Part 17
E infatti, anche il fisico delle due ex-capitali mi ha sempre colpito. A Firenze si trovano le case eleganti col giardino fiorito ed ogni cosa abbellita dall’arte, fino i martelli delle porte. A Torino le case immense, altissime, severe, sembrano tante caserme. Firenze, è vero, prese qualche cosa da Torino, e Torino ha preso molto da Firenze nelle nuove costruzioni di Piazza d’Armi, ma l’intonazione però rimane sempre quella: anzi non c’è che l’intonazione che non mi abbia dolorosamente colpito col suo cambiamento. Non ci mancherebbe altro che mi avessero cambiato il mio Torino fino a questo segno.
Ah, Torino della mia gioventù dove sei andato? Oggi sono stato nel collegio dove passai alcuni anni. Il collegio è sempre quello, ed ho riconosciuto il posto che occupavo a tavola, nel dormitorio, nello studio. Mi sono ricordato di tutto anche delle persone; ma quando ho interrogato la mia guida, mi pareva di esser Renzo che torna dopo la peste. Il tale? Morto. Il tal altro? Morto. Il rettore? Morto. Il cameriere? Morto...
Sono uscito di là pieno di tristi pensieri. Quanti morti, mio Dio! A un certo punto di via Doragrossa ho guardato ad una finestra chiusa, ad una finestra che m’ha visto alzare la testa tante volte. Quanti morti! Quanti morti!... E _lei_ dove sarà?
FINTA BATTAGLIA
La tentazione era troppo forte. Avevo un bello stringere le mascelle come uno che subisca un’operazione chirurgica, avevo un bel predicare dentro di me che ci vuoi costanza, che gli impegni presi sono sacrosanti, che dovevo tirare avanti a scrivere. Ma la finestra era aperta, il villino è sul monte e, solo a muover gli occhi, vedevo laggiù Bologna e tutta la pianura azzurra sino all’orizzonte. Inutilmente, per allontanare l’occasione, avevo socchiuso le persiane e m’ero rimesso al lavoro. Un raggio di sole, di questo caro sole d’ottobre, pallido come un convalescente, tentatore come una donnina timida, si ficcò tra gli sportelli e venne giù diritto nel calamaio mentre v’intingevo la penna. Sant’Antonio non ci avrebbe durato, ed io buttai per aria tutto, presi il cappello e, facendo cento transazioni ipocrite con la coscienza, volli darmi ad intendere che l’ottobre essendo mese di vacanze, poteva fare a meno di scrivere, chè anzi i lettori ci avrebbero guadagnato, ed altre piccole verità che sembrano bugie e bugie che sembrano verità. Così uscii all’aperto.
Tranquilla, tranquilla la mia coscienza non era. Tuttavia respirai profondamente, a pieni polmoni, come un prigioniero scappato; diedi un’occhiata di benevola soddisfazione al cielo, al monte, al piano, e preparandomi a goder bene le ore rubate al tavolino, m’incamminai.
Ad un tratto, su per la strada sentii il galoppo di un cavallo. Sapete bene: _quadrupedante putrem_... più il fracasso di una sciabola in burrasca. M’arrivò sopra un tenente d’artiglieria impolverato come un mugnaio, sudato come una Madonna miracolosa.
—E’ Miserazzano quel villino lassù?
—Sissignore.
—Ci si può andare di qui con l’artiglieria?
—Ci si va benissimo. Se vuole, la condurrò io.
Mentre si parlava, un maggiore di fanteria, giovane, bruno, eccitato, arrivò galoppando sopra un gran cavallo bianco. Mi ripetè l’interrogatorio ed io ripetei le risposte; intanto cominciò a sbucare la fanteria, e più sotto sentivo rumoreggiare i cavalli, i carriaggi ed i cannoni che accorrevano di trotto. M’accorsi di essere in mezzo ad una battaglia e, mentre assicuro ai lettori che voglio loro moltissimo bene, debbo confessare che in quel punto non è proprio a loro che pensavo.
Si trattava di salire a Miserazzano senza essere scoperti giù dalla valle della Savena o dagli avamposti che potevano esser sulla cresta dei colli. Ecco qui in due parole il campo di battaglia.
