Biografia di Giuseppe Garibaldi

Part 6

Chapter 63,650 wordsPublic domain

Era questa la terza volta che egli veniva colpito nella parte più sensibile del suo cuore dacchè aveva riveduto la patria. Fin dai primi giorni del suo approdo in Genova la morte ponendo fine al martirio di una troppo lunga infermità, avevagli rapito l'antico fratello d'armi, il colonnello Anzani, al quale stringevalo stima ed affetto caldissimo. Combattendo sotto le mura di Roma contro i Francesi erasi veduto orbare d'un altro a lui estremamente caro per valore e per senno militare, il colonnello Masina di Bologna. Pareva che un maligno destino salvando a lui la vita da tanti e così fieri pericoli, volesse fargliela misera ed insopportabile, accumulando sul di lui animo dolori sopra dolori, che qui non ebbero ancor fine.

L'austriaco informato del rifiuto di Garibaldi per le condizioni propostegli, emanò severissimi ordini contro chi avesse dato asilo a lui e ai compagni, e come se l'atto già di per sè barbaro non fosse bastante, un altro volle aggiungerne più barbaro ancora. Eragli noto che la indivisibile compagna stavagli a fianco; — ed egli, il tedesco, ricordavalo alle popolazioni, affinchè meglio fosse riconoscibile il marito! e non si vergognava di avvertire inoltre come a più chiaro indizio, che era la donna incinta da vari mesi. Lo stato dell'infelice Anna, che per qualunque altro nemico sarebbe stato un titolo a mitigare i feroci diritti della guerra, doveva servire invece coll'austriaco a fare più desolata e lagrimevole la condizione di lei! Tali sono gli uomini che pesano sulla nostra sventurata patria!

Ma il bando assassino dello straniero non metteva punto sgomento nel cuore di quei generosi abitanti, poichè non solo ebbero i fuggitivi fraterna accoglienza dovunque, ma trovarono sulla riva pronti i pescherecci bragozzi che li accolsero e li condussero lontano.

Rivedendo il mare, e sentendolo fremere intorno a sè, quasi fosse la cara voce d'un amico, esultava Garibaldi tra i buffi del vento che venivano a scompigliarli sulla fronte i lunghi capegli; e navigando alla volta di Venezia sentiva ognora più rinfrancarsi l'animo al pensare, che tra non molto avrebbe potuto toccare la terra desiderata e forse operare ancora qualche bel fatto che il suo nome non solo illustrasse, ma, ciò che più stavagli a cuore, al nome italiano fosse onorevole, e alla causa della libertà di giovamento. E l'ardore e la straordinaria concitazione dell'animo suo ei comunicava ai compagni stimolandoli colla seducente pittura de' nuovi pericoli e delle più splendide glorie.

Così viaggiando tutta una notte erano sull'albeggiare pervenuti all'altura di Comacchio, allorquando vedevansi sorgere dinanzi, e non molto da loro discosto, i legni da guerra austriaci veglianti in quelle acque, e senza alcun dubbio attendendoli. Appena scoperti furongli rivolti sopra i cannoni, che incominciarono a bersagliarli fieramente; in breve alcuni bragozzi andarono capovolti perendo miseramente le persone, altri furono raggiunti e fatti prigioni; solo, per quanto ci consta, pervenne Garibaldi a riguadagnare la costa col suo palischermo. Forse alla sua rara abilità di marino, alla robustezza del braccio, e al raro suo sangue freddo, ch'egli conserva sempre inalterato anche ne' momenti d'estremo pericolo, o forse al volere della Provvidenza che lo riserba al compimento di qualche alta impresa, è dovuto se in tale emergenza potè sottrarsi agli inseguitori.

Toccava finalmente la spiaggia; ma ivi la sua costanza ed il suo valore dovevano trovarsi alla più tremenda prova, che mai padre e marito possano sopportare. Tante corse affannose pe' monti tanti giorni e notti senza prendere riposo, e lo sgomento continuo nell'animo per la sorte del marito, e le privazioni d'ogni cosa al di lei stato indispensabile, e l'incontro fatale sul mare, tutto aveva contribuito a spossare le robuste forze della infelice sua donna, e a condurla a termini di morte. Al toccare la riva appena rimaneva alla sventurata un tenue alito di vita — Era quel luogo deserto; e nessun soccorso poteva venirle apprestato. Più tardi apparve qualcheduno cui Garibaldi mandò in fretta a Ravenna per un medico; ed inoltre potè dalla pietà di quelle genti ottenere un biroccio, sul quale adagiò la morente, che condusse nella casa d'un contadino, in una terra del marchese Guiccioli, non molto lontana dal mare.

