Part 45
Ben Hur non udì l'appello. L'aspetto di quella parte di processione che allora passava, la sua brutalità, la sua sete di sangue, gli ricordavano il Nazareno — la sua mitezza, i molti atti di carità ch'egli aveva veduto compiere da lui per gli infelici e per i sofferenti. Di pensiero in pensiero, egli si ricordò il proprio debito di riconoscenza verso quell'uomo; la volta ch'egli medesimo, giovinetto, scortato da soldati Romani, era condotto ad un supplizio ch'egli supponeva non meno certo e terribile di questo della croce; il sorso d'acqua alla fonte di Nazareth, e la divina espressione del volto di colui che gliela offrì; più tardi, il miracolo della domenica delle Palme. Di fronte a questi ricordi, la propria impotenza di rendere aiuto al suo benefattore lo punse amaramente, ed egli si fece mille accuse. Egli non aveva fatto tutto quanto gli era stato possibile; avrebbe potuto vigilare i suoi Galilei, mantenerli fedeli e pronti; e questo — ah! questo era il momento di colpire! Una carica bene eseguita in questo momento, non avrebbe soltanto disperso la plebaglia e liberato il Nazareno: sarebbe stata la fanfara che chiamava a raccolta Israele, e avrebbe precipitato quella sognata guerra d'indipendenza, da troppo tempo differita. L'occasione stava svanendo; i minuti volavano, e una volta perduta.... — Dio d'Abramo! Non c'era nulla da fare — nulla?
In quella il suo occhio scorse un gruppo dei suoi Galilei. Egli si gettò attraverso la folla, e li raggiunse.
— «Seguitemi,» — egli disse — «ho bisogno di parlarvi.» —
Gli uomini obbedirono, e quando furono sotto l'asilo della casa, egli disse.
— «Voi siete di quelli che presero le mie spade, e giuraste con me di combattere per la libertà e per il Re che doveva venire. Ora avete le spade, e il tempo di usarle è giunto. Andate, cercate dappertutto, chiamate a raccolta i vostri fratelli, e dite loro di trovarsi all'albero della croce, che stanno apprestando pel Nazareno. Presto, andate! Il Nazareno è il Re, e la libertà muore con lui.» —
Essi lo guardarono rispettosamente, ma non si mossero.
— «Avete inteso?» — egli gridò.
Uno di essi rispose:
— «Figlio di Giuda» — sotto questo nome essi lo conoscevano — «Figlio di Giuda, tu sei stato ingannato, con noi e i nostri fratelli, che abbiamo le tue spade. Il Nazareno non è il Re, e non ha l'animo di un Re. Noi eravamo con lui il giorno che entrò in Gerusalemme; lo vedemmo nel Tempio, ed egli ha mancato a sè, a noi, ad Israele; alla Porta Magnifica egli voltò le spalle a Dio, e rifiutò il trono di Davide. Egli non è Re, e la Galilea non è con lui. Ch'egli muoia. Ma odimi, figlio di Giuda. Noi abbiamo le tue spade, e siamo pronti a sfoderarle per la causa della libertà! Noi ti aspetteremo sotto l'albero della croce.» —
Ben Hur sentiva che questo era il momento supremo della sua vita. Se egli avesse accettato quest'offerta, e detto una parola, la storia della Giudea e forse quella del mondo sarebbero state diverse; ma sarebbe stata storia fatta dagli uomini, e non ordinata da Dio, una cosa che non poteva essere, nè sarà mai. Un insolito turbamento lo assalì, di cui egli non seppe allora spiegare la ragione, ma che più tardi attribuì al Nazareno; perchè, quando il Nazareno era risorto, egli comprese come la sua morte fosse stata necessaria per la fede della risurrezione, senza la quale la religione Cristiana sarebbe ancor oggi una vuota parola. Questo turbamento lo privò della facoltà di raccogliere i suoi pensieri, di prendere una decisione; — egli si sentì inetto e debole, quasi senza parola. Coprendosi il volto con le mani, egli tremò, mentre l'animo suo era dilaniato, combattuto fra il desiderio di accettare la proposta del Galileo, e la forza occulta che ne lo distoglieva.
— «Vieni; noi ti aspettiamo» — disse Simonide per la quarta volta.
Meccanicamente egli si mosse e seguì la portantina e la lettiga. Ester camminava presso di lui. Come Balthasar e i suoi amici, il giorno in cui i tre saggi movevano all'appuntamento nel deserto, una mano ignota lo guidava.
