Brandelli

Part 1

Chapter 13,880 wordsPublic domain

OLINDO GUERRINI

(Lorenzo Stecchetti)

BRANDELLI

A. Gorlini e C. Via Moscova, 39 Milano.

OLINDO GUERRINI

(LORENZO STECCHETTI)

BRANDELLI

Nuova edizione su quella di A. Sommaruga

[Illustrazione: LOGO]

MILANO CASA EDITRICE LIBRARIA MODERNISSIMA

«FLOREAL LIBERTY»

di ROSSI ARTURO, Via Pontaccio, 19

1911

IL PRIMO PASSO

Ecco come andò la cosa.

Nell’inverno del 1868 io davo ad intendere alla mia famiglia di studiar legge; anzi per confermarla vie più nell’errore, alla fine di quell’anno mi laureai.

(Parentesi. Mi ricordo che ci chiusero nell’_Aula Magna_ dell’Università. Eravamo otto o dieci candidati, di quelli allegri come non se ne trovano più. Venne il professore di Diritto Canonico, munito di una borsa gigantesca che conteneva la bellezza di sessanta palle. Ognuno di noi immerse la mano nel venerando borsone ed estrasse una palla sola, il cui numero corrispondeva a quello di una tesi da svolgere in iscritto. Mi toccò una tesi laconica: _Del Comune_; una tesi che non conoscevo nemmeno di saluto. Il professore se ne andò e noi ordinammo la colazione. Ci parve che il vino, che era buono dovesse rischiararci le idee, e ne bevemmo... si sa... ne bevemmo... con molto piacere. Mi ricordo anche, un po’ confusamente, di aver ballato con molta energia, insieme ai colleghi, intorno ad un mappamondo in mezzo all’aula, e di aver riscossi unanimi applausi per l’esecuzione brillante dell’esercizio ginnastico detto l’albero forcuto. Sul tardi ci decidemmo a lavorare, ed io comunicai i miei bollenti spiriti all’opera della mia sapienza giuridica. Cominciai coprendo di vituperii il cranio di Clemente VII perchè distrusse la repubblica fiorentina, e finii rimproverando il ministro Menabrea perchè dopo Mentana non era andato a Roma. Domando io che cosa c’entrava questa roba in una tesi di diritto amministrativo? E tra il principio e la fine ci era una tempesta di punti ammirativi, di apostrofi, di sarcasmi, d’esclamazioni; c’erano dentro tutte le più calde figure rettoriche possibili. Era insomma una tesi un poco brilla. Cinque o sei giorni dopo, la mattina a digiuno, coll’abito a coda di rondine e la cravatta bianca, dovetti recarmi all’Università per leggere e sostenere pubblicamente la mia tesi davanti alla Facoltà ed agli ascoltatori. Lessi, ma in parola d’onore, avrei preferito di non leggere. Mi vergognavo. Tutto quel lirismo bacchico recitato a bassa voce da un giovine a digiuno, in soggezione e colla voce spaurita, doveva fare un bell’effetto. Alle interrogazioni dei professori, m’impaperai, dissi degli spropositi cavallini, feci una figura scellerata, e forse mossa da un delicato senso di compassione la Facoltà mi approvò a pieni voti. Vorrei esprimere la mia gratitudine ai benefattori, ma credo che sia tempo di chiudere la parentesi).

Dunque, nell’inverno del 1868, invece di leggere il codice leggevo dei versi. Ma leggevo per lo più dei versi francesi, non trovando niente in italiano che finisse di piacermi. Giudicavo tutti i nostri poeti recentissimi colla avventatezza dello studente che procede per simpatie ed antipatie e tutta la nostra lirica contemporanea mi pareva vuota, affettata, frigida. L’eterno Iddio Manzoni era l’oggetto del mio odio accanito; e tutto quel cristianesimo nè carne nè pesce degli scrittori che adorano san Pietro e dicono male del suo successore, mi dava delle ore di bile felice. Il mio vangelo filosofico era la _Filosofia della rivoluzione_ del povero e grande Ferrari; e in questo forse ho cambiato poco. Potete dunque immaginare il gusto che mi dettero poi le lodi prodigate all’abate Zanella! Badate bene! Se l’amor di Dio messo in versi mi fa sempre presso a poco lo stesso effetto, non giudico più così sfacciatamente in cose d’arte. Voglio solo dire che allora l’odio al romanticismo cristiano e cattolico mi accecava e mi faceva giudicare colla ferocia di un antropofago.

