Biografia di Giuseppe Garibaldi

Part 3

Chapter 33,345 wordsPublic domain

Il governo della Repubblica reputando a lui più conveniente avere Garibaldi nella capitale, richiamavalo dal Salto, che da lungo tempo non veniva più molestato, nè approssimato dai nemici ch'egli aveva battuti, come già accennammo, in vari incontri, dei quali non vogliono essere taciuti, prima quello d'Itapevy, ove sconfisse il colonnello Lavalleja, togliendogli 100 prigioni, due pezzi d'artiglieria, oltre l'essere rimasta in di lui potere la famiglia del capo nemico, al quale la rimandò subito accompagnata da un picchetto composto di que' prigionieri e da una lettera piena di cortesi e generosi sentimenti[6]; e l'altro avvenuto sulle sponde del fiume Dayman contro i colonnelli Lamas e Vergara che disfece totalmente. Partiva adunque il generale alla volta di Montevideo, lasciando quella città munita d'una ben costrutta fortezza, opera dovuta alla perizia ed all'attività del colonnello Anzani, e quella popolazione dolente di perdere i suoi buoni amici e difensori.

E qui giova ricordare un monumento di pia ricordanza che a testimonio del suo animo religioso lasciò Garibaldi nel Salto, come già aveva fatto all'epoca del combattimento navale nel Paranà, presso Goya. Appena provveduto ai compagni superstiti alla battaglia di S. Antonio, fu suo pensiero far raccogliere i corpi gloriosamente caduti in quel campo e dar loro sepoltura, ch'egli indicò al viandante con un'altissima croce che la religione volle consecrare colle sue benedizioni.

Quella croce porta queste semplici iscrizioni — da un lato — _36 Italiani morti l'8 febbraio 1846_ — e dall'altro — _184 Italiani nel campo di S. Antonio_.

Verso il settembre del 46 rivedevano la capitale e i legionarii e Garibaldi che senza avere per allora occasioni di rendere importanti servigi alla Repubblica, continuò nonostante collo stesso zelo ed affetto al mantenimento dell'ordine, e a tener lontano il nemico, fino a tanto che sorvenute difficili circostanze, volle il governo affidargli il comando supremo della guernigione della città, ch'egli accettò dopo ripetute istanze ed a malincuore. Poco tempo rimase però a quel luogo fatto argomento d'invidie e di gelosie. — Desideroso piuttosto di meritare che di ottenere gli onori, ei rinunziava spontaneo all'incarico ambito da altri. Di quei brevi giorni in cui tenne il supremo comando non vuolsi dimenticare che tra i maneggi e le infinite bassezze praticate da pochi individui, si tentò di far ribellare alla di lui autorità un battaglione composto di negri, i quali — affrettavasi taluno a dirgli — volevano ad ogni costo disfarsi di lui, e a consigliarlo quindi a non esporsi mostrandosi a quegli inferociti. — «Rimanete adunque, se avete paura» rispondeva Garibaldi, e montato a cavallo correva solo e in quell'istesso momento al battaglione ribelle, il quale intese poche e franche parole

del generale, acclamavalo con evviva e saluti d'affetto, smentendo le calunnie e confondendo i tristi.

Rinunziato al comando supremo, il consiglio e l'appoggio di Garibaldi continuò ad essere sempre vivamente ricercato dal governo nelle circostanze, e furono non poche, in cui gravi pericoli minacciavano la sua esistenza per opera delle interne fazioni agitantisi irrequiete.

