Brandelli

Part 10

Chapter 103,737 wordsPublic domain

Questa pubblicazione avrà questo almeno di utile, che farà veder chiaro come gli ingegni più forti e più grandi non si riconoscano più quando cadono nel peccato d’imitazione. Certo si dànno delle mostruosità in natura, come il Monti, il quale seppe diventar grande in gran parte imitando; ma simili organismi sono veri capricci della natura, come le mosche bianche e i cigni neri, e non bisogna fidarsene perchè sono fuori della legge comune. Perchè c’è stato un Mozart non tutti i piccoli pianisti arriveranno a scrivere il _Don Giovanni_, il caso del Leopardi, dovrebbe far riflettere molto coloro che sono fanatici dei modelli di bello scrivere, delle antologie usate altrimenti che come saggi compendiosi e pratici di storia letteraria.

Si potrebbe domandare che necessità c’era di mostrare il povero Leopardi, già abbastanza martirizzato dai pubblicatori di quisquilie scolastiche, nell’atto di fare _tome papà_; ma a questa domanda si oppone la solita risposta, che dei grandi ingegni è necessario conoscer tutto, anche la balla. _Amen_. Studiamo dunque le balie dei grandi uomini, che buon pro ci faccia.

DI NUOVO

Se il Leopardi riaprisse gli occhi!

Già, prima di tutto, se riaprisse gli occhi, quella adorazione meritata che nessuno gli contende nel tempio dell’arte, scemerebbe ingiustamente della metà, poichè egli stesso ha detto _Virtù viva sprezziam, lodiamo estinta_; verità sacrosanta. E poi se aprisse gli occhi così all’impensata, e se cogli occhi potesse muovere la mano, ne scriverebbe delle belle intorno a noi, al nostro tempo, alla nostra curiosità e forse anche intorno a quel progresso che gli suggerì la epistola al Pepoli. E davvero il povero poeta, disgraziato in vita, fu disgraziatsisimo dopo morto e gliene hanno fatte di quelle col pelo.

Lamentai già il lungo silenzio serbato da Antonio Ranieri; silenzio che indusse i biografi in tanti errori: e dissi che se il generoso napoletano fosse depositario di qualche scritto del Leopardi, dovrebbe oramai vincere gli scrupoli di una delicatissima coscienza e metter fuori tutto. Non mi pento di quel che ho detto, ma la pubblicazione del signor Zanino Volta, l’_Appressamento_, mi fa morder la lingua.

Il signor Zanino Volta, nipote dell’illustre inventore della pila, come ci dice parecchie volte nella introduzione, e vice-bibliotecario reggente nell’Università di Pavia (che diavolo è un vice-bibliotecario reggente?) il signor Zanino Volta capitò in certe camere del palazzo avito dei Volta dove c’erano per le terre molte cartacce, molta umidità e molti sorci. Trovò, frugando, un quaderno intitolato: _Appressamento della morte_, e se lo ficcò in tasca. Ora si trova che è un autografo del Leopardi, e lo stampa con cento pagine di prefazione.

È proprio del Leopardi? A questi lumi di luna siamo tanto avvezzi alle gherminelle letterarie paleografiche, che questa è la prima domanda da fare. Chi è oramai quel letterato il quale non abbia commesso qualche marachella di questo genere? Io, per conto mio, oltre quel che è noto al pubblico, ho parecchi altri peccatucci sulla coscienza e se volessi dirlo, c’è qualche poesia del 1300 a questo mondo che io ho visto nascere, crescere, trovar spasimanti ed amanti e peggio.

La calligrafia del Leopardi può essere esattamente imitata dal primo che capita: la carta del tempo si trova dappertutto; l’inchiostro sbiadito o rossastro si fa in cucina, e la cantica è un lavoro tanto giovanile che quasi potrebbe averlo fatto davvero il signor Volta, ma questo non vuol dire, poichè qualunque maestro di retorica può far di meglio.

