Part 13
Tra queste righe e le precedenti corsero parecchie settimane, ma la colpa non è mia: è delle crude stelle, direbbe il Metastasio. Il fatto è che le stelle, il sole, la luna e più di tutti il padron di casa, m’hanno costretto a ricorrere all’arcangelo san Michele, la cui festa si celebra agli otto del canoro mese di maggio; ed ho trasportati i penati, le casseruole e tutte le mie masserizie in un altro domicilio. Chi s’è trovato in simili frangenti, capirà che sia impossibile fabbricare pasticci scritti in tanto scompiglio e mi compiangerà. Quanto a me, trovo curioso che i tristi avvenimenti di questi giorni siano posti sotto l’invocazione dell’arcangelo invitto che, nella tradizione cattolica e nel poema del Milton, debellò il demonio. I carri dei bagagli sono caricati e scaricati a suon di bestemmie; i due peccati capitali, ira ed invidia, regnano sovrani senza grave detrimento degli altri cinque; insomma si dannano tante anime nel giorno di san Michele, da far quasi credere che per alcune ore il demonio abbia il disopra. Non so dunque perchè si festeggi un santo, proprio nel giorno meno propizio... Basta: lasciamo andare, per non dire qualche eresia, e lasciamo fare chi se ne intende.
E pur troppo, in quel disgraziato giorno, il diavolo ebbe una fetta anche dell’anima mia; e me ne confesso in pubblico, come facevano i fedeli nei primi tempi del cristianesimo. Anzi n’ebbe due fette: una per via del cambiar casa, e l’altra per la lettura di un libro proibito che feci appunto tra un peccato d’ira ed uno d’impazienza. In verità ch’io sono un gran peccatore, e spero che voi cari lettori, non mi dimenticherete nelle vostre orazioni.
Lessi dunque un libro latino, le _Epistolae obscurorum virorum_, che altre volte avevo scorso con pochissima attenzione, badando piuttosto alla festività del latino maccheronico che alla ferocia della satira ed alla importanza storica o polemica del contenuto. Letto con attenzione e con maggiore preparazione ad intenderlo, il libro mi fece tutto altro effetto. Mi pare strano che i poveri teologi di Colonia, tanto spietatamente flagellati in quel libro, non si siano impiccati per disperazione come Licambe e Neobulo dopo i giambi di Archiloco. Ma forse dalla teologia loro attinsero la forza di resistere alla tentazione, pensando che il suicidio è peccato.
Il Rinascimento fu splendido in Italia, ma si fermò piuttosto alla parte formale. Appena la stampa fu inventata in Germania, si vide l’Italia profittarne subito, meglio che le altre nazioni. Quando in Germania non si stampavano che Bibbie e libri ascetici, qua Aldo aveva già dato fuori quelle magnifiche edizioni di classici latini e greci che oggi ancora sono cercate assiduamente e pagate riccamente. Ma la cultura non giunse alle radici della pianta italica. Diventammo metà scettici e metà pagani, chiamammo Giove quel Dio che fu già il terribile Jehova degli Ebrei, sorridemmo del papa, dei sacerdoti e della religione, senza procedere oltre, senza che le coscienze provassero la necessità di una fede nuova o di una riforma della vecchia. Il Valla parve deliberato per un momento a combattere la potenza pontificia e ad assalirla nel punto vulnerabile; ma, in fondo, la sua non fu che una ribellione di umanista malcontento, che parla con ornatissimo stile ad un pubblico di umanisti scettici come lui. Nessuna convinzione, nessuna fede spinse i letterati e gli artisti alla discussione dei più delicati problemi della coscienza.
Parve che il Valla scrivesse contro la pretesa donazione di Costantino per far paura od ottener patti più grassi. Certo poi tornò in grazia, scrisse se non la palinodia, almeno una giustificazione; e ad ogni modo contese con Roma non per fede, ma per ira, appunto come inveì con eleganti e maligne invettive contro il Poggio ed il Filelfo, che lo ripagarono a misura di carbone.
