Bollettino del Club Alpino Italiano 1895-96 Vol. 29 Num. 62
Chapter 5
Con la stessa valente alpinista nel 1889 saliva l'Aiguille de la Za per la faccia Ovest, la Pigne d'Arolla pel versante Nord-Est, e la traversata dal Petit al Grand Dru, già menzionata. In settembre faceva la prima ascensione del Dôme de Rochefort col sig. W. Muir.
In principio dell'estate 1890 Emilio era a Grindelvald con la Richardson che guidò al Mettenberg, alla Jungfrau, al Beichgrat. Venuti a Zermatt traversavano il Castor variando la solita via sì nella salita che nella discesa. Eletto quindi il quartier generale al Montanvert, effettuavano l'ascensione dell'Aiguille di Chardonnet, discendendo per la faccia Sud-Est. Questa strada già tentata, altre volte, veniva poco dopo seguita nell'ascesa dal sig. C. J. Arkle.
Continuiamo a spigolare il libretto di Emilio Rey; d'altronde sono salite di data così recente che sono nella memoria di tutti.
Nel gennaio del 1891 il dott. Güssfeldt, che il Rey aveva accompagnato nella precedente estate, venne a Courmayeur coll'intento di compiere alcune ascensioni invernali. I suoi occhi si volsero sulle Grandes-Jorasses, che per maestosa imponenza ed elevazione rivaleggiano col Monte Bianco. La salita venne fatta il 14 gennaio, senza incontrare gravi ostacoli, se non la molestia della nebbia che li avvolse nella discesa. Il 25 dello stesso mese, anche il Gran Paradiso veniva soggiogato, ma dette del filo da torcere. Per ben tre volte dovette la comitiva salire da Valsavaranche al Rifugio V. E. prima di riuscire. Il tempo avverso sempre li ricacciava in basso. E se vollero che il loro tentativo avesse un felice epilogo dovettero intraprendere l'ascensione di notte.--«La persévérance de Rey s'est jointe à la mienne--scrisse il Güssfeldt--et c'est par cela que nous avons triomphé à la fin. Tout ce que un homme peut faire pour un'autre, Rey l'a fait pour moi. Honneur et reconnaissance à lui!»
L'estate seguente Emilio fu col dottor Ludwig Darmstädter nel gruppo del Gran Paradiso e nella catena del M. Bianco; accompagnò Miss Richardson all'Aiguille meridionale d'Arves in Delfinato, ed in settembre era nuovamente con Paul Güssfeldt.
Con questo ultimo alpinista e coadiuvato dal compianto Savoye, fu nel 1892 al Monte Bianco pel ghiacciaio della Brenva, creando un'altra variante. Posso asserire, senza tema di essere smentito, che nessuna guida salì questa montagna _tante volte e per tanti lati_ come fece Emilio Rey. Con quel colosso era in intima confidenza, ne conosceva tutti i segreti, tutte le debolezze; era, si può dire, quasi proprietà sua.
Nello stesso anno, in principio della stagione, Emilio guidò Walther Schultze alle principali vette del Monte Rosa; e più tardi, aveva l'insigne onore di accompagnare S. A. R. il Duca degli Abruzzi, coll'avv. F. Gonella, al Dente del Gigante e nella traversata del Colle di Talèfre.
In giugno del 1893, il Rey trovasi nelle Alpi Retiche a guidare il sig. A. von Rydzewsky alle prime ascensioni del Pizzo Torrone Occidentale e della Cima di Rosso, entrambi per la parete Nord, del Dente di Sciora, del Colle e della Cima di Castello e del Piz Badile. Dall'Engadina Emilio riducesi al paese natìo, dove l'attendono i signori Wicks, Wilson e George Morse per accompagnarli all'Aiguille Noire de Pétéret.
In agosto è già in Delfinato con la sua inseparabile alpinista inglese. Là, per il persistente cattivo tempo, devonsi accontentare del Pic Oriental della Meije.
Siamo ora giunti alla più fulgida delle sue vittorie, ad una di quelle imprese che di rado si ripetono e lasciano lungo ricordo dietro di sè. Voglio accennare alla conquista dell'Aiguille Blanche de Pétéret per la parete Est del M. Bianco direttamente dalla stessa. Questa veramente fu l'ultima vittoria che il Rey abbia riportato sulle montagne e specialmente sul M. Bianco.