CAPITOLO X.
Quando la comitiva — Balthasar, Simonide, Ben Hur, Ester e i due fedeli Galilei — giunse sul luogo della crocifissione, Ben Hur ne era alla testa e la guidava. Come aveva potuto farsi strada attraverso la densa calca del popolo agitato, egli non seppe mai; e neppure seppe quale strada avesse seguito. Camminava in uno stato di completa incoscienza, senza vedere, senza udire, senza un pensiero per ciò che avveniva intorno a lui, senza la minima traccia di un proposito nella sua mente.
Un fanciullo non avrebbe potuto fare di meno per impedire il terribile delitto a cui egli doveva assistere. Le intenzioni di Dio ci sono sempre oscure e spesso incomprensibili, e tali sono i mezzi con cui sono messi in attuazione.
Ben Hur si arrestò; coloro che lo seguivano fecero lo stesso. Come si alza il sipario davanti agli spettatori, così la malìa di quel dormiveglia lo abbandonò, ed egli riebbe la chiara percezione delle cose.
Sulla sommità della collina, arrotondata come un teschio, era uno spazio aperto, arido, polveroso, senza traccia di vegetazione. Limitava questa radura una fitta siepe umana, urtata di dietro da una folla tumultuante e curiosa. Una schiera di soldati Romani, disposti in quadrato, teneva a distanza questo muro esterno. Un centurione vegliava sui soldati.
Contro a questo muro rigido Ben Hur era stato sospinto, ed ora sostava, col viso rivolto ad occidente. Quella collina era il Golgota degli antichi Caldei, Calvario in latino e in italiano.
Il suo pendìo, con tutti gli avallamenti e tutte le sporgenze del suolo presentavano uno strano spettacolo. Dovunque Ben Hur girava gli occhi, non un palmo di terra, non una roccia, non un filo d'erba, ma solo un mare sterminato di visi umani. Erano i volti di tre milioni d'uomini, e tre milioni di cuori battevano nei loro petti. Ogni occhio era rivolto con appassionato interessamento verso la scena che si svolgeva sulla collina. Indifferenti, quanto ai ladri, tutti erano intenti alla figura del Nazareno, oggetto di odio, di paura e di curiosità. — Egli che tutti li abbracciava col suo affetto e che stava per morire per essi. —
Lo spettacolo di una grande assemblea di persone ha lo stesso fascino straordinario che esercita su di noi il mare agitato; ma Ben Hur degnò la folla di un solo sguardo passeggiero, tutta la sua attenzione essendo attratta a ciò che avveniva nello spazio vuoto prima descritto.
Sulla collina, più alto del muro vivente che lo circondava, attorniato da un gruppo di dignitari, stava il primo sacerdote, distinto dagli altri per la sua mitra, le sue ricche vestimenta e il portamento orgoglioso. Più alto ancora, si scorgeva il Nazareno, curvo e sofferente, ma silenzioso. Una guardia beffarda aggiungendo l'ironia alla corona di spine, gli aveva messo in mano una verga, a guisa di scettro. Il clamore di quelle miriadi di persone giungeva a lui come fiotti di mare che si abbattono ad uno scoglio. Risa, urla, maledizioni, piovevano da ogni parte, e tutti gli occhi erano rivolti a lui.
Fosse la pietà che lo commoveva, o un altro sentimento, Ben Hur si avvide che un mutamento avveniva nel suo interno. Più chiara e più nitida di mano in mano che vi pensava, cominciava ad albeggiare nella sua mente la percezione di qualche cosa di più grande e migliore di questa vita, di qualche cosa di tanto elevato, che poteva dare ad un corpo debole la forza di sopportare le maggiori agonie sì morali che fisiche, e tali da rendere fine la morte accetta — forse un'altra vita più pura di questa, forse quella vita spirituale a cui Balthasar credeva. Questo concetto si faceva strada in lui, insieme all'altro suo corollario, che, dopo tutto, la missione del Nazareno era quella di una guida attraverso il confine che separava i suoi fedeli dal regno celeste. Allora, come un ricordo che sorga indistinto da dimenticate profondità, gli parve di udire nell'aria il detto del Nazareno.