Il nipote di Alessandro Volta ha preveduto il sospetto di falsificazione e mette le mani avanti. Egli prova che il testo e la sua età probabile vanno d’accordo con quanto ci dicono di questa cantica il Leopardi nell’epistolario, il Giordani ed altri; e che la calligrafia è quella stessa di altri lavori autentici del poeta ch’egli possiede; quindi la cantica è del Leopardi. Le premesse non fanno una piega ma uno scettico potrebbe sorridere della conclusione. Dato il caso di un falsario, è egli supponibile che costui avesse steso la cantica senza studiare prima tutto quel che ne è stato detto da molti e senza imitare o far imitare il carattere grafico? Bisognerebbe supporre che il falsificatore fosse Calandrino. Se la cantica va quindi d’accordo nei caratteri, diremo; storici ed esterni, questo non esclude che altri la possa aver fatta o fatta fare: ed anche questo ragionamento non fa una piega.

La storia del manoscritto, la storia provata, darebbe la vera sicurezza: ma appunto qui non si sa nulla di certo. Il come, il quando ed il perchè il manoscritto sia andato a nascondersi nella topaia dove il nipote del Volta lo trovò non può sapersi. Il nipote del Volta si permette soltanto qualche ipotesi, anzi parecchie ipotesi che possono esser accettate come tali e non altro.

Non voglio già sostenere con questo che la cantica ora stampata sia una falsificazione. Non c’è nulla che lo dica come a negarlo non c’è che l’opinione del nipote dell’inventore della pila. Non c’è nulla di strano che il Leopardi da ragazzo scrivesse a modo d’esercizio scolastico questi poveri canti, queste povere terzine.

Ma il rispetto, la venerazione che tutti abbiamo grande ed io ho grandissima per l’infelice poeta, non ci debbono impedire dal confessare che questa cantica, imitazione d’imitazione, non è altro che un lavoruccio scolastico, retorico, poverissimo sia nel riguardo del concetto che della lingua.

La lingua infatti denota uno studio assiduo dei classici, o anzi meglio de’ trecentisti, non corretto ancora da quello squisito gusto che fece grande il Leopardi. C’è sino l’affettazione dell’arcaismo, c’è sino l’esagerazione ortografica che gli fa dire:

I’ non vedeva u’ fossi ed u’ m’andassi Tant’era pien di lutta e di terrore.

Non c’è mai un _io_, ma sono tutti _i’_; non c’è parola mozzabile in principio che non sia mozzata e ci troviamo lo _’ngegno_; _’ncontra_; _’ntorno_; _’ntelletto_ e mille anticaglie, _roggia_ per rossa, _lutta_ per lotta, _frati_, per fratelli, _di rampa_, _approcciare_, _dischiavacciare_, _credulitate_, _rinomo_, e il pomo d’Eva è il _piagnevol pomo_; proprio un glossario, un zibaldone di modi effettati o rancidi. Sarà del Leopardi, ma la lingua potrebbe essere non che del padre Cesari o del Puoti, ma di Fidenzio Glottecrisio Ludimagistro.

Quanto al concetto, è una imitazione d’imitazione. Lo stile è un calco, è un mosaico dove si trovano interi versi di Dante o di altri appena cambiati in una parola. L’episodio di Ugo è una imitazione un po’ della Francesca, un po’ dell’Ugolino, e la chiusa dell’episodio che piace tanto al nipote dell’inventore della pila, confida col comico; dice:

E svolazzò lo spirto sospirando!

Sarà del Leopardi insomma, ma questo non deve influire sulla verità. Sarà del Leopardi, ma è una povera, poverissima cosa. Il Leopardi stesso del resto ha giudicato, accettando poche terzine dopo molte correzioni: dato sempre che il Leopardi abbia scorretto il Leopardi. Se il povero poeta vivesse ancora e il signor Giovannino Volta gli avesse fatto un tiro da galera, non poteva forse fargliene uno peggiore che pubblicando questo imparaticcio che fa a pugni con tutte le convinzioni filosofiche e con tutta l’arte squisita del recanatese.

Per questa sconciatura e per la prefazione, della quale non dico nulla temendo che si possa sospettare qualche impossibile antipatia in me contro l’egregio nipote del l’inventore della pila, fu incomodata una illustre accademia milanese, si fecero suonare le trombe tutte dei giornali ed il monte ha partorito. Dico, e torno a dire sconciatura, l’avesse fatta anche il Padre eterno; poichè in fin dei conti se la critica deve usare delle ipocrisie, può andare al Gesù, ma non caverà un ragno da un buco. So bene che si troveranno anche i giornali di manica larga che loderanno senza aver letto, ma so bene che la coscienza ripugna a lodare quel che appare brutto e sbagliato.