La sera, prima di andare a letto, facevo dei versi.

Li facevo in pantofole e ci si sentiva. In quelle crudelissime poesie ingiuriavo atrocemente la Trinità ed il resto. Traducevo _La Guerra degli Dei_ del Parny, Voltaire mi pareva fiacco e, quando trovavo qualche cosa che non mi andava a verso, picchiavo coi pugni sul tavolino e insolentivo l’autore e i suoi ascendenti in linea mascolina e femminina in perpetuo. Non mi consigliava nessuno e da nessuno avrei accettato consigli. Avrei scaraventato subito il volume dell’Aleardi in faccia a Mentore stesso. Non si è giovani per niente.

In quell’anno venne fuori il _Levia Gravia_ del Carducci. Non conoscevo l’autore di persona, e quando lo conobbi, mi diede sempre tanta soggezione, che si sono voluti dieci anni di amichevoli relazioni prima di decidermi al _tu_ confidenziale. Anzi è stato lui che ha cominciato col _tu_, ed anche ora, quando si parla sul serio di letteratura o di storia, mi scappa quel _lei_ benedetto. Allora insomma non lo conoscevo e si può anche dire che egli era conosciuto da pochi. Il _Levia Gravia_ non levò gran rumore, un po’ perchè allora non si credeva possibile di far buoni versi dopo il Manzoni ed anzi pareva sfacciataggine provarcisi; poi, perchè in quel libro non c’era politica. Ma io lo lessi; e stucco e ristucco di tutta quella devozione rimata che stagnava in Italia, rimasi ammirato di non trovarci dentro i soliti angioli e le solite madonne. Trovai finalmente il poeta mondo dalla lebbra del sentimentalismo ipocrita che odiavo, trovai finalmente qualche cosa di nuovo, di originale, e non le solite rifritture manzoniane. Fino i metri non erano più quelli del sempiternale—_Ei fu! Siccome immobile_—e gli affannosi decasillabi, noiosi nel loro isocronismo come il pendolo dell’orologio. Ma qui non faccio l’autopsia critica del Carducci; dico solo per dire che mi colpì subito e, presa la penna, scrissi due o tre colonnini di roba entusiastica certo, ma sconclusionata parecchio.

Si sa: quando si è scritto qualche cosa _adversus genies_, viene la voglia di stamparla. Ricopiai la mia sconciatura in magnifica calligrafia e la portai ad un giornale che si chiamava l’_Amico del popolo_.

Era un giornale repubblicano: lo dice il titolo preso dal giornale di Marat. Scritto da brave persone, aveva però il difetto di quasi tutti i giornali repubblicani, quello di parlare sui trampoli come i proclami. Aveva degli articoli di fondo scapigliati, infocati e sbraculati, e se non si fosse saputo che gli scrittori erano brava gente incapace di torcere un capello a nessuno per cattiveria, si sarebbe potuto credere che l’ufficio dell’_Amico del Popolo_ fosse una tana, di cannibali infermi mezzo d’idrofobia e mezzo di _delirium tremens_. E il Governo (i Governi, come i mariti, non sanno mai le cose bene) credeva proprio che in quelle innocenti camere terrene della _Siliciata di Strada Maggiore_ accampasse una masnada di settembrizzatori assetati di sangue umano, perchè periodicamente faceva cercare e arrestare qualcuno dei collaboratori. Che tempi erano quelli, dopo Mentana! I repubblicani confessi erano sempre aspettati nelle carceri di S. Giovanni in Monte e, tenuti pericolosi, erano però le persone più sicure della città, poichè la sera andavano a casa scortati dalle guardie di sicurezza vestite da uomini. Ma lasciamo andare.

Piano piano, con un po’ di tremarella, mi diressi all’antro dell’_Amico del Popolo_. Entrato sotto al portone, vidi un uscio con un cartello dov’era scritto _Direzione_, e dietro l’uscio si sentiva un rumore di voci, un pandemonic che ricordava una scuola di ragazzi in rivoluzione. Bussai, due o tre voci mi dissero _avanti_, spinsi, l’uscio, ma non vidi nulla.

