Biografia di Giuseppe Garibaldi

Part 2

Chapter 23,658 wordsPublic domain

Da Rio-Grande, dopo quei cinque anni di affannosa vita, Garibaldi trasse seco, unico tesoro, la moglie carissima ed il figlio: — null'altro: — sicchè prima sua cura dovette essere, arrivando in Montevideo, il cercar modo a sostentar se e la famigliuola. Abborrente dal vivere a carico altrui, e nemico all'ozio, non risparmiò fatica, nè lasciò intentalo alcun mezzo, e riescì onde provvedere ai suoi cari. Tra le varie cose in cui s'adoperò vogliamo notare le lezioni di algebra e di geometria che a certe ore del giorno dava nel principale collegio di quella città. Lo studio delle scienze esatte fu sempre una delle predilette occupazioni di Garibaldi. Però in un paese in cui ardeva la guerra non era possibile a lui rimanere a lungo rivolto agli studi ed alle cure dei tempi di pace. Il governo di Montevideo cui erano note le di lui guerresche virtù e il carattere onoralo, avevalo più volte fatto tentare, e invano, affinchè entrasse al servizio della Repubblica; ma finalmente, cedendo alle istanze degli amici, alla sua propria inclinazione e alla simpatia che gli ispirava la giustizia della causa, assunse il comando di una parte della flotta. Tre legni gli furono affidati, una corvetta, un brigantino, una goletta; con questi partiva da Montevideo per Corrientes sulla destra sponda del Paranà, affine di secondare il piano di guerra contro Rosas, combinato tra i governi di quella provincia e della Banda orientale. Affrontava in quella corsa il fuoco delle batterie dell'Isola di Martin Garcia collocata sull'unico passaggio delle navi, costrette quasi a rasentarla per iscarsità d'acqua nel fiume restante; e tanto abilmente e coraggiosamente operò, che alcuni pezzi di artiglieria nemica furono smontati in brev'ora, e agevolò, senza danno agli altri suoi legni, rimanendo egli colla propria nave in panna a sostenere tutto il fuoco nemico, quel passaggio considerato arrischiatissimo: locchè gli valse e le lodi dei giornali del paese, e i ringraziamenti del Governo. Da quel punto dirigevasi al Paranà, che navigò stentatamente pegli spessi banchi che lo ingombrano; e arrivato nelle vicinanze di Goya, mancategli intieramente le acque, ivi rimase incagliato; ed ivi lo raggiunse la flotta nemica forte di 10 vele e capitanata dall'ammiraglio Brown, già noto per riportate strepitose vittorie sulla squadra brasiliana nella guerra contro l'impero sostenuta dalla Repubblica Argentina. Baldanzoso pel numero, per la fama che accompagnavalo, e per la sfavorevole posizione della flotta orientale, Brown s'avanzava quasi sicuro della preda: ma la inaspettata resistenza ben ordinata e sostenuta contro i di lui attacchi presto il persuase della tempra del nemico che aveva a combattere. Durò il fuoco accanito per tre giorni, senza che gli avversari _giudicassero opportuno_, per servirmi d'una frase della relazione di Garibaldi, _di andare all'arrembaggio_ malgrado la tanta superiorità del numero. — Vennero in quel lungo battagliare a meno i proiettili alla flotta orientale, e Garibaldi vi supplì tagliando a pezzi le catene delle àncore ed altri strumenti di ferro: di notte lanciò dei brulotti contro la squadra nemica che nonne ebbe alcun danno, perchè la molta violenza delle acque del fiume, di cui egli occupava la parte superiore, li fece sviare dalla imposta direzione; quando poi mancò ogni maniera ad offendere ei dispose ed eseguì l'imbarco dei suoi nelle piccole lance, ed abbandonate le non più difendibili navi, fecele saltare in aria appiccando fuoco alle polveri. — Sotto il tempestare delle palle nemiche vogò a terra, e la raggiunse in punto ove stava schierata e pronta la fanteria che alla sua volta fulminavalo coi moschetti; non pertanto toccò la sponda non solo, ma, ordinata la sua gente, respinse i fanti nemici e s'aprì via, dopo lungo combattere in siffatta guisa, a guadagnare il territorio di Corrientes conducendo seco i feriti.

