Bollettino del Club Alpino Italiano 1895-96 Vol. 29 Num. 62

Chapter 8

Chapter 83,539 wordsPublic domain

Il residuo della estrazione eterea, fatto bollire per separare le ocre e svaporato, si acidificò con H_2SO_4 e si distillò; il distillato, neutralizzato con un una traccia di NaOH e svaporato, lasciò un residuo piccolissimo di saponi. Questo residuo, introdotto in un piccolo palloncino e distillato con H_2SO_4, diede poche goccie di un distillato acido, avente forte odore di burro rancido, e non riducente i sali di argento; si trattava dunque di traccie d'un acido grasso (escluso il formico), probabilissimamente butirrico.

La fermentazione avviatasi nella crioconite era dovuta a numerosi microorganismi che vedevansi muovere in ogni senso in una goccia del liquido esaminato al microscopio; ad essi era dovuta la scomparsa dell'ossigeno, mentre avevano consumata scarsa sostanza organica azotata che era contenuta in questo deposito glaciale.

La polvere nera di crioconite rimasta sul filtro conteneva pure numerosi organismi; fra questi erano alghe verdi, le quali, non avendo potuto svilupparsi nell'ambiente disossigenato della boccia chiusa, dove gli anaerobii avevano il sopravvento, appena ebbero aria a disposizione cominciarono a vegetare e produssero clorofilla che tingeva le ultime acque di lavaggio.

Ecco i risultati dell'esame dei vegetali contenuti nella crioconite, esame gentilmente intrapreso dal prof. Belli, assistente alla cattedra di Botanica:

ALGHE (_Diatomeae_) appartenenti con tutta probabilità ai generi _Pinnularia_ sp., _Navicula_ sp., _Frustulia_ sp.?

" (_Cyanophyceae_) _Oscillaria_ sp.!!

" (_Chlorophyceae_) _Pleurococcus_ sp., _Chroococcus_ sp.! _Hematococcus pluvialis_ Kh.!!

FUNGHI (_Bacteriaceae_) _Bacillus_ sp., _Bacterium_ sp., numerosissimi.

" (_Ascomycetes_) Spore con episporio echimato di difficile identificazione.

GYMNOSPERMAE. Polline di conifera (Gruppo _Abietineae_). Inoltre: Pappi di Composite? o di Graminacee o Ciperacee. Fili o tricomi appartenenti probabilmente a semi piumosi (_Salix_, _Epilobium_, _Clematis_, ecc.).

Il processo di putrefazione avviatosi nella crioconite del Rosa, la avvicina una volta di più alla crioconite boreale; anche Nordenskiöld trovò una quantità di detriti abbandonati dal ghiacciaio nel letto di un torrente, i quali erano caduti in preda a decomposizione putrida ed esalavano odore d'acido butirrico. Da questi ammassi di crioconite il Berggren isolò un certo numero di alghe, che descrisse nei resoconti dell'Accademia di Stoccolma[28]. Si è appunto in causa all'avviatasi decomposizione putrida che il ferro nativo che potesse essere contenuto nella crioconite del Rosa si combinò con altri elementi per passare allo stato ferroso, che alla sua volta si trasformò in ferrico quando aperta la boccia si diede libero accesso all'ossigeno. Dai dosaggi fatti risultò che la crioconite del Rosa in cui si era sviluppata la putrefazione, conteneva circa 16% di sostanza organica; il ferro rimasto allo stato insolubile rappresentava ancora il 3,5%.

È dunque assodato che anche la crioconite nostrana racchiude indubbiamente elementi eolici, ma non ho potuto accertarmi se vi esistano anche elementi cosmici, che sarebbero rappresentati dal ferro nativo.

La presenza di crioconite e la sua composizione serve a dimostrare con ogni certezza quanto ho sostenuto già da tempo[29] che cioè l'aria dell'alta montagna racchiude anch'essa numerosi corpi stranieri.