Giacomo Leopardi è troppo grande poeta e troppo in alto perchè questa bambinata possa mai scemargli una dramma della nostra ammirazione. Non guastano il grand’uomo gli schizzi di meconio che la balia gli trovò nelle fascie; noi lo rispettiamo e lo amiamo lo stesso. Altrettanto però non possiamo certo fare pei nipoti dei grandi che fanno tanto fracasso per tante piccinerie. Il nonno può avere inventato la pila, lo riconosciamo; ma non riconosceremo così che il nipote possa aver inventato la polvere.

Io mi doleva già che il Ranieri se ha delle cose inedite del Leopardi non le pubblicasse ma dopo questa profanazione direi quasi che fa bene.

Ma no. È impossibile che il Leopardi abbia lasciato al Ranieri di questa povera roba. Ah, l’amico incomparabile del povero Giacomo dovrebbe parare questo colpo tirato alla fama dell’amico dandoci qualche cosa di meglio!

Egli dovrebbe davvero riparare alla profanazione volgare e piccina mostrandoci tutto il Leopardi della maturità, il Leopardi che conosciamo ed ammiriamo. Dica egli almeno che può dirlo, se il povero infelice non avrebbe protestato altamente contro questa improntitudine scempiata che lo mette alla berlina come scolaretto plagiario.

Rispetto il giudizio degli altri, ma quanto a me lo dico chiaro e tondo: è una vergogna!

GLI ULTIMI ANNI DI G. LEOPARDI

Se con parole, con opere o con omissioni un disgraziato fece tanto da vedere la propria fama oltrepassare l’ombra del campanile natio, non gli sarà più possibile nascondere qualche cosa alla curiosità dei concittadini. I Vaperau ed i De Gubernatis gli pubblicheranno la fede di nascita, il certificato di vaccinazione ed i connotati; e gli oziosi nei caffè discuteranno ad alta voce intorno al naso de’ suoi figli ed alle anche di sua moglie. Se poi la sventura lo percosse tanto crudelmente da farlo celebre ed ammirato anche fuori d’Italia, per lui non c’è più requie, nemmeno nella fossa. Si stamperà il numero de’ suoi capelli grigi, il numero dei bottoni della sua camicia e si cercherà avidamente di sapere se preferiva il lesso all’arrosto, o le calze di lana a quelle di cotone. Ogni minimo atto della sua vita sarà commentato, ogni suo biglietto e magari le cambiali ingrosseranno l’epistolario, e il cameriere, la cuoca, la lavandaia del grand’uomo saranno chiamati a testimoniare davanti al tribunale della posterità. La professione di grand’uomo non è tutta di rose.

Tuttavia, siccome c’è anche qualche grande uomo di spirito, s’è finito col trovare un rimedio alla curiosità del pubblico ed alla indiscrezione dei biografi, ed il rimedio sta nello scrivere la propria autobiografia. Non sarà infatti sfuggito all’attenzione degli acuti lettori, che gli scrittori di autobiografie sono in meno perseguitati dai biografi e questa ricetta, unita ad un po’ d’attenzione nello scrivere agli amici in previsione dell’epistolario, la regaliamo volentieri ai grandi uomini viventi che dormono male la notte, pensando ai biografi futuri.

Ma se c’è stato al mondo un povero grand’uomo crudelmente anatomizzato dalla feroce curiosità del pubblico e degli scrittori, certo è stato Giacomo Leopardi. E gli hanno applicato fino il microscopio spiando ogni battito del suo cuore, ogni moto del suo ingegno. Sappiamo il nome e la vita delle donne che gli piacquero, delle umili tessitrici che entrarono nella storia letteraria e nell’immortalità per aver dimorato in faccia al palazzo dei Leopardi. Sappiamo tutti i segreti della sua famiglia, tutti i pettegolezzi dei suoi concittadini, tutte le chiacchiere delle serve di casa. Gli hanno pubblicato i lavoretti di scolaro e le carte gettate nel cestino; gli han fatto il conto dei crediti e dei debiti, la diagnosi de’ suoi mali, la fotografia della sua deformità, ed ogni ora della sua dolorosa vita fu il tema di una dissertazione. Davvero che i più ambiziosi tra i letterati esiterebbero se qualcuno promettesse loro la gloria del Leopardi accompagnata dalle persecuzioni biografiche che crescono tutti i giorni invece di calare!