Dell'equipaggio di quelle navi molti erano italiani, e non poche preziose vite di nostri concittadini si spensero in quel glorioso combattimento, che tanto onorò la bandiera di Montevideo. Fra questi noi rammentiamo gli uffiziali Giuseppe Borzone di Chiavari, e Valerga, ambedue giovani vigorosi e di provato coraggio. L'inglese Brown, maravigliato di quella difesa, concepì d'allora in poi la più alla stima pei talenti e pel valore di Garibaldi, e volle dargliene prova non dubbia l'illustre vecchio allorchè, ritirandosi in Inghilterra, approdò e rimase per alcuni giorni in Montevideo; poichè appena giunto colà, inviava a Garibaldi un suo fido, annunziandogli il desiderio che aveva di visitarlo. Garibaldi, per rispetto alla canizie e al leale e generoso nemico, ch'ebbe tanta parte nei più rimarchevoli avvenimenti nella storia delle repubbliche del Plata, e che per qualche tempo aveva avuto l'onore di reggere la somma delle cose in Buenos-Aires, s'affrettò egli il primo alla casa dell'ammiraglio, che, stupito al vedere quella maschia figura, e in sì giovane età, stringevagli affettuosamente la mano, e con parole di sentito encomio lodavalo pel combattimento del Paranà e per altri fatti minori nella guerra di mare. Non consentì Brown rimanere al disotto in cortesia al suo avversario, che poco dopo si recò a vedere nella modesta di lui casa.

Da quell'infelice ma onorevole spedizione tornava Garibaldi colla sua gente a Montevideo, dopo alcuni mesi, per via di terra; e v'arrivava appunto quando l'esercito che tuttora assedia quella città stava per invadere la Repubblica Orientale.

Gli imminenti pericoli facevano desiderato Garibaldi in Montevideo, e molti dei più animosi tra i giovani di quella nobile città attendevanlo ansiosi per unirsi a lui nella difesa che si andava preparando. «Con Garibaldi, dicevano, o si vince o si muore onorati.» Appena giunto, il governo incaricavalo d'organizzare una flotta di navi sottili, uniche rimastegli della primitiva e fiorente sua squadra di mare. Non è a dire l'impegno con cui s'adoperasse in questa bisogna; in breve tempo, superando l'aspettativa del governo, e assai meglio che non vi si attendesse per la scarsità de' mezzi, presentava ordinato e pronto il naviglio. In questo mentre era venuto a collocarsi quasi sotto le mura della città l'esercito assediatore; e il di lui capo, il generale Oribe, conscio del terrore che ispirava il suo nome e delle simpatie degli stranieri per la causa del popolo Orientale, mandava in que' primi giorni una circolare ai consoli, colla quale minacciava di trattar da nemici coloro tra gli stranieri che avessero o coll'armi o colla loro influenza giovato alla causa di quelli che ei veniva a combattere. A questa barbara minaccia i residenti tutti di Montevideo, allarmatisi, chiesero il governo di essere armati onde prevenire ogni danno. Gli Italiani abitanti in gran numero in quella capitale, richiesto ed ottenuto Garibaldi a lor capo, formarono una legione di circa 800 uomini e si posero agli ordini del governo. È noto all'Italia come quei prodi nostri concittadini difendessero energicamente la causa da essi abbracciata, e in quanto onore sollevassero il nome italiano in quelle contrade. In mille incontri sfolgorò luminoso il valore dei nostri condotti da Garibaldi e in particolar modo si distinse nei fatti del _Cerro_, _de las tres Cruces_, _de la Boyada_.