Ma se fu l'ultima, segnò anche l'apogeo della gloria che egli si era acquistata come guida alpina.
Fu il dott. Paul Güssfeldt di Berlino, più volte nominato, che ebbe il vanto di compiere tanta impresa. Oltre che dal Rey, era accompagnato dalla guida svizzera Chr. Klucker e da Cesare Ollier di Courmayeur, allora portatore e che promette di venire all'altezza dei suoi compagni di spedizione. La corsa durò 82 ore, dal 14 al 17 agosto. Partiti alle 4 del giorno 14 da Courmayeur, raggiungevano verso le 18½ un sito adatto per passarvi la notte a 3200 m. sulla parete Est dell'Aiguille Bianche de Pétéret. L'indomani, licenziati i portatori venuti a recar coperte, ricominciarono l'arrampicata che fu pericolosissima nel primo tratto, quindi solo vertiginosa, sebben non facile. Alle 11½ erano sulla vetta dell'Aiguille ad inalberare il vessillo della vittoria. Ridiscesi al Passo di Pétéret, per creste, talancie ghiacciate e roccie friabili, alle 16 trovavansi ancora 700 metri al di sotto della vetta del Monte Bianco. Non avendo la possibilità di salirlo, stante l'ora tarda e le probabili difficoltà da incontrare, sbarcarono la nottata ai piedi di una ripida parete rocciosa a 4250 metri. Rey, per tutta la notte, tenne desta la comitiva colle sue canzoni francesi e coi suoi spruzzi di motti spiritosi.
Il 16, partiti per tempo, raggiungevano il M. Bianco e scendevano a pernottare alla capanna dei Rochers Rouges (4500 m.), da dove il giorno dopo, pel Grand Corridor, il Grand Plateau, il Dôme ed il ghiacciaio del Dôme, erano di ritorno a Courmayeur verso le ore 21.
Ho voluto tracciare l'itinerario, non per dare importanza alla impresa, ma per dimostrare di quale forza di resistenza, di qual straordinaria vigoria d'animo e di corpo la comitiva era dotata. E dire che in tutto il tempo che durò, non successe un minimo episodio rattristante.
Güssfeldt scrisse per tutta lode sul libretto di Emilio: «Il fallait un compagne aussi tenace, vigoureux et brave que Rey pour mener cette entreprise a bonne fin.»
Nel settembre del 1893 Emilio Rey fu di nuovo con W. E. Davidson che assieme ai signori M. Holzmann e G. FitzGerald, ascese i Jumeaux, compiendo la seconda ascensione della punta Giordano; traversò le cinque punte dell'Aiguille des Charmoz dal Nord al Sud, e salì le due vette dell'Aiguille du Dru.
Nel 1894, Emilio Rey veniva scelto da S. A. R. il Duca degli Abruzzi e dall'avv. F. Gonella, quale loro prima guida. A tutti è noto lo splendido risultato di quella campagna. S. A. dimostrò di possedere una fibra robusta ed animo forte, incrollabile. Del Rey, il Principe sentenziò che con lui si può essere sicuri di compiere qualunque ascensione: parole che prendono un rilevante significato dalla Augusta penna che le dettò. Nel settembre dello stesso anno, Emilio eseguiva col Güssfeldt la quarta (credo) ascensione del Cervino per la Cresta di Zmutt.
Meritevole di essere segnalata, è la corsa che il Rey fece nel passato agosto con George H. Morse. Saliti al Monte Bianco dai Grands-Mulets per le Bosses, discendevano pel Corridor al M. Maudit, dal quale al Mont Blanc du Tacul e quivi a Montanvert. Il 23 di quel mese salutava per l'ultima volta l'Aiguille du Dru che tante volte soggiogò, e la dimane veniva al Dente del Gigante..... dove trovò la morte.
* * * * *
Qui la penna, che febbrilmente scorreva sulla carta, quando narrava le gesta gloriose del Rey, cade involontariamente di mano. Una stretta al cuore, uno stringimento alla gola, mi strappano le lagrime, che solcando silenziosamente le gote cadono ad inumidire il foglio. È angoscia, strazio, sgomento, sconforto che provo? Non so; certo una fusione di tutti questi sentimenti.
