Part 15
Dove l’organismo della famiglia è più tocco, è in Francia. Si grida alla corruzione, e il Trochu, buon’anima sua, aggiungeva _corruzione italiana_. Può darsi che, non trovando un calmante nella famiglia come ora è costituita gl’istinti brutali che pure bisogna riconoscere, accettare e regolare nell’uomo, cerchino una soddisfazione nella corruttela. Ma accade un altro fato che limita assai questa pretesa corruzione latina. Se le nascite legittime diminuiscono, non crescono nemmeno le illegittime: il che significa chiaramente che sfugge da molti, o dai più, tanto la famiglia che il vizio. È la teoria del Malthus che riceve la sua pratica applicazione, ed era ben naturale che là dove gli effetti di questa sterilità calcolata si fanno sentire più vivamente, appunto sorgessero le grida di spavento e le proposte di rimedio. Così il Naquet intraprese una campagna in favore del divorzio, il più immediato dei presenti rimedi e perorò, scrisse, ed occupò l’Assemblea legislativa. Così il Dumas, brillante e spiritoso polemista, oggi mette alla berlina i luoghi comuni cattolici e conservatori dell’abate Vidieu. Così domani Paolo Fêval già romanziere irreligioso ed ora convertito alle massime dei gesuiti, ci farà inevitabilmente ridere di pietà misurandosi col suo antico collega, se vorrà rispondergli come si dice.
Infatti si può dire che l’unica ragione la quale impedisce ai legislatori di sanzionare il divorzio è il rispetto ipocrita che conservano ancora verso la religione cattolica. Bella ragione in verità, dopo che con tanti pomposi discorsi e con tante leggi ambigue o paurose si volle far credere di aver proclamata e sanzionata la completa separazione dello Stato dalla Chiesa! Intanto al divorzio resistono i solo Stati cattolici, vili ancora in faccia alla Chiesa e imbecilli troppo per saperla vincere nelle coscienze dei volghi. Noi che abbiamo nel diritto pubblico quella strana e vergognosa abdicazione di una parte delle prerogative regie costituzionali e popolari che è la legge delle guarentigie, noi siamo una prova pur troppo evidente della debolezza degli Stati latini come sono costituiti, e della miserabile impotenza delle classi dirigenti, papaline ancora nel midollo delle ossa. E la Chiesa, anche lo sa, resiste a questa agitazione del divorzio, certa che tutti conservatori paurosi saranno con lei. Grida che l’unica salvezza in questo sfacelo del progredire è nel regredire; che bisogna tornare al sacramento e sopprimere il contratto; che bisogna allevare famiglie cristiane, cattoliche, romane, e ritornare con loro alla pia quiete del medio evo, se si vuole che principi e ricchi possano dormire in pace. E principi e ricchi ascoltano volentieri queste parole favorevoli ai loro interessi, senza accorgersi che la Chiesa non è mossa in questo dall’amore dell’umanità, ma dall’ambizione del dominare. I divorzi li vuoi vendere lei sotto aspetto di nullità; la morale non c’entra. A questo modo il divorzio è interdetto alle sole popolazioni latine presso le quali troviamo le più belle chiese del mondo, il maggior numero di preti ricchi e di poveri rassegnati, e il peggior stato delle famiglie o la più tollerata immoralità. Chi alza la voce è o scomunicato o ribelle. Le nazioni protestanti ci assestano di quando in quando fior di legnate, ma noi ce ne consoliamo pensando che siamo latini e cattolici, che Dio li punirà, e che se noi siamo più immorali, la confessione ci assolve, e che la rivincita deve venire perchè è predetta nell’Apocalisse. Anche questa è una consolazione che ci dà la Chiesa. Beati noi!
