc. Insomma, all’età di circa sessanta anni, stimato e rispettato per uno de’ migliori bibliografi viventi, si sentirebbe offrire il posto di alunno. I regolamenti non ci sono per niente ed hanno chiusa la porta in faccia anche a me che scrivo, dopo tre anni di tirocinio. Nessun ministro e nessun regolamento mi ha creduto capace di saper leggere e scrivere, e non lo dico già coll’amaro in bocca. Figurarsi!
Dato per unico criterio l’inesorabile anzianità, a voler provvedere bene, sarebbe necessario un buon sistema di reclutamento. Invece, se ci fu mai cosa che suscitasse l’ilarità generale, fu appunto il regolamento per gli esami ai posti delle biblioteche. Chi non lo ricorda? Si chiedeva al candidato un po’ di tutto, storia, letteratura, legge, medicina, matematica, lingue antiche e moderne... ci fu chi disse che s’era dimenticato un esame pratico di ostetricia. Ebbene, che risultato se n’è avuto? Questo, che i posti secondari nelle biblioteche se li tengono avvocati che non trovarono cause, medici senza clienti, ingegneri in ozio, professori senza scolari, insomma tutti gli spostati che hanno avuto la fortuna di passare all’esame per l’indulgenza degli esaminatori atterriti dall’enciclopedico programma. Ci sono le sue eccezioni, lo so! ma nella massa siamo lì, e da questa massa verranno i futuri bibliotecari del regno d’Italia; _quod Deus averta!_
Lo strano è che con questo bel sistema di reclutamento si siano avuti fin ora degli impiegati onesti. Ella notava alcuni furti accaduti nelle biblioteche del regno e specialmente nella Vittorio Emanuele di Roma. Non sarebbe difficile farne una lista lunghissima, ed è noto che molte delle cose nostre rarissime od uniche bisogna cercarle ora nelle biblioteche inglesi. Con tutto ciò io dico e sostengo che gli impiegati sono onesti, poichè colla facilità del furto e colla paga derisoria che hanno, avrebbero a quest’ora dovuto vendere anche le scansie.
L’anno passato, mentre facevo il mio tirocinio in biblioteca per il bel sfogo di prenderci cappello, capitarono due tedeschi. Non parlavano nè francese, nè inglese, nè italiano. Io di tedesco ne masticavo allora meno che ora e non c’era modo di intenderci. Finalmente uno di loro, grande e cogli occhiali d’oro, disse: _Marcus Tullius Cicero_. Oh, il latino! Fu una idea luminosa, e cominciai a parlare la lingua di Cicerone con una eloquenza da fare arrossire il Vallauri. E la dicono una lingua morta! S’intende che in biblioteca non si porta l’abito di società. Il regolamento vuole che in un dato mese dell’anno si spolverino tutti i libri; operazione che richiederebbe parecchi mesi a farla bene, un personale numeroso e sopratutto il trasporto dei libri giù nel cortile, se no la polvere rimane in biblioteca. Il regolamento è furbo! Si fa dunque come si può, e la polvere, si sa, non manca mai nelle biblioteche, che sono chiamate appunto polverose. Ma la polvere dei libri sporca i panni, ed ecco perchè si va vestiti alla meglio. Io poi andavo tanto alla meglio, che molti visitatori, ai quali facevo da cicerone, allungavano la mano per regalarmi mezza lira; rifiutata, s’intende, con un gesto di pudicizia offesa, degno d’esser fuso in bronzo.
I miei due tedeschi parlavano tra di loro in tedesco_, e allor chi li capisce_? S’entra nella sala dei manoscritti e domandano di vedere quel che c’è delle Epistole di Cicerone. Ne reco parecchi codici preziosi, quando quello dagli occhiali mi strizza l’occhio e mostrandomi un codicetto in pergamena mi dice nella più pura lingua del Lazio se glielo voglio vendere. _Mehercule!_ dissi io: _an te pudet, Germane_... Chi sa che bella pagina di latino ha perduto la moderna letteratura! S’intende che i due tedeschi se ne andarono scornati e il codice è ancora là, nel suo scaffale. Ma faccia conto che al mio posto ci fosse stato un povero diavolo carico di famiglia e di fame! Non c’è che stracciare una scheda e stender la mano ai marenghi. Dunque? Dunque, cosa strana, gli impiegati delle biblioteche non sono forse al loro posto, ma sono onesti.
Conclusione:
1. L’Italia è il paese che ha più biblioteche e meno bibliotecari.
2. Se ci sono ancora biblioteche in Italia, si deve alla fenomenale onestà degli impiegati retribuiti come tutti sanno.
3. Se si tira avanti così, verrà il giorno che essendo le biblioteche italiane in Germania o in Inghilterra, il bilancio risparmierà le paghe del personale.
4. Il Governo fa il suo dovere; nomina delle Commissioni.
PER UNA GUIDA
Luoghi più belli non ne avevo mai visti.