E qui fa d'uopo di ben precisare la questione; se si parla dell'aria di montagna nei periodi di calma, non c'è dubbio che essa si debba considerare come esente o quasi da ogni germe sospeso; questo fatto, già noto per l'esperienza di vari autori[30], abbiamo potuto confermare parecchie volte nel 1895 esponendo alcune scatole Petri, contenenti gelatine o agar sterilizzati, per 24 ore all'aria in varie località, al Corno del Camoscio sopra il Col di Olen, al Telcio e in prossimità dell'alpe Lavez. Nessuna di queste scatole accusò pure un germe. È troppo chiaro che l'atmosfera essendo calma, i germi sospesi nelle zone basse non possono salire, mentre quelli giacenti al suolo della montagna, i quali si van facendo più rari quanto più ci si allontana dai luoghi dove è più attiva la vita vegetale ed animale, non sono smossi che raramente per essere la regione quasi affatto disabitata.

Io credo inoltre che una parte considerevole dei germi viventi che siano pervenuti in qualsiasi modo a una certa altezza, vi periscono in breve tempo, e mi conforta in tale opinione, la quale tuttavia merita di essere confortata da altre più numerose osservazioni, il fatto che nella neve nei pressi delle Capanne-rifugio Gnifetti e Regina Margherita, dove sono numerose le deiezioni umane, non abbiamo trovato quella quantità di microorganismi che era ragionevole aspettarsi. Su questo fatto dirà più particolareggiatamente la relazione del dott. Scofone.

Ma appena s'alzi dal piano il vento ad assalire i fianchi del monte, ecco che l'aria di montagna si carica di polviscoli non meno di quella dei centri abitati. Questo stato di cose è pressochè abituale in alcune zone, dove il vento regna continuamente. La punta del Monte Marzo, sulla quale io feci le esperienze del 1883, si trova appunto in queste condizioni, poichè il contrafforte che chiude la Val d'Aosta a destra della Dora, di cui il Monte Marzo fa parte, è quasi di continuo esposto ai venti, e le nubi vi fanno dimora abituale. I nomi stessi di alcuni passaggi: Col Nivolé, Col della Nuva (da nuvola) indicano questo fatto. Perciò si comprende come io abbia allora trovato abbondanti germi, assai più numerosi sulla vetta dove era continuo quasi il soffiar del vento, che non a qualche centinaio di metri sotto, dove era il casolare che ci alloggiava[31].

Siccome lo stato atmosferico in montagna è soggetto a frequenti e improvvisi mutamenti, così è erroneo esprimere con una media il contenuto in corpuscoli sospesi nell'aria, come si fa per altri componenti quali sarebbero l'acido carbonico, o l'ammoniaca, i quali, benchè soggetti a leggere variazioni, sono pure continuamente presenti. E se si vogliono pure aver medie, non è filtrando qualche metro cubo d'aria per poche ore che si potranno avere i dati per stabilirle; ma bisognerà trarli ripetendo le osservazioni nelle varie condizioni meteorologiche che si succedono con tanta frequenza in montagna.

Il miglior metodo è ancora l'esame delle nevi, quali ho praticato in lavori precedenti[32], perchè, sebbene non dia dei risultati quantitativi, permette di ottenere un'idea completa dei materiali contenuti nell'atmosfera, mentre le correnti degli aspiratori non trascinano che i corpuscoli più sottili e leggeri.

È necessario sopratutto, discorrendo dell'aria di montagna e dei materiali che contiene sospesi, tener presente che le condizioni lassù non sono come quelle di una città in cui il continuo moto e il viavai riempie l'aria di polvere e le impedisce di purificarsi, sì che la polvere diventa un elemento _costante_ dell'atmosfera; in montagna poche ore di calma o il sopravvenire d'una nevicata depurano quasi completamente l'aria; ma il sorgere subitaneo d'un vento o d'una procella di neve rigettano nell'aria i turbini di materie solide di cui s'era liberata.

Dott. PIERO GIACOSA (Sezione di Torino).

NOTE:

[6] Debbo anche un ringraziamento alla Ditta Narizzano la quale ci regalò una quantità di scatole delle sue conserve alimentari veramente eccellenti e raccomandabili agli alpinisti per la loro ottima confezione. Anche il sig. dott. Robecchi ci spedì da Strevi una cassetta dei suoi rinomati vini e vermuth, che furono uno dei lussi maggiori della nostra modesta spedizione.

[7] Vedi «Boll. C. A. I.» vol. XXIII (n. 57) p. 313.