Non vidi nulla perchè dentro c’era un fumo tanto denso che si sarebbe tagliato col coltello. Dieci o dodici pipe mantenevano quel nebbione nell’antro. Si capiva che c’era molta gente e si sentiva una voce misteriosa uscir dalla nube come la voce di Dio sul Sinai. Rimasi ritto presso l’uscio e sentii la voce declamare un articolo di fuoco e di fiamme. E’ passato tanto tempo, che non lo ricordo più; ma c’entravano il sangue, le fogne, la spada di Damocle, il toro di Falaride, _eppur si muove_, la cuffia del silenzio, Dionigi il tiranno, Torquemada, Polignac, i fulmini e le saette. Io rimasi un poco sconcertato in principio, perchè non pareva che dicesse sul serio: ma quando sentii uscire dalla nube alcune voci d’approvazione, la presi sul serio anch’io e, tirato fuori un sigaro, collaborai col mio fumo a quello della comunità.

Dopo un po’ di tempo finì la declamazione dell’articolo di fondo, finirono le approvazioni, e i personaggi uscirono ad uno ad uno, involti sempre nella fitta nebbia di fumo di pipa. Mi avvicinai ad un monumento nero che travedevo in fondo alla camera e che giudicai uno scrittoio. M’immaginavo che dietro ci fosse il direttore del giornale un buon diavolo che andò a finire, credo, nelle ferrovie e che in quei tempi scoccava acutissime quadrella alle borse dei conoscenti. Offersi l’articolo, lo misi sul monumento che il senso del tatto mi assicurò essere uno scrittoio, e non ebbi altra risposta che una serie infinita di grugniti che non sapevo se approvativi o improbativi. Quando ebbi finito di parlare, non sentendo di là del monumento nessun segno di vita umana, tornai indietro, e trovata la porta a tentoni, uscii all’aria aperta. Oh, come respirai largamente! Era ancor freddo, ed il vapore del mio alito mi pareva il residuo del fumo aspirato nell’antro.

Per alcuni giorni lessi assiduamente l’_Amico del Popolo_ sperando di vedermi stampato, ed ogni giorno mi portava una disillusione di più. Finalmente l’articolo apparve in appendice!

Così stampato mi faceva un altro effetto, mi pareva più bello, e l’avrò letto dieci o dodici volte in fila. Non descrivo l’emozione e i palpiti dello sciagurato che ha peccato la prima volta in tipografia. Ferdinando Martini ha descritto tutto con un verismo così preciso, che mi rimetto a lui.

Pareva anche a me che tutti in quel giorno dovessero guardarmi. Ero superbo come uno Scià di Persia e guardavo d’alto in basso l’intera umanità. Però, passeggiando fuori di porta, in un vicolo dove bisogna camminare con precauzione, vidi l’_Amico del Popolo_ tagliato a pezzi e steso a terra come vittima di una faticosa battaglia. Torsi il viso e le nari con dispetto, quasi fossi stato personalmente offeso. Ahimè! Da che altezza precipitai!...

Questa è la vera e precisa relazione del mio primo passo nella via della pubblicità.

Compiangetemi.

SANTO NATALE

La signora Giovanna spalancò la porta e poco mancò che me la sbattesse in faccia. Le scappò un atto d’impazienza e mi disse:

—Senta: faccia a mio modo. Lei vada a letto.

—Dunque—risposi—c’è ancora molto tempo?

—Lei non ci può far nulla. Anzi ci rompe la testa, ci imbarazza... l’abbiamo sempre tra i piedi... Vada a letto. Che cosa vuol farci lei?

E mi voltò le spalle avviandosi verso la cucina che dalla porta aperta fiammeggiava come una fornace accesa.

Io avevo sulla punta della lingua una domanda sciocca.

Volevo domandarle se il nascituro sarebbe maschio o femmina; ma capii che non era il momento di fare domande sciocche. Perchè s’impazientisse la signora Giovanna, di solito così cerimoniosa, bisognava proprio che avesse altro per la testa; e piano piano ritornai a chiudermi nello studio.

Il fuoco era acceso e la poltrona mi tendeva le braccia. Come sono lunghe le ore dell’aspettazione!

