Ben Hur: Una storia di Cristo

Part 5

Chapter 53,893 wordsPublic domain

L'uomo si fermò di nuovo guardando bruscamente Maria, che ora lo guardava e lo ascoltava.

Poi disse: — «Rabbi, non vorrebbe vostra moglie andar dalla mia?

La potete veder laggiù coi bambini, sotto all'olivo, allo svolto della strada.

Vi accerto — egli si voltò verso Giuseppe e parlò in tono sicuro — che il Khan è pieno. È inutile chiederlo alla porta.» —

La volontà di Giuseppe era malferma e la sua mente vagolava nel vuoto; egli esitò ma rispose:

«L'offerta è gentile. Che vi sia o no posto per noi nella casa verremo a trovar la vostra famiglia. Lasciatemi discorrere col portinaio. Torno subito.» —

E mettendo le redini nelle mani dello straniero si spinse fra la folla rumorosa. Il portinaio sedeva sopra un ceppo di cedro fuor della porta. Al muro, dietro di lui, stava appesa una freccia. Un cane gli era accovacciato vicino, sul ceppo.

— «La pace di Jeova sia con voi» — disse Giuseppe, finalmente, affrontando il portinaio.

— «Ciò che dite vi sia ricambiato e qualora lo sia si moltiplichi molte volte per voi e per i vostri figli — replicò il guardiano gravemente, però senza muoversi.

— «Io son di Betlemme — disse Giuseppe nel modo più calmo — non vi sarebbe posto per me?» —

— «Non ce n'è più.» —

— «Voi avrete udito parlare di me, Giuseppe di Nazareth. Questa è la casa dei miei padri. Io son discendente di Davide.» —

Queste parole davano speranza al Nazareno. Se gli fallivano, sforzi ulteriori sarebbero stati vani, anche quelli dell'offerta di molti sicli. L'essere un figlio di Giuda era una cosa grande nell'opinione della stessa tribù ma l'esser della casa di Davide era anche cosa maggiore; su lingua di Ebreo non vi poteva esser vanto più fiero. Mille anni e più erano trascorsi da che il pastore fanciullo era divenuto successore di Saul e aveva fondato una famiglia. — Guerre, calamità, altri re ed innumerevoli fatti, causa della mutevole fortuna, ritornarono i suoi dipendenti al medesimo livello degli Ebrei comuni; il pane ch'essi mangiarono venne dal lavoro penoso se non dal più umile; non di meno essi ebbero sempre il prestigio della gloriosa tradizione, prestigio mantenuto religiosamente, e vantarono la genealogia; non avrebbero potuto rimaner oscuri perchè dovunque si recavano pel regno d'Israele godevano di un riverente rispetto. Così avveniva a Gerusalemme e altrove; certo uno della sacra discendenza poteva con ragione fare assegnamento su ciò per entrare alla porta del Khan di Betlemme.

Dicendo come disse Giuseppe: — «Questa era la casa dei miei padri» — era dir la verità, semplice e pura, poichè quella era la stessa casa ove aveva signoreggiato Ruth come moglie di Booz; la stessa nella quale eran nati Jesse ed i suoi dieci figli, Davide il minore; la stessa casa in cui Samuele era venuto a cercare il re e lo aveva trovato; la stessa che Davide aveva dato al figlio di Barzillai; la stessa casa dove Geremia, con la preghiera, aveva salvato i fuggiaschi della sua razza che rinculavano innanzi ai Babilonesi.

Il tentativo non rimase senz'effetto. Il portinaio scese dal ceppo e appoggiandosi la mano sulla barba disse con rispetto:

— «Rabbi, io non vi posso dire quando si sia aperta questa porta per dar il benvenuto al viaggiatore, ma fu più di mill'anni fa, e in tutto questo tempo non vi è alcun uomo che l'abbia trovata chiusa, salvo quando non vi era posto per dargli da riposare.

Perciò una giusta ragione deve avere il guardiano che dica di no ad uno della discendenza di Davide. Se vorrete venire con me vi farò vedere che non v'è un posto per dormire libero in tutta la casa; nè nelle camere, nè nelle stalle, nè nella corte e neppure sul tetto. Posso chiedervi quando siete arrivato?» —

— «Proprio ora.» —

Il guardiano sorrise.

— «Lo straniero che abita con te sarà come uno nato insieme a te e tu l'amerai come te stesso. Non è questa la legge?» —

Giuseppe era silenzioso.

— «Se questa è la legge posso io dire ad uno arrivato da tempo: va per la tua via perchè v'è qui un altro a prendere il tuo posto?» —

Giuseppe si mantenne sempre calmo.

— E se così dicessi, a chi pretendesse il posto? guardate quanti stanno aspettando; alcuni attendono da mezzogiorno.» —

— «Chi è tutta questa gente? — domandò Giuseppe additando la folla. — E perchè è qui a quest'ora?» —

— «Verrà per quello che indubbiamente avrà condotto qui voi, Rabbi; pel decreto di Cesare — e il guardiano gettò uno sguardo interrogativo al Nazareno poi continuò: — tale motivo portò la maggior parte di coloro che alloggiano qui. E ieri arrivò la carovana diretta da Damasco all'Arabia e al Basso Egitto. Questi che voi vedete appartengono a quella carovana, uomini e cammelli.» —

Giuseppe persisteva.

— «La corte è grande» — disse.

— «Sì, ma è ingombra di merci e di balle di seta, di caffè, di aromi e di ogni qualità d'oggetti.» —

Allora, per un momento, il viso del richiedente perdette la sua passività; gli occhi immobili e alteri s'abbassarono. Con calore egli disse: «Non importa per me, ma io ho mia moglie con me e la notte è fredda, più fredda su quest'altura che non la notte di Nazareth. Mia moglie non può già rimanersene all'aria aperta. Che vi sia posto in città?» —

— «Questa gente — il guardiano fece un cenno colla mano additando la folla davanti alla porta — ha investigato la città in tutti i sensi e trovò ogni casa piena.» —

Giuseppe guardò ancora una volta a terra dicendo mezzo fra sè:

— «Ella è così giovane! se le facessi un letto sulla collina il gelo l'ucciderebbe!»

Poi parlò di nuovo al guardiano:

— «Può essere che abbiate conosciuti i di lei genitori, Joachim e Anna, una volta stabiliti a Betlemme, e, come me, discendenti da Davide.» —

— «Sì, li conobbi. Erano buona gente. Li conobbi quand'ero giovane.» —

Questa volta gli occhi del guardiano si chinarono a terra come per riflettere. Ad un tratto alzò il capo:

— «Se non posso trovarvi un posto non posso mandarvi via. Rabbi, farò tutto ciò che potrò per voi. Di quanti è composta la vostra carovana?» —

Giuseppe esitò un po' e poi rispose:

— «Mia moglie ed un amico con la sua famiglia proveniente da Beth-Dagon, una piccola città vicino a Joppa; in tutto siamo in sei.» —

— «Va bene, non rimarrete fuori; conducete qui gli altri, ma fate presto perchè quando il sole scende, dalla montagna vien subito la notte e la notte dev'esser vicina: il sole è quasi sceso.» —

— «Vi do la benedizione del forestiere, quella dell'ospite seguirà.» —

Così dicendo il Nazareno ritornò felice a Maria e all'uomo di Beth Dagon. Quest'ultimo condusse con sè la sua famiglia; le donne cavalcavano degli asini.

La moglie aveva l'aspetto di una matrona; le figlie eran imagine di ciò che essa doveva esser stata in gioventù.

Mentre si avvicinavano alla porta il guardiano li giudicò a prima vista per gente di condizione mediocre.

— «Questa è colei della quale vi parlai — disse il Nazareno — e questi sono i nostri amici.» —

Il velo di Maria, si rialzò.

— «Occhi celesti e capelli d'oro» — mormorò il guardiano tra sè non osservando che lei. «Così era il giovine Re allorchè andò a cantare davanti a Saulle.» —

Poi prese le redini di cuoio dalle mani di Giuseppe e disse a Maria:

— «Pace a voi, o figli di Davide, — poi rivolgendosi agli altri: — Pace a voi tutti! — poi a Giuseppe: — Rabbi, seguitemi.» —

La carovana fu condotta in un andito lastricato di pietra dal quale entrarono nella corte del Khan. Per un forestiero la scena sarebbe stata curiosa ma gli ospiti non osservavano che i porticati che si offrivano ai loro sguardi da tutti i lati affollati come la corte. Da un vicolo riservato a deposito di mercanzie, e poi da un passaggio simile a quello dell'ingresso, essi entrarono nel recinto vicino alla casa e passarono vicino ai cammelli, agli asini ed ai cavalli legati a gruppi e assonnati; in mezzo ad essi v'erano guardiani e uomini di paesi diversi; ed essi pure dormivano o sorvegliavano silenziosamente. Gli ospiti andavano adagio adagio giù pel declivio del cortile affollato, perchè gli asini, pigri, avevano dei ghiribizzi affatto originali. Finalmente voltarono per una via che conduceva al grigio promontorio calcareo dominante il Khan all'ovest.

— «Andiamo nella grotta» — disse Giuseppe laconicamente.

La guida indugiò finchè Maria gli giunse al fianco.

— «La grotta alla quale noi andiamo — egli le disse — deve essere stata un tempo appartenente al vostro antenato. Dal campo sotto di noi e dal pozzo giù nella valle egli soleva condurvi il suo greggie per sicurezza, e poi, quando fu Re, ritornò qui, nella vecchia casa, per riposo e per salute portandosi dietro molti animali. Le mangiatoie sono ancor tali e quali erano allora. È meglio un letto per terra dove dormì lui che uno nel cortile o fuori sulla via. Ah! ecco la casa dinanzi alla grotta!» —

Questo discorso non deve esser giudicato come giustificazione all'alloggio offerto. Non v'era bisogno di giustificazioni. Il sito era il migliore che ci fosse a loro disposizione. Gli ospiti eran gente semplice che si accostumava facilmente alle evenienze della vita. Eran Ebrei di Betlemme, abituati a quelle caverne, perchè le loro località abbondavano di grotte grandi e piccole, alcune delle quali servivano di abitazione fin dal tempo degli Emim e degli Horites. Non v'era alcuna offesa per loro nel fatto che la caverna dove erano stati messi era stata ed era una scuderia. Essi appartenevano ai discendenti di una razza di pastori, le greggie dei quali abitualmente dividevano coi padroni le abitazioni ed i viaggi.

Seguendo l'uso derivato da Abramo, i padiglioni dei Beduini ricevevano tuttora egualmente cavalli e persone. Giuseppe e gli altri obbedirono volentieri il guardiano, ed ammirarono la casa provando una gran curiosità. Tutto ciò che si associava alla storia di Davide li interessava.

L'edificio era basso e stretto, senza finestre, e di poco sporgente dalla roccia alla quale era unito per di dietro. Nella bianca facciata v'era una porta fissata su enormi cardini e imbrattata di creta ocracea.

Mentre si toglieva la stanga di legno dalla serratura, le donne si eran appoggiate ai loro cuscini. All'aprirsi della porta il guardiano gridò;

— «Entrate!» —

Gli ospiti entrarono e si guardarono attorno. Capirono subito che la casa non era che una fabbrica posta a dissimulare l'ingresso di una caverna probabilmente di quaranta piedi di lunghezza, nove o dieci di altezza e dodici o quindici di larghezza.

La luce raggiava attraverso alla porta sopra un pavimento ineguale, piovendo sopra a dei mucchi di grano, di foraggio, di terraglie e di masserizie che occupavano il centro della caverna.

Ai lati si trovavano delle mangiatoie abbastanza basse per le pecore, e fatte di pietra, murate con della calcina resistente. Non vi erano fiancate o stalli di alcun genere. Polvere e piccole paglie ingiallivano il pavimento e riempivano tutti i crepacci ed i vani ingombri di ragnatele che scendevano dal soffitto come pezzi di tela sucida. Il luogo era abbastanza pulito ed in apparenza comodo quanto può essere una qualunque delle stalle di un Khan vero e proprio. Difatti il primo progetto dei costruttori era stato di fare una caverna, non una stalla.

— «Entrate — disse la guida. — Questi mucchi di paglia che son per terra servono per far riposare dei viaggiatori quand'essi capitano qui come siete capitati voi. Prendete tutto ciò che avete bisogno.» —

Poi si rivolse a Maria.

— «Credete di poter riposare qui?» —

— «Il sito è santificato» — ella rispose.» —

— «Allora io vi lascio. Pace sia con voi tutti!» —

Quando se ne fu andato essi si affaccendarono per rendere la caverna abitabile.

CAPITOLO X.

Ad una certa ora, durante la sera, le grida e lo strepito della gente cessarono. Ogni Israelita, se non era già in piedi, si alzò assumendo un'aria solenne, e, guardando verso Gerusalemme, incrociò le mani sul petto pregando: era la nona ora sacra allorchè i sacrifici venivano offerti nel tempo sul Moriah e si supponeva che Dio fosse là. Quando le mani degli adoratori s'abbassarono la commozione seguì di bel nuovo e tutti si affrettarono a mangiare e a preparare il loro misero letto. Poco più tardi i lumi vennero spenti, e tutti tacquero addormentandosi.

Verso la mezzanotte qualcuno sul tetto gridò:

— «Che luce è quella del Cielo? Svegliatevi fratelli, svegliatevi e guardate!» —

La gente, mezzo addormentata, s'alzò e guardò; poi si svegliò del tutto, quasi sbalordita. E lo strepito si sparse per la corte a basso, e nelle stalle; in breve tutti gli abitanti della casa, della corte e del recinto, erano fuori fissando il cielo.

Un raggio di luce al di sopra delle più vicine stelle, declinava obliquamente verso la terra; e diffondeva intorno un rosso di uno splendore elettrico. L'apparizione parve riposarsi sulla vicina montagna a sud-est della città formando una pallida corona lungo la cima del colle. Il Khan fu toccato luminosamente di modo che quelli che erano sul tetto si videro reciprocamente i visi tutti pieni di meraviglia. Per parecchi minuti la luce rimase ferma, poi si affievolì e allora la meraviglia si cangiò in terrore e timore; i timidi tremarono; i più forti si parlarono a bassa voce.

— «Vedeste voi mai nulla di eguale?» — chiese uno.

— «Sembrava proprio che la luce fosse su quelle montagne. Non posso dire che cosa sia, nè vidi mai alcun che di simile» — fu la risposta.

— «Che possa essere una stella scoppiata e caduta?» — chiese un altro.

— «Quando una stella cade la sua luce si spegne.» —

— «Ho capito! — gridò uno. — I pastori han visto un leone e hanno acceso un fuoco per tenerlo lontano dal loro gregge.» —

Gli uomini che stavan dietro a chi aveva parlato così, diedero in un lungo sospiro di sollievo e dissero:

— «Si, dev'essere così. Le greggie pascolavano giù nella valle oggi». —

Un astante tornò a rannuvolare gli animi.

— «No, no; anche se tutte le legne che si trovan nella valle di Giuda fossero riunite in un enorme fascio e venisse loro appiccato il fuoco, la fiamma non darebbe una luce così intensa e così alta.» —

Dopo si fece un silenzio sul tetto della casa, interrotto solo una volta, mentre il mistero continuava a rimaner impenetrato.

— «Fratelli! — esclamò un Ebreo di aspetto venerando: ciò che noi vedemmo era la scala che nostro padre Giacobbe vide in sogno. Benedetto sia il Signore dei nostri Padri!» —

CAPITOLO XI.

Ad un miglio e mezzo, forse a due miglia al sud-est di Betlemme, v'è una pianura separata dalla città da una lieve salita. Essendo ben riparata dai venti del nord, la valle era ricoperta di siccomori, di quercie nane e di pini, mentre, nelle vallette e nei burroni attigui, v'erano boschi d'olivi e di gelsi; tutto ciò insomma che in tale stagione è prezioso per il sostentamento delle pecore, e delle capre. Dalla parte più lontana della città, vicinissimo ad un promontorio, v'era un altura detta _màràh_ o capanna per le pecore, vecchia di parecchi secoli. In qualche incursione, da lungo dimenticata, l'edificio era stato scoperto e quasi demolito. L'umile recinto rimase tuttavia intatto il che era la cosa più importante pei pastori che pascolavan i loro armenti più in là della casa stessa. Il muro di pietra, attorno al recinto era dell'altezza di un uomo, però non così alto da impedire talvolta ad una pantera o ad un leone, affamati dalla solitudine, di saltar dentro arditamente. Nella parte interna del muro, come sicurezza maggiore al pericolo continuo, era stata piantata una siepe, idea assai fortunata perchè ora una rondine non poteva penetrare nei cespugli più alti, muniti com'erano di enormi spine puntute al pari dei chiodi. Il giorno degli avvenimenti, che si compirono nei precedenti capitoli, un certo numero di pastori in cerca di strade nuove pel loro gregge, si dirigevano a questa pianura e sin dal mattino di buon'ora i boschetti avevan echeggiato di chiamate, di colpi di scure e di belati di pecore e di capre, dei tintinnii di campanelli, del mugghiar del bestiame e dell'abbaiar dei cani.

Quando il sole tramontò, essi si diressero verso il _màràh_ e verso il cader della notte avevan tutto in salvo nei campi; poi accesero il fuoco più vicino alla porta, fecero una modesta cena e si sedettero a chiacchierare lasciando uno di essi a far la guardia. Ve n'erano sei di codesti uomini, escludendo il guardiano, e, poco dopo, si riunirono in gruppo vicino al fuoco, alcuni sedendosi, altri giacendo bocconi. Siccome, abitualmente, essi andavano a capo scoperto, i loro capelli pendevano a fitte ciocche, ruvidi, bruciati dal sole, sui loro colli. La barba copriva loro le gole e scendeva fluente sul petto; mantelli dalla pelle di capretto e di agnello, con sopra il vello, li coprivano dalla nuca fino alle ginocchia lasciando le braccia scoperte; larghe cinture attillavano il vestito alla vita; i sandali eran della qualità più ordinaria; dalle loro spalle destre pendevano dei sacchetti contenenti viveri e pietre, scelte per servire alle fionde, delle quali eran armati; per terra, vicino a ciascuno, giaceva il proprio arco, come arma di difesa.

Tali erano i pastori della Giudea!

In apparenza ruvidi e selvaggi come i cani magri che sedevano vicino a loro, attorno al fuoco; venendoli però a conoscere erano schietti e di cuore tenero: conseguenza questa dovuta in parte alla vita primitiva che conducevano, ma principalmente al loro pensiero costante delle cose belle e gentili.

Essi si posero a parlare fra loro; ed i loro discorsi non s'aggiravan che sul loro greggie, tema alquanto arido pel mondo, pure un tema che rappresentava tutto il mondo per essi.

I grandi eventi che maturarono le nazioni e cambiarono i padroni del mondo, sarebbero state bagatelle per loro, se per caso essi fossero venuti a conoscerli. Di quello che stava facendo Erode in questa o quella città, costruendo palazzi e ginnasi e seguendo pratiche proibite, giungeva loro notizia di tanto in tanto. Come era uso di quei tempi, Roma non attendeva che le persone si informassero di lei: essa faceva sì che tutti sapessero della sua potenza. Sopra le colline lungo le quali egli conduceva il suo greggie, o nelle corti ov'egli lo ricoverava, non di rado il pastore era sorpreso dal suono di trombe e facendo capolino dalla capanna scorgeva una coorte, qualche volta una legione in marcia; e quando i brillanti pennacchi scomparivano e le truppe eran passate, egli pensava al significato delle aquile, agli elmi dorati dei soldati, e alla bellezza di una vita così diversa dalla sua.

Pure questi uomini, rozzi e semplici com'erano, avevano cognizioni e saggezza tutte proprie.

Al sabato solevano purificarsi, ed andare nelle Sinagoghe, a sedersi sulle panche più lontane dall'arca.

Quando il _hazan_ portava la Torah in giro, nessuno la baciava con maggior zelo; allorchè lo sheliach leggeva il testo, nessuno ascoltava l'interprete con fede più assoluta; e nessuno riteneva più di lui del discorso del predicatore, o se ne dava pensiero dopo. In un verso del Shema essi trovarono tutte le dottrine e tutta la legge della loro modesta vita; seppero che il loro Signore era un Dio, e che dovevano amarlo con tutta l'anima. Ed essi l'amavano, e tale era la loro saggezza, che sorpassava quelle dei Re.

Mentre chiaccheravano e avanti che la prima veglia fosse finita, uno dopo l'altro, i pastori si addormentarono, ciascuno sdraiato nel posto ove era seduto. La notte, come la maggior parte delle notti d'inverno nei paesi montuosi, era chiara, frizzante, e splendente di stelle. Non v'era vento. L'atmosfera non era mai stata così pura, e la calma regnava silenziosa; era un sacro raccoglimento, pareva che il cielo si chinasse per sussurrare qualche cosa di buono alla terra che ascoltava.

Presso la porta, rannicchiato nel suo mantello, il guardiano passeggiava; a volte si fermava, attratto da un rumore fra il gregge addormentato, o dallo strido di uno sciacallo vagante lontano sui monti. La mezzanotte non giungeva mai; ma finalmente suonò. Il suo compito era terminato; ora incominciava l'ora del sonno col quale il lavoro benedice i suoi figli affaticati! Egli si mosse verso il fuoco, ma si fermò; attorno a lui splendeva una luce delicata e bianca come quella della luna. Aspettò ansioso. La luce si ingrandì; le cose dapprima invisibili, apparvero; egli vide tutto il campo, e tutto ciò che esso conteneva di messi. Un brivido più acuto di quello dell'aria frizzante — un brivido di timore — lo pervase. Egli guardò in alto; le stelle non c'erano più; la luce si affievoliva languidamente; mentre egli guardava, assunse un color argenteo vivo: allora, terrorizzato, gridò, — «Svegliatevi, svegliatevi!» —

I cani si alzarono ed abbaiando si misero a correre. Il gregge si riunì sbalordito.

Gli uomini balzarono in piedi, con le armi in mano.

— «Cos'è accaduto?» — domandarono ad una voce.

— «Guardate!» — gridò il guardiano, — «il cielo arde!» —

Tutto ad un tratto la luce divenne di uno splendore abbagliante, e essi si coprirono gli occhi, e s'inginocchiarono; poi, mentre le loro anime erano accasciate dal timore, coprendosi il volto, caddero accecati e tramortiti, e sarebbero certamente morti dallo spavento, se una voce non avesse esclamato:

— «Non temete!» —

Essi ascoltarono.

— «Non temete. Porto delle buone nuove che procureranno a tutti una gioia immensa.» —

La voce, d'una dolcezza e d'una serenità più che umana, bassa, e chiara, penetrò in tutto il loro essere, e li rassicurò. Si alzarono sulle ginocchia, e, guardando rispettosamente, videro, nel centro di un globo luminoso, l'apparizione di un uomo, coperto di una veste tutta bianca; sopra le spalle aveva le ali lucenti e spiegate; sulla fronte gli splendeva una stella, di uno splendore incessante, lucente come Espero le sue mani erano rivolte a loro in atto di benedizione; il suo viso era sereno e divinamente bello.

Essi avevano sovente udito parlare, ed avevano loro stessi, nella loro ignoranza, parlato di angeli; ed ora non dubitarono, ma si dissero internamente che la gloria di Dio era a loro vicina, e che questi era colui, che, in antico, era comparso innanzi al profeta, sulle rive dell'Ulai.

Subito l'angelo continuò:

— «Per voi è nato, in questo giorno, nella città di Davide, un Salvatore, ch'è Cristo, il nostro Dio!» —

Ancora vi fu una pausa, mentre le parole si infiggevano nelle loro menti.

— «E questo sia per voi un indizio», — disse poi il messo celeste. — «Voi troverete il bambino, avvolto in fascie, coricato in una greppia.» —

L'angelo non parlò più; le buone nuove erano state date; però rimase lì, per un po'. Ad un tratto la luce, della quale egli era il centro, divenne rosea ed incominciò ad oscillare; poi, più in alto, a una distanza visibile, gli uomini videro uno sfolgorìo di ali bianche, ed un andirivieni di forme radiose, e udirono voci come di una riunione di persone, che cantassero all'unisono.

— «Gloria a Dio nel cielo, e sulla terra pace e benevolenza verso gli uomini.» —

Non una volta ma molte volte ciò fu ripetuto, poi l'araldo, alzò gli occhi; le sue ali si aprirono maestosamente, mostrando la parte superiore bianca come la neve e l'inferiore variopinta come madreperla. Quando furon aperte del tutto egli si librò lentamente, e, senza sforzo, si allontanò cinto dalla luce come da un nembo sfolgorante. Per lungo tempo ancora, dopo ch'egli se n'era andato, dal cielo si udì il ritornello, diventato fioco per la distanza: — «Gloria a Dio in cielo, e in terra pace, e benevolenza verso gli uomini.» —

Allorchè i pastori ritornarono completamente in sè, si fissarono l'un l'altro stupiti, finchè uno di essi disse: — «Era Gabriele, il messo che Dio invia agli uomini.» —

Nessuno rispose.

— «Cristo il Signore, è nato; non disse egli così?» — insistè quegli.

Allora un altro: — «Questo è infatti ciò ch'egli disse.» —

— «E non disse anche che egli nacque nella città di Davide, ch'è la nostra Betlemme, laggiù? E che troveremmo un bambino in fascie?» —

— «E coricato in una greppia.» —