Part 8
— «Ho inteso Ismaele, il nuovo governatore del Palazzo — voi lo chiamate Primo Sacerdote — che ne parlava a mio padre jeri sera. Certo la notizia sarebbe stata più attendibile se fosse venuta da un Egiziano, la cui razza ha dimenticato ciò che sia la verità, o anche da un Idumeo, il cui popolo non ha mai saputo ciò che la verità fosse; ma per essere proprio certo, ho veduto un centurione della Torre stamane, e mi disse che stavano facendo preparativi per il suo ricevimento; che gli armajuoli stavano forbendo gli elmi, gli scudi, e indorando le aquile e le sfere; che gli appartamenti, da lungo tempo disabitati, venivano spolverati ed arieggiati come per un aumento della guarnigione — la guardia del corpo, probabilmente, del grande uomo.» —
È impossibile di rendere perfettamente il modo con cui questa risposta fu data, perchè i punti più notevoli e più caratteristici sfuggono costantemente al potere della penna. La fantasia del lettore dovrà venire in suo aiuto; e a questo fine dobbiamo ricordare che la riverenza era una qualità che tramontava rapidamente nel mondo romano, o meglio che andava giù di moda. La vecchia religione aveva quasi cessato di essere una fede; tutt'al più era una semplice veste, o un'espressione del pensiero, protetta principalmente dai sacerdoti che trovavano il loro tornaconto nei servizi del Tempio, e dai poeti, che, nei loro versi, non potevano far senza le loro divinità famigliari: vi sono cantori in questa età che loro assomigliano. Come la filosofia prendeva il posto della religione, la ironia sostituiva rapidamente la riverenza, tantochè, nell'opinione dei Latini, essa era, in ogni discorso, anche nelle piccole diatribe famigliari, ciò che è il sale per le vivande, l'aroma pel vino.
Il giovane Messala, educato in Roma, e tornato da poco, aveva acquistato queste abitudini e questi modi: il movimento quasi impercettibile della palpebra inferiore, lo sdegnoso arricciar delle labbra, la languida pronuncia affettata come il miglior modo per esprimere l'idea di una generale indifferenza, ma più ancora per le occasioni che porgeva per certe pause rettoriche, si stimavano di prima importanza, affinchè l'ascoltatore afferrasse bene il concetto e gustasse appieno il frizzo di un epigramma. Una tale pausa avvenne nella risposta testè riferita alla fine dell'allusione all'Egiziano e all'Idumeo.
Il rosso sulle guancie del giovanetto Ebreo si fece più scuro, ed egli non rispose, guardando distrattamente nella profondità dello stagno.
— «Noi ci dicemmo addio in questo giardino». — «La pace del Signore sia con te!» — furono le ultime tue parole. — «Gli Dei ti salvino!» — dissi io. — «Ti ricordi? quanti anni sono trascorsi da quel tempo?» —
— «Cinque» — rispose l'altro, fissando l'acqua.
— «Ebbene, tu hai ragione di essere riconoscente verso — chi dovrei dire? — gli Dei? Non importa chi. — Tu sei cresciuto assai bene; i Greci ti chiamerebbero bellissimo — felice creazione degli anni! Se Giove si accontentasse di un solo Ganimede, quale coppiere saresti per l'imperatore!» —
— «Dimmi o mio Giuda, perchè ti interessa tanto la venuta del Procuratore?» —
Giuda fissò gli occhi sopra il suo interlocutore collo sguardo grave, pensieroso, penetrante in quello del Romano, mentre rispose: — «Sì, cinque anni. Io ricordo la tua partenza; tu andavi a Roma; io ti vidi partire e piansi, perchè ti amavo. Gli anni sono passati, e tu ritorni a me come un principe — non lo dico per celia; e pure — pure — io desidererei che tu fossi il Messala di quando partisti!» —
Le narici del Romano si contrassero in un movimento ironico, e più affettata del solito suonò la sua voce, quando rispose:
— «Non un Ganimede, ma un oracolo o mio Giuda. Qualche lezione dal mio maestro di rettorica presso il Foro — io ti darò una lettera per lui, quando nella tua saggezza ti piegherai a seguire i miei consigli — un po' di pratica nell'arte del mistero, e Delfo ti accoglierà come Apollo medesimo. Al suono della tua voce solenne, la Pizia scenderà dal suo tripode. Seriamente, o mio amico, in che cosa differisco dal Messala che partì? Io intesi discutere una volta il più grande logico della terra. Il tema della sua dissertazione era la disputa. Ricordo un suo detto: «Comprendi bene il tuo avversario prima di rispondergli.» — E, francamente, non ti comprendo.» —
Il giovane arrossì sotto lo sguardo cinico dell'altro; ma rispose con fermezza: «Tu hai approfittato delle occasioni che ti furono offerte, vedo; dalle tue scuole hai riportato molta sapienza e molte grazie. Tu parli con la scioltezza di un maestro, ma il tuo dire punge. Il mio Messala, quando mi abbandonò, non aveva veleno nella sua natura; per tutto l'oro del mondo non avrebbe voluto offendere la sensibilità di un amico.» —
Il Romano sorrise, come se avesse inteso un complimento, e rialzò ancora più fieramente la bella testa patrizia.
