Part 14
Della parola _retorica_ si può dir molto. Ogni parola che abbia un senso alto, ogni frase che si diriga ai nobili sentimenti di patria o di libertà: ogni discorso che esca dalle solite rotaie della mediocrità soddisfatta e della conservazione sacrosanta, sono bollati e messi alla berlina come retorica. Prima del Settanta era retorica il dire Roma futura capitale d’Italia, e quegli stessi che schizzavano amari frizzi (_diseur de bons mots, mauvais caractere_) contro gli scapigliati vociatori de’ _meetings_ (si chiamano così in lingua costituzionale, o più brevemente _mitingai_) dopo essere arrivati a Roma piangendo e spinti a pedate dalla nazione (parola retorica; bisogna dire il _paese_) inventarono poi l’_hic manebimus optime_ trionfale.
Ma in quei tempi la parola _retorica_ non chiudeva in sè tutto quello scherno conservatore che rinchiude oggi, e pochi ne avevano paura; oggi invece è diventata l’incubo, la bestia nera di tutti coloro che da vicino o da lontano hanno che fare con la politica.
Avete visto un cane con una casseruola alla coda scappare per le vie, tra le fischiate e le pedate? Ebbene, la parola _retorica_ è la casseruola che temono tutti gli uomini politici, dalle alture del Senato alle bassure dei foglietti ebdomadari.
Un oratore accusato di _retorica_, può fare una orazione meglio di Cicerone, ma i colleghi gli punteggeranno le frasi con quelle sghignazzate villane che i resoconti della Camera battezzano _ilarità_. Un giornalista può aprire una _cronaca di miseri_, additare ad una ad una le sciagure, le vergogne, gli spasimi che disonorano una città, un governo, una società intera: ed i colleghi alzeranno le spalle, scherzando sulla _retorica_ repubblicana e tornando alle notizie delle reali rosolie e delle nuove nomine di commendatori tutte belle cose che non sono _retorica_.
Il suffragio universale? Buffonata. I _meetings_? Pagliacciata. Le dimostrazioni? Quarantottata... e così via. Del resto, tutta _retorica_. Mettiamo che un povero calzolaio non trovi un cane da calzare ed abbia fame: vedete che l’ipotesi non è inverosimile. Se tace, prima di tutto non mangia, e poi rinuncia alla speranza di mangiare. Se parla, in genere, di sofferenze dei diseredati, dei proletari, dei poveri, una delle due: o parla a bassa voce, e allora _fa della retorica_; o parla forte, e allora lo mandano a domicilio coatto. Mettiamo che un avvocato lo difenda. Oh gli avvocati! Peste della società, rovina delle istituzioni, ecc. E poi a che cosa servono gli avvocati? A far della _retorica_. Non si è conservatori per niente.
Ma questa parola scotterà tra poco a coloro che se ne fecero un’arme contro le aspirazioni al meglio. Se le cose pensabili sono anche possibili, potrebbe darsi che un bel giorno li vedessimo con le mani nei capelli gridare disperatamente: o lo Statuto? o il bene inseparabile? o l’irresponsabilità?—E potrebbe darsi che ci fosse chi sorridendo rispondesse: _retorica_. La risposta calzerebbe come un guanto. Ora, conoscendo la debolezza di molti, i pochi si servono di questa parola come spauracchio: ne hanno fatto un fantoccio di paglia nel campo grasso delle istituzioni; ma se i passeri si accorgono che è di paglia, addio raccolto.
Un’altra parola da spaventare i passeri timidi è _mangiapreti_. Tanta ipocrisia si nasconde sotto questa parola che, non v’ha dubbio, nacque al Gesù. I clericali mascherati da costituzionali, e i costituzionali che hanno paura di parer clericali come sono, ne fanno grande uso. Ricordare l’Inquisizione è _retorica_, questo si sa: ma proporre la soppressione di un campanile è da _mangiapreti_. Nelle votazioni amministrative si deve votare pei clericali, e se un onest’uomo rifugge dall’imbrattarsi la coscienza con una vigliaccheria verso la patria, è un _mangiapreti_; e aggiunge che la parola patria è retorica. L’abbiamo visto ieri; gli schernitori dei _mangiapreti_ si sono baciati in faccia coi preti, e questo bacio di fratelli in Cristo ce lo ricorderemo.
