Brandelli

Part 18

Chapter 183,869 wordsPublic domain

Sì, signora, sono fanciullaggini, lo so. Ma è appunto tra le fanciullaggini che si desta il cuore, e vorrei sapere se il suo, quando si destò, abbia fatto meglio del mio. Tutti a questo mondo incominciano così, o press’a poco. Non c’è che l’agave che fiorisca in un minuto secondo e tutti gli altri fiori sbocciano a poco a poco: e l’agave fiorisce ogni cento anni pur troppo. Così, con queste fanciullaggini ho cominciato ed ho seguitato per molto tempo, e, veda, mi dolgo di non essere più fanciullone a quel modo. Con che intensità d’affetto amavo quel mio ritrattino! Che baci gli davo quando non mi vedeva nessuno! Per le vie guardavo le donne in faccia per vedere se somigliavano alla mia innamorata, ed a scuola, con la testa tra le mani e le dita nei capelli, mi immergevo in contemplazioni paradisiche, la cui dolcezza ineffabile mi mancò quando il senso pretese la sua parte dall’amore. Quelle meditazioni serafiche, pure da ogni contatto di realtà, erano veramente l’ideale dell’ideale, e mi procuravano gioie vive, fantasie inebrianti e castighi durissimi, perchè naturalmente chi li soffriva più di tutti era il povero cardinal Bellarmino. Imaginavo cavalcate, colloqui, viaggi, avventure, e vedevo la mia innamorata in tutte queste fantasmagorie, quasi la vedevo, con gli occhi allucinati, come si vede in sogno. A casa mia avevo compitato il _Nicolò de’ Lapi_ e mi ricordavo il bacio di Lamberto a Laudomia sull’inginocchiatoio, e me lo figuravo dato da me alla mia innamorata che mi sorrideva come nel ritratto. Quel bacio era per allora il limite estremo dell’amore. Oh, beate fanciullaggini! Mi contentavo di un bacio immaginario e non facevo versi! Come si cambia, signora mia!

Intanto io viveva contento in questo amore rudimentale per un ritratto cui la fantasia dava corpo. Diventai rustico, solitario, stravagante. Il mio cambiamento di carattere fu notato, e mi accorsi che l’abataccio villanzone cui la mia educazione era affidata, mi sorvegliava e mi spiava. S’accrebbe quindi la mia salvatichezza, e questo stato di ostilità contro tutti mi piaceva, perchè sostenuto come una prova d’amore. I castighi mi piovvero addosso ed io li accettai come martirio invidiabile, come sacrifici meritorii. Mi irrigidii contro la persecuzione, vissi in uno stato di ribellione muta, passiva, ostinata. L’abataccio disperava già di domare questa cocciuta perversità, quando un giorno, povero me! perdetti il ritratto!

M’ero addormentato con la cara immagine sulle labbra, e la mattina, nel serra serra del vestirmi in fretta sotto gli occhi grifagni dell’abataccio, non potei che nasconderla sotto alle lenzuola. In chiesa, dove s’andava subito dopo alzati, ebbi il rimorso di aver abbandonato così, e per la prima volta, il benedetto ritrattino. Quella mattina me la ricordo come se fossero passate poche ore soltanto. Era freddo, ed io aveva un nodo d’angoscia nel cuore. Nascosi la faccia tra le mani, e li, in ginocchio, piansi disperatamente e pregai Dio, lo pregavo allora! pregai Dio con tutta l’anima di restituirmi il ritratto nascosto, di non permettere che altri lo trovasse. Se fosse vero che le preghiere fatte col cuore e con la fede sforzino le porte del cielo, Dio avrebbe fatto un miracolo per me, tanta fu l’intensità della mia orazione. Ma quando uscimmo di chiesa corsi al mio letto... era rifatto! Lo disfeci... Nulla!

Perdetti l’appetito e il sonno. Feci due larghi pesti sotto gli occhi e diventai più rustico, più chiuso di prima. Piangevo spesso ed aveva sempre come una fitta al cuore. Ebbi la febbre, e scesi all’infermeria, dove le cure e le distrazioni mi calmarono un poco. Il tempo fece il resto, ma la piaga di quel primo amore, lasciò una cicatrice che, a toccarla, si risente. Alle volte, come l’amputato, mi dolgo dove non dovrebbe poter essere più il dolore, e spesso poi quelle prime sensazioni, quei primi calori della mia vita affettiva, mi ritornano alla memoria con una vivacità che mi fa paura. Il mio primo amore, poveretto, non fu sepolto bene; ritorna qui a domandarmi la pace dei morti.