Il fatto del _Cerro_ è stato, se non erriamo, il primo, in cui la legione italiana potè dare un vero saggio di quanto più tardi operò in benefizio di quella repubblica. Trovavasi in quella circostanza un distaccamento di legionari, unito ad altri corpi nel _Cerro_ — monte che sorge rimpetto a Montevideo dal lato occidentale della baia, che è porto a quella capitale sotto gli ordini del generale Bauzà, intento a far cacciare il nemico da certe posizioni, di cui erasi impossessato. Le truppe già s'erano da qualche tempo valorosamente battute; e tuttavia battevansi risolute a sloggiarnelo; e non ostante egli rimaneva pur sempre lì ostinato senza dar segno di volersi allontanare. Garibaldi ben calcolata ogni cosa, aveva scorto d'un tratto il punto in cui avrebbe potuto con un decisivo vantaggio urtare il nemico, e, dopo qualche esitanza, finalmente apriva il suo pensiero al generale, chiedendo gli fosse commessa quell'impresa che il generale approvava, e di buon animo affidavagli. Un forte pugno di truppe nemiche erasi collocato in un fosso da dove senza poter essere offeso, offendeva terribilmente; non molto da quello discosto, sorgeva una casa, da cui gl'Italiani distavano da circa un cento passi, e tutto il rimanente era campo aperto. Garibaldi presentatosi ai legionari, diceva così: «noi dobbiamo recarci a quella casa senza trar colpo» e avviavasi il primo; il nemico, indovinato lo scopo, tempestava furiosamente coi moschetti l'ardito drappello, che s'affrettava verso la casa; e nonostante un momento dopo, al riparo di quei muri, Garibaldi riordinava tutti i compagni sani e salvi; «ora, soggiungeva, colle baionette calate al fosso»; A quelle parole come allo scattar d'una molla, avventavasi la piccola falange compatta al punto indicato e vi cadeva con tale impeto che il nemico cominciò da quel lato a tentennare per siffatta guisa, che ne trasalì lungo tutta la sua linea, e presentò così un momento favorevole ai montevideani che, colta l'opportunità lo respinsero facendogli molti prigioni.

Noi ci siamo alquanto diffusi intorno a questo fatto per rilevare una circostanza che è utile far nota all'Italia, nella fiducia che, ben conosciuti certi suoi pretesi amici, e nauseata finalmente dei vergognosi amori forestieri vorrà pensare a dignitosamente provvedere _da sè_ al proprio onore dapprima, supremo dei beni, poi alle altre vitali questioni da cui dipende la sua felicità e la sua forza, ma che tutte sottostanno a quella principalissima dell'onore nazionale, senza di cui la libertà, l'indipendenza e tutto sono un nulla o una vergogna. E la rileviamo anche per far sempre più chiaro il nobilissimo carattere di Garibaldi, che il dispetto e l'ira in lui eccitati dalle bassezze di chi vorrebbelo offendere, egli riversa in capo ai nemici, non mai sugli individui che o per fede politica o per vincolo fraterno, dovrebbero meglio di ogni altro tenerlo in pregio.

Quando adunque sui primi d'aprile del 43, gl'Italiani chiesero le armi in Montevideo, un Francese, seguendo in ciò il costume de' suoi connazionali, faceva presente al governo e al generale in capo Paz, non d'altro essere capaci gl'Italiani, che di ferire nelle spalle di notte e a tradimento, e quindi tempo, danari per organizzarli e fiducia di valido aiuto, tutto sarebbesi risolto in nulla; e ciò, seguitava, poterlo affermare per la pratica che aveva della gente nostra! Erano le villanie francesi esattamente riferite a Garibaldi da persone, alla cui autorità non potevasi negar fede; ma troppo senno e troppa generosità aveva egli — e ben lo sapeva chi facevagli queste confidenze — per non comprendere che, in faccia a un nemico che tutti si preparavano a combattere, ogni personale risentimento tra uomini militanti per la causa medesima doveva tacere; sicchè frenata la giusta indignazione, fermava in cuor suo smentire e presto il calunniatore francese con fatti, pei quali il nome italiano onorevolmente s'alzasse in quelle contrade, e a danno soltanto del nemico comune, colla speranza di poter pure col tempo umiliare que' tracotanti, allorchè un paragone si fosse potuto istituire tra la legione italiana e la francese in Montevideo; non è quindi a dirsi con quale ardore ei cogliesse quella prima occasione del Cerro per dare alla Repubblica Orientale una prova che erano stati gl'Italiani turpemente calunniati. E fino a qual punto fosse già pervenuto poco dopo a levare in fama la legione italiana superiore a quella dei francesi, si rileva dalla giornata del _paso de la Boyada_, nella quale il generale Paz con animo di tentare un arditissimo colpo, che avrebbe potuto cambiare in parte le sorti della guerra se da tutti fosse stato egualmente secondato, sceglieva ad essergli compagni nella più arrischiata fazione di quel giorno, alcuni corpi, fra i quali l'italiano comandato da Garibaldi e da Anzani. Non ebbe sventuratamente il piano del generale l'esito che s'era proposto e per ragioni che non è qui debito nostro enumerare: ma non possiamo tralasciar di dire che nel _paso de la Boyada_ Garibaldi col valore e coll'intelletto, in ciò mirabilmente sostenuto dai suoi, contribuì cogli altri corpi potentemente a dare un giorno di gloria alle armi della Repubblica: mentre da un altro lato la legione francese lasciata nei soliti trincieramenti, e lontana dal fervore della mischia, spaventavasi in quel medesimo giorno all'apparire d'un gruppo di cavalleria, sicchè molti perivano fuggendo colpiti nelle spalle, molti altri a passi precipitosi andavano a cercare salvezza nella città, lasciando quasi deserto il posto a loro affidato.