Ed è giusto. La religione cattolica non è la religione dello Stato, secondo la Statuto largitoci dal magnanimo Carlo Alberto? Dunque bisogna andar di braccetto coi ministri della religione per essere buon costituzionale, buon osservatore della legge fondamentale. E buon pro’ vi faccia, e tanti saluti al cardinal vicario.
In Belgio il prete ama il suo paese, e tutti sanno quanto il clero abbia contribuito alla fondazione del regno. In Francia è lo stesso, e gli zuavi pontificii combatterono per la patria contro i prussiani. Dappertutto il prete ha le idee retrive che gli vengono dalla religione romana, ma ha una patria, e non consentirebbe l’alienazione di una minima particella di essa. In Italia invece il clero ed i cattolici sono nemici non solo della libertà, ma della esistenza della nazione come corpo indipendente e padrone di voler tutto, anche l’unità. È strano, dunque, che si vogliano far confronti tra noi e le altre nazioni. Per queste, un governo clericale è un regresso, una sventura civile, ma è sempre una questione interna che non tocca in nulla l’essenza della patria. Per noi, un governo clericale sarebbe il ritorno, almeno tentato, ai vecchi regni ed alle vecchie ingerenze. Pare impossibile che ci siano ancora degli ingenui capaci di credere che il governo temporale della Chiesa non rivivrebbe se i clericali prevalessero.
Nei Comuni non vi fanno paura? E le scuole?
Se non viene applicato un radicale rimedio, come si applicherà, vedremo un altro marchese Cavalletti senatore di Roma un’altra volta.
Ho sognato (la _retorica_ non impedisce di sognare) ho sognato che la reazione aveva trionfato in Francia e regnava Enrico V. I nostri soldati, senza scarpe e senza pane, si ripiegavano verso il mezzodì, e Roma era in pericolo. Il generale De Charrette veniva da Civitavecchia; il governo si era trasferito a Napoli.
Il Consiglio municipale si radunò in Campidoglio e deliberò di pregare il comandante del presidio acciocchè rinunciasse alla difesa. Il comandante volle fare il suo dovere e fu trattato da _mangiapreti_, ma dopo breve resistenza dovette abbandonare le mura, per le forze soverchianti del nemico e per la mala volontà delle autorità clericali.
Il Consiglio, adunato in permanenza, deliberò che il duca Salviati, sindaco di Roma, portasse le chiavi della città al generale De Charrette, che la Giunta si recasse al Vaticano a pregare il papa di far ritorno al Quirinale. Lo stemma di Savoia fu abbassato e qualche bandiera bianca e gialla cominciò a comparire.
Il duca Salviati compì nobilmente la sua missione, e consegnò le chiavi con un bel discorso, dove parlò del trionfo della religione e delle glorie di Roma papale.
Il generale rispose poche parole, dove si congratulava colle autorità romane ed esclamava che il regno dell’inferno era cessato per sempre. La sera, gli zuavi entravano in città, e le finestre dei giornali costituzionali e dei principali moderati erano illuminate.
Il sogno è sciocco come tutti i sogni. A Roma infatti c’è gente capace di rifare la quarantottata della difesa della repubblica, e ci sono abbastanza _mangiapreti_ per rompere i lampioncini bianco-gialli alle finestre dei giornali moderati. Tuttavia come in tutti i sogni, c’è qualche cosa di vero; la possibilità di veder sindaco il duca Salviati. Quando sarà sindaco, sentiremo gridare che gli oppositori _fanno della retorica_ e sono _mangiapreti_; solo resterà a vedere se tanta gente, come oggi, avrà paura di quelle sciocche parole.
Tra l’esser _mangiapreti_ e l’esser _preti_, chiamatela retorica, ma scelgo il primo.
GUARDIA NAZIONALE
Vi ricordate la Guardia Nazionale?
