Brandelli

Part 16

Chapter 163,908 wordsPublic domain

Per _un solo voto!_ Qui non direte che siano ipotesi strambe; per _un sol voto_ sopra seicento quarantuno votanti, tutta la storia veneziana continuò a svolgersi in Italia. Per quel voto c’è ora una questione d’oriente; e non è italiana!

Che cosa sarebbe divenuta Venezia trapiantata a Costantinopoli? Non ci vuol molto a credere che l’ambiente bizantino avrebbe corrotto rapidamente i ruvidi marinari; ma tuttavia le resistenze all’invasione ottomana sarebbero state più energiche e Maometto II non avrebbe vinto un doge così facilmente come vinse un imperatore. Quel che è certo si è, che i contatti inevitabili dei veneti emigrati con quelli rimasti sulle lagune e col resto d’Italia, dove avevano commerci avviati, avrebbero portato più presto fra noi quella coltura greca, che recata dai fuggiaschi di Costantinopoli verso la seconda metà del secolo XV diede le mosse al Rinascimento. Ma l’Italia nel 1222 non era certo preparata a ricevere il nuovo seme ed a farlo fruttificare. Per allora, certo, tra i tumulti interni dei comuni e le continue guerre di campanile, a malgrado della coltura cortigiana di Federico II, l’aura nuova sarebbe inutilmente venuta dall’Oriente. Ma la fioritura del Rinascimento avrebbe per questo anticipato o ritardato? Qui bisogna fermarsi, poichè appunto al di là di queste domande stanno le ipotesi strambe.

Basta che si vegga come, contro l’opinione di molti, anche piccoli avvenimenti possano produrre grandi effetti.

L’esempio di quel che accadde a Venezia pare che debba convincere anche i più scettici.

OTTOBRE

Sia colpa de’ nostri peccati o del signor Mathieu de la Dröme, non c’è più primavera, ma si passa bruscamente dalla temperatura dei gelati a quella del ponce. Per grazia del Barbanera l’autunno c’è ancora e speriamo di vederne parecchi.

Benedetto l’ottobre! Chi non si riposa, chi non si diverte in questo mese nel quale, da un pezzo in qua, sono nato anch’io? I ministri sono in giro (veramente quando il parlamento è chiuso, pei ministri è tutto ottobre), i segretari generali, gli uscieri, tutta la politica se la spassa in ottobrate. Il sole non scotta più e non è ancora freddo. La campagna prende quella tinta calda che precede la caduta delle foglie, passano le allodole e i fringuelli, e sopratutto si vendemmia. La vendemmia davvero è una bella istituzione!

La vite è il simbolo della fortezza. I centurioni romani, i vecchi, non quelli di Gregoriaccio, ne portavano un ceppo in mano come bastone di comando. Per gli stessi cattolici, pei frigidi divoratori di salacche quaresimali, la vite è un vegetale venerabile, poichè la Bibbia ne attribuisce la prima coltura ad un santo patriarca, quel Noè benemerito che ci prese poi la cotta che sapete. E poi il vino è nientemeno che il sangue del nostro Dio. Preghiamo dal profondo del cuore che Gesù e il ministro d’agricoltura ci tengano lontana la filossera, non fosse altro per poter morire come il Duca di Clarenza che, condannato a morte, volle essere affogato in una botte di malvasia.

Ottobre è un mese favorevole all’ingrassamento. So benissimo che in questo mese si raccolgono le ghiande, ma intendo l’ingrassamento umano, non il suino. Oh, i tordi, colla polenta, dopo aver girato la mattinata intera pei campi ad aguzzare l’appetito! Oh, i tordi con la polenta! Si capisce Esaù che fa un sproposito per un piatto di lenticchie, si capisce tutto, Apicio, Trimalcione, Gargantua, magari Saturno che credendo di ingoiare un bimbo ingoiò una pietra. E a digerirla? (Compiangetelo!) Si capisce Lucullo, si spiega l’orco, s’invidia papa Gregorio. Oh, i tordi con la polenta! Onore a Carlo Porta che li ha celebrati in versi immortali, egli che vide

i tordi più di trenta in superba maestà a seder sulla polenta come turchi sul sofà.