[8] Forse si potrebbe utilmente sostituire la traversa inferiore cui si attacca il gancio in ferro per uncinare la correggia di cuoio, con una leggera sbarra di ferro, foderata di cuoio o di stoffa per addolcire gli spigoli. Colla traversa in legno attuale accade che nelle scosse inevitabili della discesa, allorchè la portantina è carica, si fenda il legno in corrispondenza delle viti che fissano gli uncini in ferro.

[9] Nella carta dell'I. G. M., foglio 29, alla scala 1:50,000 al lago Salzia è assegnata l'altezza di 2270 metri; ciò è evidentemente un errore materiale di scrittura; l'altezza deve essere invece di m. 2670, come risulta anche dalle curve di livello. Nella stessa carta il sentiero del Colle d'Olen dal versante ovest è tracciato nel "Thalweg" mentre esso fa un largo giro per portarsi in alto sulle balze che scendono dal Corno del Camoscio verso il piano d'Indren, e poi giunge al colle tenendosi sempre a mezza costa.

E poichè sono su questo argomento debbo pure fare notare altre imperfezioni della carta sul versante di Gressoney: i due ghiacciai che coprono il fianco meridionale della Piramide Vincent, cioè quello di Garstelet a sinistra e quello di Indren a destra, non hanno nome sulla carta; il bel piano dove le acque del torrente che scende da questi ghiacciai indugiano in meandri fioriti, è chiamato piano di Zindra, mentre il nome suo è di Indren, come quello del ghiacciajo soprastante; il torrente stesso, come è detto più sopra, si chiama Indren e non Mos. La carta poi, benchè abbia una quota e l'indicazione di una morena al posto in cui sorge la capanna Gnifetti, non registra questo frequentatissimo ricovero, come non registra più in alto l'importantissimo Passo del Lys o Lysjoch. Eppure altri passi del Rosa meno importanti e meno frequentati, come p. es., lo Schwarzthor, il Verra Pass, il Felikjoch e lo stesso Passo della Sesia, sconsigliabile sempre se non ai pochissimi ardimentosi e in circostanze eccezionalmente favorevoli, sono tutti segnati, come lo è pure il canale Marinelli e il Jägernetzen che hanno una importanza esclusivamente alpinistica. Di siffatte disuguaglianze ed omissioni ho potuto constatare altri esempi. Uno di essi è di maggior rilievo: sulla strada d'accesso al Gran S. Bernardo, non è indicata la cantina che è a mezza via tra St.-Rhémy e l'Ospizio. La carta dell'1:100.000 pubblicata dal Ministero degli Interni di Francia (foglio XXVI-25, Chamonix) che si vende a basso prezzo ed è di una grande chiarezza per le sue diverse tinte, porta questa indicazione, la cui importanza è evidente.

[10] Queste cifre approssimative, ma fondamentalmente esatte, mi furono comunicate dal gentilissimo sig. cav. Gaspare Mongenet, consigliere provinciale, e si riferiscono al torrente al suo sbocco a Pont St.-Martin.

[11] Alla calcinazione si riduce a milligr. 16,0.

[12] «Vedi Berichte d. deutsch. chem. Gesell.» anno XXVII, pag. 343.

[13] TIEMANN U. GAERTNER: _Die Chemische und mikroskopisch-bacteriologische Untersuchung des Wassers_ (Braunschweig, Wieweg, 1889) pag. 41.

[14] TIEMANN U. GAERTNER, op. cit., pag. 107.

[15] TIEMANN U. GAERTNER, op. cit., pag. 38-39.

[16] Vedi DAMMER, _Handbuch der anorganischen Chemie_, vol. II, parte 1ª, pag. 52. Per quanto si riferisce alla distribuzione dei composti azotati nell'aria in varie zone e latitudini, vedi pure i lavori di SCHLÖSING nei _Comptes rendus_, vol. 81, pag. 1252; vol. 82, pag. 969; di MÜNTZ e AUBIN, _ibid._ vol. 95, pag. 788, 919; vol. 97, pag. 240; vol. 108, pag. 1062; di MARCANO e MÜNTZ, _ib._, vol. 113, pag. 779, e gli _Annuaires de l'Observatoire de Montsouris_.

[17] ALFONSO SELLA, nei «Rend. R. Acc. dei Lincei» del 18 gennaio 1891.

[18] PORRO, nel «Boll. C. A. I.» vol. XXIV, pag. 121.

[19] _Annales de l'Observatoire météorologique du Mont-Blanc_, Paris 1893, vol. I, prefazione.