Sul giogo dell’Appennino centrale, dove la strada, raggiunto il valico tra la valle romagnola del Montone ed il Mugello dall’Alpe di San Benedetto scende a San Godenzo, sono alcune case bige, misere ed aggrondate. Il vento lassù imperversa con furia d’inferno e le case hanno certe finestruole dove, non che il vento, non passa nemmeno l’ossigeno. Ivi, lungo la strada e pel tratto di parecchi metri, sta un muraglione massiccio e gigantesco, ornato di una iscrizione che narra come l’ultimo Granduca facesse costruire quel riparo perchè il vento non travolgesse più le carrozze, i cavalli e di viandanti nei borri lì sotto.
Dante salì a questo valico. Egli vide il Montone alle sorgenti, come ci fa intendere nel XVI dell’Inferno:
Come quel fiume, c’ha proprio cammino Prima da monte Veso in ver levante Da la sinistra costa d’Appennino, Che si chiama Acquacheta suso, avante Che si divalli giù nel basso letto, Ed a Forlì di quel nome è vacante, Rimbomba là sovran San Benedetto Da l’Alpe, per cadere ad una scesa Ove dovria per mille esser ricetto; Così ecc.
e forse fu quando si recò a San Godenzo con altri illustri fuorusciti per indurre gli Ubaldini a quei tentativi su Ganghereto e Gaville che, come gli altri, riuscirono vani. Il Del Lungo fa risalire al 1302 il documento _actuu, in choro Sancti Gaudentii de pede Alpium_ che Dante firmò; ed erano quindi passati 578 anni allorchè noi seguivamo la stessa via.
L’ultima delle casupole che stanno sul valico è l’osteria della Mea, dove giungemmo sull’imbrunire. Ai Poggi, poco lontano, c’era stata in quel giorno una fiera celebre nei dintorni, e la strada davanti all’osteria, era affollata. Eravamo appena giunti, che tutti quei montanari, come presi da una convulsione fulminea, cominciarono a gridare ed a regalarsi reciprocamente certi pugni che parevano catapulte. La nipote della Mea con un coraggio da amazzone si ficcò a testa bassa nella mischia per difendere il fratello Marco che stava facendo una splendida collezione di quei pugni montanari, e noi dietro per strapparla dalla mischia, prendendola a traverso, tirandola e brancicandola senza riguardo. Se non fossero stati quei benedetti pugni che grandinavano fitti e saporiti, la nostra missione di difensori delle dame sarebbe stata invidiabile, perchè l’Agatina è una bella ragazza in parola d’onore; ma avevamo troppe distrazioni per pensarci bene in quel momento.
Il nostro intervento calmò un poco la burrasca, ed era tempo, perchè de’ miei buoni compatrioti che abitano il versante adriatico c’è poco da fidarsi in quelle baruffe. Allora volemmo saperne la cagione per toglierla di mezzo ed impedire che si rinnovasse: ma fu inutile. Nessuno, nemmeno i più accaniti combattenti, seppe mai dire il perchè della faccenda; tutti, nessuno eccettuato, protestarono di aver cominciato a picchiare perchè avevano visto gli altri fare lo stesso, e non rimase che dar la colpa al vino. Allora, per curare i mali secondo il metodo omeopatico _similia similibus_, consigliammo di far portare nuovi fiaschi, ed a maggior gloria del dotto Hahnemann la ricetta operò bene. Non tardò Marco, il più pericoloso dei pugillatori, ruzzolò in un fosso e cominciò a russare come una locomotiva.
Ma per rendere più solida la riconciliazione, pensammo di ricorrere alle delizie della coreografia. C’era un suonatore d’organetto che per salvare il suo istrumento dalla battaglia aveva preso tanti pugni quanti ne poteva portare. Lo consolammo a contanti e la Mea portò via la tavola della camera più grande, accese quattro candele di sego e diede all’Agatina il grazioso permesso d’aprire il ballo coi pacieri. E si ballò.
Infelicissima idea! Non c’erano donne e i buoni montanari cominciarono a ballare tra loro. Noi, che avevamo in corpo qualche diecina di chilometri di strada montana, dovevamo alzarci alle due dopo mezzanotte per salire la Falterona e scendere a Stia in Casentino; ma quando ci recammo ai nostri canili per riposare, ci accorgemmo con terrore che la sala da ballo era proprio sulla nostra testa. Il palco di tavole, sorretto da un trave lungo ed elastico, salvata fragorosamente sotto le scarpe ferrate dei danzatori montanini, e l’organetto cigolava lamentandosi come una ruota mal’unta, e la casa intera vibrava dalle intime viscere come se le passasse attraverso un reggimento di artiglieria al galoppo. Andate a far del bene!
Non ci fu verso di chiuder occhio. Prima cominciammo a prender la disgrazia con rassegnazione e, distesi sui pagliericci, raccontammo le storielle più allegre, le avventure più galanti del nostro repertorio: poi ci seccammo, ci impazientimmo, ci tornammo a seccare, finchè verso un’ora impresi l’autentica narrazione del mio primo amore ed i miei compagni s’addormentarono.