Dico _ritorna qui_, perchè quel ritratto, signora, era il suo.

CASTEL DEBOLE

Non lo invento io.

Castel Debole non è ora che un povero casale sul Reno, tra Borgo Panigale e Casalecchio, cioè tra la prima e la seconda stazione della ferrovia Bologna-Firenze; ma una volta, quando si chiamava Castel Forte, era una rocca inespugnabile che dominava un guado importante del fiume, pochi chilometri al ponente di Bologna. Ed ecco la sua leggenda, che non ha nulla d’inverosimile.

Verso il mille (le date sono incertissime) Castel Forte era di Maghinardo, o Manardo, figlio di Ugolino da Tizzano. Non so da quanto tempo la famiglia da Tizzano possedesse quel feudo; ma pare che non fosse da molto. A ogni modo, quando Ugolino morì, Manardo era appena ventenne, e la morte del padre, seguita pochi giorni dopo quella della madre e di Bertrada sua zia paterna, lo afflisse per modo che voleva farsi monaco dell’abazia di Labante. La sua vocazione era tenuta viva da un prete, che la leggenda chiama _sacerdos Medulanus_, senza dirne il nome.

L’affare era più grave di quel che paresse. Bologna era già guelfa, e i feudatari che la circondavano erano ghibellini. Cominciava la gran lotta tra i Comuni e i feudi. I conti di Panico, ghibellini sfidati, dominavano già gran parte della valle del Reno, sbarrando le comunicazioni tra Firenze e Bologna. Ora Castel Forte, che dominava un guado importante, faceva gola alle due parti, e i bolognesi molto probabilmente non erano estranei alle pie esortazione che il _sacerdos Medulanus_ prodigava al giovane Manardo. Stavano per ottenere il castello coll’aiuto di Dio, quando i conti di Panico pensarono di mantenerlo alla loro parte coll’aiuto del diavolo.

Berta, castellana di Malfolle e parente dei conti da Panico, era vedova con una figlia chiamata Ilda nella leggenda; ma il nome è probabilmente sfigurato, essendo più comune allora quello di Elda. Comunque sia, fu dopo un colloquio con Azzo da Panico che ella si decise a recarsi in pellegrinaggio all’abazia di Nonantola presso Modena; e con la figlia e poca gente scese alla pianura. Giunse a Castel Forte il 22 luglio, poichè la leggenda dice che fu il giorno festivo di Santa Maria Maddalena, _in die plenilunii_.

Quel che segue è detto in poche righe nella leggenda; ma siccome è facile immaginare i particolari, eccoli qui.

La madre era molto astuta e la figlia molto bella. Su questo, come vedrete, non può cader dubbio; ma benchè non sia difficile capire qual fosse il piano combinato tra Azzo da Panico e Berta da Malfolle per far andare a male la vocazione di Manardo, è curioso il modo con cui l’astuta vedova e la sua bella figlia l’eseguirono.

Da Panico a Castel Forte, anche con le stradacce d’allora, si vien presto, e il giorno era ancor alto quando le due donne chiesero ospitalità al pio Manardo. L’ospitalità era esercitata largamente in quei tempi, specialmente tra i castellani che, alla lontana, erano sempre un po’ parenti. Le donne venivano col pretesto di un devoto pellegrinaggio, il giorno era festivo, e naturalmente Manardo le accolse bene.

Furono servite di rinfreschi nella più bella sala del castello.

Tutto il lusso possibile a quell’epoca abbelliva la sala d’onore. La vicinanza della città e le proficue scorrerie del defunto signore contro i castelli guelfi della pianura, avevano fatto di Castel Forte una delle più ricche dimore del Bolognese.

