Brandelli

Part 12

Chapter 123,779 wordsPublic domain

Firenze è la città che serba nelle sue vecchie cronache le più imbrogliate tradizioni intorno ad Attila. Ricordano Malespini, vera o apocrifa che sia la cronaca attribuitagli, narra le più stravaganti imprese compiute dal flagello di Dio in Firenze, narra le fiabe che senza dubbio le nutrici raccontavano ai bimbi sotto la cappa del camino. Tra le altre il re unno dalla _testa calva e dalle orecchie di cane_ non potendo vincere la città colla forza, la vince coll’astuzia invitando a desinare ad uno ad uno i giovani fiorentini e ammazzandoli poi e gettandoli nel fiume. Ne fa uccidere così duemila, e i fiorentini se ne accorgono vedendo rosse le acque d’Arno e se ne accorgono troppo tardi perchè, stremati così di forza, sono facilmente soggiogati dal tiranno. Il buon Malespini non si accorse della inverosimiglianza di questa fiaba? Per ammazzare duemila uomini uno al giorno ci vogliono tra cinque a sei anni, e i fiorentini eran ben distratti se per accorgersi della mancanza di tanta gente aspettavano di veder rossa l’acqua d’Arno!

Il Malespini tra tante fiabe narra alcuni fatti veri, che sono però da attribuirsi al re goto Totila anzichè all’unno Attila, proprio come il Villani attribuisce invece a Totila quel che spetta ad Attila. È proprio il caso inverso; e il Pucci, nel suo Zibaldone, non sapendo raccapezzarsi, fa di tutto un minestrone, un pasticcio mostruoso, dal quale si capisce solo come le tradizioni sulla invasione unnica, svisate, alterate, imbottite di fiabe puerili, persistessero tuttavia verdi e vivaci.

Anche Roma volle essere stata minacciata, e la prima gloria del papato nel medio evo, la fermata cioè della fiumana barbara per opera di Papa Leone, fu portata dal Mincio sul Tevere. Ravenna, competitrice di Roma in quei tempi, volle appropriarsi la gloria del pontefice romano, e ci narrò che il pontefice ravennate Giovanni compì l’atto che la storia rivendica a papa Leone. In questa leggenda ravennate, emula della romana, è accennato tutto un periodo storico rimastoci poco meno che sconosciuto. Quando la sede dell’impero fu trasportata a Ravenna, la chiesa della nuova capitale assunse una importanza nuova e grande, ed accennò a voler sopraffare l’emula. Gli arcivescovi ravennati si chiamarono pontefici ed i canonici cardinali. Tutta una storia di lotte fra le due chiese, tutta una guerra di raggiri, di tentativi, di scomuniche, di scismi deve essersi svolta tra Ravenna e Roma. Qualche frammento poco studiato ce ne rimane ancora, ma i particolari della contesa, le dottrine, le polemiche, quasi tutta insomma la storia vera di quel periodo furono soppressi o dal tempo o dagli uomini. Perdita dolorosa e forse irreparabile: ma varrebbe la pena che qualcuno riunisse le poche fronde sparse con amore e studio e ci dèsse in un fascio solo quel che ancora ci resta dell’importante episodio. Onesto desiderio che probabilmente non sarà mai soddisfatto.

Ma la leggenda più gloriosa e, se la parola è lecita, più romantica, è quella di Rimini. La leggenda riminese non è, secondo il Thierry, che la riproduzione esatta di quella di Troyes, dove gli invasori, colpiti da subita cecità, attraversano l’abitato senza miracolosamente vederci anima viva; ma a Rimini non si parla di miracolo e lo stesso Attila rimane ucciso. Gli unni assediano la città ed Attila travestito vi penetra. Si reca in piazza, sotto una loggia dove alcuni giuocano agli scacchi, e si ferma a vedere. Ad un tratto, ad un bel colpo, si dimentica d’essere incognito, vuoi dir la sua, e riconosciuto alla voce canina è preso ed appiccato alle finestre del palazzo Tingoli. Gli antichi commentatori di Dante conobbero e ripeterono la leggenda.

