Biografia di Giuseppe Garibaldi

Part 4

Chapter 43,586 wordsPublic domain

Nè a questo primo esperimento collo straniero si acquetava Garibaldi, che lasciate alcune ore di riposo nella notte ai compagni, allo spuntar del sole conducevali nuovamente ad inseguire il nemico, il quale concentrate le molte forze che teneva in quei dintorni, aveva formato una cerchia in cui i nostri furono rinserrati. Rimasero in quella difficile posizione per quattro interi giorni senza alcun serio attacco. Nel frattempo Garibaldi avendo avuto agio a ben conoscere il terreno ed a studiar modo ad evadersi colle sue truppe, di notte tempo mettevasi in moto e perveniva con accorte marcie a sfuggire al nemico ed entrare in Morazzone; da dove meditava lanciarsi sopra Varese nella speranza di sorprendere il generale d'Aspre acquartierato in quel punto con 10,000 uomini; mentre egli comandava appena a 1,500! Ma stante il numero grandissimo dei nemici che ingombravano quelle terre, ei non riuscì a siffattamente celare le sue mosse e gli intendimenti suoi, che non fosse il di lui arrivo colà, e il concepito progetto ad un tempo, conosciuto dal generale austriaco. Il quale staccato un corpo di 5000 uomini, munito d'artiglieria, inviavalo, e se non erriamo, conducevalo egli stesso sopra Morazzone. Informato a tempo delle mosse del nemico, Garibaldi si dispose a sostenere degnamente l'assalto, ordinando che in ogni punto della città si formassero le barricate. E da ogni parte cominciò a fervere improvvisamente il lavoro, per siffatto modo che in breve ora si trovò in istato di ricevere il nemico, che non tardò a dare l'attacco. Erano le quattro del dopo pranzo allorchè il fuoco cominciò; l'austriaco colle bombe, colla mitraglia e coi razzi incendiarii tentò sloggiare i nostri che sempre più irritati pei danni crescenti della città, s'ostinavano nella difesa: che non era punto cessata col cadere del giorno. Garibaldi accorrendo in quella notte a tutti i luoghi ove il rischio era maggiore, vegliava su tutto e colla sua presenza accresceva il furore della battaglia nei noti compagni; ma visto inutile l'ostinarsi in quella lotta tanto disuguale, e temendo d'altronde d'essere preso tra due fuochi all'apparir del giorno, essendo il nemico grossissimo in quelle terre, verso le ore tre dopo la mezza notte, lasciato addietro un buon pugno di uomini a difendere la ritirata e ad ingannare coi tiri il nemico, fece uscire le sue truppe dalla città: e divise queste in drappelli le sciolse avviandole ai confini della Svizzera. L'austriaco aveva in que' due incontri di Luino e di Morazzone nuovamente sentito quel braccio medesimo che l'aveva percosso a Goito, a Pastrengo, ed a Santa Lucia; e le menti grossolane dei suoi soldati atterriti a quel furioso tempestare, fantasticavano di demoni accorsi a lor danno, e dicevano Garibaldi legato coi diavoli e portarne la divisa, rammentando la tunica rossa dei legionarii italiani venuti da Montevideo. E quei fatti ricordò più tardi senza dubbio il general D'Aspre, allorchè in Parma alla presenza d'un'autorità del nostro regno vuolsi che egli esclamasse: «L'uomo che avrebbe potentemente giovato alla vostra guerra, voi non lo avete conosciuto, e questi è Garibaldi.»

Allorquando Garibaldi dopo lunghissime ed accelerate marcie giungeva in Arona, vi perveniva colle sue truppe estenuate dalle fatiche e dalle privazioni di ogni genere, e nessun'altra via gli rimaneva onde provvedere ai suoi imperiosi bisogni, tranne quella di ricorrere al municipio della città; il quale del molto danaro che era nelle casse, sborsava appena lire 7000, di cui Garibaldi diede la ricevuta. Taluno ha creduto poter giustamente biasimare non solo quest'atto, ma farne anche all'intemerato guerriero, che in ogni guisa s'affannava a degnamente sostenere colle armi l'onore italiano in faccia all'austriaco, un delitto. Però chiunque abbia sensi e cuore di vero cittadino d'Italia ben lungi dal dare biasimo, loderà invece altamente l'uomo, che rivolto il pensiero all'universa nazione, seppe sovrapponendosi alle impronte ed insensate questioni di _provinciali legalità_, con questo ed altri fatti dare un esempio, e segnare francamente la via a chi vorrà un giorno farsi unificatore della smembrata sua patria.

