Part 46
I soldati avevano portato con se un recipiente di vino e di acqua, e lo avevano collocato a poca distanza dalla croce. Con una spugna immersa nel liquido, e attaccata all'estremità di un bastone, essi potevano inumidire la lingua dei torturati. Ben Hur pensò al sorso d'acqua ch'egli aveva ricevuto alla fontana di Nazareth; un'impulso lo assalì; afferrando la spugna, la tuffò nel recipiente, e corse verso la croce.
— «Lascialo stare» — gridò il popolo con collera — «lascialo stare!» —
Senza badare alle grida, egli continuò, e bagnò le labbra al Nazareno.
Troppo tardi, troppo tardi!
Tuttavia il volto, chiaramente visibile a Ben Hur, bruttato com'era dal sangue e dalla polvere, si illuminò di un subito sorriso; gli occhi si spalancarono, e si fissarono su un punto che essi soltanto vedevano lontano nel cielo; e un grido di gioia, di trionfo quasi, sfuggì dalle labbra della vittima.
— «È finito! È finito!» —
Così un eroe, morendo, celebra con un ultimo urrà l'estrema impresa.
La luce degli occhi si spense; lentamente la testa incoronata cadde sul petto ansante. Ben Hur credette che tutto fosse finito; ma la grande anima si raccolse in un ultimo sforzo; sicchè egli, e quelli che gli stavano vicino poterono udire le parole estreme, pronunciate a bassa voce, come ad uno che stesse ad ascoltarle lì presso:
— «Padre, nelle tue mani raccomando il mio spirito.» —
Un fremito scosse le membra martirizzate; vi fu un grido di terribile angoscia, e la sua missione, e la sua vita erano terminate. Il suo gran cuore, così traboccante d'affetto, s'era spezzato. Perchè di questo o lettore, quell'uomo morì!
Ben Hur ritornò presso gli amici e disse semplicemente: — «È finito. Egli è morto.» —
In un attimo la moltitudine seppe la nuova; ma nessuno la ripetè ad alta voce; non si sentì che un lungo sommesso mormorio che si propagò in ogni direzione: — «Egli è morto! Egli è morto!» — La volontà del popolo era fatta; il Nazareno era morto; ma ogni viso guardava il suo vicino con terrore. Il sangue di lui ricadrebbe sul loro capo! E mentre essi si fissavano l'un l'altro, il suolo cominciò a tremare, e un urlo di spavento uscì da ogni bocca. Tosto l'oscurità si dissipò, e alla chiara luce del sole ricomparso, ognuno col medesimo sguardo vide le croci vacillare sotto la scossa del terremoto. Quella di mezzo sembrava inalzarsi gigante sopra le altre, come volesse sollevare il suo peso verso il cielo. E tutti coloro che avevano vilipeso il Nazareno, tutti quelli che lo avevano battuto, tutti quelli che lo avevano condannato alla croce, tutti quelli che nel profondo del cuore lo volevano morto, si sentivano personalmente additati all'ira Divina, e minacciati dal cielo.
Allora cominciò una pazza fuga di uomini, a piedi, a cavallo, su cammelli e su cocchi; e, come se la natura fosse adirata contro di essi, e volesse essa medesima assumere la difesa e la vendetta della vittima innocente, l'onda del terremoto li inseguì, facendo traballare la terra sotto i loro piedi, gettandoli l'uno contro l'altro, urlanti per folle terrore. Il suo sangue ricadeva sul loro capo! Cittadini e forestieri, sacerdoti e laici, mendicanti, Sadducei, Farisei si urtavano, si percotevano nella loro corsa disperata. Se essi imploravano il nome di Dio, la terra, rispondeva all'oltraggio con nuovi scoppi di furore, colpendo tutti senza distinzione. Il gran Sacerdote fu gettato a terra come gli altri, le sue splendide vesti imbrattate, la sua bocca riempita di polvere. Egli e il suo popolo erano uguali in una cosa almeno: Il sangue del Nazareno era sul capo di entrambi.
Quando il sole riapparve sulla scena della crocefissione, la madre del Nazareno, il discepolo e le donne di Galilea, il centurione coi suoi soldati, e Ben Hur e la sua compagnia, erano i soli rimasti sulla collina. Essi non avevano badato alla fuga generale, troppo occupati nel provvedere alla propria salvezza.
— «Siediti qui» — disse Ben Hur ad Ester, obbligandola a sedere ai piedi del padre. — «Ora copriti gli occhi, e non guardare; ma poni tutta la tua fiducia in Dio — e nell'anima dell'uomo, così ingiustamente assassinato.» —
— «No,» — disse Simonide con riverenza. — «D'ora innanzi parliamo di lui come del Cristo.» —
— «Sia» — disse Ben Hur.