[20] «Riv. Mens. C. A. I.» vol. IX, pag. 115.--Vedi pure «Zeitschr. d. Deutsch. u. Oesterr. Alpenverein» XX.

[21] «Nature» 16 maggio 1895.--Riferisco qui una interessante relazione trasmessami dal dott. E. Oddone, direttore dell'Osservatorio geodinamico di Pavia, sopra i fenomeni elettrici osservati alla Capanna Margherita.

«Sui fenomeni luminosi al Monte Rosa la sera del 21, o 22 che sia, agosto 1893 ricordo che lassù sulla vetta era nebbioso e vi cadeva insignificante un nevischio. La temperatura era di -5°. Nella vallata della Sesia imperversava il temporale. Dapprima comparvero sui 6 parafulmini delle piccole stellette simili a brillanti di media grossezza illuminati dal sole. La luce loro era bianca. Ma quando i lampi in basso percotevano la montagna, quasi il suolo e le nubi fossero anodo e catodo di una gigantesca batteria, allora le stellette mutavansi in fiocchi allungati e sibilanti. Ed a me appariva che dopo fulmini azzurri si avessero fuochi negativi (stellette), dopo fulmini rossi si avessero fuochi positivi (fiocchi). Il suono era quello del vapore che esce dalla caldaia, attenuato ma distinto, o meglio s'avvicinava a quel zittìo che si fa nelle sale ove si ha piacere di udire la musica ed il vicino disturba. La lunghezza dei fiocchi era forse di un centimetro, ma l'occhio li giudicava più lunghi.

Nuovi lampi, e comparivano le stellette, nuovi lampi ancora e ritornavano i fiocchetti. L'intervallo era di due o tre primi. Avvicinatosi il temporale, non solo dalle punte sui tetti, ma da ogni asperità delle rupi, dagli spigoli dei disordinati assiti fuori della capanna, dalla balaustrata in legno uscivano grossi fiocchi bluastri e fatui lunghi almeno 5 centimetri. All'occhio sembravano più estesi, la luce però era smorta ed a stento si avrebbe potuto leggere con simili candele. In tutto se ne potevano contare una ventina e non mutavano più in stellette. Stavano fissi, offrendo col solo un crescendo al momento del lampo (momenti che alcune volte col lampo sparivano totalmente per un secondo!!). Questi fiocchi dolcemente zittivano, come fu detto sopra, mentre la neve attorno, benchè non fosforescente, pure leggermente crepitava e schioppettava. Ho provato a mettere la mano sui parafulmini. Il fiocco spariva per un attimo, ma poi tornava e mi lambiva le mani senza provocare sensazioni. Eravamo in tre o quattro fuori della capanna appoggiati all'uscio di entrata. I capelli e la barba, ad eccezione di qualche luminosità sui peli isolati, non davano niente, ma se si toccavano colle mani se ne sprigionavano ramificazioni luminose molto più intense di quelle che escono dalle macchine di Holtz senza condensatori. La lunghezza di quelle vive fiammelle era di cm. 5, ma ne uscivano delle maggiori se si bagnavano le dita di saliva. La pelle irritata dava la sensazione ben nota.

L'alpenstock, alzato la punta in alto, dava fiocchi di cm. 10 di lunghezza e di 3 cm di diametro circa. Lo zittìo che emetteva incuteva timore. L'uomo colla bocca difficilmente sa fare più forte. Dopo ci siamo ritirati per prudenza, ma non credo che il temporale crescesse in intensità. Un portatore che uscì ancora rientrò atterrito: disse che allo scoppiare di un lampo ne aveva avuto la barba investita e la vista e la memoria momentaneamente offuscata, ma credo esagerasse.

Il tuono al massimo del temporale rumoreggiava forte, ma prima e dopo vedevansi i lampi ed esso a noi non giungeva.

[22] «Compt. rend.» vol. 95 (1882), pag. 919.

[23] «Compt. rend.» vol. 95 (1882), pag. 1121.

[24] «Compt. rend.» 1892, pag. 134.

[25] «Compt. rend.» 1883, pag. 525.

[26] _Om kosmiskt stoft, som med nederbörden faller till jordytan._ «Ofversigt a Kongl. Vetenshaps-Academiens Förhandlingar» 1874, nº 1. Stockholm.