Che il Rey sia perito ai piedi del Dente del Gigante e nel modo tragico che tutti sappiamo, è un pensiero che la ragione non ammette e all'animo ripugna. Lungi da noi l'idea di _polemicare_ sulla sua condotta; altri più autorevoli di noi, non gli diedero torto. Perchè viaggiare in due soli e perchè slegarsi quando l'apparente pericolo esisteva? Egli non è più per risponderci; ma se ci fosse, son certo che i suoi ragionamenti ci indurrebbero ad approvarlo. Se errore vi è stato in quest'ultima pagina della sua vita, esso non menoma in verun modo la squisita bellezza del suo libro d'oro. Non è una macchia che alteri la candidezza del foglio, ma un'inezia che passa inavvertita. Come si può prevenire i pericoli minimi, quando continuamente si lotta coi grandi?
Emilio Rey ebbe il vanto di accompagnare i più celebrati alpinisti dei Clubs Alpini europei, e questo torna ad onore del Club Italiano e delle sue guide di cui egli rialzò il prestigio. E la nostra Società, memore dei servigi direttamente o indirettamente resile, porrà un perenne ricordo a quello che fu il principe delle sue guide, principe di sangue democraticissimo se si vuole, ma nobile e puro, disinfettato da ogni microbo malefico nell'aereo ambiente dove traeva vita.
Egli teneva ad occupare il posto che si era conquistato fra i suoi colleghi; era conscio del proprio valore, ma dal suo animo non trapelava un'ombra di vanagloria. Era altero sì, ma non presuntuoso; non si diede mai il caso che s'impermalisse del successo di altre guide. Il sentimento che egli provava di sè stesso era alterezza, non alterigia, come alcuni invidiosi gli rimproveravano. D'altronde «noblesse oblige»; e «on n'est pas un grand homme à bon marché» direbbe l'Houssaye.
Egli metteva sempre una distinta separazione tra quelli che tengono il più alto ed il più basso rango nella sua professione.
«Un giorno al Montanvert--narra il Cunningham--assistevamo all'arrivo dei «poliglotti», come un'ingegnosa persona battezzò quella turba composta di quasi tutte le nazioni, che può essere vista ogni giorno compiendo il penoso pellegrinaggio da Chamonix al Montanvert. In essa trovavasi un inglese che si era già provvisto di occhiali verdi, di un velo e di scarpe per la montagna, e che non gli mancava più che una guida per terminare i suoi preparativi. Volgendosi al Rey e indicando dapprima la Mer de Glace e quindi il Chapeau, gli chiese: «Combiang?»--«Voilà, Monsieur,»--replicò Rey, scoprendosi e indicando con la mano sinistra un gruppo di piuttosto poveri campioni della Société des Guides,--«voilà les guides pour la Mer de Glace; _moi_, je suis pour la Grande Montagne».
Emilio Rey possedeva in sommo grado tutte le qualità che fanno le grandi guide: audacia, sangue freddo, prudenza, robustezza, abnegazione, gentilezza di maniere, tali erano le supreme doti dell'uomo, del quale intessiamo brevemente la vita. La prima di queste qualità fu certamente il grande amore per l'ammaliante sirena dei monti, un amore come pochi professano e che egli portava sino all'idolatria. Era, si può dire, «l'enfant gâté» della montagna: non visse che per essa e... morì per la medesima. L'ideale della sua vita fu l'alpinismo, nel quale navigò in tutti gli orizzonti, in tutte le sue manifestazioni. Ma fu un pilota abile che seppe evitare lo scoglio anche nel più forte della tempesta.
Il mare, quell'infinita distesa di liquido glauco che v'invita voluttuosamente a tuffarvici e vi procura sensazioni indescrivibili, il mare infido, ad un tratto, quando meno ve l'aspettate, vi inghiotte e sparite nel caos. Tale è la montagna. Quale è la sorte dei marinai, dei marinai che si sono affacciati impassibili cento volte sulla porta degli abissi? Così quella delle guide; così fu di Emilio Rey, benchè fosse attento e coraggioso timoniere.
Sebbene il suo temperamento e la sua indole avida di novità lo spingessero sempre avanti, sapeva fermarsi quando e dove al coraggio sostituivasi la temerità. Egli non oltrepassò mai i limiti concessi dalla prudenza, e non si potrebbe trovare un accidente toccato ad un suo viaggiatore.