— «O mio austero Giuda, non siamo a Dodona o a Pito. Abbandona quel tuo fare da oracolo e discendi a spiegazioni terrene. In che ti ho offeso?» —
L'altro respirò a lungo, e giuocherellando con la corda che gli stringeva la vita: — «In questi anni anch'io appresi qualche cosa. Hillele non sarà pari al filosofo che tu ascoltasti, e Simeone e Sciamma sono, senza dubbio, inferiori al tuo maestro presso il Foro. La loro sapienza non batte strade vietate; quelli che seggono ai loro piedi si alzano ricchi soltanto della scienza di Dio, della Legge e di Israele, imbevuti di amore e di rispetto per tutto ciò che a quelli si riferisce.
Frequentando il Grande Collegio e meditando su quanto vi ascoltai, ho appreso che la Giudea d'oggi non è più quella d'una volta. Io apprezzo la differenza che corre fra un regno indipendente e una piccola provincia soggetta. Sarei più vile, più abbietto di un Samaritano, se non risentissi umiliazione pel mio paese. Ismaele non è il legittimo Sacerdote, e non lo potrà mai essere, vivo l'illustre Hannas. Eppure egli è un Levita, uno di quei devoti che per migliaia d'anni hanno servito il Signore Iddio e la nostra religione. La sua....» —
Messala lo interruppe con un riso mordace.
— «Ora ti comprendo! Ismaele, tu dici, è un usurpatore. Ciò non di meno ti fa male che si possa prestar fede ad un Idumeo piuttosto che a lui. È questo che ti ha punto! Per l'ebbro figlio di Semele, che cosa significa esser Ebreo! Cambiano gli uomini e le cose, il cielo stesso e la terra; ma un Ebreo mai. Per lui non vi ha passato o futuro; egli è oggi ciò che i suoi avi furono prima di lui. Guarda! su questa sabbia io descrivo un cerchio. Ora dimmi che altro è la vita di un Ebreo? Gira e rigira, qui Abramo, là Isacco, Giacobbe; Dio nel mezzo. Per il Tonante, il cerchio è troppo grande. Lo rifaccio....» —
Si arrestò, puntò il pollice per terra e descrisse con le dita un cerchio intorno ad esso.
— «Vedi, questa impronta del pollice è il Tempio, la linea formata dalle dita la Giudea. All'infuori di questo spazio non esiste nulla di buono! Le arti? Erode fu costruttore di palazzi, quindi è maledetto. La pittura, la scoltura Guardarle è un peccato. La poesia l'avete inchiodata sugli altari. In guerra tutto ciò che conquistate in sei giorni lo perdete nel settimo. Questa è la vostra vita e la vostra mèta. E non vuoi che rida? contento dell'adorazione di un tal popolo, che cosa è mai il vostro Dio a petto del nostro Giove romano, che ci presta le sue aquile perchè le nostre armi conquistino l'universo? Hillele, Simeone, Sciammai, Abtalione, che valgono essi di fronte a quei maestri che insegnano che tutto ciò che si può apprendere è degno di essere appreso?» —
L'Ebreo balzò in piedi, con le guancie rosse al pari del fuoco.
— «No, no; siediti, mio Giuda, siediti.» — esclamò Messala, stendendogli la mano.