Povero brandello delle nostre sacrosante istituzioni, povero antico dello Statuto, morto e sepolto come tanti altri! Io ne ho una memoria abbastanza chiara, poichè ho assistito ai tre principali momenti della sua vita.
Il primo ricordo ha una trentina d’anni oramai. C’erano i tedeschi in Romagna, e il tener armi in casa voleva dire rischiar la galera o peggio. Sapete che Gerzowsky non scherzava. Pure, in casa mia e in molte altre, si conservava religiosamente, come reliquia delle speranze cadute quel che si poteva nascondere. Il mio povero babbo era stato anch’egli della guardia civica, e la sua sciabola d’ufficiale era nascosta in casa. Io, bambino, lo sapevo, benchè mi fosse tenuto segreto il nascondiglio; e quella sciabola nascosta mi ispirava un misterioso rispetto, come un nume invisibile e presente. Il portare in me qualche cosa di un segreto pericoloso, mi faceva insuperbire: mi pareva di essere a parte di una congiura tenebrosa, di una macchinazione fatale. Ricordo benissimo che mia madre, quando ero buono, mi premiava mostrandomi le spalline dorate del babbo, e non ora certo in casa mia che i colombi avrebbero fatto il nido nell’elmo di Scipio.
Eppure in casa non c’era nessuna tradizione militare. Il mio povero babbo non fu che un ignoto farmacista di villaggio, uno di quei farmacisti militi che hanno poi dato tanta materia alle caricature imbecilli ed ai motti scellerati. Ma in quelle umili case, dove non si convitavano i generali tedeschi come in certe altre, si aspettava sempre la risurrezione, si teneva vivo il fuoco sacro, quel fuoco al quale ora gli anfitrioni dei croati riscaldano il pranzo ed accendono la sigaretta.
Come ghignano, come hanno ghignato i nobili conti e le nobilissime marchese di questi poveri diavoli, che alzarono col suffragio loro questa baracca, all’ombra della quale è lecito oggi sognare le ineffabili felicità di una chiave di ciambellano o di una patente di dama di corte! E sono i poveri farmacisti beffati, i poveri borghesucci messi in ridicolo, che hanno dato denari e braccia, entusiasmo e buona fede per fare una Italia costituzionale. I nobili conti, le nobilissime marchese rideranno tanto, i valletti ed i parassiti faranno tanto ridere, che finalmente i farmacisti ed i borghesucci si stancheranno di far la parte dei bastonati e contenti. E allora?
Così ho visto la guardia nazionale allo stato latente. L’ho vista poi allo stato trionfante.
Nel 1859 ero in collegio. I preti hanno questo di buono, che sanno conciliarsi il rispetto dei loro allievi: infatti, al rumore della battaglia di Magenta, io ed i miei condiscepoli insorgemmo come un collegiale solo; e colle scope, le molle, le sassate ed altre persuasivi argomenti, cacciammo il tiranno aborrito. A cose più quiete, io, come uno dei capi, fui gentilmente pregato a levare l’incomodo, e mio padre, cui non pareva vero, mi condusse a Torino. Là vidi la guardia nazionale all’apogeo della sua fortuna.
A prima vista, però, non mi fece buona impressione. Molti se li ricorderanno ancora, i militi che per Doragrossa andavano a suon di banda al cambio della guardia. Allora a Corte accettavano ancora i servigi dei poveri militi, senza badar troppo alle incongruenze del vestiario. C’erano i calzoni larghi alla francese accanto ai calzoni stretti del quarantotto, le tuniche lunghe fino al ginocchio vicino alle tunichette misere ed arrossite in testimonianza dei molti e leali servigi.
I _cheppì_ erano di cento forme, dallo staio napoleonico al cono tronco degli ufficialetti eleganti; i pennacchi poi erano di tutti i colori dell’iride. Allora la guardia nazionale la chiamavano ancora il _Palladio_ delle istituzioni, le facevano la corte, le davano la destra nelle riviste. Ne avevano bisogno dei poveri farmacisti e dei mercantucci panciuti. Ora che non sanno più che farsene, limoni spremuti, hanno buttato nella spazzatura le bucce.