Noi rammentiamo aver in quel giorno udito i legionari italiani che avean veduto il lor colonnello uscire illeso da quella tempesta di palle, ripetere tra la maraviglia e lo scherzo: — che egli scacciasse da se i piombi micidiali con uno scrollo come si fa de le mosche. —

Lo scontro _de las tres Cruces_ fu sanguinosissimo per ambe le parti. Un colonnello per nome Neira avanzatosi di troppo verso gli assediatori di Montevideo, era caduto di cavallo colpito da un tiro di fucile: Garibaldi avvertito del fatto, ordinava subito ad alcuni de' suoi di raccogliere il caduto, reputandolo ferito: ma il nemico ch'era ingrossato in quel punto staccava alla sua volta forze maggiori per opporsi: lì impegnavasi una lotta accanita: Garibaldi coll'esempio e colla voce animava gl'Italiani a tener fermo onde non lasciar perire il ferito compagno: il nemico superiore di forze s'ostinava a non cedere: dei 150 de' nostri cadde la quarta parte tra morti e feriti; l'onore non concedeva a nessuno il ritirarsi: ma Garibaldi, fatto fare un estremo sforzo ai suoi, vedeva il nemico andare indietro, poi darsi alla fuga, che nol sottrasse alle baionette dei soldati furenti: le memorie d'allora registrarono la perdita del nemico di gran lunga maggiore a quella degl'Italiani. — Questo fatto mostrerà, come nell'ora del pericolo possano i compagni d'armi contare fiduciosi sull'appoggio del lor capo. V'hanno nella costui vita molti altri fatti di arme brillanti, pari a questi o più splendidi, ma noi li preferimmo, perchè da essi traluce meglio oltre il coraggio e il talento militare, la tempra dell'animo generoso, qualità che sopratutte noi veneriamo. Nella storia della Legione italiana in America, chi si farà un giorno a compilarla potrà distesamente, e ad una ad una, narrare le imprese in cui Garibaldi tanto meritamente si distinse.

Frattanto noi senza contraddire al nostro proposito ci faremo a narrarne alcune altre, e più specialmente quella del febbraio 1846 nel campo di S. Antonio, in cui diede prova di straordinaria militare perizia e d'incredibile audacia.

Veniva Garibaldi spedito dal governo con una divisione composta di varii corpi e d'una parte della legione italiana al Salto, città collocata quasi alla frontiera del Brasile, affinchè difendesse e sgombrasse quel territorio dai nemici, i quali incontrò e battè ripetute volte, scacciandoli finalmente da quella provincia. Nella sua navigazione da Montevideo al Salto operò l'occupazione della Colonia, sbarcando pel primo cogl'Italiani, che in quel giorno combatterono soli contro il nemico, e riportarono poi dai giornali francesi la taccia d'aver saccheggiata l'occupata città. Da quest'accusa noi abbiamo già difesa la legione italiana in uno scritto pubblicato nel Corriere Livornese[2] dimostrando come invece i soldati di Francia fossero gli autori degli scandali nella Colonia. Lasciata però questa città al colonnello Battle che continuò a difenderla valorosamente, ei riducevasi infine al Salto. Colà fu diverse volte attaccato dal nemico con molta artiglieria e superiore di forze, ma sempre invano.