— «Tu mi schernisci.» —
— «Ascoltami ancora un poco. Presto, — il Romano sorrise con disprezzo — mi verranno in mente Giove e tutta la sua famiglia greca e romana, come al solito, e allora addio serietà! Io ti sono riconoscente d'esser venuto dalla vecchia casa de' tuoi padri per darmi il benvenuto e rinnovare l'affetto della nostra infanzia, se possiamo.» — «Andate,» — disse il mio maestro, nell'ultima sua lezione. — «Andate, e se volete raggiunger la mèta, ricordatevi che Marte regna ed Eros ha ricuperata la vista.» — Egli voleva dire che l'amore è nulla, la guerra tutto. Così è in Roma. Il matrimonio è il primo passo verso il divorzio. La virtù è una qualità da bottegaio. Cleopatra, morendo, ci legò le sue arti, ed è vendicata. Essa ha un successore sotto il tetto di ogni Romano. Il mondo corre per la stessa strada. Abbasso Eros, evviva Marte! Io sarò soldato, ma tu, o mio Giuda, — io ti compiango, — che cosa sarai tu?» —
L'Ebreo si avvicinò allo stagno. Messala continuò.
— «Sì, ti compiango, mio bellissimo Giuda. Dal collegio alla Sinagoga; poi al Tempio, quindi — oh, gloria suprema! — ad un seggio nel Sinedrio. Una bella vita, davvero! Gli dei ti aiutino! Mentre io....» —
Giuda lo guardò e vide l'orgoglio imporporargli le gote e sfavillare negli occhi, mentre ei proseguiva;
— «Ah, la terra non è tutta quanta conquistata! Il mare chiude isole ignote. Nel settentrione vi sono popoli ancora sconosciuti. La gloria di continuare la marcia d'Alessandro nell'ultimo Oriente offre nuovi allori. Vedi quante vie si aprono ad un Romano?» —
Tacque un istante, e poi riprese col solito tono di persona annoiata:
— «Una campagna nell'Africa, un'altra contro gli Sciti, poi il comando di una legione! Qui terminano i sogni di molti. Non il mio. Per Giove, che idea! Rinuncierò alla legione per una prefettura. Pensa alla vita di un Romano danaroso — oro, vino, donne, giuochi, poeti a banchetto, intrighi di corte, dadi tutto l'anno. — Questa sarebbe una degna mèta alla mia esistenza. Una grassa prefettura? O mio Giuda, ecco la Siria! La Giudea è ricca e Antiochia è una capitale degna degli Dei. Io sarò il successore di Cirenio, e tu, — tu dividerai la mia fortuna.» —
I sofisti e i retori che affollavano i pubblici ritrovi di Roma, e che avevano quasi il monopolio dell'istruzione della gioventù patrizia, avrebbero approvato questi detti di Messala nei quali avrebbero riconosciuto gran parte dei loro insegnamenti; ma nel giovane Ebreo facevano l'impressione di una sgradevole novità, ben diversa dalla solennità dei discorsi e delle conversazioni a cui era abituato. Di più, egli apparteneva ad una razza le cui leggi, costumanze ed abitudini di pensiero, vietavano la ironia e lo scherno. Molto naturalmente quindi egli ascoltò l'amico con varî sentimenti; sdegno dapprima, poi incertezza nel come dovesse prenderlo. Quelle arie di superiorità assunte da Messala lo avevano offeso sin da principio. Presto divennero insopportabili. Anche quella pioggia frizzante di detti satirici destò la sua ira. Per l'Ebreo dell'età di Erode il patriotismo era una passione selvaggia appena celata sotto il manto di una velata pacatezza di modi, e così connessa con la sua storia, con la religione e con Dio, da balzare fuori immediatamente al menomo dileggio di essi. Non è quindi esagerazione l'affermare che il discorso di Messala, progredendo lentamente fino all'ultima sua pausa, cagionò la più acuta tortura al suo uditore, il quale a questo punto, lo interruppe con un sorriso studiato.
— «Sono pochi coloro che permettono che il proprio avvenire sia fatto oggetto di scherno. Io non sono di quelli o Messala.» —
Il Romano lo osservò un istante, poi rispose: — «Perchè non si dovrebbe dire il vero scherzando, anche sotto forma di parabola? La grande Fulvia andò a pescare l'altro giorno, pigliò più pesci di tutte le sue compagne. Si disse che essa avesse fatta indorare la punta del suo amo.» —
— «Allora tu non scherzavi soltanto?» —
— «Mio Giuda, m'accorgo che non ti ho offerto abbastanza,» — rispose il Romano rapidamente, con gli occhi scintillanti. — «Quando sarò Prefetto e dominerò sulla Giudea, ti farò primo Sacerdote.» —
L'Ebreo si voltò adirato.