Ecco una leggenda, proprio leggenda. Qui non c’è nulla che accenni al proselitismo religioso come nelle tradizioni di Modena, di Roma e di Ravenna. Non c’è il fondamento storico delle tradizioni fiorentine che, confondendo Attila con Totila, fanno morire in maremma il re degli unni come in verità vi morì il re dei goti dopo la battaglia di Tagina. E’ proprio lo spirito municipale che inventa belle e gloriose imprese per la esaltazione propria, senza rispettare e senza ricordare la storia. Le città italiane al tempo delle invasioni barbariche, e specialmente degli ungheri, cominciarono a circondarsi di mura, ad ordinarsi alla resistenza, a combinarsi internamente in quegli organismi che determinarono poi la vita comunale. Questa leggenda è una reliquia dello spirito che, eccitando fortemente il _chauvinisme_ municipale, tenne viva la fiamma sacra della indipendenza e della libertà cittadina; è un esempio rozzo e primitivo di quegli entusiasmi che c’ispira oggi la patria comune. Mentre ora nella glorificazione della patria si procede per amplificazione, allora non si sdegnava anche un altro istrumento retorico, l’invenzione; e si trovava naturale che il _flagello di Dio_ morisse ignominiosamente appiccato alle finestre di un cittadino qualunque.

Questa leggenda riminese si collega con quelle del Veneto. Ivi Attila fu veramente, e colle stragi e gli incendi giustificò il soprannome di _martello del mondo_. Aquileia, Concordia, Altino furono distrutte, ma non senza che i vinti edificassero una tradizione gloriosa intorno alle loro sventure. Giano, Giglio o Egidio re di Padova è l’eroe principale in queste invenzioni, che furono poi rimaneggiate da mediocri letterati o condite di aromi cavallereschi per stuzzicare il palato del pubblico indotto. Il re padovano prodiga i più bei colpi di lancia e di spada come un eroe dell’Ariosto, ma gli tocca ritirarsi in faccia al nemico che brucia senza misericordia le città ed i castelli dei quali riesce ad impadronirsi. Padova è assediata e sotto alle sue mura accadono battaglie epiche, degne dei canti d’Omero e del sangue troiano che i discendenti di Antenore hanno nelle vene. Attila manda a sfidare il buon re Giano, ed assistiamo ad uno scontro in campo chiuso come tra i cavalieri della Tavola rotonda. I cavalli galoppano, le lance si spezzano, ed Attila, da buon nemico della fede e della cavalleria, cade di sella colle gambe per aria. Giano scende da cavallo e colla spada recide un orecchio all’avversario; ma quando sta per recidergli anche la testa, gli Unni rompono fede alle consuetudini cavalleresche e cinquecento dei loro invadono il campo, salvano il re e fanno prigione il paladino vincitore. Attila però, da buon cavaliere, il giorno dopo libera Giano e fa appiccare i suoi cinquecento salvatori.

E qui la leggenda, che già aveva lasciato il tipo di tradizione municipale per assumere quella del romanzo o del poema cavalleresco, lascia anche le alte regioni d’Italia che Attila, in fatto devastò, per scendere nell’Italia centrale che fu immune dalla unica rabbia. Qui la leggenda veneta si collega colla riminese, poichè il buon re Giano, non potendo più resistere in Padova, fugge di notte tempo e si riduce a Rimini. E qui anche vediamo l’orgoglio delle famiglie feudali prevalersi della leggenda per crescere l’antichità della propria genealogia, e gli Estensi, sino nelle scorcio del secondo XVI, indurre i Barberi a rimescolare e rattoppare la leggenda a maggior gloria della dinastia ferrarese. A Rimini accorrono i cavalieri da ogni parte d’Italia per la difesa del buon re Giano, ed ogni famiglia illustre, ogni libera città vuole averci avuto i suoi rappresentanti. Attila, persuaso di non poter espugnare una città difesa tanto bene, lascia in disparte il codice cavalleresco, e travestito da pellegrino francese, con un coltello avvelenato, entra in città per ammazzare Giano. Il buon re, armato da capo a piedi, stava giocando agli scacchi, ed il _flagello di Dio_, aspettando il momento propizio, stette a vedere i giocatori. Anche qui l’entusiasmo per un bel colpo tradì l’incognito, e l’orecchio perduto a Padova finì per constatare l’identità. L’Unno s’inginocchia umile a domandar salva la vita, prega, piange, promette persino di farsi cattolico, ma la vendetta dei vinti è inesorabile: la tradizione lo fa morire da vile, e l’anima del terribile flagellatore non abbandona il corpo _indignata_ come quella di Turno o _bestemmiando_ come quella di Rodomonte, bensì piangendo come quella di una imbelle femminetta.