La Svizzera accoglieva finalmente gli onorati avanzi di quella colonna, che, dopo l'italica rovina nota al mondo coll'infausto nome Salasco, aveva ancora contro l'irrompente nemico sostenuto gloriosamente in alto quella bandiera che Dio ha dato all'Italia, e il suo popolo rileverà un giorno vittoriosa in faccia allo straniero.

Appena Garibaldi ebbe abbandonato l'Italia, sviluppossi in lui la febbre, di che aveva attinto i germi in Roverbella, e travagliato da molestia siffatta, passò in Francia, e di là tornò a rivedere in Nizza la famiglia, che poco stante lasciava per recarsi a Genova. Il suo tragitto lungo il littorale della Riviera fu un continuo trionfo; le popolazioni accorrevano da punti remoti in massa sul di lui passaggio per salutarlo, e i circoli inviavano le loro deputazioni a felicitare l'eroe di Montevideo, il combattente di Luino. In onta all'immensa sventura, l'entusiasmo nei popoli durava! e all'apparire dell'uomo che aveva sì nobilmente saputo interpretarne i voti ed i desiderii plaudivano, intendendo con ciò di rendere omaggio al magnanimo ardimento con cui aveva risposto al palpito il più santo del loro cuore.

In Genova ritiravasi in una villa, intento a guarire dalla febbre che avevalo ridotto a deplorabile stato. Fu in quella circostanza che venivagli offerto da parte del Governo del re un posto distinto nell'armata nazionale, che Garibaldi non era più nel caso di poter accettare, avendo già prima aderito ai Siciliani, dai medesimi invitato a recarsi nell'isola a prendere il comando di quelle truppe. Unito ai fidi compagni che non s'allontanarono mai da lui, prendeva posto sul vapore per Livorno onde continuare di là il viaggio per l'isola. La popolazione di questa città festeggiava entusiasmata l'arrivo del generale, e tanta forza fece al di lui cuore, che lo indusse a rinunziare all'impegno contratto colla Sicilia, e rimanere in Toscana, che non molto dopo lasciò, fatto accorto dell'obbliquo procedere di alcuni individui di quel Governo non punto amici a chi non ad una provincia, non a persone, ma all'universa Italia consacrava vita ed affetti. Uscì dalla Toscana verso le romane provincie, dirigendosi alla volta di Bologna; ma giunto alle Filigare sul toscano confine, vedevasi costretto a sostare, avendo il generale Zucchi inviato ad impedirgli il passo, un distaccamento di svizzeri; per lo che egli si decise recarsi in persona a Bologna collo scopo d'indurre quel generale a cambiare di proposito, da cui non gli venne fatto in alcun modo rimuoverlo; e se poco dopo otteneva passando per Ravenna di potersi recare a Venezia, era ciò dovuto soltanto al minaccioso contegno del popolo, che indignato per quell'impolitico procedere obbligava il Zucchi a mutare d'avviso.

A Ravenna trovò Garibaldi di nuovo le truppe svizzere aumentate di numero, ed in attitudine tale da fare in loro supporre ostili intenzioni; la qual cosa fece sì ch'egli tenesse in guardia la sua gente, 250 uomini circa, e preparata ad ogni avvenimento; se non che erano per lui le popolazioni, che in Ravenna, in Faenza ed altrove si sarebbero ad un solo cenno sollevate contro que' prezzolati stranieri. Mentre stavano le cose in quelle incertezze, accadeva in Roma la morte del ministro Rossi; Pio IX fuggiva dallo stato, e il Governo Provvisorio costituivasi nell'eterna città a tutelare le leggi e gl'interessi dei popoli, nell'ora del pericolo abbandonati da chi pur presume affidatogli da Dio quel santissimo dovere. Premuroso Garibaldi di concorrere coll'opera sua in quei momenti di crisi a sostegno del nuovo ordine di cose, da cui sperava un potente appoggio a la causa italiana: recavasi a Roma ov'era dal Governo immantinente ricevuto al servizio dello stato. Al partire da Ravenna aveva Garibaldi avviato la sua gente per Cesena ad Ancona, ed era essa di già pervenuta alla Cattolica allorchè dietro ordine del suo capo rivolgevasi su Roma, da dove partito Garibaldi andava a raggiungerla in Foligno per guidarla alle frontiere verso Napoli, sulle quali non comparve che un mese dopo, avendo la popolazione di Macerata fra cui dovette passare, volutolo a guernigione nella propria città, la quale ne chiese ed ottenne dal governo l'assenso.

