Brandelli

Part 19

Chapter 193,786 wordsPublic domain

Tornò a spropositare. Erano ore quelle da venire a romper le tasche a un povero servo di Dio? Benedette donne, che fanno i peccatacci e seccano la gente a tutte l’ore, per farseli perdonare! E via di questo passo. Io ebbi un’idea luminosa e gli dissi:—Vuoi che vada io?—Prima credette che scherzassi, ma dopo che gli ebbi mesciuto un bicchiere di Capri traditore, cominciò a ridere della burla e finì col consentirmelo, facendomi fare i più terribili giuramenti di segreto. Gli sturai un’altra bottiglia e uscii.

In parola d’onore, ero meno commosso a Milazzo quando sentii a fischiare le palle la prima volta. Si ha un bell’essere capitano di cavalleria, ma l’idea di confessare una signora, che sapevo giovane e bella, fa un certo effetto.

Passai dalla sagrestia e mi misi la cotta e la stola, tirandomi il cappuccio bianco più avanti che mi fosse possibile. Ero sicuro di non trovare in chieda altro che la mia penitente; ero certo di farla, franca, ma insomma un po’ di tremarella l’avevo.

La chiesa era scura scura, poichè i piccoli lumicini che ardevano davanti agli altari non rompevano le tenebre. Un odore d’incenso, d’umidità fresca e di fiori empiva ogni cosa, e nel silenzio profondo e solenne sentivo il rumore dei miei sandali e mi veniva quasi la voglia di camminare in punta di piedi. Tuttavia, curvo e con le mani immerse nelle larghe maniche, mi diressi al confessionale. Vidi un’ombra nera chinata sovra un inginocchiatoio, mi chiusi dentro e tirai la tendina.

Avevo sempre addosso quella benedetta emozione che mi faceva battere il cuore, ma appena, fui seduto mi venne quasi voglia di ridere. A un tratto, al finestrino di sinistra, la parte del cuore, sentii una voce bisbigliare il _Confiteor_. Per vostra norma, la contessa era una bella bruna di venticinque anni, maritata, alta, ben fatta, in fama d’essere spiritosa, ma severissima in riga di galanteri.

—Figlia mia, siete al tribunale della penitenza. Confessate con sincerità piena e contrita le vostre colpe a Dio che le ascolta, e ricordatevi che quel che deponete a questo santo tribunale rimane un segreto tra voi e Dio soltanto.

—Padre, mi accuso del peccato di superbia. (Cominciamo dal primo dei peccati mortali, dissi tra me. Quando parlava, sentivo il tepore del suo alito passare tra i buchi della graticola).

—Ditemi, figlia mia, le circostanze di questo peccato; perchè possa misurarne la gravità. Siete voi stata vana del vostro nome, delle vostre ricchezze o del vostro corpo?

—Di tutti e tre, padre. (Ahi! ahi!).

—E questa vostra colpa si è tradotta esternamente con atti, con sguardi, o con parole?

—Mi accuso di essermi guardata troppo volentieri nello specchio, e... (titubò un poco) specialmente uscendo dal bagno. (Sacripante! Domando io se sono cose da contare a un capitano di cavalleria, che fa vita monastica e rimpiange terribilmente l’eterno femminino! Cominciavo a spaventarmi).

—Male, figlia mia. Dio non v’ha dato un bel corpo per compiacenze peccaminose, ma perchè serva a sua eterna glorificazione. (La frase era stupida. Cominciavo a impaperarmi. Avevo una gran voglia d’insistere e di domandare particolari più minuti, ma temetti di eccedere. Ci fu un breve silenzio).

—E sopra il secondo peccato, l’avarizia, avete nulla da dire?

—No, padre, non mi pare d’esservi caduta.

—E... e sopra al terzo.... Vediamo: siete sincera. Pensate che quel che affidate al tribunale della penitenza rimane segreto, suggellato con sette suggelli, e riflettete che le domande che vi farò non vengono da curiosità indiscreta, ma dalla necessità in cui si trovano i ministri del Signore di pesar bene tutte le circostanze, per conoscere e giudicare la gravità del peccato.

—Si, padre; mi accuso di aver......

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Angeli e ministri di grazia! La contessa non era severa; no, no: era prudente!