La Savena va dal sud al nord incassata tra alte colline, e lungo la Savena corre la via reale da Bologna a Firenze. Miserazzano, in cima ad una collina gessosa sulla destra del fiume, domina la valle ed il ponte che sta quasi sotto. Il nemico, presso al ponte o a mezza costa sopra la Pizzigarola, rappresentava la retroguardia di un esercito in ritirata verso Firenze. Noi invece eravamo l’avanguardia di un esercito insecutore e dovevamo tentare di tagliar fuori la retroguardia nemica dal suo supposto esercito. Per questo il nostro maggiore aveva spinto una parte de’ suoi lungo la via maestra fingendo un attacco di fronte, mentre con l’artiglieria e il resto della fanteria correva ad un assalto improvviso sulla destra del nemico. Bisognava adunque arrivare a Miserazzano coperti e presto. Mi spiego bene?
Non si faceva sul serio, lo so. Ma si ha un bell’essere parmigiani del disarmo e della pace universale, nemici sfidati degli eserciti stanziali e magari della pena di morte, che tuttavia nella guerra anche finta c’è sempre qualche cosa che riscalda il cervello. Sarà un istinto brutale, l’istinto della bestia feroce che si ridesta, sarà quel che volete, ma intanto ci sentiamo tutti attirati verso la sciabola (le donne poi!), e quando questa benedetta spada è nuda e scintilla al sole, ci sentiamo caldo dentro e nessuna voglia di ragionare. Capisco benissimo l’inquietudine del maggiore che tentava una sorpresa che poteva fallire per mille casi imprevedibili dalla prudenza umana, e la capivo tanto bene, che ero inquieto, eccitato anch’io come se la responsabilità fosse anche mia, come se dalla nostra vittoria dipendesse qualche cosa di grosso. E’ inutile sorridere. Al giuoco si parteggia e si scommette per un giocatore, al teatro si piange o si ride di un personaggio e de’ suoi casi, e si può bene riscaldarsi per la riuscita di una manovra, come mi riscaldai io che mi misi tutto a disposizione del mio maggiore.
Eccoci adunque al trotto verso Miserazzano, e il vostro devoto servitore avanti a tutti. A un certo punto luccicarono tra gli alberi alcune baionette.—Maggiore,—gridai,—qua c’è dei soldati!—E il maggiore, ritto sulle staffe, aguzzando gli occhi sotto la visiera del pentolino, rispose quasi seccato:—Niente, niente. Sono dei nostri.—O che lo sapevo io che c’erano arrivati per un’altra strada? Un po’ mortificato ripresi il trotto, e così trottando entrammo tutti pel cancello della villa. Il giardiniere sbalordito mi riconobbe e, poichè la guerra non esclude sentimenti generosi, lo avvisai che dicesse alle signore di spalancare tutte le finestre. Con le cannonate in prospettiva, poveri cristalli!
Mettevano i cannoni in batteria, e dal parapetto guardai giù nella valle. Che calma solenne! Proprio il silenzio dell’ora meridiana. Pareva che le case sonnecchiassero, mezzo nascoste dagli alberi, e nella strada bianca che serpeggia lungo il fiume non si vedea muover nulla. L’acqua della Savena a quella distanza sembrava immobile e il sole la faceva risplendere come una lama d’acciaio. I soldati stavano silenziosi coll’arma al piede, e gli artiglieri tacevano, pronti, accanto ai pezzi. Non si moveva una foglia, non si sentiva un respiro; solo dai querceti che stanno sotto al monte veniva su una vocina di donna, raggentilita dalla distanza, e cantava la vecchia canzone:
Ti voglio bene assai, Ma tu non pensi a me...
Mi riscosse la voce del tenente, che diceva:—Chiudano bene l’otturatore!
Il tenente, che scrutava giù con gli occhi, tese, a un tratto il dito ed esclamò:—Eccoli là!—Nel punto stesso, da una casetta color di rosa, un po’ sotto noi, alla nostra sinistra, si alzò un nuvolo di fumo. Dopo alcuni secondi ci giunse il rimbombo della prima cannonata.
Primo pezzo... fuoco!—Secondo pezzo... fuoco!