La povera famigliuola che l'abitava commossa a tanta sventura di quegli sconosciuti offrì un letto per la donna moribonda — Sventurato! appena Garibaldi ebbe tempo di coricarla, che già la travagliata aveva finito di patire!

Quel colpo atterrò l'animo di colui che aveva tante volte nei suoi giorni sentito senza punto commoversi ruggire intorno a sè la desolazione e la morte — Chinò il capo come cedendo al peso di così grande dolore; poi chiesto un bicchier d'acqua per mitigare l'arsura che stringevalo alle fauci, ed alzato lo sguardo al cielo, quasi invocandolo a testimonio di quanto pativa per la causa dell'umanità, e dato un ultimo doloroso addio alla fredda spoglia della amata sua donna, uscì frettoloso da quella casa e disparve.

Povera Anna! Ella che soleva con tanto amore visitare in America la sepoltura d'una sua figliuoletta, che Dio le tolse, e volle tra i suoi angeli, e con quell'affetto istesso con cui s'affaccendava a renderla vaga e lieta d'ornamenti in vita, davasi continua cura perchè il sepolcro ch'avevala accolta paresse men tristo, e desse testimonianza d'un amore che durava oltre la fossa, povera Anna! era gran mercè se la cristiana carità del buon contadino che avevala ospitata, poteva dar riposo alle sue ossa in un campo ignorato, senza che un segno le indicasse alla pietà de' suoi cari, o alla reverenza di quanti hanno in pregio tanta virtù e tanto amore di sposa!

Ma quelle ossa non poterono aver pace! chè

La derelitta cagna ramingando

sconvolse quella terra, che le copriva, e svelò all'inquisizione dell'austriaco la colpa del povero contadino, il quale convinto d'aver dato ricetto in vita e poi sepoltura a quella morta, fu da que' feroci messo in carcere!

All'uscire dall'infausta casa, Garibaldi aveva seco un suo fido, capitano Leggero di Sardegna, il quale d'America era venuto con lui a prender parte alla guerra nazionale. Accompagnato da questi, pensò guadagnare lo stato sardo, unico luogo in Italia, in cui poteva sperare tranquillità e sicurezza; ma il cammino era difficile e lungo, tutti gli stati romani da quel lato erano occupati dagli austriaci, la Toscana medesima erane ingombra, pure fidando in Dio e nella sua stella s'accinse al periglioso viaggio.

Ignoravasi dovunque la sorte toccata all'uomo che aveva con sè l'amore di tutti: non v'era patriotta in Italia che trepidante non ne chiedesse novella: erasi sparsa la voce che avesse approdato in Venezia, e fu questa una pietosa invenzione per eludere l'austriaca vigilanza; in Venezia stessa era stato annunciato imminente il di lui arrivo, ma fra l'incertezza di queste voci tutti perdevansi in conghietture, e facevano voti per la salvezza d'un tant'uomo: la speranza di saperlo fra non molto fuori d'ogni pericolo albergava nel cuore di tutti i buoni, ma talora le liete speranze veniva a troncarle il lungo silenzio e il non udirne mai nuova.

Frattanto egli imbattutosi in uomini pei quali la patria è una sacra parola, aveva in essi trovato appoggio ed asilo fraterno; molti giorni rimase celato in luogo, che non crediamo ancora fuori di pericolo per que' generosi il rendere noto; di là scortato sempre da qualche fido da uno in altro punto veniva lentamente avvicinandosi: sovente ozioso nel giorno, e ricovrato ne' boschi aspettò il favore della notte per continuare il viaggio, talora incalzato dagli eventi s'aggirò tra le file dei nemici, mentre forse stavano meditando in qual modo avrebberlo potuto raggiungere; altra volta mentre seduto in una osteria attendeva a rifocillarsi, capitò, e s'assise accanto a lui il croato, che senza sospetto vide quello sconosciuto alzarsi e partire.