Lasciamo oramai questi racconti. Chi ne è vago può trovarli negli _Studi_ del D’Ancona, confortati da una meravigliosa erudizione e da un acuto esame delle fonti. Notiamo solo che intorno ad Attila c’è stata in Italia una moltitudine di leggende popolarissime che ora non sono conosciute più che dagli eruditi. E lo notiamo per riflettere come nella letteratura nostra si trovi che l’epica nazionale, a differenza di quel che accade in tutte le altre letterature, non ha potuto prender piede mai. Omero, Virgilio, i Nibelunghi, le epopee romanzesche francesi, l’Edda, insomma quasi tutte le epopee straniere od antiche sono calde di entusiasmo nazionale, sono cosa del paese e narrano fatti o immaginari o veri, ma nel paese accaduti. In Italia l’Ariosto ed il Tasso cantarono di cose non italiche, ed il povero Trissino che tentò un poema di argomento patrio riuscì come tutti sanno. Le imprese italiane non ebbero altri canti che gli eroicomici, la nostra storia non ispirò ai poeti che la _Secchia rapita_, il _Torracchione_, il _Catorcio_ ed altri poemi che sono belli senza dubbio, ma che sono ben lontani dall’ispirarci i sublimi entusiasmi della _Iliade_ o del _poema del Cid_.

Quali sono le ragioni di questa mancanza di ispirazione italiana nella nostra epopea? Perchè almeno questo periodo delle invasioni barbariche, che non doveva impaurire i regnatori come quelli dei comuni e di Legnano, non tentò qualcuno alla vera epopea italica?

Ci vorrebbe troppo tempo e troppo spazio a rispondere. Le ragioni sono molte, ma qui mi limito a notare che senza dubbio in noi italiani c’è stato e c’è troppo scetticismo che ci trascina all’ironia comica del Tassoni, troppa indifferenza che ci conduce ai capitoli berneschi, perchè un poema possa far fortuna se condotto sul serio e senza intenzioni polemiche.

L’epopea è morta, la tragedia è morta. Quanti sepolcri!

SER LAPO MAZZEI

Con la molto reverenda Accademia della Crusca non ho altro di comune che il pio desiderio di scrivere in lingua italiana; non so dunque chi sia l’arciconsolo, chi tenga il manico del frullone, chi impasti, chi inforni e chi serva in tavola. Così non so se il signor Cesare Guasti appartenga da presso o da lontano al sodalizio che _il più bel fior ne coglie_, bench’io lo supponga; primo perchè mi pare di averlo sentito ricordare nel processo Cerquetti di stravagante memoria; poi perchè i toscani di una certa coltura son tutti della Crusca. Se poi non lo fosse, peggio per l’Accademia.

Mentre alcuni accademici si contentano di ringhiare e d’abbaiare come i botoli de’ barocciai, e riescono, a forza di pettegolezzi muliebri, alla indecorosa scena del Tribunale di Milano dove il mio buon Cerquetti si sentì condannare a due lire di multa per aver detto all’Accademia quel che non si dice ad una donnaccia, c’è però chi lavora nella bottega dell’arciconsolo, e le buone tradizioni non sono perdute ancora. E quando anche il Guasti, in un momento di bile accademica, avesse peccato in quel ridicolissimo processo Cerquetti, molto gli deve esser perdonato perchè almeno egli lavora, ed a cose più utili che sgusciar parole, bollare avverbi, a notimizzare preposizioni, come parecchi Carneadi del Vocabolario sempiterno.

