Biografia di Giuseppe Garibaldi

Part 5

Chapter 53,698 wordsPublic domain

In onta a questi rovesci ed ai pericoli che la stringevano, la repubblica mantenevasi ferma e lungi dall'affievolirsi nell'animo, spediva 12,000 uomini con 12 bocche da fuoco ad incontrare il Borbone. Comandava l'avanguardia il colonnello Giuseppe Marocchetti, il corpo di battaglia Garibaldi, il comando supremo commesso al generale in capo. Era sull'aggiornare del 19 maggio allorchè Garibaldi avanzatosi verso Velletri incontrava alla distanza di alcune miglia il nemico in grosso numero, ch'egli non esitò di attaccare con 100 uomini di cavalleria, seguendo il suo stile di mostrare in certi casi estrema audacia e risolutezza, affine di sorprendere la fortuna: ebbe in quello scontro la peggio, e negli avviluppamenti della ritirata gli cadde a terra il cavallo, che lui pure trascinò al suolo, lasciandogli contuso il volto e ferita una mano: ma risalito celeremente in groppa e postosi alla testa di 500 uomini di fanteria ritornava alla carica colle baionette calate, dinanzi alle quali il nemico cedeva il terreno, e finiva per andarsi a rifuggire sotto le mura di Velletri, da dove continuò ad opporre accanita resistenza, in onta alla quale Garibaldi proseguì a combattere, tuttochè inferiore di forze, non essendo ancora il grosso della spedizione romana ripervenuto al luogo della battaglia. Caricò a più altre prese il nemico alla baionetta, e sarebbe forse anche riuscito colle poche truppe sotto i suoi ordini a dare un colpo decisivo che avrebbelo fatto padrone d'una parte della città, se la poderosa artiglieria dei borbonici collocata nell'altura dei Cappuccini non lo avesse con vivo e continuo fuoco tenuto lontano. Ravvolgeva in animo Garibaldi il progetto di precludere la via di fuggire a re Ferdinando e farlo prigione, lo che forse temendo, erasi questi quasi sul principiare della battaglia messo in salvo, con ordine a' suoi soldati di seguirlo nella notte. Tutto il giorno 19 si durò a combattere vigorosamente da ambe le parti, e soltanto a sera avanzata si pose fine alla strage fraterna, che s'è fatta maggiore per l'arrivo durante il giorno delle altre forze repubblicane sotto le mura di Velletri, che tacitamente abbandonata dai borbonici accorsi a raggiungere il re fuggitivo, venne dai Romani, già preparati ad attaccarla, occupata nel giorno seguente 20 di maggio. Fu quello scontro doloroso e rimarchevole pel numero dei fratelli nel campo nemico rimasti fuori di combattimento, e che si fece ascendere a 1,200.

Avendo parte di quella spedizione contro Velletri, ripresa la via di Roma, Garibaldi si rivolse due giorni dopo con 8000 uomini verso il regno di Napoli, non senza speranza di raggiungere quei fuggenti accelerando le marcie, nè senza la lusinga che entrando nel regno sorgesse qualche moto favorevole alla causa della libertà. E questa lusinga appare evidente dal proclama che usciva in quei giorni diretto ai napoletani «Fratelli, diceva, noi non veniamo ad imporvi alcuna legge, veniamo per dirvi una parola libera, motrice di magnanimi affetti, per innalzare in mezzo a voi il vessillo della patria comune.» E se i Francesi non erano, forse l'Europa vedeva da quel canto d'Italia sorgere una potente favilla, che l'incendio avrebbe più fieramente ridestato. Non appena toccava Garibaldi Rocca d'Arci, che riceveva ordine dal governo di sforzare le marcie verso la capitale, disponendosi i Francesi a nuovamente attaccarla. Rifece adunque il cammino non riposando nè giorno nè notte, in tal guisa che il 2 giugno entrava colla sua colonna in Roma.

Il generale francese avea fissato il giorno 4 per riprendere le ostilità, siccome è provato dalla lettera ch'egli stesso inviò al generale Roselli: poi contro la data parola cominciò invece il fuoco nella notte del 2 al 3, con intento di sorprendere i difensori, e terminare con un colpo di mano l'impresa, che prevedeva difficile, tuttochè avessero affermato che _gli Italiani non si battono_.