— «IO SONO LA RESURREZIONE E LA VITA.» —
Queste parole continuavano a ripetersi nelle sue orecchie, prendevano forma e consistenza, ed assumevano un nuovo significato. E come gli uomini ripetono una domanda per meglio afferrare e fissarne la portata, egli chiese, guardando la figura sulla collina, curva sotto il peso della croce: — «Chi è la Resurrezione? Chi è la Vita?» —
— «IO LO SONO,» —
sembrava rispondergli la figura — e subito una ineffabile pace gli si diffuse nel cuore, una pace ch'egli non aveva mai provato — la pace che segna il termine e lo svanire di ogni dubbio e di ogni mistero, e il principio di una fede nuova, di una più limpida conoscenza.
Da questo stato di estasi Ben Hur fu destato dal rumore di colpi di martello. Sul vertice del colle egli osservò ciò che prima gli era sfuggito: — alcuni soldati ed operai che preparavano le croci. I buchi per affondare gli alberi erano pronti, ed ora stavano inchiodando le travi orizzontali.
— «Ordina a quegli uomini di spicciarsi» — disse il Primo Sacerdote al centurione. — «Questi» — indicando al Nazareno — «deve esser morto e seppellito prima del tramonto, affinchè la terra non sia profanata. Così dice la legge.» —
Preso da un senso di compassione, un soldato si avvicinò al Nazareno e gli offrì da bere, ma egli rifiutò la coppa. Quindi un altro andò a lui e gli tolse dal collo l'asse con l'iscrizione, e la inchiodò all'albero della croce. I preparativi erano completi.
— «Le croci sono pronte» — disse il centurione al pontefice, che con un gesto della mano rispose:
— «Venga prima il bestemmiatore. Il figlio di Dio dovrebbe esser capace di salvarsi. Vedremo.» —
Il popolo, al quale i preparativi erano chiaramente visibili, e che fin qui aveva assalito il colle con un clamore continuo di urli e di fischi, tacque.
La parte più terribile del supplizio stava per cominciare — gli uomini dovevano venire inchiodati sulle croci. Quando i soldati afferrarono il Nazareno a questo scopo, un fremito corse nella folla, e i più abbrutiti provarono un senso di terrore. Alcuni dissero poi che l'aria era diventata più gelida e li aveva fatti tremare.
— «Come tutto è tranquillo!» — disse Ester, cingendo il collo del padre con le sue braccia.
Ricordando la tortura che egli stesso aveva sofferto, il vecchio si strinse al petto la figliuola, dicendo con voce tremante:
— «Non guardare, Ester, non guardare! Forse tutti noi, spettatori di questa scena, gli innocenti come i rei, saremo maledetti da quest'ora.» —
Balthasar cadde in ginocchio.
— «Figlio di Hur» — disse Simonide con crescente agitazione — «figlio di Hur, se Jeova non s'affretta a stendere la sua mano, Israele, tutti noi siamo perduti.» —
Ben Hur rispose con calma: — «Simonide, io mi sono destato da un lungo sonno, e, come in sogno, mi sono apparse le ragioni per cui questo si compie, e si deve compiere. È la volontà del Nazareno, è la volontà di Dio. Seguiamo l'esempio del buon Egiziano, e preghiamo in silenzio.» —
E quando sollevò gli occhi verso la collina, di nuovo gli giunsero, attraverso l'aria tranquilla, le parole:
IO SONO LA RESURREZIONE E LA VITA.
Ed egli chinò il capo riverente, come davanti ad uno che gli parlasse.
Intanto sulla sommità del poggio il lavoro continuava. Una guardia tolse le vesti al Nazareno, dimodochè rimase nudo al cospetto dei milioni di spettatori assiepati sul Golgota. I segni della flagellazione che aveva ricevuto quella mattina rosseggiavano sanguigni sulla sua schiena; nondimeno fu brutalmente gettato a terra e disteso sulla croce, e le braccia aperte sulla sbarra trasversale; i chiodi erano acuti, e in pochi colpi furono cacciati attraverso le scarne palme; quindi gli alzarono le ginocchia fin che le piante dei piedi riposavano sull'albero della croce, indi sovrapposero un piede all'altro, e con un chiodo li fissarono entrambi al legno. Il sordo rumore dei martelli si udiva a grande distanza, in quel terribile silenzio, e anche coloro che non l'intesero ma vedevano il martello sollevarsi e cadere, ebbero un brivido di paura. E con tutto ciò non un grido, non un lamento, non una parola d'ira o di dolore sfuggì al paziente; nulla per cui un nemico potesse beffeggiarlo, nulla che un suo fedele potesse rimpiangere.