Dovunque egli trovò ardenti e coraggiosi patriotti, che per lui non badarono a pericoli nè a fatiche; e sappiamo d'un parroco il di cui nome aspettiamo tempi men tristi per segnalare alla riconoscenza di tutta Italia, il quale confortò l'illustre fuggiasco di tutte quelle amorevoli cure, che soltanto sa suggerire un nobile animo, educato alla sublime dottrina del Vangelo.

Finalmente dopo tanto errare, dopo tante dolorose vicende rivedeva la marina dalla costa toscana. Novello Mario inseguito da crudeli nemici e colla morte ruggente alle spalle, egli pure dalla spiaggia tendeva lo sguardo sulle onde in traccia d'una vela, che il raccogliesse, e come Mario ei vedeva una barca propizia a suoi voti approssimarsi alla riva ed accoglierlo nel suo seno: ma del fuggiasco romano più fortunato egli trovava cuori generosi, che lungi dallo spaventarsi all'apprenderne il nome, vogarono più lieti alla costa sarda, superbi di poter salvare un tant'uomo.

Era il 5 di settembre, ed il giorno trentacinquesimo del travaglioso viaggio, allorquando la barca guidata da pescatori, raccoglieva la vela sulla rada di Porto Venere. Garibaldi aveva unicamente tre lire in suo potere! e male ei quindi poteva rimunerare a danaro i suoi salvatori, cui diede unica ricompensa un'abbraccio, che que' buoni popolani accolsero colle lagrime agli occhi, e uno scritto, che renderà fede ai futuri della sua riconoscenza per tanto benefizio.

Ricevuto in Porto Venere con segni di manifesta reverenza e d'amore dal popolo, ebbe da un amico i mezzi per recarsi a Chiavari, ove appena arrivato, il governo per mezzo de' suoi agenti s'impadronì di lui, e fecelo scortare coi carabinieri a Genova, ritenendolo ivi custodito nel palazzo ducale.

Il Parlamento appena conosciuto il reo procedere del ministero contro un cittadino, che aveva pur tanti diritti non solo ad un'accoglienza amorevole per le sue sventure, ma al rispetto e ad ogni onorifica dimostranza per quanto aveva operato in pro della patria comune, biasimò altamente ed a gran maggioranza di voti quello scandaloso contegno, adottando il seguente ordine del giorno, che noi riferiamo ad encomio dei nobili sentimenti e dell'indignazione generosa, manifestati nella tornata del 20 settembre dai rappresentanti nazionali. «La Camera dichiarando che l'arresto del generale Garibaldi e la minacciata espulsione di lui dal Piemonte sono lesivi dei diritti conservati dallo Statuto e dei sentimenti della nazionalità italiana passa all'ordine del giorno.»

In onta del quale Garibaldi continuò ad essere sostenuto in prigione, ove molti fra i più ragguardevoli uomini che trovavansi in Genova, e gli uffiziali del presidio affollavansi ogni giorno a visitarlo. Non mai uscì dalla sua bocca un lamento intorno a quel modo d'agire verso di lui, sembrava non accorgersi, o non dare alcuna importanza a quel passeggero capriccio della nemica fortuna. A quanti l'avvicinarono in quei giorni, egli non d'altro parlò che dell'avvenire d'Italia, confortandoli ad aver fede e ad unirsi concordi per la guerra nazionale, nè lontana, nè perduta, affine di raggiungere la bramata vittoria. Quegli stessi che prevenuti contro di lui andarono a vederlo per mera curiosità, ne partirono compenetrati d'un senso d'ammirazione, se non d'affetto.

Quanti altri che formano attualmente i più bei titoli che abbia l'Italia alla stima delle nazioni sono, com'era, ed è in parte tuttavia Garibaldi, calunniati, e costringerebbero in egual modo i loro nemici a ricredersi ed a stimarli, se fossero ben conosciuti!