Ciò che poi veramente è rimarchevole in costui, oltre le tante rarissime sue doti, di cui siamo venuti parlando, si è la di lui straordinaria attitudine a combattere valorosamente ed abilmente in terra ed in mare. E rimarchevole più di tutto ancora si è il disinteresse e la modestia che il guidano in tutte le sue azioni. La qual cosa dimostrerà ciò che seguiamo a narrare. Il generale Rivera avendo fatto donazione, che fu accettata, di terreni e bestiami a una legione francese formatasi parimente in Montevideo, volle altrettanto offerire agl'Italiani, e Garibaldi, quasi adontandosi dell'atto, rispondeva ringraziando senza accettare il dono, e osservando che «per debito d'uomini liberi soltanto avevano gl'Italiani preso le armi in quella guerra, senza mire d'interessi od ambizioni personali». Quando l'Assemblea della Repubblica volle solennizzare il terzo anniversario dell'assedio cominciato in marzo del 1843, il fece, decretando, tra le altre cose, diverse militari promozioni, e tra i promossi s'annovera Garibaldi al grado di generale. — Egli, non sentendo di sè presuntuosamente, scriveva allora al governo, riconoscente per l'onorevole distinzione, e rinunciando non ostante a quell'onore: rinuncia che nè il governo, nè l'Assemblea si indussero mai ad ammettere. Ed a lord Howden, ministro inglese inviato per la pacificazione delle repubbliche della Plata, allorchè accedendo al di lui invito, recavasi a vederlo nelle sue stanze, dopo intese le astute insinuazioni di sciogliere la legione italiana con profferte d'indennizzazioni ai militi ed ai _capi_, rispondeva: «Sè ed i suoi avere impugnate le armi per difendere la causa della giustizia, e questa causa non potersi abbandonare da uomini onorati». Della quale risposta maravigliato lord Howden, rigido sostenitore del partito aristocratico, ed insigne spregiatore di tutti, ben si rammentava nella tornata dei Pari in Londra del mese di luglio 1849, allorchè parlando degli uomini che aveva visto figurare in quelle contese americane, pronunziava dal suo seggio queste solenni parole, di cui ci compiaciamo serbar memoria nelle nostre pagine: «Il presidio (di Montevideo) era quasi per intero composto di Francesi e d'Italiani, ed era comandato da un uomo cui sono felice di poter rendere testimonianza che solo era disinteressato fra una folla d'individui che non cercavano che il loro personale ingrandimento. Intendo parlare d'un uomo dotato di gran coraggio e di alto ingegno militare, che ha il diritto alle vostre simpatie per gli avvenimenti straordinarii accaduti in Italia, del generale Garibaldi.»

E a tutti questi tratti di animo generoso siamo lieti di poter aggiungere i seguenti, che ricaviamo da un recente scritto dell'egregio amico nostro il generale Pacheco y Obes ministro della repubblica orientale in Parigi, col quale rispondendo ai detrattori del suo paese, tesse pure l'elogio meritato a Garibaldi soldato di quella repubblica. «Nel 1843, egli dice, il sig. Francesco Agell, uno tra i più rispettabili negozianti di Montevideo, indirizzandosi al Ministro della guerra, facevagli sapere che nella casa di Garibaldi, del capo della legione italiana, del capo della flotta nazionale, dell'uomo infine, che dava ogni giorno la sua vita per Montevideo, faceva, dico, sapere al ministro che in quella casa non s'accendeva di notte il lume, perchè nella razione del soldato — _unica cosa sulla quale Garibaldi contasse per vivere_ — non erano comprese le candele. Il ministro (ed era lo stesso scrivente) mandò per il suo aiutante di campo G. M. Torres, 100 patacconi (500 lire) a Garibaldi, il quale ritenendo per sè la metà di questa somma, restituì l'altra affinchè fosse recata alla casa d'una vedova, che secondo lui, ne aveva maggiore bisogno.