Ed a questi pregiudizi, a questi errori facili negli animi timidi e superstiziosi, risponde molto bene il Dumas. Pare impossibile, ma certi luoghi comuni che la Chiesa adottò per bisogno di polemica e non sapendo trovar di meglio, sono entrati a far parte del bagaglio sofistico dei nostri conservatori. Gli enciclopedisti, secondo costoro, hanno fatto la rivoluzione francese e Lutero la riforma. Eppure ci voleva e ci vuol poco a capire che gli incolpati non hanno trovato se non la formola nella quale si è espressa la protesta contro tutto un passato di prepotenze, di delitti, di sacrilegi, operati dai re e dalla Chiesa a pregiudizio dei sudditi e dei fedeli. Non è Lutero che ha fatta la riforma, ma tutti i peccati e le nefandezze e le simonie papali. Non è Rousseau che ha fatto la rivoluzione, ma le oppressioni dei Capetingi. Lutero o Rousseau non fecero che trovar la parola da trascinar tutti quelli che soffrivano e non la potevano trovare. Essi gridarono _avanti!_ e trovarono un popolo che li seguì, non per gusto di seguirli, ma perchè i suoi padroni gli avevano fatta una necessità della ribellione. È inutile maledire l’enciclopedia e Lutero. Bisognava maledire Leone X quando vendeva le indulgenze e Luigi XV quando scendeva sino alla Dubarry. Bisognava maledire la Dateria e la Bastiglia e non sperare nella restaurazione e nel Sillabo; e ricorrere agli sgomenti dello spettro rosso è opera perfettamente ridicola se si crede di poter frenare con questo l’irrompere, l’infuriare degli interessi offesi col pretesto di questa paurosa. Non sono i sofismi che muovono o fermano gli avvenimenti, ma le necessità sociali: non sono gli eloquenti discorsi che hanno ragione nei tornei parlamentari, ma i bisogni che rappresentano; e se i parlamenti o le classi dirigenti resistono, allora si infrangono fatalmente le barriere, e gl’interessi dei meno vengono travolti sotto quelli dei più e le riforme s’impongono e dopo pochi anni avviene di meravigliarsi come i legislatori siano stati tanto ciechi da negare il provvedimento, il rimedio, persino la discussione. Così avverrà per molte questioni vivacissime oggi tra le quali il divorzio non è che uno di quei rimedi palliativi che la cecità dei legislatori respinge.
E lo stesso Dumas, per quanto vegga bene, e descriva meglio, quel che c’è d’anormale nella nostra società e l’urgente bisogno di rimedi, se si vuole non già evitare chè non si può, ma rendere meno disastroso lo scoppio necessario, si ferma anch’egli sul limitare del problema, quasi spaventato dalla sua orribilità. Anch’egli spera di arrivare alla conoscenza di Dio per mezzo della scienza, speranza unica e, temiamo, fallace, nella quale si rifugiano coloro che tremano dell’avvenire che intravedono. Spera anch’egli di giungere a conoscer Dio, cioè la nostra ragione di essere, il perchè siamo, il dove andiamo: e il suo Dio lo esaudisca. Ma c’è da temere pur troppo che l’uomo, sbugiardata la rivelazione, si fabbrichi inutilmente un Dio colle sue proprie mani e col proprio cervello. Questo Dio, nè carne nè pesce, dei razionalisti, potrà soddisfare qualche coscienza di poca curiosità e facile calma, ma non corrispondere alle impazienze, alle aspirazioni delle masse di poca intelligenza. Varrà la pena trovare dentro di noi questo semi-Dio della scienza, quando ci sarà sempre chi griderà _o tutto o nulla?_
Il Dumas lo fa notare. Discutendo del Divorzio si pensa e si parla sempre degli interessi dei coniugi, dell’interesse dei figli, dell’interesse dei terzi; ma chi ricorda mai gli sciagurati che non hanno interessi perchè hanno le sole braccia per vivere, e sono i più? Ora è appunto là che la famiglia è in isfacelo e che si richiedono provvedimenti radicali; è appunto là che sono i pericoli maggiori pei figli, per le donne, pei deboli. Ma i politici sfuggono dal guardare in basso, sorridono a chi parla dell’avvenire. Quando un ministro ha ricordato in pubblico questa prevalente classe di diseredati che ha fame e comincia a dirlo, tutti hanno gridato alla minaccia, alla retorica, al giacobinismo, ed hanno sciolto inni di giubilo alla salvezza del pareggio. Eppure all’immensa maggioranza della nazione, quella che non paga niente perchè stenta a mangiare, del pareggio non importa: essa preferisce che il pane costi meno. Ma a costoro non si bada, altro che per constatare come il paese dorma nella calma più perfetta. Oh, non hanno mai sentito dunque la quiete profonda che precede i temporali?