Non avevo mai sentito le cannonate così da vicino, e vi assicuro io che sentirsene a sparar un paio a tre metri di distanza fa un curioso effetto! Il corpo riceve come uno scappellotto complessivo equamente distribuito su tutta la sua superficie, e dentro si prova un rimescolamento commotivo ed istantaneo che, come sensazione piacevole, lascia molto a desiderare. Le orecchie poi sembrano una platea burrascosa. Fischiano, figli miei!
Il nemico aveva quattro pezzi, ma noi avevamo il vantaggio della posizione. Ad ogni nostra innocua cannonata diminuiva il senso di scotimento che avevo provato in principio, e mi esaltavo sempre di più, e dicevo _bene!_ come un generale che applaude un bel colpo. Dovevo esser leggermente ridicolo, ma il tenente non mi badava. Le signorine di casa, rassicurate, prendevano parte alla battaglia incruenta dal terrazzo, con gli ombrelli bianchi, ed il tenente soffriva di distrazioni. Mi pareva proprio di camminare in un bozzetto di Edmondo De Amicis.
L’artiglieria nemica dovette ritirarsi e noi la salutammo con le ultime salve: ma la casa di color rosa era ancora fortemente occupata dalla fanteria, e sulla cresta della collina, tra le macchie cedue alla nostra sinistra, cominciarono a levarsi i fiocchi grigi del fumo della polvere ed a crepitare le fucilate. Vidi il maggiore ritto sul suo cavallo bianco che si staccava magnificamente sul turchino cupo del cielo. Aveva il braccio teso, e subito dopo la tromba squillò l’_avanti_, e mi parve che quello squilla chiamasse anche me. Lasciai l’artiglieria e mi cacciai giù per le fratte a raggiungere i combattenti.
Quel mio maggiore era indiavolato e non c’era modo di arrivarlo. Lo vedevo di quando in quando comparir su, supra una cima, sempre diritto sul cavallo, sempre col braccio teso e poi sparire come una visione. E la tromba squillava sempre l’_avanti_ e il crepitio delle fucilate s’allontanava sempre.
Per fortuna conosco le scorciatoie e raggiunsi il mio corpo: con la lingua fuori, ma lo raggiunsi. Un sergente, nel più canzonatorio dialetto veneto, mi accolse dicendo: _ah, la xe qua anca ela? Se i bianchi i la chiapa, la se farà fusilar_.—Non ci avevo pensato. Infatti che parte ci faceva io? La spi... No! che brutta parola! Facevo, o piuttosto avevo fatto la guida. In ogni modo il sergente aveva ragione. Ma che bisogno c’era di dirmelo?
Sarà stata una sciocchezza, ma lo scherzo del sergente fu come una doccia fredda sui miei entusiasmi bellicosi. Rimasi alla roda e finii col mettermi a sedere all’ombra, a dispetto della tromba.
—Vadano pure—pensavo—tanto la strada la sanno anche loro. La toga cede alle armi. Lo so che i bianchi non fucileranno nessuno, ma potrei trovare qualche ufficiale dei loro che mi domandasse che cosa c’entro io. Che potrei rispondere? O una sciocchezza o star zitto. Dunque vadano pure.—Ma degli entusiasmi passati m’era però in fondo rimasto almeno il disprezzo della morte, poichè accesi un sigaro della Regia.
Così disteso, colla testa all’ombra ed i piedi al sole, seguivo tuttavia il procedere delle fucilate e, conoscendo bene i luoghi, capivo di dove venivano. Brontolavo:—Eccoli che scendono. Eccoli pel viottolo della Madonna del Bosco. Sono oramai alla casa!—Dopo un poco di silenzio sentii distintamente i fuochi di drappello. Era la catastrofe e tesi l’orecchio per sentire il grido dell’assalto, il _Savoia_ decisivo. Squillarono invece le prime note della fanfara reale: la manovra era finita.