Badiamo bene che non si nega con questo l’utilità storica e critica delle rivelazioni intime e delle pubblicazioni curiose. Un’opera d’arte non esce dal cervello per generazione spontanea, non viene al mondo per una creazione _ex nikilo_, ma è il risultato complesso di una educazione, di un ambiente storico, di una miriade di sentimenti e di sensazioni che agirono sul cervello in quel dato modo e la critica non può fare a meno di analizzare minutamente le cause di quei sentimenti e di quelle opere. Il poeta per lo più è un malato d’anima e di corpo, e, come la conchiglia, da una dolorosa puntura mette al mondo una perla. Ora è necessario che le vittime di quella strana malattia che si chiama il genio siano intimamente scrutate dal critico, come è necessario che le vittime di certe strane malattie fisiche siano minutamente disseccate sulla tavola anatomica. E se un caso strano di genio ci fu mai, se un misterioso enigma comparve mai nel mondo dell’arte, quello fu Giacomo Leopardi. Così se si deve compiangerlo come martire delle nostre insaziabili curiosità, bisogna tuttavia riconoscere che queste curiosità nascono da un sentimento di ammirazione e sono di grande utilità alla critica.

Antonio Ranieri, l’amico intimo e sviscerato del Leopardi negli ultimi anni, non pareva però convinto di questa necessità delle rivelazioni private. Egli, depositario di tanti segreti, tacque modestamente e stimò ciarlataneria grossolana tentare l’immortalità facendosi il dimostratore patentato delle debolezze e delle virtù di un uomo immortale, tacque ed assistette sdegnoso a questa fiumana di libri, di opuscoli, di articoli, che contenevano ciascuno un brano del gran segreto. Si diceva che il Leopardi morendo lasciò qualche cosa d’inedito e si incolpò il Ranieri di defraudarne la patria. Le più strane accuse furono susurrate contro una amicizia santa, e la pubblicazione dell’epistolario del Leopardi stesso dava credito alle mormorazioni, poichè il povero malato, scontento di tutto e di tutti, si lasciava andare a disconoscere persino tanta devota amicizia e chiamava _odioso_ il soggiorno di Napoli. E il Ranieri tacque sempre, sicuro di sè e della sua coscienza, e finì anzi col non leggere nemmeno i libri dove si faceva l’autopsia del suo amico e della comune amicizia.

Ma la fiumana dei pettegolezzi ingrossò tanto, che al Ranieri toccò finalmente di parlare. La morte della sua adorata sorella Paolina, quella stessa che sostenne volentieri il santo martirio di esser infermiera del Leopardi, pare che non sia stata la cagione ultima del suo parlare. Infatti fin che vivono anche due testimoni di un grande avvenimento, possono costoro favellarne tra loro e sprezzare i profani; ma se ne sopravvive uno solo, che anzi vegga travisati i grandi fatti ai quali ebbe parte, è necessario, è fatale che egli parli alle turbe, e rettifichi, e racconti.

Così il Ranieri diede fuori il suo libro: _Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi_, libro più che mai necessario alla completa biografia dell’infelice poeta.

Anche il Ranieri fu sforzato alla relazione minuta delle debolezze e delle aberrazioni di un malato, relazione tanto più utile in quanto riguarda il momento più inesplorato della vita del Leopardi, gli anni in cui l’ingegno suo era giunto a quella fredda esaltazione, a quella disperazione scettica da cui scaturirono i _Pensieri_ e la _Ginestra_. Questo libro diventa così indispensabile a chi vuol parlare del Leopardi.

In quelle minuzie, in quegli aneddoti umili c’è tuttavia quel che oggi si chiama interesse, e quando si giunge all’ultima pagina si trova che il libro è troppo breve. Qualche tensione lirica, qualche esagerazione di sentimentalismo romantico passano inosservate sotto al sentimento profondo dell’amicizia che si sacrifica, accanto alla forte e modesta carità di Paolina Ranieri che sembra aver ispirato tutto il libro. Infine il lettore giunge a dolersi che il Ranieri non sia stato il compagno di tutta la vita del Leopardi e che non ce l’abbia potuta narrar tutta, giorno per giorno, della nascita alla morte.