Ho visto la guardia nazionale nella sua decadenza, a Subiaco dopo il 1870. Già era diventato buon gusto schernire i borghesucci che giocano al soldato. Il _Palladio_ era una canzonatura. Il vero palladio delle istituzioni era diventato l’esercito. E davvero l’esercito, mentre durava ancora l’assedio di Parigi, era guardato come una speranza di sicurezza, ed i generali non si mettevano sulla via dei _pronunciamenti_ negando concordi di aver parte in un ministero di sinistra, e nessuno li spingeva per questa via dolorosa. La guardia nazionale, sfuggita dai borghesucci che temono i frizzi del loro giornale, non era più che una collezione di cambi pagati. A Subiaco, la domenica, girava una pattuglia di omaccioni colle brache corte e senza calze, colla camicia aperta sopra un petto che pareva il vello di un caprone, con certi ceffi che a incontrarli di notte sul monte c’era da fare il voto a Santa Scolastica. Portavano i fucilacci rugginosi a bilancia sulla spalla, sbattendo le baionette per le muraglie dei vicoli, e non rifiutando la foglietta offerta dagli amici sulla porta delle bettole. Di quando in quando un milite si sbandava e si fermava a giuocare una passatella. La guardia nazionale era proprio moribonda.
Ed è morta. Morta ammazzata da coloro che hanno paura di tanti fucili sparsi per la città. Morta ammazzata come tanti articoli dello Statuto, palladio anch’esso, palladio sacro delle nostre istituzioni.
Non difendo la povera ammazzata, nè vorrei predicarne la resurrezione. Solo mi fermo a guardare il cadavere, e ci faccio sopra le mie riflessioni.
E dico. Dunque, anche nella mente e nelle azioni di coloro che giurano fede allo Statuto, lo Statuto non è poi cosa immutabile e sacra. Non è dunque sacrilegio lo strappare un articolo o una pagina, quando lo persuadano il bisogno e l’interesse. A che dunque tante parole altisonanti sull’arca santa delle nostre istituzioni? Perchè processate coloro che attentano con le parole a quelle opere? Ci sono dunque due classi di cittadini: una, cui è lecito fare un buco magari nelle leggi fondamentali; ed un’altra, cui è proibito sino il voto di un cambiamento nelle disposizioni delle leggi stesse? Dunque i poveri farmacisti furono ingannati quando credettero vero il motto che sta scritto nei tribunali? Come si spiega questa faccenda?
Rispondono. Non è un attentato alla santità delle leggi fondamentali, ma è che tutto invecchia a questo mondo, e certe disposizioni che sono buone per un’epoca, sono inutili e cattive per un’altra. Tale era la Guardia Nazionale. È la legge dell’evoluzione. Ci perfezioniamo respingendo quel che non è più buono. È un progresso, non è un sacrilegio.
Grazie. Ma noi chiediamo altro! Voi fate vostra la tesi di quelli che per gli stessi motivi domandano la Costituente.
Di qui non si esce. O lo Statuto deve rimanere intatto in ogni sua parte, e nessuno può abolire di fatto un articolo. O si può toccare quando il bisogno lo vuole, ed allora non è reato il sostenere che le istituzioni vanno a finir tutte a poco a poco come la Guardia Nazionale.
E davvero, perchè cadano nell’apatia e nel ridicolo, non è certo l’estrema sinistra che lavora di più. Su questo non cade dubbio.
Il sepolcro è grande. La povera Guardia Nazionale occupa così poco posto!