La graziosa figura d’Elda, in cui fioriva tutta la solida e plastica sanità montanina, spiccava superbamente sulle pareti brune, rivestite di quercia scolpita o di cuoio. I suoi grandi occhi, un po’ sorpresi dalla novità delle cose e delle facce, si fissavano negli occhi del pio giovane coll’ardimento ingenuo dell’adolescenza, e le labbra, il cui roseo turgore tradiva il destarsi della sensualità, si aprivano spesso a un sorriso inconsciamente procace. Ogni moto della giovinetta aveva l’eleganza tentatrice, la morbidezza femminea cui la chiesa di quei tempi e il sacerdote _Medulano_ opponevano i più possenti esorcismi; e tutte le promesse della tentazione, tutte le seduzioni del peccato parlavano ai sensi da quegli occhi limpidi e profondi, da quelle forme fiorenti di gioventù e di bellezza.

Quella viva incarnazione d’amore che sorrideva inconscia della sua potenza, turbò profondamente il povero Manardo, i cui doveri dell’ospitalità imponevano di servire con le sue mani le pellegrine. Invano abbassava gli occhi, poichè un piedino meraviglioso, serrato in una fina e appuntata scarpetta di cuoio giallo, si affacciava irrequieto all’orlo della veste come per prendere anch’egli la sua parte nei turbamenti del giovane. Credeva ad una malìa di Satana e tentava inutilmente di non vedere e di non sentire, rannicchiandosi nei suoi divoti pensieri; ma la voce fresca e tranquilla di Elda veniva a distrarlo. Sentiva ogni suo moto senza guardarla ed aveva la coscienza di essere in pericolo senza aver la forza di sottrarvisi.

Berta tentava di tener vivo il discorso, ma si facevano dei lunghi silenzi, durante i quali il giovane moveva le labbra, pregava.

A sera fu peggio.

I caldi tramonti di luglio non sono fatti per le meditazioni ascetiche. Il sole che discende rosso dietro ai piani modenesi, saetta i raggi orizzontali sui colli dalle forme curve, quasi muliebri, li veste di un colore roseo che par di carne. Sembra che la terra intorpidita dall’arsura diurna si risvegli come ad una nuova aurora e frema alla carezza delle fresche aure serali. Le foglie immobili cominciano ad agitarsi lente lente, e il fiume, già fulgido come uno specchio d’acciaio, prende il color verde degli occhi delle ondine tentatrici. Tutto si risveglia; anche il desiderio.

Le prime ore della notte, col tremulo bagliore delle stelle, con le vampe tiepide e profumate che alitano per la valle, con quel mistero della penombra dove s’indovina un fermento di amore e di fecondità, dànno una molle sensazione che pare un principio d’ebbrezza. Ai profondi silenzi succedono larghe vibrazioni di voluttà, e passano le lucciole a sciami sulle stoppie nere, cantano gli usignuoli nelle macchie, e il fiume mormora gli ineffabili epitalami della notte. Nelle tenebre tiepide si compiono nozze misteriose, e l’amore palpita nel grembo della terra come il sangue nelle arterie dell’uomo.

È allora che il pieno disco della luna si leva e sale diffondendo la sua luce fredda sui campi deserti. Le ombre nere si allungano sui piani argentei e il fiume risplende qua e là di pagliuzze d’oro. Tutto a poco a poco si calma e riposa nella immensa solennità della notte.

Il povero Manardo sentiva i fiotti del sangue bollente salirgli alle gote e dal cervello. Ebbe le vertigini di chi si affaccia all’abisso, e chiese di nuovo la pace alla preghiera.

Proprio sull’ultima sponda del fiume, circondata da pochi salici e da una siepe di carpini, era una sottile colonna di pietra che reggeva una madonnina scolpita. Fu là che Manardo s’inginocchiò, chiedendo la calma del sangue alla fresca brezza notturna e la pace dell’anima alla Vergine sua protettrice. E stava chino umilmente, quasi prosteso a terra, allorchè un suon di passi ed un fruscìo di vesti lo scosse. Erano le donne. Lo sentì, e rabbrividì come ad un pericolo mortale, ma subito fu colto da un gran disprezzo di sè medesimo e della sua debolezza. Dunque egli era così poco avanti nella grazia, che una tentazione delle più comuni lo poteva turbare sino alle midolla delle ossa? Gli vennero in mente esempi di santi che avevano resistito a più forti lusinghe, che avevano anzi sfidato il peccato, e per virtù della fede erano usciti vincitori nella lotta da loro stessi cercata. Volle esser forte, volle vincere l’interno nemico a forza di volontà e di fede, volle castigare la propria fiacchezza condannandosi a rimaner lì, inchiodato sulle ginocchia, finchè le donne non fossero partite.