E come ci si beve bene dietro ai tordi, come si alza il bicchiere contro la luce per accarezzare cogli occhi le splendide tinte del vino! Dopo un banchetto simile non c’è che da desiderare un sigaro di contrabbando per giungere all’apogeo d’ogni felicità umana. Oh, davvero che ottobre è un mese propizio all’ingrassamento!

Il Breughel, pittore fiammingo, eseguì una serie d’incisioni a proposito dei grassi e anche dei magri. (Anche in ottobre ci sono dei magri: pare impossibile, non è vero?) È, se volete, una amplificazione o una ripetizione dell’antico contrasto tra il carnevale e la quaresima, che si trova un po’ dappertutto, fino nei grassi libri del Rabelais, ma specialmente nelle letterature popolari dal Quattrocento in qua. Me ne ricordo una. I grassi sono a tavola, traboccanti di lardo, co’ lineamenti annegati nella ciccia e le pance monumentali maestosamente appoggiate alla tovaglia. La tavola è ingombra di vivande succolente; i fornelli sono sepolti sotto le pentole; tutto, fino l’aria, sembra impregnato di molecole nutritive, d’unto, di succo. Una donnona mastodontica porge ad un bimbo sferoidale un petto mostruoso. I cani stessi, che leccano un trogolo pieno, sono adiposi e gonfi come vesciche di strutto. Ma sulla porta è comparso un povero magro colla cornamusa sotto l’ascella. Non è che pelle ed ossa, ed i suoi occhi voraci con la sola forza dello sguardo sembrano dimagrire le pollanche polisarciche adagiate nei piatti caldi; i suoi denti aguzzi e lunghi paiono nati nelle mascelle instancabili di un pescecane. I grassi si sono alzati furibondi e scacciano inesorabilmente il povero magro, l’oggetto della loro implacabile inimicizia. La stessa donnona mostruosa ha trovato nella sonnolenza della sua obesità un atto d’impazienza e d’ira contro il malcapitato. Chi gli ha detto, a questo sciagurato figlio della fame, di venire a chiedere gli avanzi della tavola dei grassi? Fuori, fuori il nemico! I grassi vogliono mangiare in pace, e gli avanzi sono pei loro cani!

Ah, davvero, l’ottobre è il mese della vendemmia e dei tordi, ma è anche il mese delle febbri e dei primi freddi. Ma chi ci pensa, poichè nelle ottobrate ci si diverte tanto? Chi lo dice non è altro che un predicatore seccante, un retorico rompiscatole.

Chi si accorge che i bimbi dei poveri camminano scalzi nella rugiada, che i babbi non hanno una camicia sulle carni grondanti dei sudori della febbre? I tordi aspettano, e l’oste ha il vino buono. E quando il povero magro segue con gli avidi la carrozza dove assoporate le voluttà raffinate della buona digestione, voi non vi voltate nemmeno o se vi voltate è per esclamare:—Quell’uomo là ha un brutto sguardo!—Lo credo io! La polenta e la febbre non fanno gli occhi belli.

Prediche, non è vero? Retorica da pulpito, quando il predicatore raccomanda un’abbondante elemosina! Ma via, chi vi dice che questi poveri magari domandino l’elemosina? Quello del Breughel a buon conto veniva a suonare la cornamusa, proprio come sotto alle finestre delle trattorie vengono i sonatori ambulanti a guastarvi il pranzo. Siamo in Italia, ed è di qui che partivano e partono ancora le frotte dei fanciulli venduti dai genitori nei quali _più che il dolor potè il digiuno_. L’amore ai figli è il sentimento più universale che sia in natura, e lo provano vivissimo tutte le bestie, dalle feroci alle stupide, dalle gigantesche alle microscopiche, dal leone all’oca. L’uomo prova in modo acutissimo questo affetto, che gli è cagione di tante gioie e di tanti dolori; chi non ha figli non può supporre come sia energico l’amor paterno, quanti sacrifizi faccia compiere serenamente, quanti pericoli sfidare con animo sicuro.

Perchè dunque qui in Italia ci sia della gente che vende le proprie creature agli aguzzini, senza morire prima di dolore, bisogna che o la fame abbia vinto e sradicato ogni altro affetto, proprio come in certe bestie che divorano i loro piccini; o che le condizioni di certe nostre provincie siano tali da fare che gli uomini scendano sotto al livello dei bruti. Qualunque sia la soluzione che preferite, resta però sempre che i poveri bimbi lasciano la loro patria che non fu loro madre ma noverca, e vanno per tutto il mondo civile con un’arpa od un organetto ad armacollo a cantare la vergogna, il vituperio del loro paese natale.