Desiderando Garibaldi rivedere la vecchia madre in Nizza ed i figli, consentì il governo che v'andasse sopra un vapore: si disse che un agente di polizia in incognito lo accompagnasse. È impossibile descrivere l'entusiasmo del popolo nicese al rivedere il suo concittadino dopo tante avventure e dopo i fatti di Roma. Trattenutosi colà appena il tempo necessario per visitare i parenti e gli amici, risaliva a bordo del vapore per tornare a Genova, giusta la data parola, e mettersi nuovamente alla disposizione del governo. Il quale fermo nell'allontanarlo dallo Stato, alcuni giorni dopo fecelo trasportare con un vapore da guerra a Tunisi, avendo Garibaldi scelto per luogo della sua dimora quell'affricana città, venutigli forse in dispetto cotestoro della civile Europa, che con atti da veri barbari toglievano ai popoli la libertà, bombardavano città innocenti vantandosene liberatori, e procedevano tant'oltre da perseguitare perfino un individuo, solo ed inerme, e scampato per miracolo da tanti e così gravi pericoli.

Nel suo tragitto da Genova alla volta di Barberia, il vapore che lo conduceva approdò in Cagliari, ove la popolazione appena informata della sorte di Garibaldi s'affollò numerosissima sulle barchette, spinta dal desiderio di vedere almeno una volta quell'uomo di cui avevano udito tante nobili e maravigliose imprese. I fieri isolani, nelle cui vene scorre ardente il sangue latino, fecero ripetute volte echeggiare quelle sponde agli evviva al _forte Italiano_, e agli auguri di più lieta fortuna in non lontano avvenire — Era quello un ultimo addio, che l'Italia mandava al prode guerriero dall'estremo suo lembo — E quell'addio si prolungava sulle acque del golfo, come grido di madre desolata che vede strapparsi dal seno il prediletto suo figlio.

Salpato poco dopo per Tunisi arrivava in quel porto il giorno 21 di settembre; ma anche là attendevalo la vendetta francese e la persecuzione del governo sardo, se è vera la voce che ne corse[13].

Il Bey cedendo alle esigenze della _grande nazione_ che non poteva vivere tranquilla se quell'uomo avesse avuto stanza in Barberia, negò il permesso a Garibaldi di sbarcare nella sua città. E al medesimo tempo quasi avesse voluto manifestargli l'animo suo non avverso, e forse anco a scusa del rifiuto impostogli dal più forte, il Bey gli offerì un vapore perchè si recasse a Malta, ove fosse piaciuto a Garibaldi trasferirvisi.

Simile anche in ciò a Mario, che fuggitivo dalle coste d'Italia si rivolse a quell'istesso porto, non molto discosto dal quale sedeva l'antica Cartagine, e dovette subito allontanarsene riprendendo nuovamente il mare per sottrarsi alle persecuzioni de' suoi concittadini e de' barbari, Garibaldi tornò indietro colla stessa nave, dal comandante della quale fu sbarcato nella piccola isola di Maddalena, collocata presso la costa settentrionale della Sardegna, ed ivi lasciato sotto la custodia del comandante militare del luogo, fino a che il governo avesse preso nuove determinazioni.

Quell'isoletta fu per Garibaldi l'oasi invocata dal viaggiatore affranto dalle lunghe e perigliose fatiche del deserto, sconvolto da fierissimi venti. Ivi trovò riposo, e volti amici e cuori che fecero sue le di lui pene. — Tutti quegli abitanti andarono a gara per testimoniargli l'interesse e la stima che sentivano per lui. Dal più ricco al più povero nessuno tra i buoni isolani lasciò di stringere quella mano che aveva sì fieramente percosso i nemici d'Italia; tanto essi l'amavano, tanta confidenza aveva egli ispirata col suo fare semplice e cordiale! — Crediamo dover nostro di specialmente rammentare qui a titolo d'onore il signor Susini sindaco nell'isoletta, padre di quell'istesso Susini, scelto da Garibaldi a suo successore nel comando della legione italiana in Montevideo, da cui il nostro amico ebbe le più distinte prove di affettuosa amicizia.