Per questo stato latente di tensione, per questa evoluzione dissolutiva che si compie negli strati inferiori mentre alla superficie tutto è tranquillo, è da credere che il divorzio non sia che una transazione prossima, ma con una soluzione del problema della famiglia. La rinnovazione deve necessariamente essere più radicale, tanto ne’ rapporti tra i coniugi con una differente legislazione sui diritti della donna ed una educazione relativa, quanto nei rapporti colla prole con profonde alterazioni nel diritto di eredità. Infatti lo stesso Dumas ci avverte che la diminuzione de’ matrimoni e delle nascite dipende dall’applicazione pratica delle teorie malthusiane. La famiglia costa, si stenta a campare; è dunque meglio essere in pochi. Ora, per modificare questo stato di cose, il divorzio basta? No; bisogna essere logici fino in fondo, cercare che la vita sia possibile a tutti e non martirio pei più. Se si potrà campare, se potranno campare i figli, i matrimoni e le nascite cresceranno. È ben naturale che chi vive di rendita, o di lavoro grassamente retribuito, gridi all’utopia. Ma il problema è là, nè giova fingere che non esista. Quelli che trovano troppo rivoluzionario il divorzio sono serbati a veder di peggio, ed allora purtroppo sarà inutile nominare Commissioni.
LAZZARETTI
Leggendo, stampato a Milano dal Rechiedei, il discorso col quale l’illustre alienista prof. A. Verga inaugurò le sue conferenze psichiatriche nell’ospedale maggiore di Milano l’anno passato, discorso intitolato _David Lazzaretti e la pazzia sensoria_, c’è da fare delle curiose riflessioni. C’è per esempio da domandarsi quel che accadrebbe al figliuolo di Dio se s’incarnasse un’altra volta, mettiamo in Italia.
Prima di tutto si affaccerebbe la difficoltà di trovare una _sine labe_, non solo di peccato originale, ma di peccato mortale. Le nostre ragazze leggono volentieri gli elzeviri veristi, libri che io sono obbligato a stimare moltissimo ma che non sono indicati certo per la conservazione della innocenza. Pure la misericordia di Dio è tanto grande che potrebbe fare il miracolo di suscitare in qualche Nazareth italiano, in qualche villaggio perduto sui monti, la vergine necessaria. Dopo eseguita dallo Spirito Santo la operazione che occorre al concepimento del Messia, non sarebbe difficile che Giuseppe se la bevesse e stesse zitto; sono casi che si vedono tutti i giorni; ma allo Stato Civile che denunzia farebbero? Potrebbe acconsentire la Vergine, fonte e specchio di verità, che il bimbo fosse attribuito ufficialmente a chi non ci ha colpa alcuna? Non potrebbe fare quella menzognera dichiarazione senza decadere dal suo carattere santo. Eppure l’ufficiale di Stato Civile dovrebbe attribuire il bimbo a Giuseppe, poichè il padre è quel disgraziato che le nozze dimostrano. Per evitare questa falsa iscrizione non sarebbe rimasto altro scampo a Maria santissima che di fare come fanno le serve in questi casi: ficcare il bimbo giù per una latrina.
Allora la terra rimarrebbe irredente come Trieste, e la Beata Vergine andrebbe in Corte d’Assise. Vi pare!
E i re magi, verrebbero, si o no? Avremmo allora tre santi nuovi, forse sant’Orelio re d’Araucania, san Menelik re dello Scioa, e san Cettivaio re dei Zulù. La fuga in Egitto sarebbe facile coi vapori della _Peninsular_; la strage degli innocenti, se non la fa Erode, la fa pur troppo la miseria; ma la morte di san Giovanni andrebbe a male, perchè anche se i giurati lo condannassero, il re farebbe la grazia.
I miracoli non mancherebbero: tutti i giorni ne vediamo dei magnifici, operati dall’acqua di Lourdes e dalla deliziosa Revalenta arabica; ma qui si fermano le possibilità di una seconda incarnazione. Il nuovo Messia non se la caverebbe più.