Allora mi agghiacciai affatto, proprio come se fosse calato il sipario. Da attore entusiasta diventai frigidissimo spettatore, borghesuccio indifferente, preso tutt’al più da un po’ di curiosità, ma pieno zeppo di belle idee e di magnifiche declamazioni contro la guerra, gli eserciti e tutto il resto. Avrei dato il genio di Napoleone per quello dell’inventore del cavaturaccioli, ed ora che scrivo mi pare proprio che non avessi torto, poichè il cavaturaccioli è una gran bella istituzione. Con questi sublimi pensieri mi tornò la paura della morte e gettai il sigaro, alzandomi dinoccolato per andare a vedere quel ch’era successo, come si va a vedere la foca o la donna grassa.
I bianchi avevano già abbandonata la casa ed i nostri avevano vinto. L’assalto pare avesse avuto di mira principalmente il pozzo, tanto i soldati ci si affollavano sopra. Un contadino ritto sul parapetto faceva salire e scendere rapidamente la secchia, aspettata da cento braccia levate che la rovesciavano nove volte su dieci, tra le risa e le giaculatorie eterodosse. Una donnaccia sgangherata vendeva una goccia d’acquavite in un bicchier di acqua per un soldo, con gli stessi lazzi e le stesse parolacce con cui mezz’ora prima l’aveva venduta ai bianchi. Già anche i neri erano ormai bianchi, tanto erano coperti di polvere. Parea che avessero aspettato a sudare dopo la vittoria, tanta era l’abbondanza e l’unanimità della loro traspirazione. Gli ufficiali all’ombra bevevano ova fresche ciarlando tra loro come se nulla fosse accaduto, e più sotto alcuni soldati affettavano colla sciabola certi melloni che parevano l’espressione vegetale della colica. Un chiasso allegro, un va e vieni instancabile, un chiamarsi, un rispondere, sghignazzate, canzoni a mezza voce, comandi nitriti, latrati, grugniti, chiocciar di polli spaventati, tutto faceva più viva, più originale la scena. Ad un tratto ecco il maggiore di galoppo. Silenzio perfetto e subito.
Veniva a dar gli ordini della partenza. Nel passarmi vicino mi gridò:—Ha visto come ci siamo riusciti!—E se ne andò senza aspettar la risposta. Io sarei stato capacissimo di rispondergli che avevo visto niente e mi seccava d’aver fatto la... guida... Anche le bugie sono una gran bella invenzione.
Così era finita la battaglia. Mezz’ora dopo, io ritornava indietro tranquillamente, come se tutto il caldo, tutto l’entusiasmo di poco prima non l’avessi mai provato. La quiete era tornata dappertutto. Sulla vetta del colle mi fermai, e mi giunse distintamente all’orecchio la vocina che prima delle cannonate cantava:
Ti voglio bene assai.
I carriaggi ed i cannoni rumoreggiavano rotolando nella valle: un denso polverone indicava la marcia della fanteria. Guardai giù come per salutare tutti, e mi cacciai nel bosco in cerca della voce. E la voce cantava ancora:
Ti voglio bene assai, Ma tu non pensi a me...
Se fosse arrivata lì una staffetta a portarmi la nomina di generale, non sarei tornato indietro: no, in parola di onore.
IL PRIMO AMORE
Per cominciare proprio da principio, le dirò che alla precoce amatività di Dante, del Leopardi e di tanti altri, io ci credo benissimo. Certo nella puerizia o sul limitare dell’adolescenza non si ama completamente come più tardi: sarebbe impossibile: ma intanto è vero che in molti maschi questo istinto di selezione, per quanto indeciso e senza intensità carnale, si manifesta prestissimo. E’ annebbiato, è incosciente, è immateriale, ma però è amore. Fosforescenza che non è ancor luce, tepore che non è ancor caldo, tutto quel che volete, ma amore bello e buono. Dopo, quando l’esperienza è venuta, quando si lasciarono tanti brandelli di cuore ai rovi della strada percorsa, come le pecore ci lasciano la lana, allora si pensa, si ricorda, si torna indietro col pensiero a far l’analisi del passato, e si arriva a capire che quelle pallide fosforescenze erano l’alba dell’amatività, che quei tepori precorrevano le vampe del primo amore. Si arriva a capire che la nostra storia intima, la storia degli affetti, comincia di là.