Il mistero delicatamente accennato nel settimo paragrafo, e che non è ormai più mistero per coloro che hanno sentito parlare del Leopardi da persone che lo conobbero, spiega molte cose oscure, molte debolezze, molti dolori del grand’uomo. Ma se il Ranieri qui ha parlato, ha poi taciuto affatto alla domanda, che, si può dire, l’Italia intera gli rivolge. Esistono presso di lui cose inedite del poeta? Il conte Carlo Leopardi sembrava credere che egli conservasse parte dei _Pensieri_ ed altre cose. È vero?

E se è vero, che cosa più rattiene il Ranieri dal farli di pubblica ragione? Quando oramai nelle pubblicazioni fatte dal Cugnoni a Lipsia vediamo raccolte le minime e più giovanili cose che pure non hanno nociuto alla fama del Leopardi, certo non potrebbero nocer queste, concepite e scritte in età più matura. Ma, è vero?

Questa domanda rimane per ora senza risposta.

POLEMICHE INTORNO AL LEOPARDI[2]

Dispiace il dirlo, specialmente perchè c’entra una signora, ma bisogna pur dirlo: lo spettacolo che ci offre la famiglia Leopardi è indecente.

Non bastavano tutti i tormenti cui fu sottoposta la fama di Giacomo, tutte le chiacchere, tutta la malignità, tutta la imbecillità di coloro che conoscendo la propria miseria cercano di passare il Lete arrampicati sulle spalle di un grand’uomo che li porti ai posteri; non bastavano le indiscrezioni che si danno l’aria di rivelazioni importanti allo studio dell’ingegno del Leopardi, per cui abbiamo saputo quante volte al giorno il poeta si soffiava il naso e quante volte alla settimana si cambiava le calze; non bastava l’improntitudine degli scolaretti che eiaculano il loro primo articolo nel giornale letterario della provincia, profanando il nome di Giacomo e ripetendo le balordaggini imparate a scuola; non bastava insomma l’accanimento col quale italiani e forestieri turbarono la pace di quelle povere ossa in nome di un partito, di una scuola o di un pregiudizio; bisognava che la stessa sua famiglia scendesse a pettegolezzi indecenti in faccia al pubblico, contendendosi la privativa di vender oracoli in nome di Giacomo, come contendono tra loro i discendenti del Pagliano pel segreto della ricetta.

Ho detto, a proposito della cantica sull’_Appressamento della Morte_, edita umoristicamente dal signor Giovannino Volta, che se il Leopardi fu infelice in vita, fu infelicissimo dopo morte. Tanta sventura supera la pietà volgare e quasi quasi atterrisce; certo gli uomini celebri viventi debbono qualche volta provar disgusto per la celebrità, pensando che anche su loro può infierire una simile sventura. Si è giunti a questo, che un celebre autore, ora morto, non scriveva una lettera dove non ricorressero quaà e là alcune parole oscene. I suoi costumi e i suoi discorsi erano corretti e gentili, ma scriveva così perchè dopo morto non gli stampassero l’epistolario.

E, per quel che riguarda l’infelice Leopardi, la cosa comincia a diventare scandalosa. Pare che tra la vedova ed erede di Carlo, ed il figlio o i figli di Pier Francesco, sia una di queste lotte di famiglia cieche e ferocissime, come pur troppo avvengono spesso nelle famiglie italiane delle piccole città. Non importa cercare da che motivi venne questa divisione: intanto tutti i giorni si fa più profonda e più aspra; ha diviso Recanati e oramai gli studiosi delle cose leopardiane. Certo gli eredi legittimi e diretti del Leopardi debbono vedere con rammarico la pingue eredità dell’avarissimo Carlo distratta alla famiglia a vantaggio della vedova e dei figliastri di lui. Certo la signora Teresa Teia, prima vedova Pautas e poi vedova Leopardi, ha molti torti, non fosse altro, quello scusabile di voler fare l’apoteosi del defunto marito per quanto la meriti poco, e quello inescusabile di far servire queste tristissime polemiche alle rabbie clericali e fratesche; ma mentre i primi non dovrebbero dimenticare che al postutto si tratta di una signora, questa non dovrebbe dimenticare che si tratta anche di una famiglia alla quale essa è, si può dire, estranea. Da ambedue le parti sarebbero necessari molti riguardi, e nessuna delle due parti ne usa.