Quando le ebbi dato l’assoluzione e i sette salmi penitenziali da dire, scappai, chè mi pareva d’aver le fiamme nelle ossa. Padre Romualdo russava sul mio letto, e io cominciai a radermi la barba per presentarmi il domani alla contessa.

Stetti in città un mese, radunando con la contessa i materiali di una futura confessione. Padre Romualdo l’avrà assolta, ma a me è sempre rimasto un mezzo rimorso. Mi pare che il sorprendere così i segreti di una signora non sia troppo delicato.

Raccontarveli, poi!

GIOSUÈ CARDUCCI

Giosuè Carducci pubblica due volumi ad un tempo: uno di prose ed uno di poesie.

Oramai si possono ancora discutere le opinioni e i tentativi di innovazione tecnica, si può discutere di tutto quel che si vuole parlando del Carducci; ma del posto che gli spetta tra i poeti nostri viventi non si discute più: egli è primo. Gli stessi suoi nemici (chi si alza una spanna sul livello della comune mediocrità, ha dei nemici), sia che lo assaltino in faccia, sia che lo aspettino la notte dietro la cantonata per dargli una coltellata nella schiena, riconoscono la grandezza sua con la bassezza medesima del loro livore. Quando, come il serpe della favola, si sono spezzati i denti a mordere la lima, dicono: io sprezzo! Hanno un bel dirlo! Il pubblico sa che la lima è d’acciaio fino, e ride.

Poichè Enotrio è un terribil nemico. Quando gli pare che in un biasimo a lui diretto, od anche in una lode, ci sia qualche cosa di più importante che la sua persona, per la dignità dell’arte o l’onestà letteraria, si leva subito armato per la battaglia e combatte. Non bada più agli avversari, non bada alla loro potenza, od alla loro indegnità. La santità della causa lo accende, e, come i buoni cavalieri antiqui dell’Ariosto che per la dama rompevano indifferentemente la lancia contro il miglior paladino della Tavola Rotonda o addosso al moro più gaglioffo di tutta l’Etiopia, così egli non si perita di contraddire dignitosamente agli uomini degni di stima o di castigare i mascalzoni ubriachi che vomitano vituperi nei vicolacci di certi giornali letterari clandestini. Egli si è fitto in capo che anche i letterati nella loro letteratura dovrebbero essere onesti come tutti i galantuomini nella via, e fa del suo meglio perchè in arte non siano permesse e lodate le stesse azioni che farebbero vituperare un banchiere, fallire un droghiere, bastonare un facchino. Desiderii e sforzi generosissimi: ma per ora la nostra morale letteraria è fatta così; e se dite un’insolenza mettiamo allo Chauvet si rischia d’andare in prigione, mentre il primo scolaretto di ginnasio o il primo briccone che sa tener la penna può dare dell’asino e dell’ubriacone al Carducci senza che nessuno trovi nulla a ridire. La cosa par naturale e sembrerà tale per un pezzo, pur troppo. Il Carducci ha fatto accettare le Odi Barbare, ma non farà accettare così facilmente a certi critici i canoni della più volgare onestà.

Da queste polemiche per l’arte e per la giustizia venne fuori un libro, _Confessioni e battaglie_, libro dove il Carducci dà la sua misura come polemista.

Nella battaglia il Carducci non è un velite agile e brillante come per esempio il Cavallotti, è piuttosto il triario catafratto che cammina diritto al nemico, lo sfonda e lo stritola. Le sue polemiche non sono i Numidi di Annibale che sterminano correndo e gridando, ma la falange macedone dalle lunghe picche, ma i _principes_ della legione romana che assaltano serrati, col passo cadenzato, coll’urto irresistibile. Egli non scherza mai, non ride; tutto al più usa l’ironia ed il sarcasmo. Non devia mai, e spesso ripete all’avversario: _Non è di questo che si tratta_; e torna all’argomento e sforza il nemico a tornarvi, costringendolo a rimanere sul terreno da lui scelto per combattere.