Dicono che il primo amore non si dimentica mai. Non voglio sapere quel ch’ella pensi di questo assioma; no, non lo voglio sapere: ma per me lo accetto e ci credo. Io per esempio, per la prima volta ho amato un ritrattino in fotografia: ed ora che tanto tempo è passato, solo a chiuder gli occhi lo rivedo preciso come se lo avessi davanti: proprio come dopo aver fissato il sole per un momento, a chiuder gli occhi ne riveggo il disco che persiste nella retina. Che strano effetto, non è vero? che strano effetto fanno questi ricordi quando ci tornano avanti colla vivacità di una cosa vera, col colorito e la temperatura della realtà! Ha mai girato in montagna? Si sale lentamente, ammirando una scena magnifica. Il cielo è del più bell’azzurro di cobalto, i monti del più bel verde oltremare, e così, procedendo tra queste vive sensazioni di colore, si oltrepassa il punto centrale della scena. Allora bisogna voltarsi indietro per veder tutto cambiato. I monti sotto i quali si passò non hanno più lo stesso aspetto e lo stesso colore, la pianura sfuma giù tra l’azzurro e il violetto, il cielo all’orizzonte è color di rosa, insomma quel ch’era verde diventa turchino, quel ch’era grigio diventa roseo, quel ch’era luce diventa ombra. Così cambia la sensazione visiva degli oggetti secondo l’ora e il punto di vista; e così, guardando con la memoria, le cose passate prendono colori e forme diverse da quelle che vedemmo una volta. E’ per questo che, ricordando qualche avvenimento della vita, ci picchiamo la fronte brontolando:—Bestia ch’io fui!—E’ per questo che, pensando ora a quel ritrattino, mi accorgo che ne ero innamorato. Allora non lo sapevo.
***
Ero in collegio, tra i dieci e gli undici anni, e lasciavo vegetare tranquillamente la mia animalità, soffrendo il freddo nell’inverno e il caldo nell’estate come ogni fedel cristiano. Mangiavo con un appetito formidabile i brodetti spartani e le polpette ripiene di mistero; saltavo come un capriolo, ridevo come un matto e studiavo poco. Credo anzi che non studiassi affatto, poichè la dottrinella del Bellarmino, che era la nostra fatica quotidiana, non me la ricordo più. Dico tutto perchè ella si persuada ch’io non ero un fanciullo portento, ma un povero bimbo come gli altri, amico de’ trastulli, nemico del Bellarmino e martire dei geloni. Vivevo solo fisicamente ed ignoravo il resto. Ignoravo il male, quindi ero innocente, poichè la innocenza tanto vantata non è altro che la santa ignoranza.
Il mio collegio era un antico convento di camaldolesi, un labirinto di corridoi oscuri, di cellette basse, di scale inesplorate, di anditi misteriosi che conducevano a porte murate. Pareva un fabbrica architettata da Anna Radcliffe per qualche personaggio dell’Hoffmann. Il chiostro maggiore, di un disegno pomposo e vicino al barocco, chiudeva un giardino incolto, pieno di umidità, di muschi cresciuti sui viali, di solanacee pelose, di lauri lucidi, quasi metallici. Le pareti erano tigrate da grandi macchie scure, vellutate dalla peluria del salnitro; e un odore di chiuso, di muffa, di terra bagnata, vaporava da ogni angolo, tra le commessure verdastre dei mattoni. In questo carcere malinconico, tra i lunghi silenzi, la semi oscurità, le funzioni religiose, sotto il cipiglio freddo de’ superiori e la ferula degli abatacci mal creati, tutto ci si poteva chiedere fuorchè uno sbocciare anticipato del cuore, un germinare precoce degli affetti e dei sentimenti. In Siberia non fioriscono le rose: si figuri le palme!
Tuttavia il reverendo signor Rettore nei mesi d’estate allargava la manica con noi piccini. Il sabato sera ci faceva venire nella sua cameretta, ci trattava a gelati e ci raccontava innocenti storielle di fate. I gelati ci parevano buoni e le storie bellissime, tanto più che il festino coincideva spesso con le cose di studio. A quel tempo io m’abbandonava con riconoscenza alle untuose carezze del reverendo Rettore; ma quando coi primi peli mi spuntò la malizia, pensai che quelle smorfie dolciastre avessero un perchè, e sospettai che si cercasse l’affezione dei piccini per dominarli da grandi. Povero Rettore, come sbagliò i suoi conti!