In questa un onda di terremoto urtò la collina. Le urla dei ladri sulle croci barcollanti erano terribili. Quantunque stordito dai movimenti del suolo, Ben Hur trovò tempo di dare uno sguardo a Balthasar, e lo vide disteso a terra e immobile. Egli si piegò su di lui, lo chiamò — non rispose. Il buon uomo era morto! Allora Ben Hur si ricordò di aver udito un grido, quasi in risposta all'estremo appello del Nazareno; egli non s'era voltato per veder d'onde procedesse; ma, fino all'ultimo giorno di sua vita serbò la convinzione che lo spirito dell'Egiziano avesse accompagnato il suo Maestro alla soglia del Regno Promesso. Quest'idea non riposava soltanto sul grido che aveva udito. Se la fede fu meritata ricompensa nella persona di Gaspare, e l'amore in quella di Melchiorre, era giusto che colui che nella sua vita così nobilmente aveva compenetrato ed illustrato le tre virtù riunite — Fede, Amore e Buone opere, fosse stato prescelto per un premio maggiore.
I servitori di Balthasar avevano abbandonato il loro padrone; e, quando tutto fu finito, i due Galilei riportarono alla città il vecchio nella sua lettiga, come in una bara.
Era una triste processione quella che entrò nella porta meridionale del palazzo dei Hur, al tramonto di quella memorabile giornata. Circa alla stessa ora il corpo di Cristo fu levato dalla croce.
Le spoglie di Balthasar furono deposte nella stanza degli ospiti.
Tutti i servitori lo attorniarono piangendo, perchè tutti lo avevano amato in vita; ma quando videro il suo viso composto ad un sorriso di ineffabile beatitudine, asciugarono le lacrime e dissero: — «Sta bene — Egli è più felice stasera, che non lo fosse quando uscì stamattina.» —
Ben Hur non volle confidare ad un domestico il compito di partecipare ad Iras la morte del padre. Andò egli stesso per condurla presso il cadavere. Egli s'immaginava il dolore della giovane, lasciata ormai sola nel mondo; era questo un momento di oblìo e di perdono.
Si ricordò che non aveva chiesto perchè essa non aveva fatto parte della comitiva quel mattino, e dove fosse; si ricordò che non aveva nemmeno pensato a lei, e riflettendo con rimorso a questa dimenticanza, era disposto a far pace, anche in vista del grande dolore che veniva ad arrecarle.
Egli scosse le tende della sua porta; e quantunque udisse il tintinnire dei campanelli, nell'interno, non ebbe nessuna risposta; la chiamò per nome, ad alta voce — nessuno rispose. Sospinse la portiera, ed entrò nella stanza. Essa non c'era. Salì rapidamente sul terrazzo, ma non la trovò. Interrogati i domestici, seppe che non era stata veduta in tutta la giornata.
Dopo avere invano frugato in ogni angolo della casa, Ben Hur ritornò nella stanza degli ospiti e prese il posto che sarebbe spettato alla figlia, vicino al corpo del genitore. Il suo cuore era pieno della bontà di Cristo, che sulla soglia del paradiso aveva voluto chiamare a sè l'anima del suo vecchio e fedele servitore.
Quando il lutto del funerale era già quasi dissipato, al nono giorno della guarigione, come prescriveva la legge, Ben Hur ricondusse a casa la madre e Tirzah; e da quel giorno, i due maggiori nomi che la lingua umana sappia pronunciare, furono sempre riverentemente accoppiati,
— «DIO PADRE E CRISTO FIGLIO» —
. . . . . . .
Cinque anni erano trascorsi dal giorno della crocefissione, ed Ester, la moglie di Ben Hur, sedeva nella sua stanza nella bellissima villa di Miseno. Era un caldo pomeriggio di primavera e il sole d'Italia splendeva fervido sopra i mirti e le rose del giardino. Tutto quanto l'appartamento era Romano, solo l'abbigliamento di Ester era di foggia Ebraica. Tirzah e due fanciulli, che giocavano sopra una pelle di leone sul pavimento, le tenevano compagnia, e non si aveva che ad osservare con quale cura essa vegliava sopra i piccini, per conoscere che quelli erano suoi figli.
Il tempo era stato generoso con essa, e gli anni non avevano diminuita la sua bellezza. Nel diventare padrona della villa, aveva attuato uno dei suoi sogni più cari.