— «Da che parte vuoi che lo si rivolga?» — chiese un soldato bruscamente. — «Verso il Tempio» — rispose il pontefice. — «Ch'egli veda morendo la santa casa che egli ha voluto profanare.» —
Gli operai sollevarono la croce e la portarono di peso sul luogo dove doveva esser piantata. Ad un cenno del pontefice, la lasciarono cadere nella buca; e il corpo del Nazareno cadde anch'egli pesantemente, e rimase appeso alle mani sanguinanti. Ma neppure allora gli sfuggì un grido, solo la frase sublime:
— «Padre, perdona ad essi, perchè non sanno quello che fanno.» —
La croce, innalzata sopra tutti gli altri oggetti vicini, risaltava nera contro lo sfondo del cielo, e al suo apparire fu accolta con un urlo di gioia selvaggia. Tutti quelli che potevano vedere e leggere l'inscrizione sull'asse, sopra il capo del Nazareno, la ripetevano ad alta voce, e passando di bocca in bocca fino agli estremi confini della folla, tosto, tutta l'aria risuonò del grido beffardo e fatidico — «Re degli Ebrei! Salve, Re degli Ebrei!» —
Il pontefice, con più fine intuito, comprese quale significato si sarebbe potuto dare all'iscrizione, e protestò affinchè la levassero, ma invano. Così il Re, col titolo che gli era dovuto, guardò con gli occhi moribondi la città dei suoi padri, tranquillamente stesa ai suoi piedi, essa — che con tanta ignominia lo aveva cacciato e rinnegato.
Il sole era già alto in cielo, e i suoi raggi ardenti tingevano d'oro le sommità delle colline, e di porpora le vette delle montagne lontane. Nella città, i templi, i palazzi, le torri, le guglie ed i pinnacoli sembravano sollevarsi orgogliosamente verso il cielo, consci del loro splendore e della loro inarrivabile magnificenza. Improvvisamente un leggiero velo sembrò scendere dall'alto e avviluppare la terra, dapprima come un impercettibile svanire del giorno, indi come un crepuscolo precoce; poi si fece più denso e cominciò ad attirare l'attenzione degli spettatori, sì che tacquero le grida e si spensero le risa, e gli uomini, dubitando dei loro sensi, si fissavano in viso l'un l'altro; poi guardarono di nuovo il sole, poi le montagne che sembravano allontanarsi, e il cielo che l'ombra cominciava a coprire, poi la collina dove si svolgeva il triste dramma. Dall'uno all'altro oggetto si volgevano i loro sguardi, attoniti, pieni di una ignota paura.
— «Non è che un po' di nebbia, o una nube passeggiera» — disse Simonide, cercando di calmare Ester, che s'era spaventata. — «Passerà quanto prima.» —
Ben Hur la pensava diversamente.
— «Non è nebbia, nè una nuvola» — egli disse. — «Gli spiriti dell'aria, i santi ed i profeti, cercano di nascondere l'obbrobrio di questa scena. Io ti dico, o Simonide, che com'è vero che esiste Dio, quello che pende colà è il figlio di Dio.» —
E mentre Simonide rifletteva, stupito, sopra quelle parole, Ben Hur si avvicinò a Balthasar, inginocchiato lì presso, e gli pose una mano sulla spalla.
— «O saggio Egiziano, ascolta! Tu solo avevi ragione! Il Nazareno è davvero il Figlio di Dio.» —
Balthasar rispose con voce fioca: — «Io lo vidi tenero fanciullo nella greppia; non è strano ch'io l'abbia riconosciuto prima di te. Ma perchè doveva io vedere questo giorno? Oh se fossi morto come i miei compagni! Felice Melchiorre! Felice Gaspare!» —
— «Ti conforta!» — disse Ben Hur. — «Senza dubbio anch'essi sono qui.» —
L'oscurità si faceva d'istante in istante più fitta, senza che perciò il lavoro sul poggio venisse interrotto. Uno dopo l'altro, i due ladri vennero inchiodati sulle loro croci, e queste infisse nel terreno. Quindi la guardia si ritirò, e il popolo, come un'onda che salga e converga da tutte le parti, si spinse fin sotto le croci. Risa di scherno e motteggi beffardi salivano contro il Nazareno.