Nei molti giorni, che quasi dimenticato rimase colà, ei soleva per allontanare da sè la cupa malinconia, da cui era tormentato, esercitare il corpo e distrarre la mente colla caccia e la pesca, di lui prediletti passatempi. E un giorno mentre egli era in riva al mare vide un burchiello a vela navigare lungo la costa con evidente pericolo di capovolgersi, soffiando impetuoso il vento; nè s'ingannò, che poco dopo cresciuto questo in forza e fattosi più turgido il seno della vela, non presentando l'esile barchetta sufficiente peso a mantenere l'equilibrio, si piegò rovesciandosi sulle acque. A quella vista non rimase Garibaldi freddo spettatore; si precipitò nel mare seguito da un suo compagno, e tanto s'adoperò colle robuste membra e coll'ingegno, che que' naviganti furono salvati. Così la Provvidenza diede a lui occasione di mostrare agli amorevoli suoi ospiti in qual guisa ei paghi i debiti di gratitudine.

Non consentendo il governo ch'egli rimanesse più a lungo nel territorio sardo, fecelo trasportare dal brigantino il «Colombo» a Gibilterra, unico luogo ove potesse recarsi tra i più vicini in Europa. Al suo arrivo colà ebbe l'assenso del governatore soltanto per isbarcarvi e rimanervi pochi giorni. Richiesto il Console spagnuolo se sarebbe accolto in qualche punto della Spagna, n'ebbe risposta negativa — Andare in Francia non era cosa che potesse venirgli in mente. A fronte di tante turpitudini, il Console degli Stati Uniti d'America e con lui gli uffiziali delle sue navi da guerra, quasi a protestare contro tanta infamia per l'onore dell'umanità, si presentarono ad offrire al valent'uomo perseguitato dai vermi della diplomazia, oro, asilo nel loro paese, e un legno da guerra per trasportarvelo — Garibaldi non volendo allontanarsi d'Europa ringraziò que' nobili figli della libera America, e preferì tentare di nuovo l'Affrica. Partì pochi giorni dopo per Tangeri, nell'impero di Marocco, ove fu accolto da persona amica, e trovò quel pacifico asilo che invano aveva desiderato in patria.

All'apprendere questi fatti i posteri maraviglieranno senza dubbio per tanta ingratitudine verso un così illustre cittadino, e chiederanno indignati se le proteste d'amore alla causa italiana e alla libertà tanto spesso ripetute ai dì nostri da certi individui, fossero un'ironia gettata in volto a un popolo di imbelli!

Tutta la vita di Garibaldi è un continuo e non infecondo sacrifizio alla libertà e alla patria. Nei suoi atti d'uomo privato, come in quelli d'uomo pubblico, ne' lieti convegni degli amici, come nelle serie e gravi adunanze, uno fu sempre l'oggetto ch'ebbe in mira, uno l'argomento dei suoi pensieri e de' suoi discorsi: PATRIA e _Umanità_.

Le sublimi aspirazioni della forte anima sua costantemente s'elevarono a quell'altissimo concetto; di ogni altra cosa poco o nulla prese mai cura, perciò fu visto combattere sempre, e la causa americana difendere con quell'ardore medesimo con cui impugnò le armi in Lombardia ed in Roma — Al pensiero tenne sempre dietro e incessante l'azione.

Convinto che soprattutto l'Italia ha bisogno di riabilitarsi nell'opinione del mondo con forti e magnanimi fatti, e che la libertà, come il pane, dev'essere acquistata col sudore della propria fronte, egli vuol combattere solo co' suoi le italiane battaglie, e respinge come uno sfregio all'onore nazionale, e una macchia che rimarrebbe eterna nella storia d'Italia, ogni idea d'intervento straniero. _L'Italia deve, e volendo può fare da sè_, glielo impone il suo passato, lo esige l'altezza della sua missione avvenire. Lo schiavo _ognor fremente_, e in continua lotta virilmente sostenuta è per lui la più sublime protesta dell'uomo conscio della propria dignità; quegli che infingardo o fiaccamente operando invoca, e accetta sollievo dalla carità altrui lo muove a sdegno e disprezzo. Ei vorrebbe prolungata la schiavitù della patria, anzi che averla libera per mano straniera. Spezzerebbe la sua spada, e tra i ferri nemici cercherebbe la morte se all'Italia fosse riserbata quell'onta.

Uomo dell'Umanità, ei vagheggia nell'avvenire la fratellanza dei popoli, ma al banchetto delle nazioni ei vuol sedere da eguale, o non sedere. Può l'Italia dalla sua altezza discendere come l'uomo Dio nelle tenebre del sepolcro, ma come l'Uomo Dio deve risorgere per sua propria virtù — Grande sovra tutte le nazioni nel passato, deve esserlo nell'avvenire; l'esempio altrui male s'attaglia a chi esce dalla sfera comune.