Da questo viene che mentre le polemiche tra gli altri letterati durano senza fine e cessano solo per stanchezza de’ combattenti, le polemiche del Carducci finiscono presto. Una lotta di guerriglie può seguitare molti anni, una battaglia in regola dura poche ore. L’avversario sconquassato può ritornare a casa zoppicando, rimettersi alla meglio in salute, riattaccar zuffa magari di nuovo, ma non più in quel campo e per quella ragione. Può tentare i suo _Cento giorni_ tornando dall’isola d’Elba, ma a Lipsia non vince più.

Oltre però all’efficacia che hanno di per sè, queste cariche di corazzieri diventano irresistibili per l’autorità di chi le comanda. Il Carducci non si contenta di discutere, ma lavora. Egli stampa insieme un volume di polemiche e un volume di poesie, unisce alle parole i fatti, fa seguire la pratica alle teoriche. Egli (non io, come con la sua gentile benevolenza vorrebbe) egli è di quelli che con una mano lavoravano all’opera del tempio e con l’altra tenevano un dardo: «aveano anche ciascuno la sua spada cinta su i fianchi, e così edificavano»; come lasciò scritto Nehemia.

Poichè bisogna pure ch’io lo dica, di una cosa sola mi vanto. Non mi vanto che i libri miei abbiano incontrato il favore pubblico; non mi vanto di vedermi oramai accettato nel coro degli eletti che sanno leggere e scrivere, dopo che per alcuni anni fui sottoposto alla interdizione dell’acqua e del fuoco dalla pudibondaggine scrofolosa degli epigoni romantici; non mi vanto e non mi lodo vedendo che almeno alcune delle idee che difesi sono pure entrate nel dominio universale, e che, pur vituperando il _verismo_, tutti oramai l’hanno nell’ossa; di una cosa sola mi vanto, mi lodo e mi glorio: di aver capito il Carducci, la sua importanza e il suo avvenire, ornando al di fuori del cerchio di pochi amici e di pochi studiosi egli era incognito agli spaventi politici dei pizzicagnoli, ai furori isterici e prosodiaci dei critichini illetterati.

Me ne vanto. Io era uno studentucolo svogliato che non gustava troppo le arcane bellezze del Diritto canonico, e il Carducci era un modesto professore che lavorava, come lavora, tutto il santo giorno, ed abitava in un vicolo fuor di mano, senza frequentare il mondo e le sue pompe. Gli scolari gli volevano bene, e noi, speranze del foro, davamo spesso una capatina nella sua scuola dove si studiava e si studia. Il Carducci non ha mai avuti nulla di quel cavadentismo per cui molti professori potrebbero dar dei punti alla signorina Sara Bernhardt, e alla scuola del professore girondino non si sente mai e poi mai una parola, nemmeno di allusione, alla politica che altri incastra per sino nei logaritmi e nella flebotomia. Egli stesso dice qual’è la sua scuola: «Un po’ di filologia, un po’ di paleografia, un po’ di critica, qualche po’ più di storia e ricerche, molte e faticose su molti codici, su molti libri». E fatta la parte della modestia che dice _un poco_ dove ce n’è parecchio, è vero che l’ideale del Carducci insegnante è quello, «di alzare col metodo storico più severo la storia letteraria, al grado della storia naturale». È il positivismo, lo sperimentalismo, tutto quel che volete, ma è il metodo scientifico richiesto dal nostro momento storico, è l’abbandono assoluto delle vecchie metafisicherie, dei vecchi filosofemi retorici. Ora per fare una lezione sopra un secolo con le antiche maniere, bastano alcuni luoghi comuni e un po’ di verbosità meridionale: ma per farla come si fa la storia naturale, bisogna avere studiato, studiare, far studiare; ci vuole un fondo di lavoro grande e un ingegno potente per farlo fruttar bene. Poca apparenza e molta sostanza, poche chiacchiere e molti fatti ci vogliono; e il Carducci, lavorando e insegnando così, non attirava a sè le chiassose dimostrazioni di entusiasmo sulle quali pur troppo si fonda la fama di parecchi.