«Cinquanta patacconi (250 lire), ecco l'unica somma che Garibaldi ebbe dalla repubblica. Mentre egli rimase tra noi, la sua famiglia visse nella povertà, egli non fu mai diversamente calzato dei soldati, sovente i di lui amici dovettero ricorrere a dei sotterfugi per fargli cambiare gli abiti già logori. Egli aveva amici tutti gli abitanti di Montevideo, giammai vi fu uomo più di lui universalmente amato, ed era questo ben naturale. Garibaldi sempre il primo al combattimento, lo era egualmente a raddolcire i mali della guerra. Quando recavasi negli offici del governo, era per domandare la grazia di un cospiratore, o per chiedere soccorsi in favore di qualche infelice; ed è all'intervento di Garibaldi, che il sig. Michele Haedo condannato dalle leggi della repubblica, dovè la vita. — Nel 1844 un orribile tempesta flagellava la rada di Montevideo; eravi nel porto una goletta, che perdute le àncore, stava affidata con evidente pericolo, all'unica che le rimaneva; a quel bordo stavano le famiglie dei signori Carril. — Il generale Garibaldi informato del pericolo s'imbarcò con 6 uomini recando seco un'altra àncora, colla quale la goletta fu salva. — A Gualeguaychu fa prigioniero il colonnello Villagra, uno dei più feroci capi di Rosas e lo rilascia in libertà, come anche gli altri di lui compagni. Nella sua spedizione all'interno, egli si distinse per molti tratti di cavalleresca generosità, che anche al dì d'oggi formano argomento di conversazione nel campo dei due partiti[7]».

A due altissime mire ebbe sempre rivolto il pensiero l'illustre nostro concittadino: sostenere ed accrescere l'onore del nome italiano, e combattere per la libertà in qualsivoglia terreno la trovasse in pericolo. E mentre col braccio e coll'animo intendeva a propugnare i diritti di altri popoli, ei non dimenticava la terra natia, continuo desiderio e sospiro della vita solitaria dell'esule, sicchè egli avidamente raccoglieva coll'anima inebbriata e fremente di nuove speranze le prime voci dell'epoca nuova che da questa terra recavangli i venti alla spiaggia americana. È difficile descrivere l'impressione che le novelle d'Italia cagionavano nell'animo di Garibaldi ancora in America; la sua fisonomia pareva avesse preso una espressione nuova, i suoi modi erano divenuti più concitati: sovente ei s'arrestava sopra pensieri, e gli sfuggiva un leggiero sorriso come a chi attende una lieta fortuna. Al nome del nuovo pontefice, e alle lodi che avevano eco in quelle remote contrade, ei pensò che l'uomo aspettato fosse comparso sulla terra, e come tutti, s'illuse intorno a quell'uomo! E caldo in quella illusione, scriveva da Montevideo, unito al valoroso e nobile amico nostro, il colonnello Anzani, al nunzio apostolico Bedini in Rio Janeiro, sotto la data del 12 ottobre colle seguenti parole che troviamo in quella lettera: «Se queste braccia con qualche uso delle armi, ponno riuscire ben accette a Sua Santità, noi ben più volentieri le

adopreremo in vantaggio di colui che tanto bene serve alla Chiesa e alla patria. — Purchè sia in sostegno _dell'opera redentrice di Pio IX_, per bene avventurati ci terremo noi ed i nostri compagni, in di cui nome parliamo, se ci sarà dato poterci mettere il nostro sangue». Cui il nunzio mandava il 14 novembre questa risposta scritta e firmata di proprio suo pugno, e che noi serbiamo originale in nostro potere.... «Sento il dovere di significarle senza indugio che quanto in essa si contiene (nella lettera di Garibaldi) di devoto e di generoso verso il Sommo Pontefice regnante è veramente degno di cuori italiani, e merita riconoscenza ed elogio. Col pacchetto inglese che partì ieri trasmisi lo indicato foglio a Roma, onde siano eccitati anche in più elevati petti i medesimi sentimenti.... Se la distanza di tutto un emisfero può impedire di profittare di _magnanime offerte_, non ne sarà mai diminuito il merito, nè menomata la soddisfazione nel riceverle», e conchiudeva con questo voto: «quelli che si trovano sotto la sua direzione, deh! che sian sempre degni del nome che li onora e del sangue che li scalda! — Con questo voto sincerissimo accompagno l'augurio ecc., ecc.»