Di chi è la colpa? Non ci avete mai pensato, grassi che giubilate divorando i tordi, non ci avete mai pensato che potrebbe venire un giorno in cui si pretendesse che la colpa sia vostra? Oh! si sa! chi lo volesse dire, direbbe un grande sproposito. Come? Accusar voi altri di non far nulla per le popolazioni affamate, per le miserie e le piaghe della patria? Ah, ingratitudine! Eppure il grido di dolore dei poveri affamati è arrivato al vostro ottimo cuore e voi avete provvisto immediatamente... accrescendo i carabinieri!

Non vi lamentate, o grassi, se i magri che trovate seduti sui margini della via hanno un brutto sguardo; anzi contentatevi.

Guai a voi altri, il giorno che li vedrete ridere! L’ottobre non vi sembrerebbe così bello, la vendemmia non vi ricreerebbe più come oggi, e le nostre istituzioni che fanno la gloria ecc. ecc., sarebbero andate dove vanno le più belle cose di questo mondo, in quel biblico paese dove va tanta roba, in Emaus.

Per ora dunque sazieremo i magri crescendo i carabinieri. Domani... domani ci penseremo.

MIRACOLI

Nella cronaca di Bologna di Frà Bartolomeo dalle Pugliole, che si conserva nella Biblioteca Universitaria di Bologna, mss. 1239, e che dall’anno 1363 va all’anno 1407 si legge:

«Anno Cristi 1383 nel mese d’aprile frà Iacomo rettore de la chiesa di Sasso Negro col suo proprio sangue in sanguinò un’ostia sagrata e diceva che era sangue di Gesù Cristo e guadagnò molti denari dalle molti genti che andavano a vedere tale miracolo; ma li Reggimenti di Bologna volsono che si sapesse la verità, di che essendo ritrovato doloso fu privato dello benefizio e posto in una gabbia e dannato a perpetuo carcere.»

Per chi non sapesse che cosa voleva dire allora essere messo in una gabbia, la stessa Cronaca lo dice all’anno 1386. «A dì 21 di maggio fu messo in gabbia lo priore de’ frati de gli Angioli e fugli messo li ferri ai piedi ed anche fu incatenato e lì stette novantasei dì e non aveva altro che la pelle e le ossa.»

Oh, i miracoli di Lourdes! Oh, la Madonna della Saletta! Non c’è chiesa in Italia dove non si conservi una Madonna miracolosa che ha pianto, sanguinato o sudato, secondo il gusto del reverendo parroco. Da lungo tempo le fraudi furono così evidenti, che le anime pie dovettero farsi scudo delle autorità umane per guarentigia della onnipotenza divina. Qui a Bologna, nella clausura delle monache di S. Elena, esisteva questa splendida iscrizione:

_Dell’anno 1630—Questo Signore sudò acqua tre volte—e fu approvato dai Superiori._

Difficilmente si potrà trovare una iscrizione più ingenuamente amena. E pensare che nei giorni di nebbia le colonne di questi portici sudano senza approvazione dei superiori!

Nella chiesa di san Giovanni Evangelista in Ravenna è una tabella sotto un crocifisso, e dice: «Del 1511 alcuni malfattori entrarono nello spedale di S. Gioseffo con sicurezza di non esser veduti, nè ripresi, nè perseguitati da alcuno del suo mal oprare, non essendovi presente se non questo crocefisso muto inchiodato e cieco. Ma ecco miracolosamente il crocefisso aprì gli occhi e tutto si schiodò per spavento a correzione ed emendazione loro.» Il crocefisso è sempre là cogli occhi aperti. Posso però assicurare i fedeli che, sotto una specie di maschera applicata, il crocefisso conserva ancora la faccia vecchia cogli occhi ancora chiusi. Provino.

Il licenzioso Zapata domandava al suo superiore come diavolo accade che Dio abbia fatto una infinità di miracoli incomprensibili in favore degli ebrei e non ne faccia più, da parecchi secoli, per noi che siamo ora il popolo eletto. Zapata era ben malizioso e volterriano quanto Voltaire. Oggi però non parlerebbe più così, poichè Dio ne fa ancora dei miracoli. Il sangue di san Gennaro lo fabbricano, è vero, tutti i droghieri, ma c’è però sempre il miracolo grande di quelli che al sangue di san Gennaro ci credono.