Quando uscì il _Levia Gravia_, pochi ne parlarono. Il libro si allontanava troppo dalle solite torototelle che allora erano battezzate poesie. C’entrava poca o punta politica, niente Dio, niente luna, niente delle solite ciarpe romantiche ancora in moda. Le strofe non erano manzoniane, e c’era in tutto un non so che di pagano che stonava orribilmente col deismo delle maggioranze amiche ancora dei _mezzi morali_. Il volume passò tranquillamente, senza togliere o aggiungere fama all’autore. Si noti poi, che allora non era moda il parlare a diritto o a rovescio di letteratura. Oggi ognuno crede sacro dovere di cittadino e di contribuente spropositare intorno alla poesia sette volte al giorno come l’uomo giusto; e l’analfabeta che la sera tra una partita di biliardo e un poncino non giudicasse tutta la nostra letteratura contemporanea, si crederebbe disonorato. Allora non c’era questo bel costume, e tutt’al più degli autori in voga spropositavano i giornali politici nelle appendici inserite per tappare i buchi. Non c’è che dire; chi negherà il progresso?

Ebbene; quando il volume del Carducci passava quasi non visto nella crassa penombra della nostra ignoranza, io, scolaretto imberbe, lo capii e lo ammirai, tanto che ora me ne tengo. Scrissi la mia brava appendice, che fu stampata in un giornaletto ora dimenticato, e naturalmente dissi chi sa che monte di strafalcioni. Ma non fa nulla: ammiravo sinceramente quando gli altri passavano senza voltarsi addietro; ed ora che tutti, volenti o nolenti, chinano il capo davanti a chi fa onore al nostro paese ed all’arte nostra, sono superbo di poter dire: io, bamboccio, ho inteso e applaudito quando voi altri non c’eravate, cari critici nasuti e perspicaci! Avete aspettato che il _Satana_ scombussolasse la testa ai dormienti e levasse rumore, per capire e convertirvi! Io credo che il Carducci voglia poco bene a quell’inno, appunto perchè fu per quello che cominciaste ad accorgervi di lui!

Al rispetto che nutrivo un tempo pel Carducci, ora, nuova cagione de’ miei vanti, è succeduta una buona amicizia; ma il mio entusiasmo per lui e per le cose sue è sempre lo stesso. L’ho seguito con gli occhi lieti nella sua salita gloriosa, l’ho visto con gioia superare gli ostacoli più forti o più maligni, mi par quasi che sia qualche cosa di mio, qualche parte di me che trionfi con lui. Hanno voluto dire che i veristi ebbero torto a rivendicarlo come loro capo, ma i veristi ebbero ragione, come avrà ragione d’invocare il suo nome chiunque, verista o no, penserà col suo cervello, porterà la scure sul vecchio tronco dell’Arcadia e... scriverà senza spropositi.

Il Carducci infatti fu il primo che spezzò la tradizione romantica e manzoniana, fu il primo che ad un’Italia bene o male rinnovata fece intendere che bisognava lasciare la vecchia maniera, i vecchi pregiudizi, e fare di nuovo. Per questo egli è il capo di ogni ribellione contro la disciplina monastica che pesava non ha molto sulla repubblica letteraria. Egli ha ogni ragione di sdegnarsi vedendo come quelli che si gloriano di dirsi suoi discepoli siano così poco degni di sì gran nome; ha diritto di corrucciarsi vedendo come i soldati siano così impari al genio del capitano, e allora protesta e non riconosce i suoi, e si duole che si dicano suoi, e proclama, come il Poeta, di far parte da sè stesso. Ha ragione; ma, voglia o non voglia, dovrà pur tollerare che i piccini facciano di cappello al babbo. Si volti pure disingannato da un’altra parte; noi dobbiamo salutare e salutiamo.

Le _Nuove Odi Barbare_ non sono più una novità se non perchè sono raccolte in volume; ma tuttavia così raccolte fanno tutt’altra impressione che lette ad una ad una, ad intervalli, ne’ giornali. Così riunite, l’orecchio del veterinario o del droghiere, per solito duretto, le dovrebbe capire un po’ meglio che non staccate, isolate tra un bozzetto o una polemica. Non spero molto negli orecchi dei soprascritti signori, ma tutto è possibile, anche che si persuadano che i versi del Carducci sono versi italiani. Chi sa? Dei miracoli se ne vedono ancora... a Lourdes.