Lo stesso Savonarola non dommatizza, non discute le deviazioni del pontificato, le consuetudini, le sentenze dei Padri, la nuova costituzione della Chiesa ed il nuovo aspetto del cattolicismo. Egli si ferma alle applicazioni, e sembra piuttosto un politico che un teologo. Roma oppone il domma ai suoi assalti, ed egli non osa più assalire il nemico dietro quella sacra trincea. Così tutto si adagiava in una accidia di coscienza, in un torpore dell’anima che furono fatali all’avvenire delle nazioni latine; poichè si può bene stimare che le discussioni di religione siano vane ed inutili quanto quelle della filosofia, ma non si può negare che quelle siano appunto le liti che accendono di più gli animi, scaldano i combattenti fino ad invocare il martirio e commuovono le nazioni fino alla intime midolle, trascinando chi veramente crede a imprese gigantesche, ad eroismi che paiono sovrumani.
Basta vedere come lo stesso umile latino maccheronico prenda una importanza diversa, secondo si usa per ridere, come in Italia, o per uccidere, come in Germania. Tifi Odassi e Teofilo Folengo cantano baie dove qua e là scappa fuori qualche impertinenza ai preti o ai frati, ma che sono e restano baie senza proposito. L’Alione tutt’al più sale a qualche invettiva politica; e l’Orsini, il notissimo maestro Stoppino, non fa che tradurre i capitoli degli imitatori del Berni nel latino maccheronico più insulso. In Francia l’Arena, il Germain ed altri non imitano Folengo che per comporre satire politiche di poca importanza. Solo Teodoro di Beza, il dotto calvinista, nella sua Epistola a Benetto Passavanti, si leva più in alto e mira a render popolari gli argomenti religiosi e i sillogismi della dialettica protestante. Ma in Germania, là dove un nuovo mondo morale si formava, giovane e fecondo, sotto gli strati sterili della teologia scolastica che aveva ritardato il Risorgimento, in Germania, quel latino maccheronico che diede a noi le frottole di Baldo o le lodi della bugia o peggio, diventa un’arma terribile e lascia tali ferite ai vecchi pregiudizi, che il sangue ne spiccia ancora e non si chiuderanno più.
Mentre l’invenzione della stampa, fatta in Germania, aiutò possentemente e quasi creò il Rinascimento italiano, questo, dal canto suo, quasi creò la Riforma germanica, la quale comincia appunto quando i pensatori tedeschi abbandonano le strettoie della scolastica per accostarsi alla libertà dell’umanesimo. Erasmo ebbe paura del moto c’egli stesso aveva in gran parte promosso co’ suoi scritti, ma ciò non toglie che dalla sua grande ed elegante coltura non debbano riconoscersi le origini della rinnovazione della coltura e della coscienza tedesca. Quando Reuchlin a vent’anni insegnava il greco in Basilea, era tenuto un prodigio, e dicesi che fosse il primo tedesco che sapesse parlare la lingua d’Omero. Ma pochi anni dopo, molti lo sapevano come lui, e Lutero studiò profondamente il greco e l’ebraico per poter tradurre la Bibbia. Così il rinascere della coltura serviva in Germania allo sviluppo della Riforma. Noi ci fermammo a gustare le bellezze della retorica di Cicerone. I tedeschi la studiarono per liberarsi da Roma, per combattere e vincere. Leone X cercava il piacere nella coltura, appunto quando Martin Lutero vi cercava la libertà.
A Colonia, un ebreo convertito ed un inquisitore chiesero che i libri degli ebrei, eccetto la Bibbia, fossero bruciati. L’imperatore chiese consiglio a Reuchlin, che lo diede contrario. Di qui ire, contumelie, diatribe, libelli infamanti fioccarono da tutte e due le parti; ed appunto in difesa di Reuchlin e contro i teologi di Colonia vennero fuori queste _Lettere di uomini oscuri_, che mi paiono il sommo dell’atrocità cui possa giungere la satira.