Di fuori nevicava e i fiocchi di neve gelati della notte e cacciati dal vento battevano sui vetri, fitti, fitti, con un fremito sommesso, quasi timido e doloroso. Il vento di quando in quando mandava un lamento, poi si chetava, e il silenzio non era rotto che dal rumore strano e velato delle poche e lontane carrozze sulla neve, e dal passo cadenzato e lento delle guardie che passavano sul marciapiede allontanandosi a poco a poco. Il silenzio della notte è sempre solenne e misterioso, ma quando si hanno i nervi tesi dalle veglie e dal caffè, quel silenzio diventa come vivo e pare che qualcuno o qualche cosa vegli in una aspettazione muta e paurosa nelle tenebre profonde. Si attende non si sa che, quasi come il silenzio dovesse essere squarciato dalla rivelazione improvvisa e rumorosa di un mistero. Si aspetta, si tende l’orecchio inconsciamente come per interrogare il grande enigma delle tenebre silenti, finchè la tensione si rallenta e l’incubo dell’aspettazione si risolve nei vaneggiamenti del sogno.

Che libro leggessi non lo so e non lo sapevo neppur quella sera. Ma ricordo bene che presto mi cadde di mano e cominciai a fantasticare così tra la veglia e il sonno. Mi ritornavano in mente i bei giorni trascorsi in villa colla mia povera bimba e sentiva ancora le sue parole come se l’avessi lasciata poco prima. La rivedevo bionda, rosea; sorridente attraversare con me i campi dove le spiche mature erano alte come lei, dove i passeri spaventati dalle nostre risa volavano via cinguettando. Mi ricordavo il giorno in cui andammo assieme a pescare ed io la portavo sulle spalle per attraversar l’acqua e stavamo tutti e due nascosti nell’erba fresca ed alta delle rive, in silenzio, aspettando. Sentivo il suo grido di trionfo quando una lasca minuscola finalmente penzigliò dall’amo, e la vedevo ritta, coi ricci per le spalle e la felicità negli occhi, batter le mani e gridare. Oh quegli occhi, azzurri come foglie di mammole, grandi come occhi di donna, io li vedevo e li vedrò sempre che mi guardano come nell’agonia sua, imploranti un aiuto che io non poteva dare, nuotanti già nelle nebbie della morte, ma sempre grandi, sempre azzurri, belli sempre ed ora per sempre chiusi. Si può soffrire al mondo quanto soffrii adagiandola colle mie mani nella cassa e chiudendole gli occhi, i dolci occhi che non posso ricordare senza sentire qualche cosa che si straccia nelle mie viscere?

Per questo desiderava che mi nascesse una bambina, e tremavo pensando che i presagi eran poco favorevoli al mio desiderio. Fino nel sogno mi inseguivano i pensieri angosciosi del giorno e li divideva certo la povera martire che sul suo letto di dolore aveva troppi altri strazi che la laceravano. E così sognavo, quando il silenzio notturno fu rotto da un grido acutissimo, da un vagito lungo che mi rimescolò tutto il sangue dentro e mi fece saltare in piedi desto ed ansante.

Accorsi, ma sull’uscio la signora Giovanna che entrava affacendata mi fermò col suo _non si può_ rigido ed alle mie domande non rispose che con una alzata di spalle chiudendo l’uscio. Non potevo star fermo, mi mordevo le labbra, mi tiravo i capelli ed avevo caldo. Aprii la finestra, dalla quale irruppe nella camera la luce chiara e diffusa del mattino fatta più viva dal riflesso bianco della neve. Di fuori non c’era altri che la guardia del gas che spense correndo gli ultimi lampioni; poi più nessuno. Il silenzio ridivenne profondo e cupo. Mi pareva, non so perchè, che stesse per accadere una disgrazia.

Quando Iddio e la signora Giovanna vollero, potei entrare. Mi chinai sul letto e chiesi a mia moglie:

—Come va?

—È rinata la Lina—rispose sorridendo.

Nella culla bianca, affondata tra i veli ed i pizzi, giaceva la nuova venuta riposandosi della fatica fatta nel venire al mondo. Quando allontanai il copertoio per vederla, la neonata aprì gli occhi e mi guardò.

Era lei! Erano i suoi occhi, i suoi dolci occhi, azzurri come le mammole! Era la povera morta che mi guardava ancora cogli occhi della sorella!

Come non diventano matti i babbi in certe occasioni?

Oh, Santo natale della bimba mia, che tu sia benedetto!

NEVE

C’è la neve?