Comunque sia, poichè, come ripeto, il Carducci può piacere o no, ma da chi non sia idiota non può più esser discusso come si discute il primo poetucolo venuto, bisogna dunque rallegrarci con lui e con la patria di questa sua balda virilità che gli permette di esser sempre il primo all’assalto, il primo sulla breccia.

_Ad multos annos!_

GIUSEPPE REGALDI

È morto Giuseppe Regaldi.

Era un poeta che per forza aveva dovuto vestir la toga di professore. Era l’ultimo forse dei bardi (così si chiamavano tra loro) di un ciclo quasi dimenticato, cui piacquero le sonorità ritmiche e l’abbondanza degli improvvisatori. Negli ultimi suoi tempi si era dato ad una certa maniera di poetare tra la didascalica e la descrittiva, che in fondo era un ritorno alla maniera che gli valse la fama negli esordi suoi, quando cantava l’Armeria di Torino. L’_Occhio_ e l’_Acqua_ sono perfezionamenti di quei suoi tentativi passati: più felici, più scientifici, più meditati, ma tocchi sempre dal malore che ha ammazzato la poesia didascalica.

E ci voleva l’esuberanza dell’estro, la potenza di fiorire col verso anche i più aridi temi, la ricchezza feconda dell’ingegno del Regaldi, per tradurre un catalogo di museo in un poema. In questo era egli veramente mirabile, che dove gli altri stentano a rivestire le idee con le parole e coi versi e lottano faticosamente con la musa per domarla e rapirle l’ambrosia de’ baci concessi soltanto ai forti, egli vinceva senza sforzi, poetava senza stento, come se la poesia fosse il suo linguaggio materno e il verso non potesse avere ribellioni per lui.

Tale facilità veniva forse dal suo passato d’improvvisatore, quando, invidiato per bellezza giovanile, passava di città in città raccogliendo gli applausi degli uomini e i baci delle donne. Nessuna sapeva resistere. Egli vinceva collo sguardo, rimastogli vivo sino agli ultimi giorni; con quello sguardo azzurro, intenso, giovane sempre anche sotto le ciglia bianche. Sapeva vincere e posava. A Napoli, mentre il terribile Bomba era passato per pochi momenti in un’altra sala, vinse una illustre dama di palazzo e le cortine del talamo reale coprirono il suo ardimento.

Anche quando scriveva versi meditati, c’era nelle cose sue un resto della tensione di chi improvvisa. Egli non tocca quasi mai certe corde e mira sempre al sublime. Non scherza mai, non ride mai. La stessa ironia tra le sue mani diventa imprecazione. Chi l’ha conosciuto ricorda la sua bella voce di baritono, robusta e squillante, ed i suoi versi paiono recitati sempre da quella voce più atta a cantar peana che elegie, più facile a muovere al terrore od all’entusiasmo che alla commozione o alle lacrime.

Questa vertigine intellettuale gli vietava di esser poeta lirico. Parrà strano, ma è così. La lirica infatti, e le poetiche lo dicono, cerca appunto l’impeto, l’intensità, e i voli pindarici sono persino diventati un luogo comune. Ma bisogna notare che se l’arte è indispensabile alla parte formale della lirica, altrettanto è indispensabile che l’impeto e l’intensità non siano cosa d’arte, ma siano davvero nell’intimo dell’animo del poeta. È la storia dell’orazione _si vis me fiere_ ecc. Ora il Regaldi, e i parecchi e meritamente lodati poeti della sua maniera, non cantano perchè siano commossi, ma si commovono perchè cantano. Appena seggono sul tripode come la Pizia, sono invasi dal dio e l’onda de’ versi sonanti prorompe dal loro petto agitato. Questa sarà bella poesia, sarà anche lirica quanto alla forma, ma sarà sempre qualche cosa di artefatto, di voluto, che ripugna in fondo all’essenza della lirica. Si sente troppo l’attore, troppo l’eccitazione artificiale, troppo il rullo dei numeri che paion battere sempre la carica e il passo di corsa e fanno sospettare che appunto il rumore si faccia per stordire chi ascolta e chi canta. Allora le strofe ansano, si accavallano, si accaldano sempre più, ma il fragore è di parole, l’entusiasmo di alcool, e il pubblico, riscaldato un momento, finisce con l’accorgersi dell’artificio. Qui non si nota più quel che amore spira, ma si scambiano gli effetti di un afrodisiaco con l’amore, e si canta in conseguenza. L’eccitazione vien dal di fuori e mette in moto le facoltà poetiche dell’artista là dove dovrebbe prorompere dall’interno e stimolare invece le facoltà ad espandere fuori l’intimo fuoco. E la lirica è espansione, non assorbimento.