Questo Bedini, dei voti _sincerissimi_, e che lodava nel 1847 i cuori italiani, è quel medesimo che più tardi guidò l'armata austriaca a bombardare Bologna per più giorni, e a distruggervi ogni seme di libertà!

Ma oramai per Garibaldi era diventato impossibile rimanere più a lungo lontano dalla patria; e veniva a mirabilmente secondare il di lui desiderio di ritornarvi e a dare probabilità di buon esito ad un progetto concepito in tempi remoti, e per lunghi anni accarezzato, la straordinaria concitazione degl'italiani residenti in Montevideo, i quali tocchi da quel medesimo spirito che aveva risvegliato una vita novella nella madre patria, eransi al lieto annunzio dei primi moti in Italia, sollevati alle più sublimi speranze, e, cacciati da uno di quegli impeti di cuor generoso, che non fanno mai fallo nelle moltitudini, allorchè una grande idea balena loro chiara dinanzi, avevano in poco tempo per mezzo d'una soscrizione nazionale raccolto una vistosa somma[8], che essi destinarono

fin dal primo momento _per la spedizione in Italia, comandata da Garibaldi_.

Era l'offerta premurosamente accettata come augurio anche di felice riuscita, e come pegno di appoggio fraterno in Italia. Presto ogni cosa fu in pronto per la partenza: ma sorgeva a trattenerlo dal sospirato viaggio il governo di Montevideo, che non sapeva rassegnarsi alla privazione di un tanto uomo; ed il giorno della partenza veniva quindi indefinitamente ritardato. Gli indugi frapposti accoravano profondamente Garibaldi, che ogni giorno vissuto in quell'inerte aspettativa, tormentavalo come un rimorso; pareva a lui che ogni giorno di più passato nella terra straniera fosse una colpa verso la patria; ond'ei soleva in quella circostanza ripetere con accento di sentito dolore: — _Duolmi che arriveremo gli ultimi, quando tutto sarà finito._ — Sventuratamente l'amico nostro non fu profeta, e il dolore da cui fu contristato l'animo suo era destino, che dovesse scaturire da ben altra ed invero amarissima fonte! Ma venuta l'ora in cui il governo, a malincuore, assentiva che sciogliesse le vele, presentavasi il commercio inglese a chiedergli rimanesse per qualche tempo ancora, come se la sola sua presenza bastasse a rassicurare gli abitanti, ed a preservargli da ogni colpo del nemico; ed a Garibaldi, da cui gl'Inglesi apprendevano le enormi spese diarie causate dal ritenere più a lungo il bastimento contrattato, offerivano il bisognevole per soddisfarle durante molti giorni. Questi finalmente trascorsi, accompagnato da un cento tra soldati della legione ed altri volontarii[9], salpava finalmente da Montevideo nel mese di aprile del 1848, e dopo una lunga navigazione e quattordici anni d'esilio onorato, rivedeva e toccava quella patria amata tanto, e al di cui vento contemplava sventolante quella bandiera, pel di cui amore aveva dovuto in così giovine età fuggire

dal suolo nativo, e menare una vita di stenti per le terre straniere!

Negli ultimi momenti che precessero la partenza di Garibaldi da Montevideo, egli riceveva fra gli altri segni di stima e di affetto, una commoventissima lettera del primo Corpo di quella guardia nazionale, firmato dal valoroso suo colonnello Tajes e da tutti gli uffiziali — «Non è possibile, scrivevano, che noi i quali abbiamo veduto voi e i vostri compagni dividere con noi con tanta generosità e valore tutti i travagli di questa guerra, siamo indifferenti al vuoto che lascia tra noi la vostra assenza. Ricevete, proseguivano, queste brevi parole, come un omaggio imperfetto, tributato ai grandi servigi da voi prestati all'indipendenza e alla libertà della nostra patria». Generose parole pronunziate da generosi, e che strapparono lagrime di riconoscenza agli occhi di Garibaldi!