In quel giorno 8 febbraio erane uscito con 184 legionari italiani ed alcuni uomini di cavalleria onde proteggere il generale Medina, che con pochi soldati doveva ricoverarsi nel Salto. Appena giunto a una lega distante, trovavasi attorniato da 1500 nemici, contro i quali fu forza combattere, poichè cedere nè far patti onde salvare la vita non istà nella natura di Garibaldi. Andavano i nemici come a preda sicura, e Garibaldi lasciavali approssimare di tanto che nessun colpo potesse andare fallito: e solo allorchè una breve distanza lo separava dai 300 fanti, che marciavangli sopra, ordinò una scarica, che ridusse a metà l'inorgoglito nemico. Durò l'ineguale conflitto 8 ore ostinatissimo. Garibaldi combattè in quel giorno da soldato, appuntando sovente il moschetto contro il soverchiante numero. — Non consentì che un parlamento inviato dal nemico s'avvicinasse a lui, preferendo la bella morte nel campo alla vita comprata con armistizi e codarde transazioni. — I suoi udironlo, in tutto quel tempo che il fuoco durò, esortarli a rammentarsi dell'onore italiano compromesso in quella lotta, e a non cedere. E il possente scongiuro sortiva in quei valorosissimi l'effetto bramato. Perirono 35 sul luogo, cinquanta rimasero feriti, e appena 100 trovavansi alle 9 ore di quella sera ancora in piedi, quantunque tutti o quasi tocchi e contusi. In sì deplorabile condizione Garibaldi rivolse dapprima il pensiero ai feriti, che collocò sui cavalli rimasti, e cogli altri commilitoni scortò nella ritirata che imprese a quell'ora notturna. Lungo e travagliato fu il breve tragitto da S. Antonio al Salto, ove non entrarono che verso la mezzanotte; il nemico tuttocchè battuto e assottigliato, pure rimasto sempre superiore di forze ch'erano di cavalleria, aveva continuato a molestarli durante il cammino.

Gli abitanti del Salto accoglievano festanti e come trasognati quei gloriosi, e il loro capo, sì miracolosamente salvati per propria virtù da tanti nemici. Di costoro vuolsi che 500 rimanessero in quel giorno fuori di combattimento, la maggior parte estinti. — All'annunzio del fatto strepitoso, il governo di Montevideo fece inscrivere a lettere d'oro nella bandiera della legione italiana queste parole: — _Gesta dell'8 febbraio 1846 della legione italiana agli ordini di Garibaldi_, e alla legione medesima assegnava per un decreto, in tutte le parate dell'esercito nazionale, la destra, distinzione altamente onorevole alle armi italiane, dovuta al genio e al coraggio di Garibaldi così valorosamente secondato dai compagni[3].

Di questo fatto scrivendo egli ad un amico in Montevideo, a giusto titolo inorgoglito diceva: _Io non darei il mio nome di legionario italiano per il globo in oro._ Nobilissimo detto che fu da tutti raccolto, e sublimato in un canto, che il poeta orientale Figueroa consacrava entusiasmato al difensore della di lui patria.

L'ammiraglio di Francia, nel Rio de la Plata, Lainé, colto da stupore anch'egli, scriveva dalla sua fregata l'_Africaine_ al generale Garibaldi le seguenti parole, che traduciamo dall'autografo in nostro potere: «Io vi felicito, mio caro generale, d'avere così potentemente contribuito colla intelligente ed intrepida vostra condotta al compimento di fatti d'arme, dei quali si sarebbero inorgogliti i soldati della grande armata, che per un momento contenne tutta l'Europa. Io vi felicito in egual modo per la semplicità, e la modestia che rendono più cara la lettura della relazione, in cui ci date i più minuti ragguagli d'un fatto, del quale potreste senza timore attribuirvi tutto l'onore. Del resto questa modestia vi ha cattivato le simpatie di persone atte a meritamente apprezzare ciò che voi siete venuto operando da sei mesi in qua[4], tra le quali noterò in primo luogo il nostro ministro plenipotenziario, che onora il vostro carattere, e nel quale avete un caldo difensore soprattutto allorquando si tratta di scrivere a Parigi coll'intento di distruggere le impressioni sfavorevoli, che ponno aver fatto

nascere alcuni articoli di giornali, redatti da persone poco use a dire la verità anche quando raccontano dei fatti avvenuti sotto i proprii loro occhi»[5].