Si fa presto a sogghignare dei miracoli ma finchè al mondo ci sarà della furberia e della ignoranza, dei miracoli ce ne saranno sempre. Andate in certi paesi a dire che il santo protettore non ha fatto mai miracoli, e tornerete colle ossa peste, con gran gusto del parroco. I miracoli sono produttivi ora più che mai. Quando la Madonna di Rimini moveva gli occhi, ci guadagnavano tutti, anche i papalini di guardia, che con un po’ di cera sotto il calcio del fucile raccoglievano i papetti gettati a’ piedi dell’immagine.

Il commercio delle acque che guariscono tutti i mali ha preso uno sviluppo grandissimo e le acque di Lourdes fanno una concorrenza terribile alla deliziosa Revalenta arabica Du Barry.

Non tutti però ci credono. L’estate scorsa, non so se a Lourdes, alla Salette o altrove, si produsse uno stranissimo caso di guarigione in un malato che aveva fatto il bagno nella fonte miracolosa, perchè oggi non appare Madonna che non sia vicina ad una fontana. Il caso fu così straordinario, che si corse subito dal vescovo della diocesi perchè lo vedesse, lo constatasse, dèsse insomma alla Madonna quella _approvazione dei superiori_ che invocavano ingenuamente le monache bolognesi. Ebbene, il vescovo non fu trovato. Era ai bagni.

Qualche impertinente domandò come mai un vescovo che ha nella sua diocesi un’acqua dotata di tanta virtù, vada invece ai bagni di mare? Rispondetegli un po’ voi.

Per le persone che ragionano, i miracoli sono giudicati da un pezzo. Per quelle che credono, il sangue di san Gennaro bolle sempre, l’idroterapia cattolica raddrizza i gobbi, benchè i vescovi preferiscano di andare ad altri stabilimenti balneari. È quindi necessario aprire gli occhi a coloro che li tengono chiusi. Chi farà questa operazione della cateratta?

Il primo articolo dello Statuto, no, sicuramente.

IL RITORNO

Lasciamo in santa pace i letterati e la letteratura, che sarà meglio per tutti, e parliamo d’altro.

Ha mai provato ella le sorprese e le disillusioni che si provano tornando in una città dopo una lunga assenza? I famosi sette dormienti, quelli che si destarono dopo cento anni di sonno, dovettero provare un effetto consimile rivedendo il mondo. Erano morti parecchi imperatori, le città avevano cambiato aspetto, non correvano più le monete di prima, la lingua stessa aveva subito qualche modificazione. S’immagini un po’ se i poveri dormienti saranno rimasti a bocca aperta!

Io era partito da Torino con la capitale, e ci sono tornato ieri, senza la capitale, s’intende. M’è proprio capitato un risveglio come quello dei sette dormienti! Mi pare che siano passati cento anni di progresso sopra questa città carissima, dove per tanto tempo ho studiato poco e dove per la prima volta ho conosciuto i veglioni e le loro conseguenze. Sono partito quando Massimo d’Azeglio appassionava i buoni torinesi co’ suoi discorsi in Senato intorno al trasporto della capitale, e in ferrovia da Torino ad Alessandria non si parlò d’altro. Ieri, appena fuori dalla stazione, mi sono trovato in faccia il monumento del cavaliere _sans reproche_. Quanto tempo è passato! Quanti monumenti invece degli uomini!

Dopo un giro a piedi mi son accorto che il mio Torino d’una volta me l’hanno cambiato tutto. I nomi delle insegne che m’erano rimasti nella memoria, non ci sono più. Sapevo che in quell’angolo doveva esserci un tabaccaio, e c’è una modista. I tramways hanno sostituito gli omnibus, quei curiosi omnibus monumentali, dipinti di turchino, dove salivo con tanta disinvoltura e dove oggi non potrei salire che con precauzione, poichè ho cambiato un poco anch’io e non sono più magro e svelto come una volta. Dove sono i barbieri che facevano la barba per un soldo in piazza Castello, e l’orbo dalle canzonette, e la guardia nazionale, e _lei?_ Anche _lei_ se n’è andata chi sa dove! Ho alzato la testa passando sotto la sua finestra (abitudine antica) e in vece sua ho visto un portapanni con un vestito completo di signora in dosso e la barbara scritta: _mode e confezioni_. I sette dormienti devono aver provato di queste disillusioni.