Premendo finalmente custodire lo stato dalla parte di Napoli, andava Garibaldi a stabilire il suo quartiere generale a Rieti, spingendo le sentinelle avanzate fino alla linea che divide i due territori. Tra le facoltà accordategli dal governo, era pur quella d'arruolare il maggior numero d'uomini che gli fosse stato possibile; ed egli in ciò tanto felicemente riusciva, che in breve ora potè contarne sotto i di lui ordini due mila circa, tutt'ardentissima gioventù, nella quale scorgevansi individui dalle più umili alle più elevate classi, concordi tutti ed affratellati nel santo amore della patria italiana, e pieni di fiducia nell'uomo, sotto il quale erano accorsi volonterosi e colla certezza di essere condotti ad onorifiche imprese.

Noi ci faremo qui a descrivere le feste con cui le popolazioni della nuova repubblica in mezzo alle quali dovette Garibaldi passare colla sua colonna, si affrettavano ad onorarlo; ci basterà il rammemorare per saggio dell'entusiasmo destato dal di lui nome, come da ogni paese escissero le genti ad incontrarlo alla distanza di alcune miglia, accompagnate da musiche e bande militari. Toccata finalmente Rieti, fu prima sua cura di fortificare quel punto con fossi e trincee, e munirle d'artiglieria. Poi rivolgendo intieramente l'animo a ben disciplinare i suoi militi, ei cominciò dal tenerli in continui esercizi, senza mai lasciar trascorrere giorno, che con qualche nuova fatica non li tenesse risvegli; maneggi d'armi, evoluzioni, corse faticose, nulla perdonò; e tra queste ultime è da memorare una perlustrazione che fece imprendere a tutta la sua colonna pei monti Apennini, che durò alcuni giorni, lungo i quali furono continuamente molestati dalle pioggie, ch'egli a paro del soldato, non si risparmiò punto, tuttochè appena allora fosse uscito da non lieve infermità. E tanto per la sua parte ei si mostrò vigile e della disciplina zelante, che una sola notte non si rimase dal montare a cavallo e da Rieti recarsi al confine onde meglio accertarsi dell'esattezza e scrupolosità del servizio. Ammiravano le popolazioni in lui la straordinaria attività, l'amore con che all'ordinamento delle milizie attendeva, ed il modesto vestire che solo distinguevasi per un _poncho_[10] bianco foderato di rosso, mentre agli ufficiali era stato provveduto con abiti convenienti al loro grado. L'esempio del capo e la condotta dei subalterni, aveva destato negli abitanti dei paesi circonvicini tale ardore e desiderio di ammaestrarsi nelle armi, che da ogni parte facevangli richieste d'istruttori, i quali egli di buon grado accordava, nessun'altra cosa desiderando più che il vedere gl'Italiani addestrarsi nelle militari fatiche e rendersi atti a virilmente combattere.

Frattanto Pio IX rifugiatosi tra le braccia del Borbone a Gaeta, aveva respinto con ira e dispetto gl'inviti del governo di Roma a tornare nella capitale. Evidentemente ogni mezzo per l'accordo era stato esaurito; le provincie stanche per quello stato di incertezza in cui versavano, ed inquiete sul loro avvenire, esigevano dal potere pronti ed efficaci provvedimenti che alle apprensioni dolorose ponessero termine, ed apportassero al paese la stabilità nei suoi destini, e la regolarità nuovamente avviasse negli ordini politici e sociali.