— «Non andare in collera» — disse Messala.
L'altro si fermò irresoluto.
— «Per gli Dei, mio Giuda, come scotta il sole!» — esclamò il patrizio, osservando la perplessità dell'altro. — «Andiamo all'ombra». —
Giuda rispose freddamente:
— «È meglio che ci lasciamo, sarebbe stato anche meglio che io non fossi venuto. Cercavo un amico, e trovo....» —
— «Un Romano» — disse Messala.
L'Ebreo strinse i pugni, ma, padroneggiandosi con uno sforzo, si allontanò.
Messala si alzò, prese il mantello dal sedile, e gettatoselo sopra le spalle, seguì Giuda. Raggiuntolo, gli pose una mano sulla spalla e continuò il cammino.
— «Con la mia mano sulla tua spalla, eravamo avvezzi a camminare da fanciulli. Procediamo così fino al cancello.» —
Messala cercava d'esser serio e gentile, ma non poteva cancellare dal suo volto la solita espressione satirica. Giuda lo lasciò fare.
— «Tu sei un ragazzo, io sono un uomo; lasciami parlare come tale.» —
La compiacenza del Romano rasentava la superbia. Mentore consigliando il giovane Telemaco non avrebbe potuto parlare con più disinvoltura.
— «Credi tu nelle Parche? Ah, dimenticavo! tu sei un Sadduceo: gli Esseni sono i soli che abbiano giudizio fra voi: essi credono nelle tre sorelle. Così faccio io. Costantemente esse ci attraversano il sentiero. Se covo un grande disegno, se lavoro per attuarlo, proprio quando sto per stringere il mondo nel pugno, intendo dietro di me lo stridere delle forbici. Mi volto, e la scorgo, Atropo maledetta! Ma, mio Giuda, perchè andasti in collera quando parlai di succedere al vecchio Cirenio? Tu pensavi che io volessi arricchirmi depredando questa tua Giudea? Supponiamolo; ciò è quanto farà forse un'altro Romano. Perchè non lo dovrei fare io?» —
Giuda rallentò il passo.
— «Altri stranieri, prima dei Romani, dominarono sulla Giudea,» — disse alzando la mano. — «Dove sono ora, o Messala? Essa ha sopravvissuto a tutti. Ciò che è stato avverrà ancora.» —
Messala disse ancora con pacatezza:
— «Le Parche hanno seguaci anche all'infuori degli Esseni. Ben tornato, o Giuda, nel grembo della fede!» —
— «No, Messala, non contarmi fra quelli. La mia fede poggia sulla rocca che fu il fondamento della fede de' miei padri prima di Abramo; sopra la parola del Signore Iddio di Israele.» —
— «Troppa foga, mio Giuda. Come un simile scoppio di passione da parte mia, avrebbe incollerito il mio maestro! Io vorrei giovarti, o bello al pari di Ganimede; seriamente vorrei giovarti. Io ti voglio bene, tutto il bene di cui sono capace. Ti dissi che ho intenzione di diventar soldato. Perchè non vuoi fare altrettanto? Perchè non uscire dal cerchio angusto, che, come ti ho dimostrato, è tutta quanta la vita che permettono le tue leggi e i tuoi costumi?» —
L'Ebreo non gli diede alcuna risposta.
— «Chi sono i saggi ai giorni nostri?» — continuò Messala. — «Non quelli che esauriscono le loro forze in vane dispute intorno a cose morte; intorno a Baal, Giove e Jeova, o intorno a filosofie e religioni. Citami un grande nome, o Giuda; non mi importa dove tu possa cercarlo; in Roma, nell'Egitto, in Oriente, o qui in Gerusalemme, — e Plutone mi prenda, se non appartenne ad un uomo che foggiò la sua fama con gli strumenti che gli fornì il presente; che nulla tenne per sacro che non contribuisca a questo fine; che nulla sprezzò di quanto a questo fine condusse.