«Avec cela, chercheur toujours en éveil, sans routine dans le choix des routes et des moyens d'accés. En s'occupant de vaincre l'obstacle immediat du terrain, son oeil fouillait dejà au loin et sa pensée concevait l'assaut prochain. Sobre, ennemi du tabac, d'une propreté méticuleuse qui ne se fiait jamais aux porteurs dans les soins de la cuisine et l'entretien des refuges, complaisant pour ses camarades, il n'avait aucune des prétentions ridicules de certains grands guides, dont les épaules se croyent déshonorées par la présence d'un sac».--Così Miss Richardson, che del Rey poteva darci un adeguato giudizio, lei che l'ebbe, per molto tempo, a condividere e l'amaro e il dolce della rude vita alpina. Gli inglesi, così parchi nelle lodi, per Emilio Rey calpestano la loro naturale ritrosia e freddezza e ce lo dipingono quale era realmente, con un colorito caldo... veramente alpino.
Terminando, non posso a meno di riportare uno stralcio di lettera del dott. Paul Güssfeldt, che per l'autorevole persona che l'ha scritta, torna al massimo vanto del nostro Emilio: «... Vous savez que j'ai tenu Rey dans la plus haute estime, qu'il m'a rendu les plus grands services, qu'il était d'un courage, d'une adresse, d'une connaissance des montagnes sans pareil et qu'il restait fidèle a son devoir sans crainte de mort».
Al monumento, che auspice la Sezione Torinese del C. A. I. gli alpinisti erigeranno prossimamente a Courmayeur, paese nativo di Emilio Rey, si raccolgano le giovani reclute ad infiammarsi di quell'entusiasmo e di quell'ardimento mai venuti meno alla grande guida, e cerchino di seguirne le orme, sia nell'assennata audacia, che nella piacevol arte di aggradire. Esso costituirà un pegno, un mutuo contratto tra le guide e l'alpinismo.
Courmayeur, marzo 1896.
GIULIO BROCHEREL (Sezione d'Aosta).
Debbo qui pubblicamente ringraziare distinte persone che col Rey avendo viaggiato erano in grado di pronunziare giudizii e fornire ragguagli sulle loro salite. Al Cunningham per il prezioso dono del suo «The Pioneers of the Alps;» a M. von Déchy, al dott. P. Güssfeldt, a Miss K. Richardson, ecc., l'attestazione della mia sentita riconoscenza.
Va pure ricordata l'opera prestatami dalla gentilissima signorina Mary Ruffier di Courmayeur, nella ricerca e nell'interpretazione di articoli comparsi su riviste anglo-sassoni. Ch'essa riceva un grazie di cuore. G. B.
=Prime ascensioni compiute da Emilio Rey.=
1. Aiguille Noire de Pétéret m. 3773: Prima ascensione 5 agosto 1877
2. Punta Giordano dei Jumeaux m. 3876: Prima ascensione 6 settem.1877
3. Gran Paradiso m. 4061 dal ghiacciaio della Tribolazione agosto 1877
4. Grìvola m. 3969 da Valsavaranche (variante) Id. 1877
5. Aiguille de Talèfre m. 3750: Prima ascensione 25 Id. 1879
6. Dent d'Hérens m. 4175 per la cresta del Tiefenmattenjoch Id. 1879
7. Col du Fresnay 15 Id. 1880
8. Monte Bianco m. 4807 dal ghiacc. di Fresnay (variante) 15 agosto 1880
9. Col du Piolet 6 luglio 1881
10. Monte Bianco m. 4807 dal ghiacc. della Brenva (variante) 14 Id. 1881
11. Grosser Lauteraarhorn m. 4043 per il versante Ovest. Id. 1881
12. Aiguille de Talèfre per il versante italiano 15 Id. 1882
13. Calotte de Rochefort m. 3965: Prima ascensione 30 Id. 1882
14. Aiguille du Midi m. 3843 per il versante Nord-Est 26 giugno 1883
15. Les Périades m. 3491 pel versante Est 28 luglio 1883
16. Mont Blanc du Tacul m. 4249: Seconda ascens. (variante) Id. 1883
17. Aiguille du Dru (Grand Dru) m. 3815 variante 28 agosto 1883
18. Tour Ronde m. 3790 per la cresta Nord-Est 12 settemb.1884
19. Discesa al Col de la Tour Ronde 13 Id. 1884