In siffatta emergenza il governo provvisorio convocava un'Assemblea Costituente, nella quale era mandato a sedere Garibaldi dal collegio di Macerata. Nella memoranda seduta del 5 febbraio alzavasi Garibaldi e proponeva si proclamasse il governo repubblicano, oramai fatto desiderio di tutti per la ostile condotta del traviato pontefice. Era la proposta tramandata al 9 dello stesso mese, giorno in cui trovavasi per la prima volta l'Assemblea legalmente costituita; discussa vivamente, non molto dopo, e a quasi unanimità di voti, con applauso dell'astante numeroso popolo veniva approvata.

La risoluzione presa dalla Costituente romana, irritando le passioni avverse alle libertà popolari, aveva sollevato contro la nascente Repubblica gli sdegni d'una gente che ostentando carità di religione, non ha nè credenze, nè fede, e solo all'ombra di quel manto aspira al trionfo dell'impero assoluto da cui ottiene potenza, ricchezze ed onori a danno del popolo che soffre tutte le miserie di questo mondo, e paga lautamente i suoi felici padroni.

Protestando devozione alla chiesa agitavansi Francia, Spagna, Austria e Ferdinando Borbone; il Vicario di Cristo invocava e benediceva le bombe straniere che dovevano riconquistargli l'abbandonato trono, e quattro eserciti rovesciavansi contro Roma. Francia, fedele alle patrie tradizioni veniva prima, Giuda e Caino all'Italia, sicchè il secolo XIX vedeva rinnovato il feroce spettacolo d'un Brenno ancor più violento dell'antico. Tristi erano le condizioni della Repubblica romana e tali da mettere spavento in chiunque non avesse avuto una sovrumana dose di coraggio. Volte in basso le sorti della guerra contro l'Austria per la preparata disfatta di Novara, caduta Toscana in mano degli Austriaci, dominata la Lombardia, Napoli in piena reazione per la vittoria borbonica in Sicilia, occupata Civitavecchia dalle orde galliche, era il territorio della Repubblica circondato da forti e numerosi nemici, ed in più parti già da costoro invaso. I timidi, coloro che ai comodi e alle mezze libertà acquistate senza stenti, nè merito proprio son pronti sempre a sacrificare ogni sentimento di nazionale dignità e l'onore, consigliavano transazione coi soldati venuti da Francia a ristaurare l'assoluto dominio dei preti; ma non fu, viva Dio! il pusillanime e turpe consiglio adottato. Decretava la Repubblica «alla forza s'opponga la forza»; e in pari tempo riuniva le sue truppe nella capitale, e dalla frontiera di Napoli richiamava Garibaldi, il quale trovandosi in Anagni, distante circa 60 miglia da Roma, avviavasi alla Capitale ove giungeva due giorni dopo colla sua gente stanca, per le marcie forzate a traverso un terreno in cui aveva patito perfino penuria di acqua. Il popolo di Roma, in onta alle calunnie colle quali avevano tentato denigrare e fargli prendere in odio Garibaldi ed i suoi, accorreva numeroso e festante a ricevere i nuovi venuti; il ministro Avezzana affrettavasi a stringere fra le sue braccia Garibaldi e a dir parole di lode e d'entusiasmo alla Legione. Colla presenza di Garibaldi eransi i Romani sentito crescere l'animo e ciascuno vi ravvisava un pegno di sicura vittoria. Frattanto, tornate vane tutte le trattative coi capi francesi, Roma erasi parata a sostenere l'attacco, il quale ebbe poi luogo nel 30 aprile del 1849. Alle ore 9 di quel mattino presentavansi i Francesi in numero di 7000 uomini, nella stoltezza del loro insanabile orgoglio persuasi, che gl'Italiani non si sarebbero battuti, e alla vista delle armi loro dispersi. Forse l'esempio di Novara, il cui funesto risultato erroneamente attribuivano a mancanza di coraggio ne' nostri, aveva in loro esagerato quel disprezzo verso gli altri popoli, così radicato in quella vanitosa nazione.