Queste ire poco decenti diedero origine ad un nuovo volume di cose leopardiane, cui il Piergili prepose una lunga prefazione apologetica.

Premetto che, se dovessi scegliere un partito, starei col Piergili e non coll’Aulard. Carlo, la più antipatica e falsa figura di casa Leopardi, che ebbe tutti i difetti e nessun dei meriti del fratello maggiore, deve ispirare simpatia a ben pochi che non abbiano interesse a farlo. Questo Arpagone, senza cuore come un clericale e senza dignità come un prestatore su pegno a grassi frutti, mi è sempre sembrato meno stimabile dello stesso Monaldo, la cui fama è oramai monda dalle brutte macchie d’un tempo. La condotta poi di chi tenne da lui ed abusò del suo nome di famiglia per miserabili intenti di partito e di sagrestia, mi nausea addirittura. Tuttavia ciò non toglie che in fondo sia da disapprovare questo strazio che dalle due parti si fa del povero Giacomo, il quale serve di pretesto alla lotta. Fa pietà vedere i combattenti scaraventarselo l’un l’altro addosso come un cencio sudicio e rimandarselo come una palla a suon d’ingiurie, di improperi e d’insulti. A Recanati si rapprentano gli _Hèritiers Rabourdin_, e come di solito il pubblico fischia.

Pur troppo è vero che lo studio dell’Aulard intorno a Giacomo Leopardi trovò in Italia un popolo di lodatori. Il nostro amor proprio nazionale era soddisfatto vedendo che dalla Francia, da quella stessa Francia dove le cose nostre sono così profondamente ignorate, ci veniva il riconoscimento cosciente di una delle nostre massime glorie. A chi non legge, o legge superficialmente, bastò il frontispizio per tenersi contento. Chi invece non legge i libri colla leggerezza con cui si leggono i giornali, scosse il capo e tacque. Meno che gli errori, spiegabili se non perdonabili, colpivano in quel lavoro gli intenti partigiani che l’avevano dettato. Il peggio fu quando la vedova di Carlo Leopardi stampò in francese un maligno libro—_Leopardi et sa famille_—dove, ripetendo notizie vecchie si cerca di tirarle a danno dei parenti avversari e si fanno insinuazioni poco dignitose e poco generose a carico di parecchi. Quel libro, scritto in servigio di odii domestici e di ire clericali, passò in Italia in meritato silenzio: ma in Francia, dove i migliori ignorano la nostra lingua, sarà tenuto per vangelo. Questo bel servigio hanno fatto al povero Giacomo le rabbie de’ suoi!

La prefazione del Piergili è quasi tutta una risposta alle ingiurie dell’opuscolo franco-clericale della vedova Leopardi. Senza dubbio egli era stato offeso da quella maligna pubblicazione e doveva rispondere: egli tuttavia passa un po’ la misura e dimentica che non c’è quanto la calma dignitosa per rendere la risposta all’ingiuria, e condonando molto alla delicatezza offesa, è lecito tuttavia sperare che in avvenire certi metodi ingiuriosi di polemica siano lasciati alla sagrestia dove sono indigeni e coltivati. Lasci che gli altri si abbassino: egli stia più in alto; stia all’altezza della dignità serena che gli dettò l’articolo su Monaldo Leopardi, apparso non è molto nella _Nuova Antologia_. Quella è roba che resta, non fosse altro, per la sua utilità; i pettegolezzi durano quanto le risa di chi se li gode.

E così, anche in questa prefazione rimane utile come documento storico tutto quel che riguarda le affermazioni del Ranieri. Siamo sempre nell’ambito della polemica, ma qui non si tratta più di ripulsa d’ingiurie o di smentita di calunnie già dirette o allo scrittore della prefazione o ai discendenti legittimi della famiglia Leopardi. Si tratta di fatti che hanno una grande importanza pel giudizio del carattere di Giacomo.