[27] A. E. NORDENSKIÖLD: _La seconde expédition suédoise au Grönland_ (Paris, Hachette) pag. 194 e segg.

[28] Anno 1871, p. 293 (citato da Nordenskiöld, _Om kosmiskt stoft_, ecc.).

[29] «Atti della R. Acc. delle Scienze di Torino» vol. XVIII, 28 gennaio 1888.

[30] GIACOSA, loc. cit, e «Annuaire de l'Observatoire de Montsouris», 1884-1885.

[31] Le mie esperienze del 1883 non ebbero la ventura di essere approvate dal dottor Miquel, batteriologo dell'osservatorio municipale di Parigi, situato a Montsouris. Egli le critica vivamente nell'Annuario del 1884 a pag. 531, e la sua critica contrasta singolarmente colle lodi date al signor di Freundenreich di Berna che avendo eseguito ricerche analoghe sulle montagne era giunto a risultati che al Miquel parvero più attendibili. Non risposi allora alle critiche del batteriologo di Parigi e mi limito ora a dimostrare che il Freundenreich ed io non meritavamo _ni cet excès d'honneur ni cette indignité_. Le alte lodi per cui è additato alla riconoscenza del mondo degli scienziati il sig. di Freundenreich per avere preso la determinazione di salire sullo Schilthorn (2792 m.) e starci quattro ore per filtrarvi dell'aria (pag. 536) e quelle che gli si tributano l'anno seguente per essere stato al Niesen e al Théodule, non avranno avuto altro effetto che di far sorridere il dotto Bernese che sa come a queste altezze ci si giunga se non così facilmente come alla Torre Eiffel, certo senza incorrere in pericoli tali da meritare di essere tramandati alla posterità; mentre la confessione penosa d'impotenza a cui il Miquel vorrebbe costringermi, perchè essendo in montagna e sprovvisto di laboratorio non ebbi mezzi di far quello che non fece neppure il sig. di Freundenreich di coltivare cioè i germi trovati per accertarmi dei micrococchi esistenti, non mi ha punto commosso. Entrambi gli apprezzamenti provano soltanto che il signor Miquel in quell'epoca non sapeva ancora che cosa vuol dire montagna e lavorare in montagna. Forse a quest'ora l'avrà imparato.

[32] «Giornale della R. Accad. di Medicina di Torino», 1890, n. 1 e 2.

Nelle Dolomiti di Ampezzo.

La seduzione irresistibile che due mesi d'alpinismo nelle Dolomiti avevano esercitato sopra di me, mi richiamava altre due volte (1894 e 1895) nella prediletta Cortina d'Ampezzo, alla quale tornavo e tornerò ancora sovente con quel conscio e profondo amore che la montagna sa ispirare ai suoi fedeli, e che prende sovente, com'è qui il caso, la veste d'una vera passione.

Ho già raccontato su altro «Bollettino»[33] le mie salite del 1893. Nel 1894 il cattivo tempo e altre circostanze avevano mandato a vuoto la progettata campagna alpina. Darò questa volta qualche cenno sopra alcune ascensioni che compii sullo scorcio dell'estate 1895, e il cui numero forzatamente dovette essere limitato, avendo già due anni prima esaurito quasi interamente il repertorio delle più interessanti cime delle Dolomiti d'Ampezzo.

=Cadini di S. Lucano= m. 2840.

Il gruppo dei Cadini appartiene alla serie ancora abbastanza numerosa di montagne completamente italiane, che sono dai nostri alpinisti quasi del tutto trascurate. I Cadini sorgono a sud delle Tre Cime di Lavaredo, a est di Misurina, eccellente punto di partenza per la loro salita. Essi non meritano davvero, malgrado la modesta elevazione, il poco conto in cui sono tenuti dalla più parte: perchè formano, nel loro piccolo, uno dei più pittoreschi gruppi delle Dolomiti di Sesto; hanno soltanto il torto--se così si può dire--di non darsi il più piccolo disturbo per piacere. Il loro esteriore è poco promettente e non richiama in modo particolare l'attenzione degli alpinisti, anche sotto l'aspetto pittoresco: mentre invece a quelli che non isdegnano di penetrare in quel piccolo mondo nascosto, ove si svelano le loro belle e fantastiche guglie, fasciate da un ghiacciaio in miniatura, i Cadini offrono ampio compenso, sotto qualunque punto di vista.