Al tempo medesimo che aveva Garibaldi il comando della legione italiana, conservava pur sempre quello della flottiglia orientale, e in molte occasioni con questa prese il largo a molestare il commercio del nemico, in onta al blocco tenuto dalle navi di Brown, le quali non poterongli sempre impedire di condurre prigioni nel porto di Montevideo i legni, che andavano a provvedere Oribe. Altre volte con opportuni movimenti agevolò alle barche mercantili, che trasportavano vettovaglie alla bloccata città, l'entrata nel porto gelosamente custodito dalla squadra argentina. Talora di notte imbarcatosi con molti legionari in grosse lancie usciva determinato a dare l'assalto alle navi nemiche, che munite di grossi cannoni, ei non poteva affrontare di giorno; ma l'ardito divisamento ei non potè mandare giammai ad effetto perchè il nemico non ignorando con quale terribile uomo avesse a fare, soleva di notte alzare le àncore, e trasportarsi altrove. Finalmente volendo un giorno torsi quella voglia di venire alle mani, uscì con tre piccoli legni, i meno cattivi della squadra, con animo deliberato d'attaccare il nemico, che stava ancorato sulla rada di Montevideo. Tre navi, il _25 de marzo_, _General Echague_, e la _Maypù_ con 44 cannoni, tra tutte, presentava la squadra di Rosas; Garibaldi ne contava appena 8 di piccolo calibro, e nonostante egli s'avanzò, e dispose i suoi legni in linea di battaglia. La squadra nemica, che aveva già sciolto le vele, rivolgeva le prore, e navigava minacciando gli audaci che le stavano a rincontro: però vicina a toccare quella distanza, che avrebbe reso inevitabile il combattimento, torceva la direzione e si allontanava. Erano i terrazzi di

Montevideo gremiti di popolo ansioso e trepidante: dagli alberi delle numerose navi mercantili e da guerra d'ogni nazione stavano i marini attendendo meravigliati che quella lotta così disuguale s'ingaggiasse; ma il nemico ritirandosi lasciava tutti sorpresi, mentre a Garibaldi ridondavane gloria e concetto grandissimo presso quegli spettatori ed in ispecie presso gli ufficiali delle navi inglesi, americane e francesi. Intento di Garibaldi era d'aspettare il nemico che superiore di tanto in forze credeva non avrebbe esitato a corrergli sopra, e quando gli fosse stato vicino, avventarglisi ai fianchi, e venire all'arma bianca: perlochè aveva al suo bordo un buon numero di legionari risoluti a quel colpo arrischiato. Vuolsi che il comandante di Rosas non disposto al decisivo esperimento, che avvicinandosi scorgeva preparatogli dall'audace nemico, si ritraesse dal campo.

E ad onore di Garibaldi vogliamo registrare in queste pagine un progetto, che ben dimostra di quanto sia capace l'imperterrito suo animo. Ei proponeva adunque al governo di Montevideo, d'imbarcare nella flottiglia la legione italiana e con essa navigare il più che fosse possibile occulto alla volta di Buenos-Aires, e di notte tempo scendere improvvisamente in quella città, accorrere alla casa di Rosas, tentare di farlo prigione e chiamare quell'oppressa e fremente popolazione alla libertà toltale dal suo feroce persecutore. Il governo di Montevideo non osava accettare la proposta, e a scusa del rifiuto adduceva il timore di perdere Garibaldi e i suoi, e con essi parte del suo più valido appoggio. — Il colpo meditato da Garibaldi, ove, com'era probabile, atteso l'esasperazione di quel popolo contro Rosas, fosse riuscito, avrebbe potuto accelerare di molto e in beneficio della buona causa il termine di quella guerra che tuttavia dura, e con incerte speranze di prospero fine.