Dio nella sua infinita misericordia mi libererà dalla tentazione di mettere il naso nel misterioso buratto; così egli mi tenga le sue sante mani sul capo e non permetta ch’io sia mai accademico di nessuna Accademia o cavaliere di nessun ordine. Lascio dunque a chi se ne intende il magro gusto di giudicare della bontà e serietà del Vocabolario e mi fermo a lodare le pubblicazioni curiose ed utili del Guasti, come quella delle lettere di Alessandra Macinghi degli Strozzi e questa dell’epistolario di ser Lapo Mazzei. Sbaglierò perchè, ripeto, sono volgo profano; ma mi pare che simili pubblicazioni dove le parole sono vive, dove si può dire, operano e significano nella continuità di un discorso quasi di uno che parli, siano più utili di quei lessici dove le parole sono morte, ordinate in classi ed esposte al pubblico come le farfalle e i calabroni infilzati negli spilli sotto le vetrine dei musei.

E, in queste lettere di ser Lapo Mazzei, c’è ben altro che parole. C’è una risurrezione meravigliosa di parecchie persone, le quali ci tornano davanti agli occhi dell’intelletto, non già solitarie come statue di monumenti che per miracolo si movessero e parlassero, ma col tempo loro, coi loro congiunti ed amici, colle passioni, le virtù, i difetti di ciascuno e l’azione e la relazione di ciascuno cogli altri. E’ insomma un frammento di società che risuscita col suo ambiente, i suoi colori veri, il suo sangue e la sua carne. E’ la Crusca mi bolli la parola, è la _borghesia_ del Trecento che esce dal sepolcro, getta il sudario e si offre viva agli occhi, quasi al tatto, degli epigoni meravigliati. Davvero a legger quelle lettere del buon notaio si scorda che ora sulla via da Firenze a Prato ci corre il _tramway_ (o Crusca, come si dice?), e par di vedere il buon Lapo trottare tranquillamente sulla sua muletta per salire al poderetto di Grignano a vedere come mettano le vigne.

Francesco di Marco Datini da Prato fu mercante ricchissimo ed ebbe banchi suoi in Firenze, in Avignone, in Pisa, in Genova, in Valenza di Spagna, in Barcellona ed in Maiorca. Venuto su dal nulla, il popolo adattò a lui la storiella del povero giovane arricchito per avere recata una gatta in una isola infestata dai sorci; storiella vecchia e cosmopolita, che la ballata inglese adatta al _lord mayor_ di Londra, Dick Vittington, e dal suo gatto _Puss_. Buon cristiano quanto buon mercante, non avendo altri figli che una bastarda natagli da una schiavetta che teneva in casa, pensò di spianarsi la via del paradiso lasciando, come fece, tutto il suo ai poveri. Il _Ceppo_, istituzione del Datini, vive ancora; forse perchè il fondatore e il suo consigliere ser Lapo, con giudizio raro in quei tempi, misero ogni studio ad allontanare in perpetuo ogni pretenzione d’ingerenza ecclesiastica dall’opera pia: e colla istituzione vive ancora benedetta in Prato la memoria del benefico mercante. La buona stella che salvò il _Ceppo_ dalle burrasche per cinque secoli, lo salvi da un prossimo _rimaneggiamento_ delle opere pie.

In un sottoscala abitato dai sorci, dai tarli e qualche volta, pare, visitato dai ladri, gli amministratori dell’opera, più teneri della fortuna de’ poveri, forse, che degli archivi e delle cartacce, tennero ammucchiati fino a pochi anni addietro i documenti vecchi del _Ceppo_. Questa negligenza di cinque secoli chi sa se venne solo per nuocere? Chi sa se le carte preziose siano state più al sicuro nel sottoscala che negli armadi di qualche biblioteca? Lasciamo andare: basti che un bel giorno gli amministratori, forse presi da vergogna, pensarono a riordinare l’archivio, ed incaricarono della faccenda un tal sacerdote Benelli che, amico del Guasti, gli fece vedere le lettere di ser Lapo al Datini. Il Guasti è di Prato, e il pensiero di erigere al proprio benefico concittadino un monumento _aere perennius_, lo mosse alla pubblicazione del curioso epistolario. Pare che il Guasti abbia il felice istinto delle pubblicazioni utili sia alla storia che alla lingua, e basti quella delle _Commissioni di Rinaldo degli Albizzi_ per darmi ragione.

Il carattere più curioso e, direi, più trecentista che si trovi in queste lettere, è quello dello stesso ser Lapo. Sembra tolto di peso da una novella del suo contemporaneo Sacchetti e ci si presenta con una tale evidenza che par quasi d’averlo conosciuto.