A un'ora dopo mezzanotte i Francesi avanzaronsi alla villa Pamfili, rispondendo in italiano, colla mira di meglio nascondersi al grido d'allarme delle scolte, _viva la Repubblica Romana_; e in questa guisa riescirono in numero di 6000 a sopraffare il presidio che vegliava alla difesa di quel punto; ma pervenuta la notizia di tanta slealtà agli altri corpi, tutti accorsero indignati al loro posto preparati a qualunque evento. Il nemico avendo continuato a venire innanzi e a trarre colle artiglierie, il combattimento divenne ben presto generale. Fin dai primi rumori Garibaldi era accorso al quartiere delle sue truppe, che già in pronto non attendevano che i di lui ordini. — Dette poche parole raccomandando severa disciplina e di rammentarsi dell'onore italiano, guidavale a passo di carica a porta S. Pancrazio. Il nemico aveva già occupato oltre villa Pamfili quella di Valentini e l'altra dei Quattro Venti; l'energica resistenza opposta dalle truppe già accorse era stata superata dal numero, gli sforzi con cui eransi adoperate a sloggiarlo erano tornati vani. Garibaldi arrivava in quel punto, e postosi senza più alla testa dei battaglioni li rincorava coll'esempio; e col solito impeto li conduceva ad assaltare il nemico colle baionette: lì s'impegnò furiosissima la tenzone, che durò senza mai ristarsi per quattro intiere ore. Alla fine i Francesi non potendo tenere più fermo cedettero il campo già occupato, rimanendo però nella villa Pamfili. — Rinforzato di nuove truppe, il nemico tornò all'assalto, e dopo alcune ore di lotta disperata riprese le abbandonate posizioni. Verso mezzogiorno Garibaldi riordinata la sua gente, ed era sempre la stessa, conducevala per la seconda volta contro i Francesi, i quali con doppio numero di forze contrastarono ferocemente il terreno, che più tardi dovettero sgombrare. Ma il nemico potendo disporre di truppe fresche e di numerosi battaglioni, cacciava innanzi sempre nuove colonne, contro le quali non reggendo più il numero, Garibaldi dopo avere sostenuto per più volte e sempre colla stessa virtù lo scontro col nemico, ordinò la ritirata e si ridusse al casino detto il Vascello, da dove continuò a combattere sino alla sera. Ebbero i Francesi una perdita quattro volte maggiore de' nostri, e confessarono che quella era stata una lotta da giganti. Garibaldi dovunque appariva seminava il terrore e la morte[11]. Il combattimento durò 17 ore, la mischia fu più che tutt'altrove sanguinosa e feroce presso alla villa Pamfili, ove Garibaldi fece quasi sempre combattere corpo a corpo, all'arma bianca. Rendendo conto al Triumvirato di quanto erasi fatto in quel giorno egli scriveva, parlando dei suoi commilitoni «io non saprei distinguere alcuno, perchè tutti si sono egualmente distinti». Garibaldi perdè in quel giorno due degli uffiziali ch'eran venuti con lui d'America, i maggiori Ramorino e Peralta, degni d'onorata memoria. Il nostro valoroso amico Giacomo Medici, colonnello della legione portante il di lui nome, diede in quel giorno una solenne prova di quanto può aspettarsi da lui l'Italia nella futura guerra nazionale.

È impossibile, e riescirebbe d'altronde troppo lungo il tener dietro ad uno ad uno de' numerosi fatti in cui Garibaldi si fece rimarcare per valore e per accortezza sia nel respingere il nemico, sia guidando le sue truppe ad attaccarlo nelle proprie trincee. Nei giorni 5 e 6 di giugno furono rinnovate le offese dagli assedianti, i quali sempre ricacciati, resero quei giorni memorandi per le grandissime loro perdite e per nuove vittorie delle armi italiane. Garibaldi diè loro tali fierissime percosse, che li lasciarono sovente atterriti e sanguinosi. Le lotte dei tempi omerici furono in quei giorni rinnovate con lode somma dei nostri, coll'onta e col danno dei nemici. La luce diurna non bastando agli animi inaspriti, Garibaldi usciva di notte tempo ad attaccare i Francesi che certo non s'aspettavano a tanto ardimento. Era tale l'ardore, l'attività e l'indomabile coraggio di lui in quelle arditissime fazioni, che i Romani chiamavanlo il _leone della serra_. Memorabile tra tutti gli altri per individuale coraggio, si è il fatto in cui con solo 8 uomini di cavalleria cacciò da un palazzo fuori porta S. Pancrazio i famosi _Chasseurs de Vincennes_, che non seppero lungamente resistere a quell'impeto, e cercarono scampo fuggendo per le finestre.