Ad interrompere questa semplice scena domestica, un servitore apparve sull'uscio e disse:
— «Una donna nell'atrio desidera di parlare con la padrona.» —
— «Lasciala entrare. La riceverò qui.» —
Dopo pochi istanti comparve la straniera. Nel vederla, l'Ebrea si alzò e stava per parlare; poi esitò, cambiò colore, e finalmente disse, tirandosi indietro: — «Mi pare di riconoscervi, buona donna — siete....» —
— «Iras, la figlia di Balthasar.» —
Ester celò la sua sorpresa, ed ordinò al domestico di portare una sedia.
— «No,» — disse Iras, freddamente — «parto subito.» —
Le due donne si guardarono in viso. Sappiamo ciò che fosse Ester — una bellissima donna, una madre felice, una sposa contenta. D'altra parte era chiaro che la sorte non aveva trattato con egual favore la sua antica rivale. La figura alta e slanciata riteneva ancora parte della sua grazia; ma una vita cattiva aveva impresso le sue traccie su tutta la persona. Il viso s'era fatto volgare; i grandi occhi erano rossi, e gonfie le palpebre; le guancie erano pallide ed infossate, le labbra dure e ciniche, e la generale trascuratezza la invecchiarono anzi tempo. La veste era laida e bruttata dal fango della via. Iras ruppe per prima il silenzio penoso.
— «Sono questi i tuoi bimbi?» —
Ester li guardò e sorrise.
— «Si. Vuoi parlare con essi?» —
— «Li spaventerei» — rispose Iras. Poi si avvicinò ad Ester, e vedendola indietreggiare lievemente, disse, — «Non aver paura. Io reco un messaggio per tuo marito. Digli che il suo nemico è morto, e che, per la miseria che mi ha fatto soffrire, io l'uccisi.» —
— «Il suo nemico?» —
— «Messala. Digli inoltre, che per il male che io gli ho voluto sono stata punita così amaramente, che anch'egli ne avrebbe compassione.» —
Le lacrime spuntarono negli occhi di Ester, ed essa voleva parlare.
— «No» — disse Iras. — «Io non voglio nè pietà nè lacrime. Digli in ultimo che ho fatto la scoperta che l'essere Romano equivale ad essere bruto. Addio.» — Essa fece per andarsene. Ester la trattenne:
— «Fermati, e parla con mio marito. Egli non nutre rancore contro di te. Egli sarà tuo amico. — Noi siamo Cristiani.» —
L'altra rimase ferma.
— «No; io sono ciò che ho voluto essere. Fra breve tutto sarà terminato.» —
— «Ma...» — disse Ester, esitando — «Non possiamo... Non c'è nulla che desidereresti... nulla che...» —
Il volto dell'Egiziana tradì la sua commozione, e l'ombra di un sorriso le sfiorò le labbra. Essa guardò i fanciulli sul pavimento.
— «Vi è qualche cosa» — disse.
Ester seguì la direzione del suo sguardo, e con rapido intuito, comprese, e disse:
— «Puoi farlo.» —
Iras si avvicinò ad essi, e inginocchiandosi sulla pelle di leone, li baciò entrambi. Alzandosi lentamente, li guardò ancora; poi andò verso la porta ed uscì, e senza una parola d'addio, camminando rapidamente, prima che Ester si decidesse a seguirla, era sparita.
Ben Hur, quando intese della visita, ebbe la prova di ciò che aveva sospettato da lungo tempo, che cioè il giorno della crocefissione, Iras aveva abbandonato suo padre per gettarsi nelle braccia di Messala. Ciò non ostante, egli uscì subito coi suoi servi e frugò la contrada, in cerca di lei, ma invano. La baia azzurra che ride così innocente sotto i baci del sole, cela oscuri segreti. Se potesse parlare, ci saprebbe narrare la fine dell'Egiziana.
. . . . . . .
Simonide visse fino a tarda età. Nel decimo anno del regno di Nerone, egli abbandonò la direzione della sua colossale azienda di Antiochia. Fino all'ultimo il suo commercio fu prosperoso.
Una sera di quell'anno, egli sedeva nella sua poltrona sul terrazzo del magazzeno. Ben Hur ed Ester coi loro tre bambini erano con lui. L'ultima delle sue navi galleggiava nella rada del fiume; tutte le altre erano state vendute. Dall'epoca della crocefissione, un solo grande dolore aveva turbato la calma serenità della loro vita, — il giorno che morì la madre di Ben Hur; ed anche allora il lutto sarebbe stato maggiore, senza il conforto della loro fede Cristiana.
La nave menzionata era arrivata il giorno precedente da Roma, recando la notizia delle persecuzioni dei Cristiani cominciate da Nerone nella capitale, e il crocchio sopra il terrazzo stava discutendo la nuova, quando Malluch, che si trovava ancora al loro servizio, si avvicinò, presentando un plico a Ben Hur.
— «Chi lo porta?» — chiese Ben Hur, dopo aver letto.
— «Un Arabo.» —
— «Dov'è?» —
— «È partito subito.» —
— «Ascolta!» — disse Ben Hur a Simonide.
E lesse la seguente lettera.
— «Io, Ilderim, figlio di Ilderim il Generoso, e sceicco della tribù di Ilderim, a Giuda, figlio di Hur.
Sappi, o amico di mio padre, quanto mio padre ti amava. Leggi lo scritto che io t'accludo, e saprai. La sua volontà è la mia; quindi ciò ch'egli ti diede, è tuo.
Tutto quanto i Parti gli tolsero nella grande battaglia in cui lo uccisero, io ho ripreso — questo scritto fra le altre cose, e la vendetta, e tutta la discendenza di quella Mira, che ai suoi tempi fu madre di altrettante stelle.
Pace sia con te e coi tuoi.
La voce del deserto è la voce di
ILDERIM, Sceicco.» —
Ben Hur svolse un rotolo di papiro ingiallito come un'avvizzita foglia di gelso, e lo spiegò con la massima cura. Poi lesse:
— «Ilderim, chiamato il Generoso, sceicco della tribù di Ilderim, al mio figlio e successore.
Tutto ciò ch'io posseggo, o mio figlio, sarà tuo, al giorno della mia morte, eccettuata la proprietà presso Antiochia, conosciuta sotto il nome di Orto delle Palme. Questa io lascio al figlio di Hur che tanta gloria ci procurò nel Circo — a lui ed ai suoi in eterno.
Non disonorare tuo padre.
ILDERIM il GENEROSO, Sceicco.» —
— «Che ne dici?» — chiese Ben Hur a Simonide.
Ester prese con gioia le carte, e le rilesse a bassa voce. Simonide rimase silenzioso. I suoi occhi erano fissi sulla nave, ed egli stava pensando. Finalmente parlò. — «Figlio di Hur» — egli disse con gravità. — «Il signore è stato molto buono con te in questi ultimi anni, e tu gli devi profonda riconoscenza. Non è giunto il tempo finalmente di decidere a quale scopo dobbiamo volgere la grande fortuna che la sua bontà ha voluto accumulare nelle tue mani?» —
— «Io l'ho deciso da molto tempo. La fortuna fu concessa perchè servisse a chi la diede; non una parte di essa, Simonide, ma tutta. Il problema sta soltanto in questi termini: Qual'è il miglior modo di metterla a profitto della nostra causa? Consigliami, ti prego.» —
Simonide rispose:
— «Io posso attestare alle ingenti somme che tu hai largito alla Chiesa qui in Antiochia. Ora, quasi contemporaneamente al dono del generoso sceicco, arriva la notizia delle persecuzioni dei nostri fratelli in Roma. Un nuovo orizzonte ci si schiude dinanzi. La luce non deve spegnersi nella capitale.» —
— «Dimmi che cosa devo fare per ravvivarla.» —
— «Te lo dirò. I Romani, anche questo Nerone, tengono due cose per sacre — le sole che io sappia. — Esse sono le ceneri dei morti, ed i sepolcri. — Se non puoi costruire templi pel Signore sopra il suolo, fabbricali sotto terra, e per salvarli dalla profanazione, sepellisci in essi i cadaveri di tutti coloro che muoiono nella vera fede.» —
Ben Hur balzò in piedi, ed esclamò commosso:
— «È un'idea grandiosa! Non porrò tempo in mezzo per attuarla. La necessità è urgente. La nave che recò la notizia dei patimenti dei nostri confratelli, mi porterà a Roma. Io partirò domani.» —
Si rivolse a Malluch.
— «Attendi all'allestimento della galera, e fa ch'essa sia pronta per domattina. Tu m'accompagnerai.» —
— «Sta bene» — disse Simonide.
— «E tu, Ester, che ne dici?» — chiese Ben Hur.
Ester gli si strinse al fianco, e pose una mano sulla sua spalla.
— «Questo è il miglior modo per servir Cristo. O mio marito, io non ti voglio essere di ostacolo, ma lasciami partire con te, onde ti aiuti.» —
. . . . . . .
Se qualcheduno dei miei lettori, di passaggio a Roma, visiterà le Catacombe di San Calisto, che sono più antiche di quelle di San Sebastiano, egli vedrà ciò che avvenne della fortuna di Ben Hur, e lo ringrazierà. Da quella vasta tomba uscì il Cristianesimo a soppiantare i Cesari.
FINE DELL'OTTAVO ED ULTIMO LIBRO.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.