FILOSOFIA
Che siano benedette in eterno la metafisica, la ontologia e tutte le altre sciocchezze che hanno per ultimo fine l’astrazione della quinta essenza! E non sono io che mi permetto di appioppare il termine impertinente di sciocchezza alle scienze profonde in cui sono eccellenti il Mamiani ed Augusto Conti. Non sono così sfacciato da erigermi giudice dei sogni dell’uno e delle manie conservatrici e cattoliche dell’altro; e nemmeno sono mie queste brutte parolacce di sogni o di manìe. Posso, rispettando gli uomini, deridere le dottrine solo quando gli studi mi permettono di giudicarle. Ora le speculazioni filosofiche ed ontologiche mi sono sempre sembrate sterili e tristi come gli amori solitari. Sbaglierò, ma non ho mai capito, per durezza di cervice senza dubbio, quel che guadagnino una mente o una società a sillogizzare sull’ente o sull’esistente: non ho mai capito perchè debba essere stimata più utile e decorosa una nuova definizione che un nuovo lucido da scarpe, una ideologia discussa che un cavaturaccioli perfetto. Sarò un asino, lo riconosco, ma preferisco il cavaturaccioli.
Mi consolo però come i dannati ed i mariti traditi, con la buona compagnia, la quale mi ha messo in bocca i termini irriverenti usati qui sopra; e mi rallegro pensando che in riga di metafisica accadrà quel che è accaduto ai sette sapienti della Grecia fino ad oggi, cioè che ogni anno verrà fuori una nuova teoria, distrutta dalle fondamenta l’anno dopo da una teoria nuova, e così fino alla consumazione dei secoli; salvo che il còlto pubblico non si avveda della burletta e non prenda a torsoli di cavolo questi cavadenti, l’ultimo dei quali si spaccia sempre pel più illustre di tutti; salvo che, se non tutta almeno per tre quarti, questa inane filosofia non vada dove sono andate tante scienze sue sorelle, l’alchimia, l’astrologia e tira via.
Se la domanda fosse lecita, io chiederei a che cosa serve la filosofia nei licei del regno? Probabilmente a seccare i ragazzi con un esame di più, mentre ne hanno già tanti. Dicono che è una ginnastica dell’intelligenza e che abitua a pensare: ma allora insegnate ne’ licei anche il giuoco degli scacchi, che Aristotele v’aiuti! Che bisogno c’è di insegnare a quei poveri ragazzi tante corbellerie, come l’esistenza reale delle idee o il bello assoluto? E poi, domando se si può chiamar scienza quella che da mille professori è professata in mille diverse maniere, con sistemi e conclusioni diverse? Tanto fa insegnare la cabala del lotto, per la quale ogni pettegola ha le sue teorie infallibili. È scienza quella? Che compassione!
Anch’io ebbi al liceo un prete spretato che mi insegnò i sillogismi infallibili pei quali si dimostrava anzi si toccava con mano l’esistenza di Dio. Dopo, ho sentito dire che un certo Emanuele Kant con altrettanti sillogismi aveva dimostrato il contrario. A chi credere? Nello stesso liceo m’insegnarono il gran teorema del quadrato dell’ipotenusa, che il professore chiamava il _ponte degli asini_. Ebbene, non ho mai trovato nessuno che abbia dubitato della dimostrazione, meno astrusa, meno superba di quella dell’esistenza di Dio, ma più certa, ed indegna da un onest’uomo che non era mai stato prete. Il professore di greco mi faceva spiegare quel benedettissimo Senofonte, e dopo ho trovato che tutti lo spiegano alla stessa maniera: ma ho trovato che tutti poi avevano idee diverse da quelle dell’ex prete filosofo. E quando, cresciuto d’anni, mi sono voltato indietro per vedere la strada fatta, ho rimpianto amaramente il tempo sciupato a mettermi in testa delle panzane mamianiste, contiste, vacue e sacerdotali.
Che nelle Università ci siano dei professori di filosofia, pazienza. Vorrei solo che una volta alla settimana fossero obbligati a discutere tra loro sopra un dato punto di filosofia, s’intende, con la camicia di forza, per impedire le vie di fatto. Queste discussioni edificherebbero gli studenti sulla serità di certe dottrine e di certe riputazioni, e sarebbe questo il maggior vantaggio che si potesse trarre dall’insegnamento della filosofia nelle Università. Ma che la filosofia s’insegni anche ne’ licei, e si insegni come s’insegna ora, mi pare che sia cosa che dovrebbe dar da pensare ai ministri della istruzione che si dicono progressisti e democratici.