Tentata in primo luogo Porta Cavalleggieri da cui furono virilmente respinti per opera della guardia nazionale, eransi i nemici rivolti alla porta S. Pancrazio, ove stava Garibaldi con 300 uomini vegliando alla difesa. Con questo pugno di prodi egli sostenne l'urto dei battaglioni nemici, e per qualche momento ne contenne la foga: vide in quella gigantesca lotta cadergli morto a fianco il maggiore Montaldi, in freschissima età, e venuto pur esso d'America; vide al Padre Bassi che stavagli accanto ucciso d'un colpo il cavallo; una palla di cannone battendogli poco discosto l'aveva coperto di polvere: la cintura della sua spada era stata lambita da un tiro di moschetto; due altri avevangli bucato il _poncho_; buona parte dei 300 erano caduti feriti nel petto, e stanche le braccia nel percuotere il nemico; — e questi superiore sempre di numero si avanzava occupando il posto dei caduti non più difeso. Allora Garibaldi si ritrasse in ordine coi superstiti e si ricongiunse alla riserva. — Riordinò celeremente colà le scomposte file, e unito ad altre truppe non entrate ancora in battaglia, si riversò impetuosamente sui nemici che già s'erano inoltrati fin presso le porte; l'urto e il furore dei combattenti furono tali, che i francesi perduto alla fine ogni ordine, cominciarono a retrocedere e a cercare un rifugio nelle case vicine, ove riescirono a trincerarsi, ma per poco; chè Garibaldi con tre sole compagnie si avventò egli stesso a sloggiarli, e con tanto ardore gl'investiva, che dopo un lungo combattere astringevali a ritirarsi facendo loro molti prigioni. — Durò il memorando conflitto fino alle 6 della sera, lasciandovi i Francesi circa 500 morti, e poco meno di 600 prigioni. Diresse Garibaldi quella difesa, e v'acquistò nuova fama pel maraviglioso coraggio, e le opportune disposizioni così energicamente secondate dalle truppe, dalla guardia nazionale e dal popolo.

Dopo alcune ore di riposo, Garibaldi ardente nel desiderio di cacciare d'Italia questi nuovi stranieri venuti a conculcarla, dirigeva nuovamente le sue truppe contro i Francesi ritiratisi a Palo, 10 miglia distante da Roma, con animo deliberato di attaccarli e venire ad un decisivo risultato. Il generale nemico, compreso quale fosse l'intenzione di Garibaldi, spedivagli un messo proponendo un armistizio, cui egli sdegnosamente: «andatelo a fare a Parigi.» Ma la proposta medesima fatta da lui pervenire al triumvirato alle cui determinazioni doveva in ogni caso sottomettersi, era dai supremi regolatori accettata, e Garibaldi rientrava quindi, benchè a malincuore, ne' suoi alloggiamenti in città, che l'accoglieva tra le acclamazioni e gli evviva universali.

Il giorno della battaglia i soldati avevano veduto il loro capo avvicinarsi amorevolmente ai feriti, abbracciarli, e dar loro il conforto di affettuose parole e di lodi: «_Consolatevi_, diceva, _voi cadete in Roma per la libertà e l'onore d'Italia._»

Sublimi parole che rivelano l'altezza dell'animo, la potenza di sacrificio e la tempra dell'amore alla patria in chi le pronunciava, e in chi le udiva confortato! Possano gl'Italiani tutti comprendere, e mostrarsi degni di siffatte consolazioni!

Il dì dopo allorchè avviava le truppe a respingere i Francesi da Palo, ei volle in prima recarsi sul campo, ov'erano caduti i prodi commilitoni, per onorare di sepoltura gli estinti, e assicurarsi meglio se qualche ferito fosse rimasto dimenticato sul luogo. Le quali amorevoli premure osservando i valorosi soldati, sentivano sempre più crescere in loro l'affetto per l'umano e non meno valoroso lor capo.