Mettetelo infatti a predicare una nuova religione! Ahimè, la professione non è più quella! Chi si mette a predicare il _beati qui se castraverunt_ sulle rive di un Genasareth italiano, per esempio sulle rive del lago di Como, sarebbe sepolto immediatamente sepolto sotto una valanga di torsi di cavolo e di bucce di popone. Accorrerebbe la benemerita arma, domanderebbe le carte al Figlio di Dio, e convintolo di vagabondaggio lo rimetterebbe al pretore per l’ammonizione. Ad una ricaduta, Caifa invierebbe il Messia alla Favignana a domicilio cotto, e il Testamento novissimo correrebbe pericolo di non essere più scritto.
Direte che scherzo; le anime pie diranno, anzi, che questi sono scherzi sacrileghi: eppure non è vero. Il caso del Lazzaretti, studiato dal Verga, giustifica questi che paiono scherzi, e fa vedere che proprio, qui in Italia, è possibile ancora che un nuovo Messia trovi qualche migliaio di fedeli. Il processo dei lazzarettisti fu tenuto a Siena quasi contemporaneamente al processo Fadda, e il rumore di questo volgarissimo assassinio soffocò quello che avrebbe destato il processo senese ben più degno di studio e di meditazione. E poi, quando si dice che il mondo è pieno d’imbecilli, gridano che si calunnia il genere umano!
Il Verga ci fa vedere che David Lazzaretti non fu altro che un allucinato, come altro non furono Cristo, Maometto san Francesco, santa Teresa e tutti gli altri santi in buona fede; poichè ci sono anche i santi di mala fede che si fanno le stimmate col pennello tinto di rosso. Sono numerosissimi i pazzi che credono di sentire voci, di vedere aspetti, di essere ispirati; e la manìa della persecuzione pur troppo così comune, non è forse altro che il resultato di allucinazioni dei sensi.
L’allucinato crede di udire una voce; anzi, il suo senso dell’udito alterato, i suoi nervi guasti, gli fanno veramente provare la sensazione tale quale fosse la verità. I santi hanno veramente visto Iddio, vale a dire hanno provato una sensazione visiva reale, dietro la quale si sono persuasi di aver avuto una visione miracolosa e soprannaturale. Santa Teresa non è la sola che abbia visto nell’estasi il bell’angelo della chiesa della Vittoria, scolpito dal Bernini; non è la sola che abbia avuto allucinazioni nuziali e abbia spasimato sotto le carezze di uno sposo immaginario, come se fosse reale e fisico. Non è tutta impostura quella dei santi e degli apostoli: c’è anche in gran parte il pervertimento patologico dei sensi, l’infermità della sostanza nervosa, insomma l’allucinazione e la pazzia. Dei pazzi sudici come il beato Labre se ne trovano in tutti i manicomi.
Il Lazzaretti, secondo il Verga, non era altro che un allucinato.
Gli argomenti scientifici coi quali egli dimostra la sua affermazione, non sono da portarsi qui; ma bisogna che confessiamo come le sue ragioni danno un famoso scappellotto alle relazioni del Caravaggio e del Berti. La polizia non conosce altri matti che i furiosi; ed il poliziotto, per natura e per abitudine, è tratto a vedere la simulazione e la dissimulazione in tutto quello che si scosta dal comune. Così la furbissima polizia italiana vide nel barocciaio Lazzaretti un grave pericolo per l’attuale ordine di cose, sospettò subito di repubblica, di socialismo, d’internazionale e peggio, dove non c’era che un povero matto. Quando il Lazzaretti scese dal monte Labro colla processione e colle bandiere, l’astuta polizia capì subito che si trattava di una terribile rivoluzione e fece far fuoco ai carabinieri: ci furono dei morti pel cimitero, dove non dovevano essere che dei pazzi pel manicomio. Io però ho sempre avuto un sospetto. Fra quelle bandiere doveva essercene qualcuna col nastro rosso, e si sa che i tori, i poliziotti ed i tacchini entrano in furore quando vedono il rosso. Se no, perchè far fuoco contro una mascherata inerme?
Dopo che la polizia ebbe mostrato così splendidamente le sue belle qualità, toccava alla magistratura a farsi onore, e si mandarono alla Corte d’Assise venti disgraziati sotto le più umoristiche accuse di aver voluto cambiare il sullodato ordine ecc. Dovevano esser ventidue, ma due erano morti in carcere, non so se in seguito di fucilate ricevute o di malattie contratte. I giurati, que’ calunniati giurati, ebbero più giudizio della polizia e della magistratura, e rimandarono a casa gli innocui lazzarettisti. Del resto, già lo potevano fare, poichè oramai la patria era salva: le oche l’avevano salvata a tempo.