20. Aiguille Blanche de Pétéret m. 4113: Prima ascensione 31 luglio 1885
21. Pic de la Meije m. 3987 in un sol giorno (16 ore) 31 Id. 1886
22. Aiguilles des Charmoz m. 3410 (variante) 9 agosto 1887
23. Picco Mummery (Aiguilles des Charmoz): Prima ascens. 9 Id. 1887
24. Aiguilles des Charmoz m. 3410 e 3442: Prima traversata 27 Id. 1887
25. Aiguille du Dru (Primo passaggio dal Grand al Petit Dru) 31 agosto 1887
26. Monte Scerscen m. 3966 dal versante italiano 22 settemb.1887
27. Monte Bianco m. 4807: Prima ascensione invernale dal versante italiano 5 gennaio 1888
28. Vlasulja m. 2340 (gruppo del Volujak) 20 giugno 1888
29. Maglich m. 2390 (Bosnia) 25 Id. 1888
30. Aiguille de Bionnassay m. 4061 salita per la cresta Sud 13 agosto 1888
31. » » » discesa per la cresta Est 13 Id. 1888
32. Aiguille de la Za m. 3662 per la faccia Ovest 26 luglio 1889
33. Pigne di Arolla m. 3801 per il versante Nord-Est 2 agosto 1889
34. Aiguille du Dru m. 3795-3815: Primo passaggio dal Petit al Grand Dru 25 Id. 1889
35. Dôme de Rochefort m. 4014 per la cresta Sud-Est. 14 settemb.1889
36. Castor m. 4222 salita per la cresta Est (variante) 10 agosto 1890
37. » » discesa per la faccia Nord (variante) 10 Id. 1890
38. Aiguille du Chardonnet m. 3823 per la faccia Sud-Est 5 settemb.1890
39. Grandes-Jorasses m. 4205: Prima ascensione invernale 14 gennaio 1891
40. Gran Paradiso m. 4061: Prima ascensione _notturna_ 25 gennaio 1891
41. Monte Bianco m. 4807 dal ghiacc. della Brenva (variante) 16 agosto 1892
42. Dente di Sciora m. 3235: Prima ascensione 4 giugno 1893
43. Cima di Rosso m. 3362 per la parete Nord 8 Id. 1893
44. Pizzo Torrone Occidentale m. 3297 per la parete Nord 10 Id. 1893
45. Colle di Castello dal Nord 12 Id. 1893
46. Cima di Castello m. 3402 dal Nord 12 Id. 1893
47. Piz Badile m. 3307 per la cresta Est 19 Id. 1893
48. Aiguille Blanche de Pétéret m. 4113 per la parete Est 15 agosto 1893
49. Passo di Pétéret m. 3946 15 Id. 1893
50. Monte Bianco m. 4807 per l'Aiguille Blanche de Pétéret 16 Id. 1893
51. Monte Bianco; discesa alla capanna dell'Aiguille du Midi passando per il Mont Maudit ed il Mont Blanc du Tacul Id. 1895
G. B.
NOTE:
[3] Vedi «Rev. Alp. de la Sect. Lyonn. du C. A. F.» (N. 9 del 1895); _Emile Rey_ par M. PAILLON et K. RICHARDSON.
[4] Vedi: _Evening Express_ di Edimburg del 12 febbraio 1884.
[5] Vedi le annotazioni del sig. Sella sul libretto di E. Rey.
Spedizione scientifica al Monte Rosa
(1894 e 1895).
Indagini sulle acque e sulle nevi delle alte regioni.
Per eseguire le indagini che mi accingo ad esporre, la spedizione, composta di me, del dott. Lorenzo Scofone mio assistente, e di Carlo Viziale, inserviente del laboratorio di materia medica dell'Università di Torino, si era stabilita all'alpe detta di Lavez, situata a 2450 m. sul livello del mare, in Val di Gressoney, lungo le pendici erbose digradanti dalla punta del Telcio che si spicca dalla cresta che scende dal Lyskamm a morire nel vallone di Indren, sopra Gressoney la Trinità.
L'alpe è una casetta che si compone di una grande stalla al piano terreno e di due stanze al primo piano; delle quali l'una serviva da laboratorio e da cucina, l'altra da dormitorio e da laboratorio per i lavori più delicati. La posizione non potrebbe essere migliore per chi vuol attendere a ricerche sulla montagna. I ghiacciai sono accessibili in tre ore; la vetta stessa del Rosa si può comodamente raggiungere in nove o dieci ore. Il luogo dove sorge l'alpe è riparato dai venti del nord ed ha un largo orizzonte davanti a sè che permette di godere il sole dal mattino alla sera.