Ella deve sapere che il reverendo si dilettava di fisica e mi dicono, con buona riuscita. La sua cameretta era quindi ingombra di macchine d’ogni sorta, mostruosità rigide, problemi d’acciaio e di ottone, enigmi che c’ispiravano una venerazione paurosa. Gli stereoscopi, tuttavia, e le lanterne magiche c’inspiravano migliori sentimenti; preferivamo il caleidoscopio alla pila. Ritta in un angolo buio, con un gran mantello nero addosso, stava sempre la macchina fotografica come uno spettro immobile che ci sorvegliasse. Il Rettore infatti s’ingegnava con quella macchina, che allora, da noi, era una novità, e spesso ci regalava le prove mal riuscite.
Sul camino erano ammucchiate le prove fotografiche con altre fotografie venute di fuori, e noi passavamo spesso in rivista quei fogli e quei cartoni col permesso del Rettore. Una sera mi capitò in mano un ritratto, in formato piccino, e di dietro c’era stampato _Venezia_ e l’indirizzo del fotografo. Non era della fabbrica del reverendo, e rappresentava una giovane in piedi appoggiata ad una colonnina, coi capelli chiari che dovevano esser biondi e con quel sorriso interrotto dalla paura di muoversi che imbruttisce gli uomini ma spesso giova alle donne. Naturalmente allora non sapevo chi fosse, ma in seguito, dopo molto cercare, lo seppi.
Il ritrattino mi piaceva assai e, quando s’andava dal Rettore, lo cercavo subito per tornarlo a vedere. In principio non potrei dire altro che mi piaceva, ma a poco a poco mi abituai a fare quasi astrazione dal ritratto ed a pensare all’originale. Quel sorriso, un po’ stentato ma pur sempre grazioso, mi pareva diretto proprio a me; e se qualche mio compagno guardava anch’egli al ritratto provavo subito un certo senso di dispetto, una stizza che chiudevo dentro solo per sforzo di riflessione. Ho capito poi che quel brutto sentimento era gelosia, perchè me lo sono sentito nel cuore altre volte pur troppo; ed ho capito che dovevo essere già innamorato, perchè, com’ella sa, la gelosia vien dopo all’amore. Infatti, se ella se ne ricorda... ma lasciamo andare.
Ero proprio innamorato, benchè allora non sapessi che nome dare a questi miei nuovi sentimenti, e pensavo tutta la settimana al benedetto sabato in cui avrei visto, come direbbe il Metastasio, il caro oggetto. Cominciavo a lavorare di fantasia, a fabbricare castelli in aria, ultimi atti di commedie alla Scribe, allorchè m’avvidi che tra me ed il caro oggetto era prossima la separazione. I gelati e i racconti di fate stavano per finire, ed io ci pensavo con una amarezza che ricordo benissimo, perchè ho provata poi anche questa altre volte. Non c’era che una via di salute, il ratto. L’ultima sera m’avvicinai al camino con un batticuore terribile, e senza guardarmi attorno, con la risoluzione cieca di chi gioca tutto il suo sopra una carta presi il ritratto e me lo cacciai in tasca. Fu proprio un ratto, perchè, come ella vede, lo rubai.
***
Lo rubai. E’ una brutta parola ma è la verità, e sono persuaso che se il Rettore m’avesse guardato in faccia con attenzione, se ne sarebbe accorto. Certo mi pareva di avere il delitto scritto in fronte, e quel maledetto batticuore non voleva cessare: anzi mi assordava e mi pareva che tutti lo dovessero sentire. Stentai a finire il gelato, e solo quando uscimmo di camera mi parve di respirar meglio. Tenevo la mano ostinatamente in tasca e di quando in quando accarezzavo il cartoncino colle dita come si accarezza una persona viva. Nel tempo dello studio, con mille precauzioni, riuscii a rinvolgere il caro oggetto in un bel foglio di carta, e me lo misi sul petto, sulla carne nuda. La notte, con la testa sotto le lenzuola, lo baciai come un santo e mi addormentai tenendolo colle mani sul cuore. Chi potesse sapere i miei sogni di quella notte! Ma non me li ricordo più.
***