Ma pur troppo ci sono a questo mondo dei pregiudizi che superano le forze, non che di un ministro, di una intera classe di persone. Andate a dire che la filosofia è un passatempo come il giuoco della briscola, e sentirete che strillo! Sentirete ricordare Platone, Aristotele, San Tommaso, Gioberti, Rosmini, Mamiani, Conti ed una miriade di simili glorie nazionali ed estere, come se tutto il tempo perduto nelle speculazioni metafisiche da questa brava gente avesse cavato un ragno da un buco, come se non avessero imbrattato dei quintali di carta col solo vantaggio degli altri colleghi in filosofia, che non avendo altro da fare sono stati felici di avere una nuova teoria da ridurre in polvere impalpabile. Aggiungete, che tutte queste inutili discussioni che vertono più spesso sopra equivoci che sopra opinioni, sono e saranno sempre chiuse in un campo ristrettissimo di adepti, che sono iniziati al linguaggio cabalistico dei filosofi i quali sotto le pompose e grecizzanti parole nascondono astrazioni tanto sottili, che spesso non le capiscono nemmeno loro. A che cosa servono questi fuochi dell’intelligenza? Si bandiscano pure i poeti dalla repubblica di Platone, ma non ci lasciamo i filosofi: altrimenti la repubblica diventa una gabbia di matti... metafisici.
Non sarebbe ora di vedere un poco che razza di sciocchezze ontologiche, di sciocchezze metafisiche, di teorie codine, di sistemi cattolici e paolotti si insegnano nelle nostre scuole? Non sarebbe ora di fare un po’ di bucato?
Se fosse vero che un ministro ci pensasse qualche volta!
DIVORZIO
Alessandro Dumas ha commesso uno strano errore alla pagina 231 del suo libro sul divorzio. Egli crede che la legislazione italiana in fatto di matrimonio ci permetta di optare tra il codice e la religione, tra il contratto civile indissolubile e il sacramento cattolico, facile a rendere ragioni di nullità. Invece qui come in Francia, una legge assurda regola questa materia, ed un coniuge può ben esser un ladro, infame, galeotto, che l’altro innocente è incatenato a lui ed alla sua infamia senza speranza d’infrangere mai la catena. Qui, come in Francia, non resta che la separazione civile, uno dei più insufficienti e ridicoli mezzi termini che siano usciti dai cervelli rammolliti dei dottrinari. Per l’adulterio non c’è altra pena che la irrisoria di qualche giorno di carcere pronunciata fra le grasse risa del pubblico, se pure non si ricorra al _tuez-la_, spicciativo mezzo di divorzio che il pubblico applaude e di giurati assolvono. Il libro del Dumas è quindi buono per noi come pe’ francesi, buono pei legislatori di Parigi e di Roma, inascoltato probabilmente dai conservatori dell’una e dell’altra nazione. Qui, come in Francia, i liberali per ridere applaudiranno benevolmente, salvo poi ad agire come consigliano l’abate Vidieu e l’abate Margotti: poi che questa è la logica pratica dei liberali _justemilieu_.
Eppure anche questi liberalucci annacquati confessano che la famiglia è malata e tocca nei suoi più intimi organi di vitalità. Non c’è bisogno di credere alla umoristica ironia di Onorato Balzac ed agli ameni calcoli coi quali nella fisiologia del matrimonio cerca il numero delle donne oneste in Francia, per accorgersi che dappertutto in questi poveri paesi latini e cattolici ferve un processo di dissoluzione gravissimo. Bastano le statistiche ufficiali che c’insegnano quanto diminuiscano i matrimoni e quanto cresca il vizio. Ma questo per certi ingegni che vivono in sfere ultramondane e cantano virtuosi ideali, questo non è vero, o almeno è spregevole verismo occuparsene; salvo poi rovesciare tutta la colpa addosso al verismo che se ne occupa, se qualche terribile infiammazione viene a suppurare. La verità fa paura. _Veritas odium parit._