Ma non partivano. Si erano fermate a pochi passi da lui dietro i carpini. Udiva le loro parole, sentiva il fruscìo delle loro vesti su rami bassi e capì... Si spogliavano per scendere nel fiume.

La sua condizione diventava terribile, ma tuttavia si ostinò a non muoversi, come se al di là della siepe non ci fosse nessuno. Si teneva il capo stretto tra le mani invocando il soccorso divino, ma un pensiero attraversava le sue preghiere:—_Se guardassi?_ Lo scacciava inorridendo; ma ritornava, e gli dava la febbre. Appoggiava la fronte alla colonna per sentire il refrigerio di quel freddo, sentiva distintamente coll’orecchio le pulsazioni frettolose del cuore.

Sentiva le donne parlare sottovoce, ed ogni parola rivelatrice era un nuovo assalto. Sentiva sciogliere i cordoni, e le vesti cader sordamente a terra, ed egli si chiamava vile perchè gli veniva l’idea di turarsi le orecchie. La sabbia scricchiolò sotto un piede ignudo che scendeva al fiume, e a un tratto la voce argentina di Elda vibrò nel silenzio, dicendo:—Ah, come è fredda!

La madre dietro ai carpini rispose:—Avanti! avanti!

Il fiume non è profondo, ma dopo alcuni passi fatti con l’acqua sino alla caviglia, si trova improvvisamente uno scalino giù dal quale si da un tuffo alla cintola. Manardo ascoltava suo malgrado il rumore del piedino di Elda nell’acqua, allorchè la giovinetta gittò un grido di spavento. Egli si trovò ritto senza saper come, e...... guardò!

Elda aveva gridato dando il tuffo sino alla cintola nell’acqua fredda. Non era nulla ed ora rideva; ma... era il plenilunio!

A quella fascinatrice rivelazione della bellezza, Manardo rimase con gli occhi sbarrati, coi nervi tesi e il singhiozzo nella gola riarsa. La fanciulla, ignorando di esser vista, concedeva tutto il candore delle forme agli sguardi del giovane. Rideva, e le divine curve del torso emergevano dall’acqua che le aveva abbracciate con una carezza fosforescente. E ritta sulle anche, sotto i baci della bianca luna, levò le braccia e le portò indietro per sciogliersi i capelli, lasciando ingenuamente trionfare tutta la gloria della sua virginea e superba nudità.

Manardo si sentì soffocare. Gli mancò la vista e cadde rovescio con un rantolo disperato.

Rinvenne disteso sull’erba, e le due donne, appena rivestite, lo soccorrevano. Berta sorrise vedendolo aprir gli occhi, mentre Elda si allontanava arrossendo.

Non so se le nozze fossero celebrate dal sacerdote Medulano, che dovette intenderla male. Certo il castello rimase per allora ai Ghibellini, e i Bolognesi, per dispetto, d’allora in poi lo chiamarono _Castel Debole_.

IL QUARTO SACRAMENTO

Quando ci alzammo da tavola, il colonnello era di buon umore.

Un po’ di epicureismo inteso bene spianerebbe le rughe in fronte anche al profeta Geremia, quello delle lamentazioni; figuratevi se non ci sentivamo allegri noi, facendo cerchio intorno al fuoco e aiutando il chilo con un ponce squisito. Fu allora che il colonnello, tra le altre storielle, ci narrò questa.

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Una volta, ho commesso un’azione poco delicata, e siccome le birberie si tirano una coll’altra come le ciliege, fodero l’indelicatezza con una indiscrezione. Capirete però, che almeno i nomi non li dico.

Prima del 1859, e pur troppo anche ora, le nostre famiglie tenevano in casa un prete che faceva da pedagogo e da maestro ai ragazzi. Il prete di casa mia, un tal don Paterniano, non aveva nulla che lo distinguesse da’ suoi colleghi. Era asino come loro, ghiotto e sudicio quanto impongono i canoni e la consuetudine; ma non era cattivo, e quando, nel 1860, scappai di casa per andare in Sicilia, il pensiero di lasciare il mio pedagogo non mi affliggeva certo, ma nemmeno mi rallegrava.