Avendo i Francesi piantato delle batterie, i di cui fuochi riescivano oltremodo funesti ai Romani, Garibaldi mise mano a una via sotterranea, che li conducesse a quella volta con animo di farle colle mine saltare in aria, lo che impedivagli il nemico di mandare ad effetto, col rivolgere le acque dentro i lavori già avanzati, e de' quali egli s'era avveduto.

La sera del 10 meditando un audacissimo colpo, Garibaldi riuniva buon nerbo di truppe nella piazza di s. Pietro, e fattele disporre per una _incamiciata_, le conduceva fuori dei muri con ordine di avanzarsi in silenzio e di scagliarsi al convenuto segnale sull'accampamento nemico, colla baionetta alla mano. Un inaspettato contrattempo faceva sì che l'avanguardia sparato qualche tiro prima di giungere al luogo, rendesse avvertiti i Francesi dell'imminente pericolo e non più eseguibile il preparato assalto.

Tale stizza i Francesi aveano concepito contro Garibaldi, che allorquando appresero com'egli soleva dall'alto del palazzo nella villa Corsini osservar le loro operazioni e dirigere i movimenti delle truppe romane, cominciarono a far piovere sulla malaugurata casa e cannonate e bombe in tal copia, che non molto dopo dovette Garibaldi abbandonarla perchè interamente guasta e prossima a crollare. Di là egli trasportò il suo quartiere nella villa Spada, egualmente esposta ai tiri del nemico.

Spuntava frattanto il giorno 12, in cui il generale Oudinot, terminati i lavori d'approccio, trovavasi in posizione di poter bombardare Roma; per cui rivolgendosi alle autorità scriveva: che ove dopo 12 ore dall'intimazione la città non si fosse arresa, avrebbela attaccata di viva forza: al che il Triumvirato fermo nell'onorevole proposito: «Non tradiamo mai le nostre promesse, rispondeva: abbiamo promesso difendere l'onore del paese e la bandiera della Repubblica: manterremo la nostra promessa.» E dodici ore dopo ricominciava più che mai furiosa la pugna. Videro in quel giorno i Francesi tali prove di audacia, di valore e di militare scienza, che ne maravigliarono spaventati. Garibaldi dà di quella tremenda giornata, ch'egli dirigeva in persona, un saggio nella relazione che trasmise al governo; ivi è detto: «Il furore de' nostri era al colmo, poichè mancando di munizioni, questi prodi colsero le pietre, e con esse sconfissero il nemico, gli tolsero le baionette dai fucili, e se ne servirono come d'un arma terribile.»

In tutti quei giorni di lotta che seguirono dal 13 al 22, Garibaldi fu visto dì e notte continuamente nei luoghi ove più ferveva la battaglia, ed era più evidente il pericolo: la gente non sapeva com'egli potesse tanto assiduamente mostrarsi dovunque le emergenze di que' fortunosi momenti richiedessero la presenza d'un uomo che valesse col consiglio e l'audacia a debitamente provvedervi. Egli pareva non sentir mai il bisogno del riposo o quello del cibo: sarebbesi detto che nel fuoco e nelle aspre fatiche della guerra prendessero le di lui membra ristoro e forze novelle.