Oh, i presagi tristi per l’avvenire di Torino che si facevano al tempo del trasporto della capitale! E li facevano i torinesi stessi che per un momento perdettero la fiducia in sè medesimi. Pare invece che il perder la capitale sia stata una fortuna. Almeno questa ricchezza, questa operosità non sono artificiali, non sono dipendenti da uno stato di cose e da una clientela variabili e mal fidi. Le capitali vogliono una ostentazione di lusso improduttivo che non è ricchezza, ma simulacro di opulenza, spreco di capitali, fumo senza arrosto: e Firenze informi. Torino invece, perdendo la capitale, s’è messo a cercare il lavoro produttivo, s’è dato al serio, e invece di perdere ha guadagnato. Non sono i fiorentini che tengono del monte e del macigno, sono questi torinesi che non si sono lasciati scuotere da un temporale, forti proprio come il granito dei loro monti. Non solo, ma quando la capitale era qui, i letterati erano una colonia di forastieri. Li avevano tanto chiamati beoti questi poveri piemontesi, che avevano quasi finito col crederlo e non osavano di far sentire la loro voce nel concerto dei dotti e dei poeti qui convenuti da ogni parte d’Italia. Rimasti soli, si sono provati anche nell’arte, e ci si sono provati tanto bene che stanno più che al pari del resto. Questa loro forza i piemontesi non la conoscevano. Altro che beoti... Bisogna far loro di cappello!

Lasciando stare le lettere, un popolo di beoti non produce tutte quelle opere d’arte che fanno onore al Piemonte nella Esposizione Nazionale. Certo ai piemontesi, si può dire ultimi arrivati in questo campo dove quasi temevamo di scendere, non sono toccati gl’inni e le apoteosi; ma hanno mostrato di saper stare al pari degli altri anche qui, appunto nelle arti, che un pregiudizio sciocco faceva ritenere più ribelli alla loro indole. Benedetti piemontesi, sono davvero destinati a distruggere i pregiudizi; e se qualche imbecille ripetesse le antiche ingiurie, sono capaci di rispondere che anche Pindaro era beota!

Sono ritornato in questa città della giovinezza mia e l’ho trovata ringiovanita, appunto come io ho fatto il contrario. Ai miei tempi si vedevano tanti vecchi vestiti all’antica, coi capelli bianchi e il naso rosso; si vedevano tante donne con la cintura sotto le spalle e il busto senza forma umana. Ora i vecchi se ne sono andati, e i busti ben fatti costano due lire in tutte le botteghe. Non c’è più nulla che ricordi quella peritanza, quella _gaucherie_ dei popolani e dei borghesi un po’ sbalorditi da tanta gente che pioveva qui con costumi e dialetti diversi. Le merciaie sotto i portici del palazzo di città non intendevano l’italiano e così un pochino se ne vergognavano e brontolavano intimidite. Ora parlano l’italiano con una lingua tanto spedita da stordire una merciaia di Mercato Nuovo, la timidezza è scappata e corre ancora, e tocca a noi vergognarci quando non c’intendiamo bene. Tutto insomma mi par che vada meglio, tutto, persino... non so se lo debbo dire, persino le crestaie mi paiono più belle e meglio fatte di quelle che usavano ai miei tempi. Che cosa c’è da ridere? Che bel gusto pensar subito a male ed a malizia! Non potrebbero aver fatto fortuna anche qui i sistemi della evoluzione, della selezione e che so io, ed esser migliorate le razze? Perchè devono essere i miei occhi che vedono tutto in meglio, anche le crestaine che salgono in tramway? Quanta malizia, Dio mio, quanta malizia c’è al mondo!