Dopo questa vittoria riportata contro lo straniero e per la quale Garibaldi esultava contento di aver fatto una volta toccar con mano ai Francesi _se veramente gl'Italiani si battono_, quella fatalità che da tanti secoli pesa sull'infelice Italia voleva che quelle stesse armi che avevano respinto l'invasore venuto di Francia si appuntassero pochi dì dopo contro petti italiani; poichè essendo in quei giorni invaso il territorio della repubblica da un esercito mandato dal re Borbone, era necessario ricorrere alla forza onde respingere gli aggressori. Per lo che le truppe non ben anco ristorate del lungo faticare in quel giorno 30 d'aprile, dovevano rimettersi in marcia e disporsi a versare sangue fraterno. La qual impresa doveva profondamente affliggere l'italiano animo di Garibaldi, in estremo repugnante ai dissidi ed alle guerre tra noi figli d'una medesima madre. Pure la malignità degli uomini di Gaeta avevalo collocato in tale situazione, che imponevagli, senza via di scampo, anche questo dolorosissimo sacrificio — ed egli accettò. — Uscì da Roma con 4,000 uomini, e corse ad incontrare i fratelli convertiti in nemici, bramoso di torsi dinanzi quanto più presto fosse stato possibile l'amarissimo calice. Avevano i borbonici in numero di 7,000 occupato Valmontone, e Garibaldi ad ora già tarda erasi andato a collocare in Palestrina, posizione vantaggiosissima, nella quale meditava attirare il nemico che intento a riposarsi la notte non sembrava disposto venire alle mani per quel giorno; ma Garibaldi volendolo costringere a scuotere l'inerzia e ad uscire dai suoi alloggiamenti, gli tenne durante le ore notturne quattro compagnie continuamente ai fianchi con ordine di inquietarlo senza posa, e mantenere vivo l'allarme nel di lui campo; nè sopravvenuto il giorno egli faceva cessare quel fuoco, nella speranza che stanco il nemico di essere molestato, sarebbesi finalmente risolto a respingere seriamente gli assalitori; nè male s'appose, chè tratto in inganno dalla ritirata di quelli si lasciò facilmente trascinare ad attaccarne il grosso in Palestrina. Erano le 3 pomeridiane del giorno 8 di maggio allorquando la zuffa cominciò, e non ebbe fine che a tarda sera. L'insegna del dispotismo fu atterrata, la virtù repubblicana prevalse, ma del valore malaugurato dei napolitani fratelli, rimasero, dolorosa testimonianza, 800 uomini fuori di combattimento.

I Francesi che per molti giorni erano rimasti quieti nei presi alloggiamenti, collo scopo di guadagnar tempo, onde avere rinforzi d'armi, d'uomini e di artiglierie d'assedio, covando in petto il perfido disegno di restaurare pienamente l'antico ordine di cose dalla pubblica coscienza condannato, avendo fatto qualche movimento, per cui sembravano minacciare nuovamente Roma Garibaldi fu richiamato subito in città. Respinti da un lato i borbonici, venivansi inoltrando dall'altro su Bologna gli Austriaci. Gli Spagnuoli anch'essi sbarcavano in Fiumicino rivolgendo un proclama nella loro lingua al popolo, di cui s'annunziavano liberatori.

Fu in que' momenti che il triumviro Mazzini dirigendosi al plenipotenziario di Francia facevagli osservare la slealtà e l'ignominia di proseguire oltre gli ostili disegni contro Roma dinanzi alla triplice invasione accennata «Vi sarebbe in ciò, esclamava l'intemerato triumviro, qualche cosa simile all'accordo schifoso del 1772 contro la Polonia.» E l'accordo tra gl'invasori tutti v'era pur troppo, come risulta dai dibattimenti nell'assemblea francese nelle tornate d'ottobre. Ma intavolatesi tra il Lesseps e il triumvirato trattative di sospendere le ostilità, il governo pensò mettere a profitto quel tempo sbarazzandosi dell'esercito borbonico, che era nuovamente venuto ad accamparsi in numero di 16,000, e munito di numerosa artiglieria in Velletri ed in Palestrina, avente a capo lo stesso re Ferdinando, che male sapeva comportare l'onta della prima disfatta ricevuta dalle armi repubblicane.

Bologna già da vari giorni sosteneva a quell'epoca una lotta accanita contro l'esercito austriaco. Tuttochè priva di artiglieria, e in gran parte anche della sua armigera gioventù accorsa alla difesa di Roma, trovò nell'antica sua fierezza tanto e tale valore da resistere per otto intieri giorni al bombardamento e agli attacchi della preponderante forza, facendole costar cara la vittoria. Accompagnava l'orda barbarica il prete Bedini in nome di Pio IX.