Occasione di nuovi ingenti sforzi e di valore disperato diede a Garibaldi la notte in cui i nemici per la lenta ma sicura via delle opere d'assedio, apparvero dentro i muri della città. Trovavasi egli in quel momento in un posto di riserva e non appena giungevagli l'infausta notizia, che in un colle truppe accorreva ad assalire colla baionetta calata il nemico, che in fortissimo numero già s'era trincerato nelle prese posizioni. Tornata vana tanta virtù, egli non si perdeva d'animo per questo; chè all'alba con nuovo furore avventavasi risolutamente un'altra volta all'ardimentoso cimento. Spinse i soldati a metter piede perfin sui lavori del nemico, e con tal impeto e dispregio del pericolo il fece, che erasi condotto tanto innanzi, che i nostri toccavano le punte delle carabine ai soldati nemici, le quali sopravanzavano dalle paralelle. Pure anco questo secondo tentativo rimaneva pur troppo senza frutto dinanzi all'ostacolo dei trinceramenti, senza di cui il nemico avrebbe dovuto come già altre volte ritirarsi sanguinoso e disfatto. Erano quelli momenti supremi, e la posizione tristissima; e nonostante il coraggio e il desiderio di nuovi paragoni col nemico in tutti raddoppiavansi allo spettacolo sublime di Garibaldi e de' suoi. — Roma riviveva ai tempi antichi.

Dalla nuova posizione in cui s'erano fortificati, i Francesi bombardarono senza posa per molti giorni la città, e gravissimi danni arrecarono agli antichi monumenti, che altri barbari e in più barbari tempi avevano rispettato. E la ferocia di codesti stranieri che non offesi, nè provocati eran calati in Italia senz'altra ragione che il numero[12], senz'altro diritto che il sangue, veniva spinta a tal grado, che i consoli delle estere nazioni, indignati a tanto strazio diressero al generale francese una nota nella quale protestando contro «_quel modo d'attaccare_ che non solo minacciava le proprietà e le vite dei neutri abitanti, ma anche quelle delle donne e dei fanciulli, chiedevano in nome dell'umanità e delle nazioni civili che desistesse dal bombardare più oltre, per salvare dalla distruzione la città monumentale che è considerata come sotto la protezione morale di tutti i paesi inciviliti del mondo.»

In onta alla voce che il mondo cristiano sollevava per bocca de' suoi rappresentanti in Roma contro il vandalismo de' soldati di Francia, le bombe continuarono senza ristarsi un momento a cadere sull'eroica capitale d'Italia, e quanto più codesti pretesi liberatori dei popoli vedevansi da un piccol numero d'uomini, nuovi quasi tutti alle armi e privi dei potenti mezzi di guerra, di cui essi potevano disporre, contrastato il trionfo e sovente ancora battuti, tanto maggiormente s'imbestialivano, e il concetto furore con atti crudelissimi disfogavano. Poco pareva a costoro il fulminare notte e giorno la città coi mortai e co' cannoni, che anche spingevano all'assalto i soverchianti battaglioni; ma a traverso le tenebre, colla mira d'introdursi non visti e per sorpresa, dacchè l'approssimarsi di giorno e venire a far prova faccia a faccia del proprio valore coi nostri avevano vedute tornar loro sempre a danno e a vergogna. E tale esito ebbe il colpo tentato la notte del 25, in cui da tutti i punti assaliti vennero coraggiosamente respinti. Ripeterono l'assalto la notte del 27 giovandosi d'una fitta nebbia e attaccando colla baionetta; ma non valse loro nè la sorpresa nè la risolutezza dell'assalto, chè un muro insuperabile di petti cittadini s'oppose a contrastarli il passo. Ivi s'accese una mischia talmente accanita da ambe le parti, che durante tutta la notte si continuò a combattere, il micidiale incontro protraendosi fino a tardi nel giorno seguente. Garibaldi sempre in mezzo al fuoco aizzava i compagni in quel furore e gli esortava a non cedere, a tener fermo per l'onore italiano, e accorrendo dovunque accresceva l'animo e la rabbia nei combattenti. «Voi pugnate per la libertà e per l'onore d'Italia!» era il suo grido prediletto di guerra, e a quel grido raddoppiavansi come per incanto i colpi, sotto i quali cadevano i Francesi a mordere quel mal tocco terreno. L'orribile pioggia di bombe e di granate accompagnava incessantemente quegli attacchi alle fortificazioni, protetti pur anco dalle artiglierie che avevano già grandemente dilatato la breccia. Sulla quale avendo finalmente i nemici lanciato il dì 30 un numero sterminato d'uomini, poterono collocare una batteria che rendeva quasi del tutto vana ogni ulteriore resistenza. Nonostante male sapendo Garibaldi comportare quel trionfo del nemico, che oramai non era più in poter d'uomo contrastare lungamente, egli volle far prova di scacciarlo dalle occupate posizioni, e riuscivagli il colpo; senonchè rivennero poco dopo i Francesi alla pugna, e dovè Garibaldi ritirarsi non senza però ritentare la fortuna che sorridevagli per l'ultima volta, poichè avendo nuovamente respinto il nemico, quando tutto già pareva perduto, questi rinforzatosi con nuove truppe, rese impossibile ad umana forza ogni altro tentativo.