Lazzaretti era pazzo, era teomaniaco. Un giorno, prima che si fosse messo in lotta coi preti, si recò a Roma e dopo molte peripezie potè visitare Pio IX, al quale domandò il permesso di ritirarsi sul Gianicolo a far penitenza ed a prepararsi all’opera della Redenzione. Pio IX con uno di quei sorrisi pieni di ironia sacerdotale gli rispose:—Andate pure; sul Gianicolo vi è acqua diaccia e vi farà bene.
Il papa aveva capito quel che non capirono poi la polizia e la magistratura.
Ma è inutile domandare l’impossibile. La polizia e la magistratura sono corpi militanti, incaricati della difesa dell’ordine attuale di cose. Spetta a loro prevenire i pericoli e reprimerli all’occasione, e da zelanti esecutori della loro consegna prevengono colle carceri e reprimono colle fucilate. Che importa se qualche volta i carcerati non sanno il perchè della loro detenzione o i fucilati sono pazzi? Ci vuoi altro a pesare gli uomini, le cose e gli avvenimenti con tanto scrupolo! Chi non sbaglia a questo mondo? E se lo sbaglio viene da troppo zelo, per lo sbaglio si dà una ramanzina, per lo zelo una promozione, e tutti pari. I giurati non sono una istituzione troppo sicura.
Quando sbagliano, lo fanno sempre in meno e mai in più. Sbagliano più volentieri assolvendo che condannando. Ora la conservazione del sullodato ordine di cose richiede che gli sbagli accadano al contrario, che si fucilino magari i matti piuttosto che si vegga un nastro rosso. I giurati li metteremo prima in ridicolo e poi li aboliremo.
Propongo che il ministro che eseguirà questa misura necessaria alla conservazione ecc. ecc. sia nominato fin d’ora duca d’Arcidosso.
PICCOLE CAUSE
Si dice: non è vero che i grandi fatti storici siano nati da piccole cagioni, poichè un complesso di cause diverse concorre sempre a renderli possibili. Le piccole cagioni non sono che la scintilla che accende il barile della polvere: la causa dello scoppio non è la scintilla, ma chi portò la polvere. Non è il foro causale di uno spillo che fa morir di cancrena un pover uomo, ma è che gli umori del suo corpo sono per altre e ben diverse cause già guasti, e il piccolo foro non è che l’occasione fortuita del male. Le cause vere, le cause efficienti bisogna cercarle più in alto.
Non discuteremo. Erano i cornificiani che nel medio evo cercavano con la massima serietà se l’asino condotto al mercato fosse tenuto fermo dalla cavezza o dall’asinaio, ed ammettiamo ben volentieri che non l’impudenza di un soldato fosse causa dei Vespri, e che il sasso di Balilla non avrebbe giovato a nulla senza il cumulo d’odio che si addensava nei petti del popolo genovese. Ma però, guardando indietro, non si può a meno di stupire di certi avvenimenti storici che per poco non avrebbero cambiato l’Italia intera. Un Visconti volle esser Re d’Italia, e per poco non lo fu: ma la peste lo uccise e forse i tempi non erano maturi. Volle essere re d’Italia anche il duca Valentino e, poichè le forze, l’astuzia e il resto bastavano, fu da un pelo di fondare qui la dinastia di Borgia.
Che cosa sarebbe allora avvenuto dell’Italia? In questa speculazione delle possibilità la mente si perde. Certo, la nuova dinastia avrebbe tardato poco a trovarsi in lotta colla Chiesa; e se la compagine del nuovo regno fosse stata solida abbastanza da vincere le inevitabili crisi interne, le crisi provocate dal regionalismo, anzi dal municipalismo troppo vivo allora e vinto da poco, la dinastia avrebbe cercato di vincere la Chiesa nel suo campo stesso, e l’Italia sarebbe forse a quest’ora protestante. Sarebbe pur stata curiosa che una dinastia nata da un papa avesse dato l’Italia a Lutero! Ma il Valentino ed i successori che egli avrebbe allevati pel nuovo regno non sarebbero stati in dubbio. In fatto di coscienza, casa Borgia dava dei punti a molti e, se Parigi vale una messa, l’Italia può valere una apostasia anche pel figlio d’un papa.