Il volume consta di tre libri di lettere in latino da cucina, dirette ad Ortuino Grozio, uno dei teologi di Colonia, e che si fingono scritte a lui dai suoi colleghi o aderenti. Mi ricordo come la prima volta che scorsi i tre libri delle _Lettere_ non pensai nemmeno che quei nomi potessero esser veri. La satira era tanto sanguinosa, che fino dalla prima pagina fui istintivamente persuaso che quei nomi fossero immaginari, come in una satira o in un epigramma si mettevano e si mettono ancora, da alcuni, nomi d’invenzione, come quelli de’ personaggi delle commedie. Invece i nomi sono veri, e Ortuino Grozio e tutti gli altri nominati nella satira vissero e presero parte alla lotta contro Reuchlin. Le guerre di religione sono le più feroci di tutte, anche quelle che si combattono nei libri.
Le lettere che si fingono dirette a maestro Ortuino dai suoi amici sono piene di scimunitaggini messe a posta in bocca agli avversari di Reuchlin. E quando non ci sono sciocchezze, ci sono ribalderie, brutture, oscenità madornali, raccontate come in confidenza all’amico in un latino ed in uno stile ridicolissimi. Gli è come, mettiamo, chi fingesse un epistolario dei deputati di destra che scrivono al Sella, o di quelli di sinistra che scrivono al Depretis, chiacchierando confidenzialmente di brogli, di frodi, di infamie commesse, raccontando le più turpi birberie possibili fino i più schifosi delitti contro il buon costume. E quando lo stile, benchè messo in caricatura, fosse per ciascuno così ben copiato da indurre per un momento in dubbio i creduli, come accadde per le _Lettere degli uomini oscuri_, si avrebbe ancora una sbiadita idea della ferocia della satira tedesca, la quale ai suoi tempi fece tal rumore, che Lutero stesso dovette disapprovarne gli autori.
Gli autori delle _Lettere_, furono Ulrico di Hutten e Groto Rubiano, benchè, secondo il Monike, a loro non spettino che gli ultimi due libri e il primo sia dello stampatore Wolfang. Eppure Ulrico di Hutten, così feroce in queste sanguinose lettere, fu buono e generoso cavaliere. Tra lui e l’inquisitore Hochstraten, quello stesso che voleva bruciare i libri ebrei, che bruciò quelli di Reuchlin e assalì ignobilmente Lutero, c’era odio mortale. Un bel dì s’incontrarono in una strada di campagna e deserta. L’inquisitore si buttò in ginocchio davanti al cavaliere, piangendo e chiedendogli misericordia della vita; e il cavaliere, stomacato da tanta vigliaccheria, gli diede un paio di piattonate, gli volse le spalle e se ne andò sorridendo di compassione.
Ebbene; a leggere quelle polemiche furibonde, quelle satire selvagge, quegli epigrammi cannibaleschi, oggi si rimane sorpresi. Pare impossibile che le ire di religione possano torre a quel modo la misura del giusto ed il lume degli occhi! Oggi gli scismi e le eresie non hanno più ragione di essere; i tentativi di qualche ingenuo e le prediche dei vecchi cattolici e del padre Giacinto non fanno più nè caldo nè freddo. Oggi un nuovo Lutero o finirebbe al manicomio o al domicilio coatto. Ognuno pensa a modo suo, adora Dio come crede o non l’adora affatto; e per questo non c’è bisogno di fabbricare nuove religioni, di scriver biblioteche intere, di mettere in moto eserciti di soldati e di predicatori. Ognuno di noi compie il suo piccolo scisma da sè, o volgendo le spalle al culto antico, o soltanto mangiando una costoletta il venerdì, senza per questo bruciar le bolle del papa in piazza o argomentare, come Lutero, davanti alla Dieta ed all’imperatore. Questa libertà di fatto, la quale riceve appena qualche piccola limitazione nelle manifestazioni esterne del culto che potrebbero ledere i diritti altrui, ci ha avvezzati ad una tranquillità religiosa profonda ed imperturbata che spesso è indifferenza bella e buona, ora leggendo i libri scritti nel secolo XVI pro e contro la Riforma, ci troviamo come in un altro mondo strano e meraviglioso così, leggendo la Bibbia, ci sentiamo fuori e lontanissimi dal mondo dove viviamo. Pare impossibile che si sia sparso tanto sangue e tanto pianto per avere il diritto di far la comunione col calice!