Approdò Garibaldi anzi tutto in Nizza ad abbracciarvi la vecchia madre e la moglie coi figli, che aveva qualche mese prima avviati alla casa paterna, ove delibate un istante le domestiche dolcezze, s'affrettava a Genova per la via di mare, collo stesso legno, la _Esperanza_, che avevalo trasportato coi compagni da Montevideo. Le accoglienze nella forte e generosa città furono e di essa e di lui degne; ma Garibaldi non si fermò che pochi momenti, prese difilato la via per Torino, ansioso di agire egli pure, essendo già la guerra dell'indipendenza inoltrata. Ma l'uomo ch'erasi mosso dall'America, divorato dalla febbre di combattere per la gloria e l'indipendenza italiana, trovava nel Ministero d'allora fredda accoglienza, e parole che dovettero fare una ben triste sensazione su quell'animo non d'altro bramoso che d'opera, e persuaso che questo fosse titolo sufficiente ond'essere ben accetto ad uomini che reggevano un paese combattente contro l'Austriaco. Con modi nei quali non era abbastanza dissimulato il poco conto in che era tenuta la patriottica offerta, veniva egli consigliato a recarsi dal Re, il quale trovavasi coll'esercito intorno a Mantova. Abbenchè non uso, e repugnante anzi dal chiedere checchessia, accorreva Garibaldi non ostante a Roverbella e si presentava a Carlo Alberto. Egli voleva combattere e dare il suo sangue per l'Italia: questo era supremo bisogno per lui, e superare gli ostacoli che gl'impedivano lanciarsi nel campo delle battaglie, era pur sempre combattere e spingersi innanzi. Il Re facevagli cortese accoglimento, e colle lodi di quanto aveva operato in America rendevalo avvertito che il di lui nome non eragli ignoto. Eppure anche Carlo Alberto, allorchè Garibaldi esponevagli il motivo della sua visita, lasciavalo nell'incertezza, e rispondeva vaghe parole, invitandolo a parlare ai ministri. Noi lasciamo alla storia che dovrà trasmettere ai futuri la spiegazione di tanti avvenimenti accaduti in questi ultimi due anni, tuttora ravvolti nel mistero, l'incarico di far palese come il defunto re, lungi dall'approfittare di tanto entusiasmo, di così maravigliosa devozione alla patria e d'un nome già tanto noto e caro all'Italia, consentisse invece allontanarlo da sè, e privare la guerra nazionale d'un sì potente mezzo di vittoria. Forse egli trascinato obbediva suo malgrado, e inconscio anche a quella fatalità che poi e la nazione e lui stesso travolse in tanta sciagura che tuttavia ci preme. E, se vero è quello che ci venne riferito di Re Caro Alberto, allorchè, esule in Portogallo, udiva la disfatta dell'orda francese il 30 aprile sotto le mura di Roma, ei certo dovè pentirsi di non aver adoperato nella guerra da lui condotta un così prode e generoso uomo! Narrano che a quell'annunzio egli esclamasse con viva emozione ed evidente fremito di gioia: _Bravo Garibaldi! bravo Garibaldi!_ Forse in quel momento ei rendeva nell'intima sua coscienza un omaggio negato a calunniate virtù; ed il fiele onde era stato abbeverato in Novara per qualche istante cessava dall'amareggiargli l'anima, assorta nella contemplazione dell'onore italiano vendicato.