Questi rovesci ben lungi dal far desistere Garibaldi da ogni idea d'ulteriore resistenza avevanlo sempre più confermato nel pensiero di continuarsi ad opporre al Francese nella terza cinta protetta dalle barricate al di qua del Tevere, e dopo aver fatto rovinare il ponte di S. Angelo e quello di Sisto. Se il magnanimo proposito non fu mandato ad effetto, debbesi attribuire a cause che da lui non dipesero, e le quali la storia, fedele custode delle umane azioni, farà note più tardi.

Non patendo a Garibaldi l'animo di cedere le gloriose armi allo straniero invasore, risolveva uscire da Roma, ed avventurarsi a nuovi pericoli; e fatto appello ai compagni con queste parole che riportiamo fedelmente:

Soldati,

Ciò che io offro a quanti vogliono seguitarmi, eccolo: fame, freddo, sole. Non paga, non caserme, non munizioni, ma avvisaglie continue, marce forzate e fazioni alla baionetta. — Chi ama la patria e la gloria mi seguiti.

Garibaldi.

radunò circa 3,000 uomini coi quali s'avviò alla volta di Tivoli, non lontano forse dal credere che mantenendosi per qualche tempo nella campagna, avrebbe potuto riunire a sè maggiori e considerevoli elementi onde organizzare una lunga resistenza contro gli stranieri, che da due parti diverse aveano invaso l'Italia, e i quali ad un tempo s'affaccendavano ad inseguirlo, ben mostrando come degli Austriaci chiamati barbari non fossero punto dissimili codesti altri calati di Francia bestemmiando parole di libertà.

Non ignorava Garibaldi l'ardore con che ambedue si sarebbero egualmente lanciati sulle di lui tracce, e perciò affine di meglio celar loro e la propria situazione e le sue mire, aveva diviso in molti piccoli drappelli le sue genti che spinse in direzioni diverse, mostrandosi così nel tempo medesimo in disparatissimi punti. Per lo che i nemici, francesi ed austriaci, quantunque in numero di gran lunga superiore, mal sapendo ove rivolgersi per coglierlo, vedevansi obbligati ad errare alla ventura, e con inutili marcie stancare i propri soldati, che talora quando meno vi s'attendevano, sentivansi improvvisamente colpiti dai tiri d'un nemico, di cui non trovavan più orma. Con questo incessante avvicendarsi di marcie e di inseguimenti erasi condotto in Toscana, coll'intendimento di tentare anche quelle popolazioni e conoscerne l'animo. Apparve perciò nelle vicinanze di Montepulciano verso il 10 di luglio, e sostò per prendervi riposo sull'alpestre monte Fallonico, ove era impossibile al nemico l'avvicinarglisi. Entrò più tardi in quella città, ove da un convento di frati furongli tratti alcuni tiri di fucile; la qual cosa diede luogo a che Garibaldi ritenesse presso di sè e conducesseli fuori, e il sottoprefetto ed alcuni preti di quel paese, i quali rilasciò poi subito, senza ulteriormente occuparsi nè di loro nè dei frati.

Accennando da Montepulciano alla volta d'Arezzo, stavano in quest'ultima città e nella stessa Firenze in allarme gli uomini della ristorazione, e l'italiana Arezzo vide le sue porte chiudersi all'avvicinarsi di Garibaldi, come se uno straniero nemico o un malfattore la minacciasse. Contro la quale condotta protestarono in modo solenne il popolo e gli abitanti di quei dintorni, i quali affrettaronsi numerosi a salutare i fratelli ed a recar loro il bisognevole, onde potessero ristorarsi della fame e della sete patite in que' lunghi travagli.