Era a questo modo, riflettendo filosoficamente alle storture dello spirito umano come un monaco consacrato alla vita contemplativa, ch’io seguiva i carri dove la roba mia andava a sconquasso prima di giungere al nuovo domicilio. Era proprio quello il tempo di simili riflessioni! Storture anche queste dello spirito umano, direte voi; e se stesse a me, direi che dite bene.
ISCRIZIONI
Il Panzacchi, parlando delle iscrizioni di Teodorico Landoni dice: «Delle iscrizioni parmi che si possa oggi dire come delle statue monumentali; e cioè che al nostro tempo ricorre frequentissima l’occasione di farne, mentre si manifesta assai scarsa l’attitudine nostra a farle bene.» E questa verità parve così terribile al Carducci, il quale pure di epigrafi e bene ne ha fatte parecchie, che giunse sino a disperare dell’attitudine della nostra lingua alla maestà dello stile lapidario; e ricordo ancora una sua sdegnosa lettera contro gli autori di un prontuario di indirizzi, dove egli era notato come epigrafista. Mise gli autori del libercolo e l’epigrafia italiana tutti in un fascio; scomunicandoli tutti, salvo poi a fare il giorno dopo una delle più belle iscrizioni italiche, come quella che commemora gli studenti morti per la patria nell’atrio della Università di Bologna.
Teodorico Landoni non disperò così, che anzi, senza che nella sua modestia osi dirlo, credette di poter competere anche con la epigrafia latina: se non con la vera dei consoli o degli imperatori, almeno con quella degli epigoni, con quella dei moderni che vestirono più degnamente la toga latina: e quanto a me, credo che egli abbia più che raggiunto l’intento suo segreto.
Il nome del Landoni, che potrebbe essere uno dei più conosciuti in Italia, è invece noto soltanto a quella classe di studiosi che non cercano la copia, bensì la sceltezza, a lor nutrimento. E la colpa di questa fama ristretta ai migliori e non scesa in balìa delle scapigliature della piazza, la colpa di questa tranquilla modestia del nome, è tutta propria di colui che lo porta, poichè la ricerca della più scrupolosa correzione, unita a buona dose di accidia, fecero del Landoni uno dei più corretti ma dei meno produttivi autori italiani. Egli non ha saputo peccare, mentre oggi una delle condizioni del trionfo è l’avere peccato.... e molto!
Il padre del Landoni si chiamava Jacopo, e fu uno dei più bizzarri cervelli che producesse mai la Romagna. Pareva che in lui rivivesse uno di quei fiorentini arguti che lasciarono tanti argomenti di novelle al Boccaccio, al Sacchetti ed al Lasca, e le cui _beffe_ rimasero come tipo della festività di tutto un secolo. Le beffe di Jacopo Landoni non erano così feroci come quelle di Maso del Saggio o del Brunelleschi, ma anch’egli cercava i Calandrini e i Grassi legnaiuoli per goderseli. I preti e il governo, che allora erano una cosa sola, erano perseguitati dal bizzarro Jacopo, e a dir vero gli rendevano il cento per uno facendolo tribolare con ogni sorta di angherie. Ma Jacopo Landoni, tuttavia soffrendo, non mancò mai di cavarsi i capricci alle spalle dei Calandrini reverendissimi, e per molto tempo, forse oggi ancora, riuscì a far celebrare un triduo per un miracolo tutto di sua fattura.