Vi pare una domanda sciocca, non è vero? Eppure in casa mia ha una grave importanza, poichè in un momento di tenerezza paterna ho avuto la imprudenza di prometterla al mio bambino che non ricorda più quella dell’anno passato. Io gli ho promesso la neve per il giorno di Natale io che l’ho avvezzato a credere ciecamente alle mie parole! La stagione si manteneva sempre eccellente e cominciavo a fare il diplomatico col signorino, cercando di preparare delle scappatoie alla paterna autorità. Ho insinuato così alla larga certi dubbi impertinenti sulla infallibilità dei lunari, e prendendola da lontano, ho fatto per incidente certe subdole supposizioni che implicavano la perfetta serenità del giorno di Natale; ma non c’è stato verso di proteggere decentemente la mia ritirata. Questa sera stessa dipingevo con colori vivacissimi (non faccio per lodarmi) e con eloquenza meravigliosa, le delizie di una passeggiata da farsi nel santo giorno, con un sole splendido ed un cielo sereno, sino ai giardini pubblici, dove al caffè vendono i dolci tanto buoni. Il signorino mi ascoltava serio serio, colle mani dietro la schiena napoleonica, e pareva soddisfatto della magnifica prospettiva di vedere i pesci rossi nel laghetto e di mangiare i pasticcini al caffè, quando ad un tratto mi ha chiesto a bruciapelo se ci sarà anche la neve!

La mia autorità è in pericolo! Come potrò io godere la confidenza del primogenito che ho ingannato così? Mi domando spaventato con quali doni potrò asciugare le lacrime della sua prima disillusione. C’è in una bottega un _tramway_ di latta che gli deve aver ferito la fantasia; ma basterà a fargli dimenticare la neve promessa? Io domando a che cosa serve l’Ufficio meteorologico centrale che manda tanti curiosi telegrammi ai giornali? A che cosa serve leggere nel foglio della sera che oggi è stato bel tempo? C’è bisogno di telegrafarlo da Roma, quando già io sono uscito senza pastrano? Quanto più utile sarebbe quell’Ufficio se sapesse dire in tempo ai poveri padri di famiglia:—Badate di non promettere la neve pel giorno di Natale ai vostri bimbi perchè quel giorno sarà sereno!—Allora si capirebbe il perchè di tanti impiegati e di tanti telegrammi. Ma a mezzanotte non sanno dire che tempo farà al tocco. Oh la scienza! Meglio il lunario, che almeno qualche volta ci coglie.

***

Iddio misericordioso mi tenga le sue sante mani sul capo e non permetta mai ch’io faccia di questo periodico una cattedra di irreligione, specialmente in questi giorni benedetti. Ma però mi sia permesso di dolermi che la tradizione cristiana, e specialmente cattolica, abbia incorniciata la nascita del suo Messia con tutti gli orrori della stagione invernale. Anche a me sono noti, press’a poco, i risultati della moderna esegesi che tendono a stabilire Nazareth e non Betlemme come luogo di nascita di Cristo, secondo il Vangelo di Giovanni. So benissimo che il censimento di Quirino, che la leggenda ritiene causa del viaggio a Betlemme, è almeno di dieci anni posteriore all’anno della Natività secondo Luca e Matteo, poichè i due evangelisti fanno nascere Gesù sotto il regno di Erode e il censimento non fu fatto che dopo la deposizione di Archelao e che ad ogni modo questa operazione amministrativa dovette aver luogo solo nelle provincie romane e non nelle tetrarchie. Ma non è il caso di sfoggiare una erudizione troppo facile per tacciare di inverosomiglianza tante pie leggende, e ripeto che non voglio tener cattedra di irreligione. Solo mi preme di protestare contro la tradizione della neve natalizia, cui debbo il mio paterno imbarazzo.

Che a Nazareth l’inverno sia rigido, lo credo, benchè io non ci sia mai stato nè d’inverno nè d’estate. Benchè Nazareth sia ad una latitudine anche più meridionale di quella di Tunisi e le linee isochimene notino per quella regione una temperatura invernale di + 10 centig. in media, so che la patria del falegname Giuseppe è sul monte e quindi soggetta a squilibri forti di clima. Ma poichè la tradizione pia fa nascere Gesù a Betlemme, molto più al sud, in latitudine più meridionale di Tripoli, in luogo montuoso ma aperto ad oriente e riparato a settentrione dai monti che limitano la riva sinistra del Cedron, dubito che la neve fosse molto alta la notte del 25 dicembre dell’anno 1.

Sant’Epifane (vedete come la so lunga!) mette il Natale ai 6 di gennaio, e San Clemente Alessandrino dice che ai suoi tempi chi lo celebrava nel 19 o 20 d’aprile, chi al 20 maggio. Nel passato secolo vi fu chi sostenne che il Natale doveva cadere in settembre, ma il calendario del Bucherius mette la festa ai 25 di dicembre, e la Chiesa la celebra in quel giorno.