Ser Lapo era pratese anch’egli, ma fino si può dire dalla giovanezza stava a Firenze a fare il notaio. Ebbe dimestichezza con Coluccio Salutati e più con Guido del Palagio che gli parve il più compiuto tipo di cittadino e di cristiano possibile. Ne parla sempre con una rispettosa amicizia che si avvicina alla venerazione e vuole che anche il Datini lo ami, lo frequenti e gli scriva; e se il Datini non lo fa, lo rimprovera. L’amicizia stessa che porta al suo ricco compatriata è delle più affettuose e profonde. Se questi gli fa un qualche regalo, subito la sua delicatezza si spaura; ma quando può, gli presta i più fedeli ed importanti servigi senza nessun secondo pensiero, per candida e servizievole amicizia. Quando non può dargli la sua opera, gli dà consigli cristiani, gli parla di Dio con ingenuità di core e di fede, con _fiamma d’amore_, e gli procura la conoscenza di uomini riputati santi, come il beato Giovanni Dalle Celle ed il beato Giovanni Dominici. Si vede uno che, non potendo far altro, cerca di far del bene all’anima dell’amico al quale si è dato tutto, con amicizia sviscerata; e, sicuro della rettitudine propria, non teme di rimproverarlo quando lo crede necessario. Di queste amicizie, direte, non ce n’erano che allora. D’accordo, ma _où sont elles les neiges d’antan?_

E ser Lapo non era poi il primo mozzorecchi capitato. Anch’egli fu squittinato pel Priorato, fu notaio della Signoria e dei dieci di Balia, ambasciatore a Faenza, e notaio della importante ambasceria che a Genova nel 1381 trattò della pace col Visconti. Ma, come amava i _cibi grossi_, così non cercava gli onori e rimase contento all’esercizio della sua professione ed all’esser notaio dello Spedale di Santa Maria Nuova che amò più di casa sua. Era uomo di casa, ed amava la famiglia con una certa severità antica della quale ora non si troverebbe traccia che lontano, molto lontano dalle città. Ebbe più di quattordici figli da madonna Tessa (tacete, matti ricordi di Calandrino!) sua moglie, che ricorda di rado, quasi per caso, in queste lettere. Li amava alla sua maniera, facendoli imparare a leggere, scrivere e far di conto, poi avviandoli ad un’arte magari manuale, senza risparmiar nulla per loro ed avvenzzandoli al pensiero ed al bisogno di bastare a sè stessi colla certezza di nessuna eredità paterna. I notai de’ nostri giorni non avrebbero sicuro di queste idee.

«Educatore severo, con un cuore tenerissimo; che i fanciulli ruzzassero (e’ dice _sfogar le pazzie_) gli piaceva: un figliuoletto che pativa di mal caduco, detto allora mal maestro, teneva a dormire seco. Servitù non aveva. La donna, non sana, cuciva ai figliuoli i calzoni o, come allora dicevano, le calze; e la roba faceva venir da Prato per risparmio. Alla donna confessa che talvolta era _amaro_, ma dell’amor maritale conosceva la più pura sorgente e _albero della nave_ chiama le madri.

«Amava la villa, e come che a Grignano non avesse che pochi campi (e’ dice un orto) e qualche stanza dove abitava la madre sua vecchiarella, là spesso andava, così a cavallo, per rivedere monna Bartola e far le faccende della ricolta e della vendemmia. Gran pensiero si dava de’ vini; la vigna accomodava di propria mano; un po’ di buon aceto voleva in casa. Cibi grossi preferiva e vestire di poca apparenza: d’essere i suoi venuti dal contado si teneva onorato, e Carmignano gli viene spesso sulle labbra per far capire ch’egli aveva modi villerecci e cervello sottile».

Insomma il nostro buon notaio era il modello di un repubblicano guelfo, di un democratico cristiano, trecentista e toscano.