Abitava presso San Giovanni Battista in Ravenna, e il cortile di casa sua era appunto sotto al campanile. Sull’imbrunire, Jacopo Landoni riuscì ad entrare nel campanile, e salito sino alle campane, infilò una cordicella nel battaglio della maggiore che era forato da parte a parte. Lasciata scorrere la cordicella per un buon tratto entro al buco, ne gettò i due capi nel cortile e scese. Sul punto di mezzanotte, afferrati i due capi della corda, si diede a suonare alla disperata. Il sacrestano, i preti, il vicinato furono in un momento sossopra, e nessuno osava salire per conoscere l’origine del terribile scampanìo. Si mandò a chiamare la forza armata, cioè quei certi soldati del papa che hanno una leggenda di prudenza confinante con qualche cosa di peggio, e intanto la campana affrettava il suo martellare, e mezza città destata e sorpresa accorreva. I soldati con la baionetta in resta salivano lentamente, urlando certi gran _chi va là_, soffocati dal rimbombo del bronzo sacro, che pareva infuriare ad ogni nuovo passo della forza; e il Landoni, intanto, nell’oscurità del suo cortile, osservava il lento procedere dei lumi nella chiocciola del campanile e sonava come un indemoniato. Quando i lumi furono quasi giunti in alto, egli lasciò andare un capo della cordicella e tirando sollecitamente per l’altro, sfilò il battaglio come si sfila un ago tirando per un capo filo. La corda non era ancora in terra, che i papalini proruppero nella camera delle campane, puntando avanti le baionette e urlando _alt!_... Non c’era nessuno! Il battaglio dondolava ancora, la campana vibrava ancora, e non poteva trattarsi di una illusione. Dunque?... La spiegazione la dette Jacopo Landoni, che intanto s’era cacciato nella folla, sostenendo che quello era un miracolo. E per miracolo fu battezzato e cresimato, tanto che credo si faccia ancora un triduo solenne _ad perpetuam rei memoriam_.
Le facezie i motti e le burle di Jacopo Landoni potrebbero empire uno di quei libri di _Ana_ dove si accolgono le arguzie degli ingegni bizzarri. Ma se alcune di queste facezie sono di genere scatologico ed altre solamente gustabili da chi vive nella patria del Landoni stesso, è fuor di dubbio che abbondano di sale e di spirito. I pochi sonetti in dialetto del vecchio Landoni sono pure modelli di festività inimitabile; eppure in lingua italiana egli fu scrittore grave e solenne forse troppo quando il capriccio lo volse a tradurre le _Maccaronee_ del Folengo. Come tutti gli scrittori suoi contemporanei, ebbe un rispetto tanto grande della lingua, una venerazione così severa, che gli guastò lo scherzo. Lo stesso _Maestro Ircone_, satira feroce ai puristi, o meglio ad un purista che razzolava tra le scorie del Trecento pensando di raccattar gemme, non esce da quella serietà solenne de’ linguisti d’allora ed è ben lungi dalla brillante festività delle cose in dialetto.
Questo rispetto quasi religioso alla propria lingua, Teodorico Landoni l’ereditò dal padre. Gli uomini dalla correzione squisita, quasi non osano tentare lo scherzo, quasi temono di peccare verso l’onore dell’idioma materno piegandolo ad esprimere concetti meno che serii. E tanto è il rispetto che il Landoni ha dell’italiano, che non lo stima inferiore al latino in qualsivoglia prova più solenne e difficile. Di questo sono testimonio le iscrizioni.
E dal padre ereditò Teodorico Landoni anche la bizzarria!
Più bel tipo di _bohème_ non l’ho mai visto. Non di quella bohème scapigliata che copre spesso sotto le affettazioni e le pose la propria sterilità, ma di quella soltanto delle abitudini esterne, che non influiscono sul genere o sulla qualità degli studi. Il Landoni è nottambulo per eccellenza, bibliofilo insigne e frequentatore assiduo del _Caffè dei Cacciatori_, dove consuma un caffè solo con molti giornali. In quel caffè vanno a cercarlo molti studiosi e fino professori di Università per domandargli qualche notizia di libri sconosciuti e rari, che egli ha tutti in capo come in una biblioteca e conosce e spesso porta seco nelle sterminate tasche dell’immenso soprabito. Quando sonnecchia sul giornale, basta proferire vicino a lui un nome come quello di Dante, del Bembo od anche del Burchiello, per vederlo desto ad un tratto come un cavallo militare che senta la tromba, e gli occhiali come un padre che senta dir bene de’ suoi figli. Se poi cava fuori qualche edizione principe o qualche volume della sua maravigliosa collezione d’epistolari, ve lo fa vedere come l’orefice vi fa vedere un gioiello, sorride di compiacenza, gli tremano la voce e le mani, e quasi quasi si lecca i baffi come un buongustaio davanti ad uno di quei piatti che sono il trionfo della culinaria.