Educato fin dai primi suoi anni ai principii delle libertà popolari e convinto che a raggiungere l'altezza de' suoi destini l'Italia deve in un futuro più o meno lontano essere una, ogni suo pensiero ed ogni suo atto concernente alla Patria, fu sempre diretto a quelle due mire; ma conscio egualmente che anzi tutto denno gl'Italiani acquistarsi l'indipendenza, egli, come tutti i suoi fratelli di fede politica[14], è pronto, messa a parte ogni individuale convinzione, a far sua la bandiera di colui, che offrendo maggior probabilità di riuscita, entrerà in campo irrevocabilmente deciso a cacciare oltr'alpe l'austriaco.

Garibaldi conta oggi 42 anni d'età. La stessa energia e l'ardore medesimo della prima gioventù governano tuttora quell'anima indomata. Il suo discorso breve, e d'ordinario pacato, s'infiamma, e dai suoi occhi scintilla un insolito splendore quando parla di patria e di gloria nazionale. Austero nei costumi, parco nel dar lodi, dal suo labbro non esce mai detto che offenda; delle offese ricevute non degna mover lamento e le obblia. Inesorabile nel suo sdegno verso i codardi ed i tristi, è indulgente co' valorosi.

Senza alterigia, come senz'umiltà, tratta con egual rispetto chiunque; il semplice soldato come ogn'altro ha sempre libero accesso a lui; pari all'ultimo de' suoi nel cibo, nel vestire e nelle privazioni della vita militare, si distingue soltanto per l'aspetto decoroso e la reverenza che nessuno sa negargli. Quanti l'avvicinarono gli rimasero amici: i suoi compagni d'armi ebbero sempre per lui affetto di figli. Allorchè un doloroso pensiero gli travaglia l'animo, ei suole calarsi sulla fronte il berretto e starsi o passeggiare solo e taciturno; ha il passo non greve, ma lento, e l'andare composto a gravità senz'ombra di studio. Per lo più serio e sopra pensieri, la vista d'un amico lo allegra e chiama il sorriso sulle di lui labbra. Fra persone di sua intimità talora s'abbandona allo scherzo, ma per poco, quasi l'assalisse rimorso d'aver sprecato il tempo. — Riverente alla madre, ottimo marito, è co' figli or sorridente, ora severo.

I tanti travagli durati per la propria patria e l'altrui gli hanno fruttato povertà, persecuzioni, un nome onorato in Europa e in America[15], l'odio dei tristi e l'amore del suo paese, di cui forma una delle più splendide glorie. Lasciò in Nizza la vecchia madre, coi tre figli, Menotti, Ricciotti e Teresita, all'educazione de' quali provvede con affetto di padre l'avvocato Garibaldi cugino del Generale: — egli, il suo amico Daideri, e non altri.

Uomini generosi, di cui non è difetto la Dio mercè in Italia, offersero al prode uomo ragguardevoli somme, che non accettò. D'indole laboriosa, egli trova dovunque come sostentarsi coll'opera sua; all'uopo non esiterebbe un solo momento a imbarcarsi per semplice marinaio. Sobrio, modesto, e tollerante le fatiche, poco gli basta.

Accettò con lieto animo una spada superbamente lavorata in Firenze, frutto d'una soscrizione nazionale. Un'altra eseguita dall'egregio artista Borani in Torino, dono essa pure de' suoi compatrioti, sarà tra non molto depositata nella sua casa materna.

Di queste spade una rappresenta nell'impugnatura l'Italia, che appoggiata al brando attende a ristorare le proprie forze.

Dio le infonda vigore! Quando l'ora di sollevarlo nuovamente sarà giunta, Garibaldi nol lascerà giacere ozioso. Dalle aride montagne di Marocco, donde mirando all'Italia, medita la grande vendetta, tornerà fulmine di guerra, a dar nuove glorie alla patria, nuovi argomenti d'odio ai malvagi, e, Dio confermi l'augurio, l'ultimo colpo all'austriaco fuggente oltre l'Alpi!

FINE.

NOTE: