Ben Hur: Una storia di Cristo

Part 7

Chapter 73,764 wordsPublic domain

Un tappeto era disteso nel bel mezzo del pavimento, e, sopra al tappeto, era collocato un trono. I visitatori ebbero solo il tempo di ricevere una confusa idea del luogo, di un'insieme di ottomane e di letti intarsiati e dorati, di ventagli, di vasi, di strumenti musicali, di candele d'oro brillanti di luce intensa; di mura dipinte nello stile della voluttuosa scuola Greca, un solo sguardo alle quali avrebbe fatto nascondere con sacro orrore la testa ad un Fariseo. Erode ch'era seduto sul trono per riceverli, vestito come alla conferenza coi dottori e coi sacerdoti, richiamò tutta la loro attenzione.

Essi s'avanzarono e s'inginocchiarono, senza essere invitati, sull'orlo del tappeto. Il Re toccò un campanello.

Un servitore entrò e posò tre sgabelli davanti al trono.

— «Sedetevi» — disse il monarca, benignamente.

— «Dalla porta del Nord» — egli continuò quando essi si furono accomodati — «ho avuto in questo pomeriggio l'avviso dell'arrivo di tre stranieri, curiosamente vestiti come se fossero provenienti da lontani paesi. Siete voi?» —

L'Egiziano, dopo di aver rivolto un'occhiata al Greco ed all'Indiano, rispose facendo una profonda riverenza:

— «Di certo se noi non fossimo quegli stranieri, il potente Erode, la cui fama corre pel mondo intero, non ci avrebbe fatti chiamare.» —

Erode approvò con un cenno della mano.

— «Chi siete, donde venite?» — domandò, ed aggiunse in tono espressivo: — «Lasciate che ognuno parli di se stesso.» —

Essi si spiegarono, alludendo brevemente alle città, ai loro paesi nativi ed alla strada percorsa sino a Gerusalemme. Non soddisfatto, Erode aggiunse:

— «Cosa domandaste all'ufficiale che si trovava alla porta?» —

— «Gli domandammo dov'è colui ch'è nato Re degli Ebrei.» —

— «Comprendo ora perchè il popolo era così curioso. Voi mi meravigliate. C'è un'altro Re degli Ebrei?» —

L'Egiziano non impallidì:

— «Ce n'è uno appena nato.» —

Il viso scuro del monarca assunse un'espressione di dolore come s'egli si rammentasse d'un episodio straziante.

— «Non a me, non a me» — esclamò.

Forse gli passavano davanti le immagini accusatrici dei figli uccisi; riavendosi dall'emozione chiese con voce ferma: — «Dov'è il nuovo Re?» —

— «Questo, o Re, è ciò che desideriamo sapere.» —

— «Voi mi dite di un miracolo — un enigma di molto superiore a quello di Salomone» — disse poi: — «Come vedete, sono in quel periodo di vita in cui la curiosità è sfrenata come lo è nell'infanzia, allorchè lo scherzare con essa è crudeltà. Proseguite, ed io vi rispetterò come i Re si rispettano l'un l'altro. Ditemi tutto ciò che sapete del nuovo Re, ed io mi unirò a voi nel cercarlo; e quando l'avremo trovato, farò ciò che vorrete; lo porterò a Gerusalemme e l'alleverò nella reggia; adoprerò la mia grazia con Cesare per la sua promozione e la sua gloria. La gelosia non albergherà fra noi, ve lo giuro. Ma prima ditemi come, separati sì ampiamente da mari e deserti, sieti arrivati ad udire parlare di lui.» —

— «Ve lo diremo sinceramente, o Re.» —

— «Parlate,» — disse Erode.

Balthasar si alzò in piedi, e disse dolcemente:

— «V'è un Dio Onnipotente.» —

Erode si scosse in modo impercettibile.

— «Egli ci disse di venire in qua, assicurandoci che avremmo trovato il Redentore del mondo; che l'avremmo veduto ed adorato, di prestar fede ch'Egli era venuto; e, come segnale, ognuno di noi doveva vedere una stella. Il suo Spirito rimase con noi, o Re, il suo Spirito è con noi anche adesso!» —

Una commozione irresistibile, opprimente, s'impossessò dei tre. Il Greco a stento represse un grido. L'occhio di Erode si fissò rapidamente dall'uno all'altro; egli era più sospettoso e scontento di prima.

— «Credo che voi mi canzoniate» — egli disse — «ma, se non è, continuate. Che cosa produrrà la venuta del nuovo Re?» —

— «La salvezza degli uomini.» —

— «Da che cosa?» —

— «Dalla loro malvagità.» —

— «Come?» —

— «Per mezzo delle azioni divine — l'Amore, la Fede, e le opere Buone.» —

— «Allora» — Erode si fermò, e nel suo sguardo nessun uomo avrebbe potuto leggere quale sentimento spirasse — «voi siete gli araldi di Cristo. È questo tutto?» —

Balthasar s'inchinò lentamente:

— «Noi siamo i vostri servi, o Re.» —

Il monarca toccò un campanello, e l'inserviente apparve. — «Portate i regali» — gli disse.

L'inserviente uscì, ma ritornò poco dopo, ed inginocchiandosi innanzi agli ospiti, diede a ciascheduno un manto azzurro e rosso scarlatto, e una cintura d'oro. Essi espressero la loro gratitudine con inchini all'orientale.

— «Ancora una parola» — disse Erode allorchè la cerimonia finì. — «All'ufficiale della porta, e poc'anzi innanzi a me, voi parlaste d'aver veduto uno stella nell'Oriente.» —

— «Sì» — disse Balthasar — «la sua stella, la stella del neonato.» —

— «Quando vi apparve?» —

— «Quando fummo comandati di venire qua.» —

Erode si alzò, significando che l'udienza era finita. Scendendo dal trono verso di loro, disse con grande amabilità:

— «Se, come credo, o uomini illustri, voi siete gli araldi di Cristo appena nato, sappiate che ho consultato coloro che sono i più sapienti riguardo alle cose ebraiche, ed essi dissero concordi che dovrebbe essere nato nella Betlemme di Giudea. Io vi dico: — «Andate oltre, andate e cercate diligentemente il giovane bimbo: e quando l'avrete trovato, avvisatemi, affinchè io possa venire ad adorarlo. Che il vostro tragitto non venga disturbato da alcun ostacolo. Pace sia con voi!» — E avvoltosi nel suo manto lasciò la stanza.

La guida li diresse verso la strada, e poscia al Khan, alla porta del quale il Greco disse:

— «Andiamo a Betlemme, o fratelli, come ci consigliò il Re.» —

— «Sì» — gridò l'Indiano — «lo Spirito ci protegge.» —

— «Così sia» — disse Balthasar, con egual ardore. — «I cammelli sono pronti.» —

Essi diedero dei regali al castaldo, montarono in sella, richiesero le indicazioni per andare alla Porta di Joppa, e partirono. Al loro arrivo le grandi porte erano socchiuse ed essi entrarono in aperta campagna, prendendo la via ultimamente fatta da Giuseppe e Maria. Mentre si avanzavano sulla pianura di Rephaim, apparve una luce dapprima debole e lontana. I loro cuori battevano forte. La luce si faceva rapidamente più intensa; essi chiusero gli occhi allo splendore ardente; quando si azzardarono a guardare nuovamente, ecco che la stella, bella come nessun'altra nel cielo, si abbassò, e, lentamente, si avvicinò a loro. Essi giunsero le loro mani, e gridarono, godendo di una gioia immensa:

— «Iddio è con noi! Iddio è con noi!» — e così ripeterono per tutta la via, finchè la stella, innalzatasi sulla valle, al di là del Mar Elias, ristette ancora al di sopra d'una casa, sulla cima della collina, vicino alla città.

CAPITOLO XIV.

Cominciava la terza veglia, ed a Betlemme albeggiava sopra i monti, ad oriente, ma così debolmente, che nella valle era ancora notte. Il guardiano, sul tetto del vecchio Khan, tremando dal freddo, stava ascoltando i primi suoni coi quali la vita, svegliandosi, accoglie il giorno, allorchè una luce si mosse dalla collina verso la casa. Egli la credette una torcia in mano a qualcheduno; dopo un momento la prese per una meteora: lo splendore crebbe, pertanto, finchè divenne una stella. Atterrito egli gridò e condusse tutti quelli ch'erano entro le mura, sul tetto. Il fenomeno, con movimento curioso, continuava ad avvicinarsi; le rupi, gli alberi, e le vie al disotto di esso, splendevano come se rischiarate dalla luce del lampo; subito il suo splendore divenne acciecante.

I più timidi fra gli ammiratori, caddero in ginocchio e pregarono, coi loro visi nascosti; i più arditi, coprendosi gli occhi, s'appiattarono, ed ogni tanto gettavano paurosamente delle occhiate furtive. Dopo un po', il Khan, tutto all'intorno, era rischiarato da una luce insopportabile pel suo vivo bagliore.

Quelli che si azzardarono a guardare, videro la stella ancora ferma sopra la casa, di fronte alla caverna dove era nato il Bambino.

Nel bel mezzo di questa scena, vennero i tre Re Magi, ed alla porta smontarono dei loro cammelli, e chiesero di entrare. Appena il guardiano ebbe potuto frenare il suo terrore per badare a loro, levò la stanga ed aprì la porta. I cammelli sembravano spettri, alla luce soprannaturale, e, oltre all'aspetto fantastico, v'erano nei visi e nei modi dei tre visitatori una veemenza ed una esaltazione che eccitarono ancor più i timori del guardiano; egli per un po' non potè rispondere alla domanda che gli venne fatta:

— «Non è questa Betlemme della Giudea?» —

Ma nel frattempo altri vennero, e diedero in vece sua la risposta.

— «No, questo non è che il Khan; la città si trova più in là.» —

— «Non v'è qui un bambino appena nato?» —

Gli astanti si guardarono reciprocamente meravigliandosi, mentre alcuni di essi risposero: — «Sì, sì.» —

— «Mostratecelo!» — disse il Greco impazientemente.

— «Mostratecelo!» — gridò Balthasar, interrompendo la sua gravità; — «poichè noi abbiamo veduto la sua stella, quella che voi ammirate laggiù sopra alla casa, e siamo venuti per adorarlo.» —

L'Indiano giunse le mani, esclamando: — «Iddio realmente esiste! Fate presto, fate presto! Il Salvatore è trovato. Benedetti, benedetti siamo noi sopra tutti gli uomini!» —

La gente venne giù dal tetto, e seguì i forestieri, mentre essi furono condotti, attraverso la corte, nel recinto; alla vista della stella ancora sopra la caverna, benchè meno incandescente di prima, alcuni si volsero spaventati; la maggior parte però li seguì. Mentre i forestieri si avvicinavano alla casa, la stella si alzò; quando furono alla porta, essa andava dileguandosi in alto; quando entrarono era sparita. E nei testimoni di ciò che allora accadde, entrò la convinzione che una divina relazione passasse fra la stella e gli stranieri.

Quando la porta si aprì tutti affollarono la caverna.

La stanza era illuminata da una lanterna, abbastanza luminosa per porre in grado i forestieri di trovare la madre, ed il bambino, sveglio sulle sue ginocchia.

— «È tuo il bambino?» — domandò Balthasar a Maria.

Essa rispose:

— «Egli è mio figlio!» —

Ed essi caddero in ginocchio e l'adorarono.

Era un bambino come gli altri bambini: sulla sua testa non v'era nè un'aureola nè una corona; le sue labbra si aprivano, ma non per parlare; se udiva le loro espressioni di gioia, le loro invocazioni, le loro preghiere, non faceva segni di sorta. Il bambino guardava più alla fiamma della lanterna che a loro.

Dopo un po' essi si alzarono, e, ritornando ai cammelli, tolsero dalle selle regali di oro, d'incenso e di mirra, che posero davanti al bambino, riverenti.

Essi lo adoravano senza esitare.

Perchè?

La loro fede si basava sui segni mandati da Colui, che, d'allora in poi, si rivelò come nostro Padre; e, per essi, la sua promessa bastava.

Pochi v'erano che videro i segni e li compresero — a Madre e Giuseppe, i pastori ed i Re; pure tutti credettero ugualmente, che cioè, Iddio per ora era tutto, ed il Bambino nulla. Ma verrà un tempo che tutto dipenderà dal Figlio.

Felici coloro che crederanno in Lui!...

FINE DEL LIBRO PRIMO.

LIBRO SECONDO

Arde una fiamma in cor, che non si appaga Dell'angusta prigion, ma inquieta aspira A volar oltre i consueti fini Del desiderio, ed una volta accesa, Eternamente, inestinguibil, brucia, E l'uom sospinge ad avventate eccelse, Nè mai si stanca tranne di quïete.

PELLEGRINAGGIO DI AROLDO.

CAPITOLO I.

È necessario che il lettore si porti innanzi venticinque anni, al principio dell'amministrazione di Valerio Grato, quarto governatore imperiale della Giudea. — Un periodo notevole per le agitazioni politiche che angustiarono Gerusalemme, prodromi del conflitto finale fra i Romani e gli Ebrei.

Nell'intervallo erano avvenuti parecchi cambiamenti, specie d'ordine politico. Erode il grande era morto un anno dopo la nascita del Bambino e morto così miseramente da giustificare l'opinione che correva nel mondo cristiano, che egli fosse cioè stato colpito dall'ira divina. Come tutti i grandi reggitori di popoli che dedicano tutta la loro vita a rafforzare la potenza che hanno creato, egli aveva sognato di tramandare il trono e la corona, di diventare il fondatore di una dinastia. Con questo intento, nel suo testamento, spartì le terre fra i suoi tre figli Antipate, Filippo ed Archelao, e, a quest'ultimo, diede la dignità regia. Il testamento fu necessariamente sottoposto ad Augusto imperatore, il quale ne ratificò tutte le disposizioni, tranne una sola: rifiutò ad Archelao il titolo di Re finchè non avesse dato prova di capacità e fedeltà.

Lo creò invece Etnarca, e come tale lo lasciò governare nove anni, a capo dei quali, essendosi egli dimostrato impari all'alto ufficio e inabile a frenare gli elementi turbolenti che si agitavano intorno a lui, lo mandò in esilio nelle Gallie.

Cesare non si accontentò di deporre Archelao. Colpì il popolo di Gerusalemme in un modo che ferì nel vivo l'orgoglio dei superbi custodi del Tempio. Ridusse la Giudea in provincia Romana e la aggiunse alla prefettura di Siria.

Di modo che, in vece di un principe governante regalmente nel palazzo che Erode aveva costruito sul monte Sion, la città cadde nelle mani di un ufficiale subordinato, di un impiegato chiamato Procuratore, il quale comunicava con la corte di Roma per via del Legato di Siria, residente in Antiochia. — Per rendere più dolorosa la ferita, al Procuratore non fu permesso di stabilirsi a Gerusalemme; questo onore fu invece concesso a Cesarea. Ma la maggior umiliazione di tutte, la più irritante, la più voluta, fu l'annessione della Samaria, — la disprezzata Samaria, unita alla Giudea come parte della stessa provincia! Quale dolore per i bigotti separatisti o Farisei il vedersi sospinti e derisi alla presenza del Procuratore in Cesarea, dai devoti di Gerizim!

Fra tante lagrime una consolazione sola rimaneva al popolo caduto: Il Pontefice occupava il palazzo di Erode sulla Piazza del Mercato e vi teneva la sembianza d'una corte. Quale fosse in realtà la sua autorità si può facilmente comprendere.

Il Procuratore si riserbava il diritto di vita e di morte. La giustizia era amministrata in suo nome e secondo i decreti di Roma.

Sintomo ancora più significante: il palazzo reale era contemporaneamente occupato dagli ufficiali delle imposte imperiali con tutto il suo corpo di assistenti, registratori, collettori, informatori e spie. Ciò non di meno agli ostinati sognatori di una libertà futura, era di una certa soddisfazione il pensare che il principale personaggio nel palazzo era un Ebreo. La sua sola presenza in esso, giorno per giorno, rammentava loro i patti e le promesse dei profeti e i tempi in cui Jeova reggeva le tribù per mano dei figli d'Aronne: era per essi un segno visibile che Egli non li aveva abbandonati; così le loro speranze li tenevan desti e li abituavano a sopportare pazientemente la servitù, mentre aspettavano sempre l'avvento del figlio di Giuda che doveva regnare in Israele.

La Giudea era stata provincia di Roma per oltre ottant'anni — periodo di tempo più che sufficiente per far conoscere ai Cesari il carattere del popolo, per fargli apprendere che l'Ebreo con tutto il suo orgoglio, poteva essere governato quietamente purchè venisse rispettata la sua religione. — Ispirandosi a questi concetti i predecessori di Grato si erano costantemente guardati dall'ingerirsi nelle pratiche religiose dei loro sudditi. Egli invece seguì un'indirizzo diverso; uno dei suoi fatti fu quello di spogliare Hannas delle sue dignità di primo Sacerdote, e di dare il suo posto ad Ismaele figlio di Fabo.

Sia che quest'atto fosse emanato da Augusto o procedesse da Grato medesimo, la sua sconvenienza divenne ben presto apparente. Non esporremo al lettore un capitolo di politica Ebrea, ma due parole sopra questo argomento sono essenziali per la retta intelligenza del racconto.

In questo tempo esistevano in Giudea due partiti: il partito dei nobili, e il partito separatista o popolare. Alla morte di Erode, i due partiti si collegarono contro Archelao: combattendolo nei templi e nel palazzo, a Gerusalemme e a Roma, qualche volta con gli intrighi, qualche volta con le armi, in aperta guerra. Più d'una volta i tranquilli colonnati del Moriah risuonarono delle grida dei combattenti. Finalmente riuscirono a cacciarlo in esilio.

Durante tutta questa lotta gli alleati miravano ai vari loro scopi: i nobili odiavano Jvazar, il primo Sacerdote; mentre i Separatisti erano suoi gelosi seguaci. Quando crollò l'edificio di Erode con Archelao, Jvazar condivise la sua sorte. Hannas, figlio di Set, fu scelto dai nobili a coprire l'alto ufficio. Questo produsse la scissura violenta dei due partiti, che si fronteggiarono in fiera inimicizia.

Nel corso della loro lotta contro lo sfortunato Etnarca i nobili avevano creduto opportuno di piegarsi dalla parte di Roma.

Prevedendo che, quando si fosse abbandonato l'attuale ordinamento, sarebbe stato necessario un nuovo assetto politico, suggerirono la conversione della Giudea in provincia. Questo fatto fornì ai separatisti un nuovo pretesto ed una nuova arma; e quando la Samaria fu incorporata nella provincia, i nobili decaddero ad una esigua minoranza, con nessuno che li sorreggesse all'infuori della corte imperiale, del prestigio della loro casta e della loro ricchezza. Ad onta di tutto ciò per quindici anni, sino all'avvento di Valerio Grato, riuscirono a mantenersi tanto nel palazzo quanto nel Tempio.

Hannas, l'idolo del suo partito, aveva usato fedelmente del suo potere nell'interesse del suo imperiale patrono. Una guarnigione romana occupava la torre di Antonia; una guardia romana presidiava le porte del palazzo; un giudice romano amministrava la giustizia in materia civile e penale; il sistema fiscale romano, applicato senza pietà, gravava sulla città e sulla campagna.

Ogni giorno, ogni ora, in mille modi, il popolo era angariato ed offeso, imparando a sue spese la differenza fra una vita indipendente e una vita di servitù. Pure Hannas lo conteneva in una tranquillità relativa. Roma non aveva amico più fedele, e la sua mancanza si fece subito sentire. Dopo aver consegnato i suoi indumenti ad Ismaele, il nuovo Sacerdote, egli passò difilato dai cortili del Tempio ai concilî dei Separatisti, mettendosi alla testa di una nuova coalizione.

Grato, il Procuratore, privato così di ogni sostegno, vide i fuochi, che in quindici anni si erano andati gradatamente spegnendo, divampare improvvisamente. Dopo un mese da che Ismaele aveva assunta la nuova carica, il Romano trovò necessario visitarlo in Gerusalemme. Quando, dall'alto delle mura, accolta da un coro di fischi e di urli, gli Ebrei videro la sua guardia entrare per la porta settentrionale della città e marciare verso la torre di Antonia, compresero il vero scopo della visita. — Una intiera coorte di legionari fu aggiunta alla guarnigione, e il giogo poteva ora essere aggravato impunemente.

Se il Procuratore avesse stimato opportuno di dare un esempio, Dio solo avrebbe potuto salvare la prima vittima!

CAPITOLO II.

Tenendo presenti queste spiegazioni, il lettore è invitato a recarsi in uno dei giardini del palazzo sul monte Sion. L'ora è la meridiana di un giorno di luglio, quando il calore dell'estate è più intenso.

Il giardino è limitato da ogni banda da fabbricati, alcuni dei quali a due piani, il primo con le porte e le finestre ombreggiate da verande, il superiore terminante con terrazzi adornati insieme e protetti da forti balaustre. Qua e là la continuità degli edifici è interrotta da bassi colonnati che permettono la circolazione dei venti, e lasciano intravvedere altri lati del palazzo, ponendone in rilievo tutta la maestà e la ricchezza.

Il giardino non è meno bello. Viottoli ombrosi serpeggiano attraverso prati e cespugli, sopra i quali si elevano alcuni alberi altissimi, rari esemplari di palme e gruppi di carrubi, noci e albicocchi. Il terreno va lentamente degradando dal centro, dove è scavato un profondo bacino di marmo, interrotto tratto tratto da piccole bocche, che, aperte, versano l'acqua nei rigagnoli scorrenti paralleli al sentiero, sapiente artificio per sottrarre il luogo all'aridità troppo prevalente in tutta quella regione.

Non lontano dalla fontana scintilla la superficie di un piccolo stagno che alimenta un gruppo di canne e di leandri, sul genere di quelli che crescono sulle rive del Giordano e del mar Morto. Fra le piante e lo stagno, indifferenti ai raggi che il sole piove loro addosso attraverso l'aria afosa, due giovani, uno di diciannove, l'altro di diciasette anni, ragionano fra loro in serio colloquio.

A prima vista si direbbero fratelli: belli l'uno e l'altro, entrambi neri di chiome e di occhi, dai volti abbronzati, di statura proporzionata alla differenza della loro età. Il maggiore ha la testa scoperta. Una tunica sciolta, cadente fino ai ginocchi, e un mantello azzurro, gettato negligentemente per terra, formavano il suo abbigliamento. Il costume lascia esposte le braccia e le gambe, brune come il volto: ciò nonostante una certa grazia di modi, il taglio aristocratico del viso, l'inflessione della voce, dimostrano chiaramente la sua condizione. La tunica, di soffice lana, grigia al bavaro e alle maniche, con gli orli listati di rosso, stretta intorno alla vita da una corda di seta, lo dice Romano. E se nel discorrere, lancia tratto tratto uno sguardo pieno di alterigia sopra il compagno, e gli parla come ad un inferiore, lo si può quasi scusare, perchè appartiene ad una stirpe nobile persino in Roma, una circostanza che in quei tempi giustificava ogni arroganza.

Nelle terribili guerre fra il primo Cesare e i suoi grandi nemici, un Messala era stato amico di Bruto. Dopo Filippi, senza disdoro al suo nome, egli si riconciliò col vincitore, e più tardi, quando Ottavio lottò per l'impero, Messala gli diede il suo appoggio. Ottavio, diventato imperatore Augusto, si ricordò dei servigi resi da lui, e colmò la sua famiglia di onori. Fra le altre cose, essendo stata la Giudea ridotta in provincia, mandò il figlio del suo vecchio cliente a Gerusalemme, coll'incarico di riscuotere le imposte della regione e in questo ufficio egli era rimasto, dividendo il palazzo col Primo Sacerdote. Il giovane di cui parliamo era figlio all'uomo testè descritto, e nel volto e negli atti, mostrava troppo spesso di ricordarsi dei rapporti corsi fra l'avo e i più illustri romani del suo tempo.

Il compagno di Messala era di corporatura più esile, e le sue vesti, di finissima e candida tela di lino, erano tagliate secondo la foggia allora prevalente in Gerusalemme. Un panno gli copriva la testa, stretto con un nastro giallo, e disposto in modo da partirsi sulla fronte, e cadere indietro sulla nuca.

Un osservatore, esperto nelle distinzioni delle razze, e studioso più dei tratti che degli abbigliamenti, avrebbe tosto notata la sua origine Ebrea. La fronte del Romano era alta e stretta, il naso acuto ed aquilino, le labbra erano fine e diritte, gli occhi freddi e prossimi alle sopracciglia. La fronte dell'Israelita invece era bassa ed ampia, il naso era lungo e con le narici tumide; il labbro superiore sporgente leggermente sopra l'inferiore, curvandosi agli angoli come l'arco di Cupido: fattezze che aggiunte, alla rotondità del mento, agli occhi grandi, al puro ovale delle guancie soffuse di rosso, davano al suo volto tutta la dolcezza, la forza e la venustà proprie alla sua razza.

La bellezza del Romano era castigata e severa, quella dell'Ebreo ricca e voluttuosa.

— «Non dicevi che il nuovo Procuratore doveva arrivare domani?» —

La domanda proveniva dal minore degli amici ed era formulata in greco, a quel tempo linguaggio dominante nella buona società della Giudea. Era passato dal palazzo all'accampamento e nella scuola, e di là, nessuno seppe bene, come e quando, nel Tempio medesimo, nei sacri corridoi e nei chiostri del Tempio.

— «Sì, domani» — rispose Messala.

— «Chi te lo ha detto?» —