Dal 1860 al 66, accaddero tante cose che non giova raccontare. Basta che tornai capitano e mi trovai solo. Anche lo zio, l’unico parente che portasse il mio nome, era morto proprio il giorno dopo alla battaglia di Sadowa. Tornai con un permesso di sei mesi, per guarire la lussazione che avevo riportato a Custoza, ma in verità la lussazione più grave l’aveva dentro.

Ricorderete tutti i terribili disinganni che ci colpirono allora: i disinganni della guerra e quelli della pace successiva. Ma per noi militari, l’amarezza era più grave. Ci pareva di esser responsabili verso alla nazione dell’accaduto, e a tutti i dolori si aggiungeva un penoso sentimento quasi di vergogna immeritata che ci faceva sospettare un accusatore in ogni conoscente che rivedevamo. Io, poi, che tornavo con una volgare lussazione già mezzo guarita! Altri almeno poteva mostrare con orgoglio le cicatrici del proprio dovere; io ritornavo a casa ingrassato!

E la mia casa era deserta! La custodiva solo il portinaio che non conoscevo, e passando per quelle ampie sale silenziose non sentivo altro che il rumore de’ miei passi, di cui si meravigliavano i ritratti dei vecchi di casa, i quali mi seguivano con gli occhi come se fossi un estraneo. Finii presto le faccende che avevo da mettere in regola col notaio, e mi trovai con la bella prospettiva di cinque mesi di noia futura. Che fare?

Nel rovistare le carte della successione, avevo trovato alcune lettere di don Paterniano, nelle quali comunicava al mio povero zio la sua promozione a superiore del convento di Monte Stella vicino a X***. Infatti il mio antico pedagogo si era fatto frate camaldolese e si chiamava ora padre Romualdo.

A leggere quelle lettere, mi venne la matta idea di farmi frate provvisoriamente e di gustare la pace profonda del monastero.

Ero tanto angustiato di quel ch’era accaduto, ero tanto annoiato di quella solitudine in cui mi trovavo per forza, che pensai a farmi solitario sul serio per qualche mese, sperando di riprendere forze morali e nuova capacità di illusioni e d’entusiasmi.

Scrissi dunque a padre Romualdo chiedendogli se mi accettasse come frate dilettante, obbligandomi a pagare il mio mantenimento e a non turbare per nulla le consuetudini e gli scrupoli dei suoi frati.

Il padre mi rispose lietissimo, dicendomi che mi aspettava a braccia aperte: mi chiedeva quanti metri e centimetri fossi alto, per farmi fare la tonaca subito; mi avvertiva di lasciar crescere la barba, e nella poscritta insinuava che quanto a vitto starei bene, ma quanto a bere avrei agito prudentemente cercando di portar meco qualche bottiglia, poichè la cantina del convento era vuota, imponendo la regola di bere acqua pura.

Questa raccomandazione mi fece ridere, poichè mi ricordai che padre Romualdo, quando era don Paterniano, beveva spesso e volentieri, preferendo il vino buono a qualunque altro liquido.

Il convento di Monte Stella è sopra un colle che domina la città e il mare. A mezzodì si apre larga e verde una valle, dove il fiume di querce e di castagne, digradano in colore fino a divenire azzurri all’orizzonte. È uno di quei luoghi come i frati hanno sempre saputo scegliere, vicino alle città, vale a dire un luogo incantevole.

Il convento, ceduto al municipio dal governo, non è fatto per la vita in comune, ma composto di tante piccole casette, una per ogni frate. Così vuol la regola. Ogni casetta ha tre camere e un piccolo giardino chiuso da un alto muro; ma quella che mi fu assegnata guardava la valle, e da quel lato non era chiusa che da un parapetto, sotto al quale il monte scendeva a picco. Le case fanno corona alla chiesa, dietro cui sta un magnifico bosco. Tutto questo villaggio religioso è circondato da un muro, e non si può entrare se il frate portinaio non apre il cancello.