Dopo avere inutilmente vagato e perduto un prezioso tempo, Garibaldi recavasi alla fine in Milano, ove il Comitato di pubblica difesa non esitava un solo istante a trar profitto dell'illustre guerriero, al quale dava subito l'incarico di arruolare i volontarii, e formare un corpo che destinava a difendere la provincia bergamasca. In breve tempo, affidati al nome del capo, correvano sotto i di lui ordini circa 3000 uomini, che immantinente venivano spediti alla volta di Brescia. In segno di affettuosa memoria al compagno d'armi che aveva secolui diviso pericoli, stenti e glorie in America, Garibaldi chiamava parte di quel corpo _Battaglione Anzani_. Non ancor bene aveva egli disposto le cose nella suddetta provincia, che era in tutta fretta chiamato a Milano, cui le sorti avverse della guerra facevano temere guai, che pur troppo si sono poi realizzati. Senza frapporre indugio rispondeva alla chiamata, e rapidamente avviavasi alla minacciata città. La nemica fortuna era stata veloce assai più! Garibaldi giungeva a Monza, distante dodici miglia da Milano, quando l'infausto annunzio dell'armistizio Salasco gli rivelava la tristissima condizione delle cose nostre, e l'onta immensa che la perfidia e lo spirito di parte avevano lanciato sulla italiana bandiera. Garibaldi, che aveva veduto un sì fiorente esercito, e i soldati correre bramosi come a festa alla battaglia, e gioire al tuonare delle artiglierie e affrontare con tanto valore la morte, sospettò quell'armistizio una trama di pochi codardi, e l'animo suo altamente italiano e dell'onore del nome gelosissimo, sdegnò piegarsi a tanto infortunio, e preferì alla vergogna di scendere a patti coll'Austriaco, incontrare coi pochi suoi fidi la morte contro il soperchiante nemico.

Disdiceva perciò ogni tregua, e sentendo rivivere in sè il diritto che appartiene a ciascun cittadino d'opporsi con tutte le sue forze e in ogni modo alla rovina della patria od alla sua vergogna, sè costituiva propugnatore della causa italiana, forte del mandato che la patria confida a chiunque ha il coraggio d'assumerlo. E se nelle tristi condizioni in cui trovavansi le nostre sorti precipitate, non era a lui concesso rialzarle co' propri suoi sforzi, mancante de' mezzi necessari a tant'uopo, egli volle mostrare almeno coll'esempio in qual guisa si deve da uomini dell'onor nazionale zelanti, cedere all'avversa fortuna.

Coll'intento adunque di scegliere un terreno, su cui gli fosse dato protestare solennemente e d'un modo onorevole per l'Italia contro gli avversi destini, egli avviavasi da Monza alla volta di Como; di là prendendo la via dei monti dirigevasi ad Arona, ove tolti all'Austriaco i due vapori _S. Carlo_ e _Verbano_, imbarcava su questi le sue truppe, e con esse navigando pel Lario giungeva alla spiaggia di Luino inaspettato, mercè le rapide marcie con ch'erasi accelerato per giungere in Arona. Era Luino occupato in quella circostanza da un numero di truppe austriache forte quattro volte più delle sue. Nonostante egli risolvevasi ad attaccarlo ne' suoi propri alloggiamenti; e l'incredibile audacia sortendo esito felice veniva a riconfermare la nota sentenza: _chi non ha paura, ha un grande elemento di vittoria._

Il nome di Garibaldi e l'accanimento con cui sentivasi attaccato, persuadevano il nemico a ritirarsi dall'occupata città; ma il concepito divisamento non poteva così presto mandare ad effetto, che non vi penetrasse Garibaldi, e giungesse ancora a tempo da fargli prigione un distaccamento, ricoveratosi nella locanda della _Beccaccia_. Quanto più il nemico ravvisava a sè vergognosa quella ritirata, tanto maggiore era la pertinacia che ei metteva ad evitare un simile sfregio; la resistenza fu quindi ostinata e sanguinosa, ma dovette finalmente cessare all'impeto dei nostri, che guidati da Garibaldi in persona, seguivano più che mai bramosi il lor capo, che coll'esempio, e con infiammate parole inferocivali contro l'Austriaco.