La stabilità che acquistarono le dinastie italiane dal secolo XVI in poi, avrebbe fatto forse giungere la dinastia fino ai nostri tempi.
Che razza di alterazioni si sarebbero fatte nella storia delle origini per cancellare la prima labe della dinastia, si vede molto debolmente nell’opera recentissima di un frate Leonetti, il quale in tre volumi fa l’apologia niente meno di Alessandro VI. Quanti ripieghi, quante compiacenti omissioni, quante cortigiane amplificazioni si sarebbero fatte per creare una leggenda gloriosa alla stirpe del Valentino! Avremmo i nomignoli di rito, Cesare il grande, Rodrigo il Bello, Giovanni il Magnanimo, Giufrè il Leale; e se la discendenza di madonna Vannozza avesse avuto l’intelligenza e la elasticità necessaria per capire e per adattarsi ai tempi, ci avrebbe largito graziosamente lo Statuto. Direte che sono sogni, ipotesi strambe, fantasie matte: ma siete in errore. Tutto questo non solo era possibile, ma c’è stato un momento nella storia del nostro povero paese, che la dinastia Borgia era probabile. E poi, i Borboni non sono saliti al trono partendo di molto più basso?
E i Romanoff non vi sono arrivati in tempi recenti? Che cosa c’è d’impossibile? Pareva ben più impossibile, soltanto trent’anni addietro, che alla corona d’Italia potesse arrivare la dinastia di Savoia.
Un altro strano fatto, che per poco non cambiò tutta la nostra storia, fu la proposta del doge Piero Ziani al Maggior Consiglio di Venezia nel 1222, proposta che il Fambri ha ricordata nella _Nuova Antologia_. Il doge cominciò a dire degli inconvenienti e degli incomodi che aveva pei cittadini e pel governo la residenza in Venezia. Rimise davanti agli occhi dei consiglieri i pericoli d’inondazione, i frequenti terremoti che in quel tempo desolavano la città, le città vicine scomparse. Se il mare cresce, c’è pericolo di morire annegati; se cala troppo e scopre i pantani del fondo, c’è pericolo di morire asfissiati. Quel che si consuma in città è portato tutto dal di fuori: nelle paludi non si raccolgono altre che _cappe, granzi_ ed altri _pessetti_ insufficienti al vivere degli uomini. Invece a Costantinopoli si troverebbe ogni sorriso di natura, ogni ricchezza e fecondità di suolo. A Venezia occorreva lottare tutti i giorni e combattere coi vicini di terraferma, mentre sul Bosforo si troverebbero sudditi e amici, si sarebbe quasi nel centro dei possedimenti orientali, vicini a Candia, alla Morea, a Corfù. Ed enumerando questi ed altri vantaggi, il doge proponeva nientemeno di trasportare la capitale da Venezia a Costantinopoli.
Al doge rispose Angelo Faliero, Procuratore di San Marco e uomo di molta autorità. La sua arringa compendiata dal Temanza è un monumento di quel caldo amor di patria che ora si chiama retorica da tanti. Ricorse agli effetti oratorii che fanno paura ai nostri deputati, e ricordò che tra queste vilipese paludi erano morti e sepolti i vecchi e vivevano i figli e le mogli e stava ogni cosa più caramente diletta. Disse che quella miseria dei luoghi era stata la causa dell’industria e della forza dei veneziani, spingendoli alla navigazione: e terminò rivolgendo una calda preghiera ad un Cristo che pendeva dalla parete. Fu quello, come dice bene il Fambri, il più grande e il più decisivo duello oratorio combattuto nel secondo millennio dell’era volgare. Da una parte il ragionamento dell’utilità, dall’altro la retorica degli affetti: da una parte tutte le seduzioni del piacere e dell’interesse, dall’altra tutti i vecchiumi dell’amor di patria tenace e quasi religioso. Mossa la proposta a partito, il Consiglio _per un sol voto_ decise di rimanere a Venezia. Oggi forse l’arringa del Faliero sarebbe stata schernita come retorica ridicola: certo noi non ci pensiamo tanto a mutar capitale.