Ed era anche un modello d’impiegato. Non so come vadono ora le faccende allo Spedale di Santa Maria Nuova. Spero, credo, desidero che vadano a gonfie vele e che i lasciti siano amministrati sempre come quelli del 1348 dei quali disse Matteo Villani: «Questi lasciti si distribuiscono assai bene, perocchè lo Spedale e di grande elemosina e sempre abbonda di molti infermi uomini e femmine i quali son serviti e curati con molta diligenza e abbondanza di buone cose da vivere e da sovvenire ai malati, governandosi per uomini e femmine di santa e buona vita». Ser Lapo era uno di questi uomini di santa e buona vita, e se gli amministratori presenti non aspirano alla canonizzazione, senza dubbio saranno rispettabili e di specchiata onestà come il buon notaio pratese. Ma si può però giurare, se non scommettere, che l’amministrazione sarà più complicata che non fosse al tempo di ser Lapo, che con un solo _camarlinguzzo_ mandava avanti tutta la barca. Tenevano meno libri, c’erano meno moduli e meno _controlli_ che non ci siano adesso. «Egli andava a veder le terre dello Spedale; nei beni lasciati per testamento indagava se fosse magagna di usure, perchè lo Spedale non si caricasse di legna verde; nell’esazione dei crediti regolava in modo le cose che gl’impotenti debitori non s’avessero a lamentare de’ poveri. Cinquanta _reditadi_ amministrare e secondo la volontà dei testatori distribuire l’entrata; e molte limosine che venivano così a mano dispensava; e perchè v’erano mercanti che a fin d’anno, veduto il guadagno dei loro traffici d’una parte facevano limosina, a lui andavano, come ad uomo che aveva il segreto di molte miserie, per far limosina che fosse _buona_. In tutto questo maneggiare nascoso di carità, gliene andava talvolta del proprio; _minuzzoli_ (come’ e’ dice) _del pane ch’io doveva mangiare_. Ma per questo era più lieto; e ricevendo come notaro la mercede di dieci fiorini al mese credeva di viver del sudore de’ poveri». Davvero se gli impiegati non chieggono al papa la canonizzazione di ser Lapo Mazzei, hanno il pelo nel cuore.

Una cosa soltanto mi sorprende in questo curioso epistolario. Quelli erano brutti tempi e la repubblica si trovava in uno de’ suoi più pericolosi cimenti: la lotta contro quel Conte di Virtù che Colucci Salutati chiamava _Comes vitiorum_. Senza dubbio ci furono dei momenti di gioia e di angoscia grande, e spesso lo spavento entrò nelle case e nel cuore dei cittadini. Ma il buon notaio appena parla delle cose pubbliche, se non quando si tratta di lavorare pel Datini e trovargli e fargli trovare raccomandazioni potenti per scansare qualche accrescimento di tasse nei maggiori bisogni della repubblica. Eppure, per quanto ser Lapo fosse distaccato dalle cose di questo mondo, eppure era buon cittadino ed aveva sostenuto cariche importanti. Egli invece nei momenti più critici cerca i buoni tribbiani e a prima vista pare un indifferente; un epicureo alla sua grossa maniera temperato di molta religione. Questo non me lo so spiegar bene. Che allora si parlasse di politica meno che ora, sia pure e tanto meglio ma che nella corrispondenza confidenziale di due amici non vicini, uno dei quali era intrinseco anche dei principali personaggi della repubblica, non se ne facesse mai o quasi mai parola, mi sorprende. O come il Datini, che aveva tanti interessi, non cercava mai informarsi? O come ser Lapo era tanto indifferente alle vicende del paese che amava pure e serviva? Io non mi raccapezzo.

Se l’argomento non fosse troppo delicato, ci sarebbe anche qualche cosa da dire intorno alla religione del nostro notaio. Cristiano più fedele, più umile, più convinto di lui non si potrebbe trovare; e nelle sue lettere qualche volta diventa ascetico come un romito contemplativo. Eppure qua e là gli scappa qualche frase strana, come sulla libertà della mente e su quel che dovrebbe fare il papa per tor via lo scandalo. Sicuro della purezza delle sue intenzioni, giudica sicuro più che oggi non sarebbe tollerato da una stretta ortodossia. Ma di questo lasciamo, prima perchè queste scappate non tolgono nulla alla fisonomia austeramente religiosa del nostro Lapo; poi perchè è ora di finire. Oramai il lettore vegga il resto da sè.

DI UN LIBRO VECCHIO

Eccomi di nuovo.