Molto di nuovo e di interessante vi è certamente da fare nei Cadini, e vorrei che fosse un italiano ad occuparsene, scrivendo anche una monografia illustrata di quel ristretto, ma bellissimo gruppo. Le due punte principali dei Cadini di Misurina sono i Cadini di San Lucano (la più alta m. 2840) e i Cadini del Neve (m. 2751). I primi sorgono, ben visibili da Misurina e Schluderbach, nella parte sud-est del gruppo, i Cadini del Neve nella parte occidentale, proprio sopra Misurina.

La prima salita dei Cadini di S. Lucano è verosimilmente dovuta ad A. Wachtler di Bozen, colla guida Santo Siorpaes, sin dal 1870: quella dei Cadini del Neve ad Anton Angerer, colle guide Michel e Hans Innerkofler. Delle punte secondarie sono notevoli la Punta Nord-Ovest, salita da Emil Artmann il 2 agosto 1890: essa è 40-50 m. più bassa dei Cadini di S. Lucano; e la Punta Nord-Est salita per la prima volta dallo stesso Artmann, che si occupò con speciale amore di questo gruppo e trovò pure una nuova via alla punta più alta, per le roccie a sinistra del canalone di ghiaccio, evitando questo; finalmente la punta più orientale, una splendida torre dall'aspetto ardito e imponente, superata per la prima volta dal noto alpinista luogotenente Wundt e da L. Nicolai, senza guide, il 27 luglio 1886.

Malgrado questo, ripeto, molto resta ancora a fare nei Cadini: in ogni caso è desiderabile che gli alpinisti cessino dal preferire i Cadini di S. Lucano ai Cadini del Neve, che sono infinitamente più pittoreschi ed attraenti, e offrono, a quanto pare, non disprezzabili difficoltà.

La sera del 22 agosto, in compagnia del noto alpinista signor Alberto De Falkner, che avevo avuto il piacere di conoscere pochi giorni prima, lasciavo Cortina, diretto a Misurina, sopra una di quelle pittoresche carrozzelle di montagna dall'aspetto poco rassicurante, ma che compiono, coi focosi cavalli ampezzani e guidate dall'abile e robusta mano di un Apollonio o di un Menardi, veri miracoli di resistenza e di velocità su per la stradetta ripidissima che conduce a Tre Croci.

Presto arrivammo all'Hôtel Tre Croci che ora è arricchito di una «dépendance» grazie al concorso straordinariamente crescente dei visitatori delle Dolomiti; toccammo, non senza che una patriottica vibrazione del cuore ce ne avvertisse, il confine italiano, e salutammo con ammirazione le eternamente irresistibili Cime di Lavaredo, sorgenti a nord del piano di Misurina.

Fu davvero eccellente idea--ora in avanzato corso di attuazione--quella di creare un grande albergo moderno a Misurina, che può e deve diventare un giorno il St.-Moritz delle Alpi Orientali italiane: la posizione splendida, l'elevazione, l'aria deliziosa, l'immunità dal vento, la ricchissima serie d'ascensioni che si possono compiere da Misurina, la predestinano a un grande avvenire che non le mancherà senza dubbio, ma al quale gli alpinisti italiani devono concorrere, scuotendo la loro apatia verso questa regione dell'Alpi.

L'attuale vecchio alberghetto di Misurina era diventato assolutamente insufficiente ai bisogni; con tutto ciò non vorremmo vederlo scomparire, ricordandone l'eccellente cucina e i commendevolissimi vini: e un poco anche per quella certa sentimentalità propria dell'alpinista, che gli fa preferire sovente, al vicino «Grand-Hôtel» dalle sibaritiche sontuosità, il piccolo vecchio alberghetto dove sa di trovare quella bottiglia «di fiducia», quello «stufato di camoscio» frutto delle personali fatiche del proprietario, e degno coronamento di una riuscita intrapresa. Nell'albergo passammo una piacevolissima serata in compagnia d'una simpatica famiglia genovese, i Loero, che ebbero la felice ispirazione di farsi costrurre una palazzina, nella immediata vicinanza; e col venerando patriota prof. Regnoli, di Bologna, il quale doveva nel 1895 cercare per l'ultima volta nell'aria vibrante di Misurina il sollievo alle invernali fatiche.