Erano in que' momenti le condizioni d'Italia tutta, e di Europa, poco o nulla favorevoli alla causa della libertà, perciò i popoli non potendo corrispondere agli eccitamenti di Garibaldi, stavano quieti, oppressi dagli eserciti stranieri, accampati in gran numero nelle nostre provincie. Fattosi persuaso Garibaldi della realtà dolorosa, per cui doveva rimettere ai giorni avvenire il compimento del magnanimo proposito rifaceva i passi, avviandosi verso l'Umbria. Anche durante quella ritirata ebbe sempre ai fianchi l'austriaco, che inseguivalo numeroso e senza prender mai posa. Marcie e contromarcie precipitose e continue, riposi brevi, e conturbati sempre dal pensiero d'un attacco imminente, vigilanza diligentissima, corse per luoghi alpestri e tenuti per impraticabili; talora circondati dal nemico, che stava per serrarli nella vasta cerchia, che facevasi ad ognora più stretta, e con volte e rivolte sfuggirgli dalle mani, che già si stendevano sopra di loro; tal altra lanciarsi arditamente tra mezzo alle schiere nemiche, e transitare al punto bramato senza che azzardassero offenderli. Per siffatte circostanze fu maravigliosa quella ritirata verso gli stati romani, da dove Garibaldi risolveva ricoverarsi finalmente in S. Marino, nella certezza di esservi ben accolto.

La disciplina più rigorosa fu da Garibaldi fatta osservare dalle sue truppe lungo questa escursione; a tale spinse lo scrupolo da quel lato, che per lievi mancanze inflisse i più severi castighi. I luoghi per cui transitò non ebbero che a lodarsi dell'ordine e del rispetto alle persone e alle cose. Allorchè le vettovaglie mancavano, ei ricorreva alle comuni che fornivangli l'occorrente, e giammai si fece lecito di togliere da per se neppure lo strettamente necessario.

Molte volte i suoi uffiziali instarono presso di lui affine di indurlo a battersi col nemico, ed egli consultando la difficile posizione in cui si trovavano, e calcolato con maggior prudenza le cose, rifiutò costantemente di farsi aggressore. Mancavangli i mezzi di trasporto pei feriti, mancavagli un luogo sicuro ove depositarli: come mai avrebbe egli potuto acconsentire in tanto critica condizione, che i di lui compagni s'esponessero alle eventualità di una lotta, dalla quale erasi convinto non poter più ricavare quei benefizi di che si era lusingato dapprima?

Entrava quindi in S. Marino, ove il governo e gli abitanti facevangli tutta quell'onorevole e lieta accoglienza che si doveva a fratelli. Quivi chiamati a sè gli uffiziali, rendeva lor noto essere oramai inutile continuare nell'intrapresa, e necessario quindi lo sciogliersi, e provvedere ciascuno alla propria salute in quella terra amica. Frattanto l'austriaco avea per mezzo del governo di S. Marino fatto proporre a Garibaldi una capitolazione, colla quale era offerto libero il campo per ritirarsi al proprio paese ad ognuno della sua colonna, ed assicurato a lui un passaggio per l'America. Concertato col reggente di S. Marino il modo di salvare i compagni, rifiutò per sè ogni patto dell'austriaco, cui non volle umiliarsi.

Non rimanendo in Italia più altro campo ove si combattesse contro lo straniero, tranne Venezia, ei concepì lo ardito divisamento di recarsi a far le ultime prove nell'eroica città, che oramai sola sosteneva la bandiera italiana colla guerra. Perciò accompagnato dalla moglie che da Roma avevalo voluto seguire ad ogni costo, e da un centinaio d'uomini i quali in onta a tutto non seppero risolversi ad abbandonarlo, scese dalla montagna di S. Marino alle pianure del Cesenatico, ove stavano a vigile guardia numerosi gli austriaci, più che mai bramosi di averlo nelle mani. Mercè la scorta di generosi patriotti di quei dintorni potè la piccola brigata passare non vista in mezzo ai nemici, e giungere alla sponda senza verun ostacolo. Solo non ebbe amica la fortuna quel santo martire, il quale smarritosi nella corsa cadde in potere del nemico, e più tardi spirò in Bologna rotto dai piombi tedeschi stromenti dell'ira clericale. Perdita che lasciò un immenso dolore nell'animo di Garibaldi che nel P. Bassi venerava il vero tipo dell'uomo di Dio.