Per questo il Regaldi non mi par lirico insigne. Non si creda che o voglia sminuire in nulla i suoi meriti, che non furono pochi; solo mi preme di chiarire il concetto mio intorno ad un modo di poetare che ha seguaci ancora e che vive ancora nelle nostre scuole, dove si impone ai discepoli di versificare un tema dato, di sentirlo e di riscaldarsene. Questa invece è piuttosto arte descrittiva, didascalica, che lirica. Così si fanno le georgiche, ma non le odi. Per questo il Regaldi riusciva meglio ad adornare un argomento a lui dato o da lui scelto, che ad esprimere impressioni o sentimenti intimi ed individuali.

La sua stessa prosa lo mostra. Dov’è nelle sue descrizioni e ne’ suoi racconti l’impressione sua, il segno del suo temperamento di scrittore? Egli narra, infiora, abbellisce, incanta, ma non è mai il sentire suo che scalda le pagine, è il sentire di tutti che appena le intiepidisce. Le immagini vive, gli squarci eloquenti vi abbarbagliano, ma dietro loro non c’è mai una persona; c’è soltanto un bravo scrittore. L’impronta personale, il segno dell’ugna possente che incide in un’opera il _quia nominar leo_, non c’è mai. L’arte ha ucciso l’artista.

Ma l’arte era in lui mirabile. Egli poteva descrivere la fusione di un cannone, i meccanismi complicati di un orologio con la più grande abbondanza di modi e di imagini, senza mai abbassare la tonalità della sua poesia, senza parer mai freddo o stentato.

Uno spettacolo naturale, un fatto meraviglioso, una cascata d’acqua o l’impresa dei Mille, non trovano in lui che le frasi usuali con cui si esprimono e descrivono di solito dalle persone colte, più l’adattamento alla forma poetica e l’impeto del parlare.

Ma le altre difficoltà invece lo eccitano, lo accendono e, conscio della propria forza, quasi le cerca e le vince. Sono _tours de force_, e il gusto felice dell’artista riesce a mascherare la faticosità dell’impresa. Le frondosità delle immagini e del verso coprono la miseria della sostanza e c’è sempre qualche cosa del teatrale in quei carmi. Le belle vedute sono dipinte magistralmente su carta di straccio, le armature scintillanti sono di cartone dorato, i capelli biondi e le guancie rosate sono parrucche e belletto.

Chi non lo crede abbia la pazienza di leggere se non altro i principii delle sue poesie. Vedrà che i processi più ordinari al Regaldi sono appunto i più teatrali, i più declamatorii: l’apostrofe e l’interrogazione. _Salve, o materna terra lombarda_ ecc.—_Salve, o poeta_ ecc.—_Salve, o diletta sede natìa_ ecc.—E poi: _Dove son le corone e gli scettri?_ ecc. _Che mi rechi, errante nuvola?_ ecc.—C_hi è colui che giù scende dal monte?_—E poi: _Garzoni e donzelle, cantate e sonate_—_Sorgi, Sesostri, lèvati_—_O gloriosa Modena_, e via quasi sempre così. Aggiungendo che questa intonazione declamatoria non è solo ne’ capiversi, ma dura sempre e per quasi tutte le poesie, così che si può dire l’unico segno della personalità, del temperamento dell’autore. Si batteva i fianchi, si spronava da sè stesso, si stordiva coi propri clamori. Gli stessi metri, decasillabi, quinari e senari accoppiati; le stesse strofe tumultuose ansanti e con lo scoppio del tronco in ultimo crescono questa sonorità artificiata, questa ebreità di furor sacro per cui al lettore par sempre di vedere il bardo sulla scena, sudante, convulso, ruggente davanti ad un pubblico che ha pagato per applaudire un fenomeno che è la _great attraction_ del momento, come annunciano i manifesti.