Padre Romualdo mi accolse proprio come aveva annunciato; a braccia aperte. Giunsi la notte ed egli mi condusse subito alla casetta che m’aveva destinato. Volle che mi vestissi subito da frate, mi pregò di parlar poco con gli altri frati (erano tre in tutto e addetti ai servizi umili umili come la loro intelligenza: il cuore però sapeva profondamente l’arte sua), di farmi servire da loro senza riguardi, e altre raccomandazioni dalle quali credetti di capire che il padre m’avesse fatto passare per un pezzo grosso dell’ordine, venuto in incognito. S’informò dei miei bagagli, che dovevano venire al mattino, e io l’avvertii di far scaricare con giudizio le casse per non rompere le bottiglie. Mi dette la buona notte e io, dopo aver fumato un sigaro nel giardinetto, mi coricai sul lettuccio monastico, che mi concesse un sonno beato.

Al mattino, mi levai di buon umore, e mentre stavo odorando i fiori del giardino e guardando giù l’immensa valle da cui salivano le nebbie mattutine, sentii alcune voci dominate da quella di padre Romualdo. Egli gridava:

—Piano! giudizio con quelle casse di libri!

Le casse di libri furono presto nel mio appartamento, e sapete già che erano delle migliori edizioni di Bordeaux, di Broglio, di Barolo, di Capri e di altre regioni propizie all’enologia.

Mi sentivo benissimo. La stranezza della mia posizione, la cucina eccellente, la tranquillità intima, la stessa voluttà che provavo nelle ore calde, sedendo sotto l’ombre fitte del bosco con la sola camicia e la leggera tonaca di lana bianchissima, che si presta tanto bene alle carezze intime delle brezze montane, tutto insomma contribuiva a far di me un vero frate, insensibile a ogni seccatura del mondo esterno, annichilito nella pace della vita animale. Padre Romualdo mi prodigava le finezze e le attenzioni più delicate, e gli altri frati mi rispettavano silenziosamente, facendomi certi profondi inchini cui corrispondevo con un sorriso di degnazione. Un giorno feci un complimento al cuoco, il quale, commosso, mi baciò la mano.

Dopo una settimana di quella vita beatamente epicurea, cominciai a sentire che c’era pure qualche cosa che non andava. Quando mi alzavo al mattino e nel mio giardinetto fumavo un sigaro contemplando la valle, la città e il mare, avevo dei momenti grigi che tendevano tutti i giorni a farsi più scuri, e provavo un senso di vuoto, di insoddisfazione, che diventava sempre più nervoso e penoso. Mi mancava l’eterno femminino. Quando sentivo un canto di villana salir dalla valle al mio giardinetto, avevo già certi spasimi interni che incominciavano a disgustarmi della vita contemplativa.

Padre Romualdo tutte le sere veniva nella mia casetta. Aveva preso confidenza e fumava e beveva come se la regola glielo imponesse. Mi raccontava alle volte certe storielle grassocce che lo facevano ridere sino alle lagrime, e si rovesciava sul seggiolone tenendosi la pancia e sgangherando le mascelle. Il buon padre si sentiva sovrano e padrone di Monte Stella, e poichè i suoi tre fraticelli lo servivano come un pascià, egli si era liberato sempre più dai lacci monastici, e ho il sospetto che peccasse e si assolvesse da sè. Certo lassù, in quel monastero venerato da tutta una regione, egli solo aveva facoltà di confessare.

Una sera gli contai le mie nuove tribolazioni, che egli accolse con uno scoppio di ilarità. Lascio i commenti aretineschi che vi fece sopra. Egli era oramai giunto in età da non soffrire come soffrivo io; ma mi narrò, con molta evidenza, le sue lotte passate, le sue vittorie contro la tentazione, dove qua e là mi parve di scorgere qualche restrizione e qualche bugia. La confessione era il suo tema prediletto, e mi narrava le marachelle che aveva sentito dalle donne, i casi di coscienza che aveva dovuto sciogliere, le sue soluzioni, e una filza di aneddoti pornografici che lo facevano sussultare dalle risa sopra la scranna, mentre io, senza volere, ogni volta più l’ascoltavo volentieri.

Una sera aveva bevuto più del solito e cominciava a perder l’_erre_. Bussarono alla porta del giardino, e il padre dalla sua sedia chiese ad alta voce:—Chi è?—Un fraticello rispose:—La contessa Y* che si vuol confessare.—Il padre brontolò sottovoce alcuni spropositi grossi, poi gridò che la introducessero in chiesa a far l’esame di coscienza, che tra poco sarebbe venuto.