Il proprietario, sig. Monterin Alberto di Gressoney la Trinità, informato dal compianto barone Luigi di Peccoz del nostro progetto di spedizione e della ricerca che facevamo di un luogo ove stabilirci, ci offrì la casa gratuitamente, arredandola dei mobili necessarii; sono lieto di potergli qui rendere pubbliche grazie; ricordo anche con riconoscenza e rammarico il barone Peccoz, il quale pure ci fu largo di aiuti e di preziosi consigli, e certamente avrebbe fatto ancora molto in pro' della nostra impresa se avesse vissuto[6].
Noi ci proponemmo anzitutto di esaminare le acque della regione, scendendo dalle più alte ottenute dalla fondita delle nevi delle vette, a quelle dei ghiacciai, ed a quelle dei torrenti, dei laghi e delle sorgenti. Il nostro esame si estendeva tanto alla composizione chimica quanto alla morfologica. Nel presente lavoro non si tratta che la parte chimica.
I.
STUDIO CHIMICO DELLE ACQUE DEL ROSA.
1º =Acque di neve e di ghiaccio.=
Per raccogliere e conservare le nevi e i ghiacci ho fatto costrurre delle cassette di latta doppie, cioè chiudentisi l'una nell'altra. La cassetta interna ha la base di cm. 28,5 × 15 e l'altezza (compreso il coperchio) di cm. 21,5: quella esterna, la base di cm. 34,5 × 20,5 e l'altezza di cm. 27,5. Nella cassetta interna, rinchiudentesi con un coperchio, si metteva il ghiaccio e la neve da analizzarsi, nello spazio fra le due cassette, si introduceva della neve o del ghiaccio pesto. Per preservare l'esterno della cassetta maggiore dai raggi solari la si involgeva poi ancora in una fodera fatta di rozzo feltro spesso.
Questo sistema si dimostrò oltremodo pratico ed utile; la neve esterna durava per parecchie ore, tanto da darci sempre il tempo di scendere al laboratorio. E se si riponevano le cassette entro alla piccola cantina dove si custodiva il latte, e dove grazie ad una corrente d'acqua la temperatura non saliva mai oltre i 9°, il ghiaccio esterno poteva durare due giorni, e quello interno anche cinque o sei.
Le dimensioni delle cassette vennero studiate in relazione a quelle della portantina destinata al loro trasporto. Noi ci siamo valsi del modello di Vittorio Sella[7], assai leggero e resistente; su una portantina si possono sovrapporre comodamente due cassette doppie, e gettandovi sopra una coperta si trasportano per delle ore al sole senza che vi sia fusione di sorta.
Il sig. V. Sella ebbe la cortesia di incaricarsi della costruzione delle portantine, le quali si mostrarono comode e leggere; il prezzo è di L. 12 ciascuna[8].
Portato il ghiaccio o la neve in laboratorio si estraeva dalla cassetta, si lavava accuratamente con un getto d'acqua distillata, poi si metteva a fondere a temperatura ordinaria entro ad una grande cassula che si teneva riparata dalla polvere coprendola con un imbuto rovesciato. Le prime acque di fusione si eliminavano, le altre si raccoglievano. Ottenuta l'acqua di fusione, si facevano anzitutto dei saggi qualitativi per la ricerca dei componenti che possono alterarsi col soggiornare dell'acqua, o peggio coll'evaporazione, quali sono l'ammoniaca, i nitriti, i nitrati. Se l'acqua era torbida, la si filtrava prima di intraprenderne le indagini.
Il resto dell'acqua misurato accuratamente (per lo più erano due litri) si metteva a svaporare nelle cassule, su fornelli a petrolio, avendo cura che le fiamme non fossero fumanti, senza di che ricadevano nell'acqua, passando fra la cassula e il filtro capovolto, minutissimi fiocchi di fuliggine.
Dirò qui, di passaggio, che le lampade o fornelli a petrolio usate convenientemente, si mostrarono assai comode; per ottenere temperature più alte ricorremmo a lampade a gaz di petrolio con aria compressa, oppure a lampade a benzina o gazogeno sul tipo della lampada svedese da gazista; una lampada a serbatoio di benzina ed a tubo circondato d'amianto della casa Muencke di Berlino, in capo a pochi giorni si guastò e funzionò irregolarmente.