Non fu così di Erode, non fu così dei Maccabei? E il primo, e il secondo Cesare? Segui il loro esempio. Comincia subito. Ecco Roma, pronta ad aiutarti, come aiutò l'Idumeo Antipatro.» —
Il giovanetto Ebreo tremò di collera, e, trovandosi già vicino al cancello del giardino, affrettò i suoi passi, desideroso di fuggire.
— «O Roma, Roma!» — mormorò.
— «Sii saggio» — continuò Messala. — «Abbandona le fole di Mosè e le tradizioni; guarda in faccia alle cose. Guarda in faccia alle Parche, e ti diranno che Roma è il mondo. Chiedi loro che cosa è la Giudea, e ti risponderanno che è ciò che Roma vuole.» —
Erano giunti all'uscita. Giuda si fermò e tolse dolcemente la mano dell'amico dalla sua spalla, poi si voltò verso Messala, con le lacrime agli occhi.
— «Io ti comprendo, perchè sei Romano; tu non puoi comprender me. Io sono un Israelita. Tu mi hai cagionato un grande dolore, oggi, convincendomi che non potremo mai essere gli amici di una volta, mai! Dividiamoci. La pace del Dio dei miei padri sia con te!» —
Messala gli tese la mano: l'Ebreo passò sotto il portone. Quando egli si fu allontanato il Romano, rimase muto un istante; poi varcò anch'egli la porta, crollando la testa.
— «Sia,» — mormorò. — «Eros è morto, Marte regni!» —
CAPITOLO III.
Dall'ingresso della città Sacra, corrispondente all'attuale porta di Santo Stefano, volgeva verso occidente una via parallela alla facciata settentrionale della Torre di Antonia e non molto distante da questo celebre castello. Continuando nella medesima direzione fino alla valle Tiropea, che seguiva per un breve tratto verso sud, essa piegava di nuovo ad occidente fino ad arrivare a quella che la tradizione chiama porta del Giudizio, per quindi volgersi decisamente verso Sud.
Il viaggiatore, o lo studioso famigliare con la sacra località, riconoscerà in questa strada una parte della via Dolorosa, di tanto e così melanconico interessamento per tutti i Cristiani. Siccome per lo scopo nostro non necessita la descrizione di tutta la via, sarà sufficiente di indicare una casa, la quale merita un esame più attento, sorgente all'ultimo angolo di essa.
L'edificio guardava verso occidente e verso settentrione, forse quattrocento piedi di lunghezza per ciascun lato, e, come la maggior parte delle case di una certa pretesa in Oriente, aveva due piani, ed era perfettamente quadrangolare. La via dal lato occidentale misurava circa dodici piedi di larghezza, quella a nord non più di dieci; e chi fosse passato rasente a quelle mura e avesse guardato in alto, sarebbe stato colpito dalla rude, incompleta, ma forte ed imponente apparenza che presentavano, perchè erano formate da larghi blocchi di pietra non tagliati, ma posti l'uno sull'altro come uscivano dalla cava. Un perito dell'epoca lo avrebbe chiamato stile fortilizio, se le finestre, adorne fuor dell'usato, e la finitezza e l'eleganza delle porte non avessero mitigata questa impressione.
Le finestre verso occidente erano in numero di quattro, quelle a settentrione soltanto due, tutte all'altezza del secondo piano. Le porte erano semplici interruzioni delle mura del piano inferiore, ed oltre ad essere tempestate di chiodi e difese da catenacci quasi a resistere ai colpi d'un ariete, erano protette da cornici di marmo artisticamente lavorate e di così ardita proiezione da rivelare apertamente al visitatore non ignaro degli usi del popolo, che il ricco proprietario del palazzo era un Sadduceo in politica ed in religione.
Dopo essersi separato dal Romano sulla Piazza del Mercato, il giovane Ebreo aveva risalita questa strada e s'era fermato davanti alla porta occidentale del palazzo da noi descritto. Gli fu aperta la porta ed egli entrò frettolosamente senza rispondere all'inchino rispettoso del guardiano. Per renderci conto della struttura interna della casa e per apprendere le ulteriori vicende del giovane, seguiamolo.
Il passaggio in cui era stato accolto rassomigliava ad una stretta galleria, con tavolati di legno alle pareti e volta adorna di trafori. Panche di pietra, lucide per lungo uso, la fiancheggiavano. Una quindicina di passi lo portava ad un cortile limitato ad ogni lato da edifici a due piani; il pian terreno era circondato da colonnati, mentre il superiore terminava in una terrazza difesa da una robusta balaustrata.