Gli amici suoi raccontano volentieri una specie di leggenda o di fola intorno alla sua bibliomania. Un giorno, il Morgante Maggiore sarebbe partito dalle case dei Pulci e per Mugello e Val di Savena sarebbe capitato a Bologna. Un viaggio di montagna, quando si vogliono prendere le scorciatoie, stanca anche i giganti; e il Morgante, arrivato in città dopo la mezzanotte, appoggiò il gomito ai merli della torre Asinelli, e prese fiato. Proprio sotto alla torre c’è il _Caffè de’ Cacciatori_, e mezzanotte è l’ora in cui il Landoni va appunto a leggere ivi i giornali del mattino antecedente. Ed ecco il Morgante, vedendo il Landoni, disse:
—Ohe! Landoni, dove andate?
L’interrogato alzò gli occhi, niente sorpreso, da buon romagnolo che non ha paura di nulla, e rispose con calma:
—To’! Vado al caffè. E voi chi siete?
—Io sono il _Morgante Maggiore_.
—O di quale edizione? Quella di Luca Veneziano del 1481 o quella di Francesco di Bino del 1482?
Così rimase stabilito che il Landoni, anche in uno di quei momenti nei quali un uomo ha ragione d’esser distratto, pensava invece ai suoi cari libri ed alle edizioni principi o rarissime.
Questi sono scherzi. Quel ch’e però certo è questo, che il Landoni, oltre ad essere uno dei primi bibliografi ed eruditi d’Italia, conosce come pochi la _Divina Commedia_ e vi ha compiuto sopra degli studi profondi, quali potevano aspettarsi da un ingegno severo come il suo e da una conoscenza profonda della lingua e della storia. Gli abbiamo veduto alle volte tra mani certe edizioni a larghi margini del poema sacro, minutamente postillate, corrette e ricorrette, dove un lungo studio, un incessante raffronto di codici, di edizioni e di commentari hanno portato tutto quel lume che si può portare. La sola correzione della punteggiatura, fatta dal Landoni, schiarisce molti significati controversi. Peccato che la pigrizia e quella incontentabilità che è la caratteristica degli ingegni severi e corretti, privino gli studiosi del risultato di fatiche lunghe, pazienti ed intelligenti.
Invece il Landoni ci offre un volume di iscrizioni, quasi sfida a coloro che non reputano adatta la nostra lingua a simil genere di componimenti: iscrizioni che raggiungono spesso la perfezione del genere e che resteranno come modello, a perpetuo scorno degli Scolopi che le fabbricano secondo le ricette purgative del padre Mauro Ricci: ma, ad ogni modo, oggetto di rammarico per chi del Landoni desidera qualche cosa di più importante, come egli saprebbe dare, solo che lo volesse.
Riportarne molte non si può e non conviene; ma eccone una, da porsi sulla porta di un cimitero, dal lato interno:
O VIVENTI CHE USCITE SOLO IL TEMPO NON MUORE E L’ORA CHE VOLGE È A VOI L’ULTIMA FORSE.
Chi non intende tutta la terribilità racchiusa nel solenne laconismo di questa epigrafe?
Ma dove l’ingegno del Landoni e la profonda conoscenza della lingua fecero gran prova, fu nel tradurre le iscrizioni dello Schiassi e del Boucheron. Finora non si credeva che il nostro idioma potesse stare al pari del latino in questo genere di componimenti. Oggi con sorpresa vediamo che non solo l’italiano può combattere, ma può anche vincere; ed ha vinto.
Nell’additare agli studiosi ed agli intendenti il libro del Landoni, che per di più contiene un bel saggio di traduzione in versi (il _Palemone_ del Gessner), è ben naturale esprimere un voto; questo: che il Landoni produca di più e sia meno pigro e meno modesto. Chi approva, alzi la mano.
PAROLE
Mi preme di stabilire, che c’è a questo mondo della gente, il coraggio della quale non può essere messo in dubbio, e che ha paura di una parola. E ce n’è dell’altra che, conoscendo questa debolezza, ne profitta.
Non parlo dello _Sciboleth_ che fu causa del macello degli efraimiti, o del _ceci_ che nei vespri siciliani, servì a riconoscere i francesi. Queste parole sono storiche, ma non fanno paura nè agli ebrei, nè ai parigini che visitano Palermo.
Dico invece delle parole che fanno paura ai liberali di poco carattere; e sono due: _retorica_ e _mangiapreti_.