Certo in dicembre è freddo; almeno per lo più l’inverno è già inoltrato verso la fine dell’anno. Ma se badassimo alle tradizioni ed ai quadri dei pittori, tra i gradi 31 e 32 di latitudine dovrebbe esistere la Siberia e non la Giudea. Ci dipingono certe nevicate da fare invidia alla Groenlandia, mentre anche ora gli ulivi prosperano a Betlemme senza paura di morire gelati. Giacomo de Vitry narra che l’esercito dei crociati, giunto sulle rive del Giordano a metà di Novembre, prese un bagno con molto piacere. E se al 6 di gennaio è solennizzato il battesimo di Gesù che fu dal Battista immerso nel fiume, certo il Giordano non doveva essere gelato anche secondo l’idea della Chiesa. Quanto al bue ed all’asinello, non hanno che una dubbia frase del profeta Abacucco per giustificare la loro presenza nel presepio; e ad Abacucco ne lasceremo tutta la responsabilità.

Dunque il Vangelo non ci dice che nel giorno di Natale, a Betlemme, nevicasse. La geografia fisica lo nega. Perchè dunque dovrà esserci la neve quel giorno? Perchè queste belle ed erudite riflessioni non mi vennero in mente quando promisi la neve al mio bambino? Chi lo persuade ora? Se gli cito Abacucco, ho paura che non lo prenda sul serio. Specchiatevi, padri imprudenti, e vedete dove vi può trascinare una promessa fatta leggermente!

***

Il profeta Daniele dice _Benediciamo i ghiacci e le nevi del Signore_, e questo invito mi ricorda l’egoismo de’ miei desiderii. C’è troppa gente al mondo per la quale la neve è una tribolazione: desiderarla è dunque male. Lasciamo che il profeta la benedica e speriamo che i poveri possano farne a meno oggi. Comprerò il tramway al mio erede, che dimenticherà le promesse paterne, ed i bimbi dei poveri saranno contenti perchè oggi avranno meno freddo. Tutto quindi anderà pel meglio.

Ma io l’ho tuttavia colla scienza che non mi ha saputo guidare nelle promesse.

Sono oggi dugentotrentanove anni che il signor Ovidio Montalbani, il _Rugiadoso Accademico della Notte_ e _fra gl’Indomiti lo Stellato_, pubblicava la sua _Chiologia_, cioè _Discorso sulla Neve_, e press’a poco sapeva quel che sa l’Ufficio meteorologico centrale. Sapete come si scriveva nel seicento? Ebbene, il Montalbani dedica il suo libro ad un conte Riario cominciando così: «La neve che io tratto nel presente discorso non sa intiepidire: ella ha riscaldato gagliardamente quel riverente affetto con che gran tempo fa vivo ambitioso della gratia di V. S.» Nientemeno! Egli ci dice più avanti che la neve «coll’inertia d’una quiete stagnante fabrica veloci le ali agli odori, et la medesima si dichiara per indivisa compagna della Mestitia et della Giovialità». Proprio quello che dicevo! Mentre la neve pel mio bimbo sarebbe compagna della _Giovialità_, per altri bimbi lo sarebbe della _Mestitia_. E andate poi a parlare di progresso mentre l’Accademico Rugiadoso, due secoli e mezzo addietro, diceva quel che dico io!

Nel 1644 l’Accademico Stellato affermava che l’oroscopo «trigonocratore dell’uno cielo ed oriocratore del proprio luogo» lo induceva a credere che «le feste natalitie non saranno tanto rigorose nel freddo quanto i giorni adietro, overo che riusciranno serene». Non so se l’indovinasse per quell’anno; so che l’indovina per questo. Provino un po’ i meteorologi odierni, che non usano termini meno difficili, ad indovinare che tempo farà per le feste di Natale del 2122? Vedremo se ci colgono. Sì, lo vedremo!

Facciamo pure senza la neve poichè tutti ci guadagnano e tanto il _tramway_ l’avrei dovuto comprare lo stesso; e in questo giorno in cui gli angeli hanno cantato _pace in terra agli uomini di buona volontà_ perdoniamo anche ai meteorologi, che in fatto di buona volontà e di buone intenzioni (l’inferno ne è lastricato) non sono secondi a nessun’altra classe di scienziati. Pace dunque al padre Denza e al Ministero della Marina.

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