Giù poi per andare all’Esposizione c’è proprio un mondo nuovo, c’è il quartier gaio, vario, a giardinetti ed a terrazze, che mancava a Torino. Mi ricordo delle profonde melanconie che mi assalivano in ottobre al cominciare delle scuole, girando la domenica nei viali lunghi e monotoni della vecchia piazza d’armi. Le carrozze sfilavano in silenzio sotto agli ippocastani; due file di gente andavano e venivano seriamente come a processione. Di quando in quando le livree reali mettevano una nota rossa e allegra in tutto quel grigio, in tutta quella compostezza fredda dell’aria, delle linee, delle fisonomie. I primi venti gelidi che venivano dalle alpi e attraversavano l’immensa e squallida spianata, mi davano i brividi, mi facevano pensare con doloroso desiderio al mio paese dove c’era meno freddo e meno serietà. In quelle noiose domeniche mi pareva veramente d’essere esiliato, e sentivo la solitudine, sentivo lo sconforto profondo dell’esser lontano da tutti quelli che mi volevano bene. Ora tutto è cambiato, e sullo stesso luogo delle malinconie, ho visto la gaiezza, alle volte troppo chiassosa, delle casine variopinte, dei boschetti fioriti e delle vie bizzarramente costruite. Qui non mi sarebbe sembrato d’essere in esilio, e il vento delle Alpi deve esser meno freddo per coloro che passeggiano per le stesse vie tanti anni dopo di me. Non sono io che vegga con occhi mutati, è proprio Torino che ha fatto pelle nuova e più allegra fisonomia. Strano! Con la capitale se n’è andata anche la noia.

Eppure Torino non ha rinunciato ad essere una delle città più serie, la più pratica forse delle città italiane. Per accorgersene, basta dare un’occhiata alla Esposizione di arte applicata all’industria, che poteva riuscir meglio, ma che così com’è, mostra abbastanza quello che io le volevo far vedere, cioè appunto la serietà pratica di questi bravi piemontesi. Quando s’è vista l’Esposizione di pittura e quella di scoltura, per la prima volta, abbarbagliati dalla forzata fissità degli occhi; e nella testa gonfia come un pallone si confondono in un trescone vertiginoso papi dalla barba bianca, odalische senza sottana, soldati a cavallo, navi a vele spiegate, i turchini del Michetti, il bianco delle statue. Tutti quei sempiterni bimbi che fanno rassomigliare la sala di scoltura ad un asilo infantile, non arrivano a far riposare il disgraziato che vuol veder tutto in una volta, e ci sono dei momenti nei quali sembra di aver nel cranio la fontana centrale che salti, che spumi, che imperversi senza posa e senza fine. Arrivati a questo parossismo di stordimento nervoso, si passa davanti alle sale dell’arte applicata all’industria, senza entrare, o al più si mette la testa dentro per scarico di coscienza e si rimanda la visita ad un altro giorno che non viene mai. Così fa la grande maggioranza dei visitatori e, come quasi tutte le maggioranze, fa malissimo.

Vedrebbe infatti che, mentre dalle altre provincie italiane, specialmente da Venezia, sono venuti alla Esposizione lavori di puro lusso, dal Piemonte sono venute per lo più opere di uso pratico. Quel diavolo e quella diavolessa di legno intagliato per spaventare i bimbi, quei vasi ricchissimi di vetro, di porcellana e di maiolica, quei bassirilievi in legno o in porcellana, e i bronzi e le statue e i candelieri monumentali, sono bei lavori senza dubbio, ma non sono che lavori di ornamento. I piemontesi invece hanno esposto mobili, cancelli di ferro lavorato, porte, pavimenti, libri ed altri oggetti di uso vero e quotidiano e che rispondono veramente al concetto dell’arte applicata all’industria. Questo volevo notare, per farle vedere come il carattere di un popolo, di una provincia, di una città, salti fuori in tutto, lasci in tutto la sua impronta, anche nelle piccole cose. Dica ad un torinese e ad un fiorentino che espongano, mettiamo, un tavolino alla futura Esposizione di Milano. Il fiorentino le farà un lavoro squisito di intagli e d’intarsi, qualche cosa di bello, di degno della eleganza toscana. Il primo pensiero del torinese sarà invece di farle un tavolino, comodo, magari che si componga e possa servire da sedia, da letto, da stipo, insomma un mobile a molti usi. Uno cerca il bello e l’altro l’utile. Uno segue Platone, l’altro Bentham. Uno emulerà gli ateniesi, l’altro gl’inglesi; e questi caratteri così diversi, così opposti, sono tutti qui sotto uno stesso cielo, quasi sulla stessa terra, poichè da Torino si va a Pisa in otto ore. Questa nostra Italia è proprio la terra delle meraviglie.