I servitori che andavano e venivano sui terrazzi, il rumore dei macinatoi in lavoro, la biancheria svolazzante su corde tese da parte a parte; le galline e i piccioni liberi e vaganti per il cortile; le capre, le mucche, gli asini e i cavalli posti sotto i colonnati; un grande serbatoio d'acqua evidentemente destinato all'uso comune, rivelavano gli scopi domestici del cortile.
Nel lato orientale il muro era interrotto da un altro passaggio simile al primo, e, attraverso a questo, il giovane pervenne in una seconda corte, spaziosa e quadrata, allietata da cespugli fioriti e da viti, cui, un bacino di marmo, aggiungeva bellezza e frescura.
I colonnati, qui, erano più alti, ombreggiati da cortine a strisce gialle e rosse, e le colonne avevano sembianza di steli intrecciati. Una gradinata verso sud immetteva ai terrazzi del piano superiore, sopra i quali erano tese grandi tende a proteggerli contro i raggi del sole. Un'altra gradinata conduceva dai terrazzi sul tetto, l'orlo del quale, per tutta la periferia, era adorno di una cornice scolpita e di un parapetto di terracotta rosso vivo. Dappertutto si scorgeva una scrupolosa pulizia che non permetteva alla polvere di adunarsi negli angoli, e non lasciava una foglia secca sopra i cespugli, contribuendo così ad accentuare l'impressione complessivamente deliziosa; tantochè, un visitatore, respirando quell'aria tranquilla e dolce, riceveva un'idea della raffinatezza e della coltura della famiglia che andava a trovare.
Fatti alcuni passi nel secondo cortile, il giovine piegò a destra, e scegliendo un sentiero attraverso i cespugli, giunse alla scala ed ascese al terrazzo, il pavimento del quale era coperto di piastrelle bianche e nere, rese lucide dallo stropiccìo continuo dei piedi. Alzando le tende di una portiera situata a settentrione, entrò in un appartamento che il cadere della tenda ripiombò nell'oscurità. Ciò non di meno procedette con passo sicuro verso un divano sopra il quale si gettò bocconi, riposando con la fronte appoggiata alle braccia incrociate.
Verso il crepuscolo una donna venne alla porta e chiamò; non avendo ottenuta risposta, sospinse la portiera ed entrò.
— «La cena è pronta e cade la notte. Non hai fame?» — gli chiese.
— «No» — rispose egli.
— «Sei ammalato?» —
— «Ho sonno.» —
— «Tua madre ha chiesto di te.» —
— «Dov'è?» —
— «Nel padiglione sopra il tetto.» —
Egli si scosse e si alzò.
— «Bene, portami qualche cosa da mangiare.» —
— «Che cosa desideri?» —
— «Quel che ti piace, Amrah. Non sono ammalato, ma sono indifferente alla vita. Essa non mi sembra così piacevole come mi apparve stamane. Un nuovo male, o mia Amrah; e tu che mi conosci così bene, tu che non mi sei mai venuta meno, pensa a ciò che può sostituire i cibi e le medicine. Portami ciò che vuoi!» —
Le domande di Amrah, e la voce con cui erano state fatte, bassa, dolce e premurosa, rivelavano rapporti di famigliarità fra quei due. Essa pose la mano sulla fronte di lui, e poi, quasi fosse soddisfatta dell'esame, uscì dicendo: — «Vedrò.» — In breve ritornò recando su di un vassoio di legno una scodella di latte, alcune focaccie di pane bianco, un delicato pasticcio di grano macinato, un uccello lessato, miele e sale. Ad una estremità del vassoio stava una coppa d'argento piena di vino, all'altra una lucerna di bronzo accesa.
Così illuminata, la stanza era visibile: le pareti di stucco levigato, la volta interrotta da grandi travi di quercia, annerite e macchiate dalla pioggia e dal tempo; il pavimento coperto di piccole piastrelle azzurre e bianche, resistenti e ben conservate. Alcune sedie con le gambe intagliate a somiglianza di gambe di leoni; un divano di poco rialzato sopra il suolo, guarnito di stoffa azzurra e in parte coperto da un immenso scialle di lana — in una parola, una camera da letto ebrea.