— «Ah, ah! Salvati, se sei Re degli Ebrei!» — gridò un soldato.
— «Sì» — disse un sacerdote — «se egli discenderà ora, noi gli crederemo.» —
Altri crollarono il capo sapientemente, dicendo: — «Egli potrebbe distruggete il Tempio e riedificarlo in tre giorni, ma non può salvar sè stesso.» —
Nessuno ha mai saputo valutare l'oscura potenza del pregiudizio. Il Nazareno non aveva mai fatto male al popolo, anzi lo aveva aiutato in più d'un caso; molti lo vedevano allora per la prima volta, eppure, strana contraddizione! lo colmavano di insulti e di maledizioni, e compiangevano invece i due ladri.
Le tenebre, che scendevano sempre più dense, spaventarono Ester, come atterrivano le altre migliaia di spettatori, più coraggiosi e più forti di lei.
— «Andiamo a casa» — essa supplicò due, tre, volte. — «Questa è la minaccia di Dio, padre. Chi sa che terribili cose potranno accadere? Io ho paura.» —
Simonide era ostinato. Parlava poco, ma appariva assai agitato. Osservando che sulla fine della prima ora la calca intorno alle croci era alquanto diminuita, suggerì che la comitiva si avvicinasse alla sommità. Ben Hur offrì il braccio a Balthasar, ma l'Egiziano compì la salita senza difficoltà. Dalla loro nuova posizione, il Nazareno non era chiaramente visibile, scorgendosi solo un'indistinta figura sospesa. Ma lo potevano udire, udivano i suoi sospiri che rivelavano un esaurimento maggiore che non quello dei suoi compagni, i quali di tanto in tanto riempivano l'aria di lunghi gemiti ed urli.
La second'ora passò come la prima. Per il Nazareno furono ore di contumelie, di provocazione e di lenta morte. Egli non parlò che una sola volta in questo intervallo. Alcune donne vennero ad inginocchiarsi ai piedi della sua croce. Fra di esse egli riconobbe sua madre in compagnia del proprio discepolo favorito.
— «Donna,» — egli disse alzando il capo — «guarda tuo figlio!» — E al discepolo: — «Guarda tua madre!» —
Giunse la terza ora e ancora il popolo s'assiepava intorno al colle, attratto da una forza misteriosa. Ma era più tranquillo ora; solo ad intervalli si udiva nell'oscurità qualche grido. Avvicinandosi al Nazareno passavano in silenzio, e in silenzio lo fissavano negli occhi. Questo cambiamento s'era esteso anche alle guardie, che solo poco tempo prima avevano giuocato a sorte le vesti del crocifisso; soldati ed ufficiali stavano ora in un piccolo gruppo in disparte, vigili più di quell'uno condannato, che non di tutta la moltitudine; se un sospiro gli sfuggiva dalle labbra, se in un parossismo di dolore, moveva la testa, erano subito all'erta. Più meraviglioso di tutti era il mutato portamento del Primo Sacerdote e del suo seguito, i dottori che lo avevano assistito nel giudizio notturno ed erano stati i più zelanti persecutori della vittima. Quando cadde l'oscurità, cominciarono a smarrirsi d'animo. V'erano fra essi alcuni, profondamente versati in astronomia e famigliari coi fenomeni celesti in quei tempi così terribili alle masse; gran parte della loro scienza era ad essi discesa dai loro padri remoti, vissuti prima ancora della Cattività, e nel servizio del Tempio avevano avuto spesso occasione di applicarla. Questi, quando il sole cominciò a spegnersi e le montagne ed i colli si dileguarono alla vista, si raccolsero in gruppo intorno al Pontefice, discutendo sul fenomeno. — «La luna è piena,» — dicevano — «e questa non può essere un eclissi.» — Poi, non potendo nessuno rispondere alla domanda che tutti li agitava, non riuscendo nessuno a spiegare la crescente oscurità, nel secreto dei loro cuori cominciarono a connetterla col Nazareno, e un grande terrore li prese. Rannicchiati dietro ai soldati, intenti ad ogni movimento e spiando ogni parola del Nazareno, dicevano a bassa voce: — «Quell'uomo potrebbe essere il Messia, e allora...» —
Nel frattempo, Ben Hur, cui quel nuovo sentimento di pace non aveva abbandonato, pregava a che la fine si accelerasse. Egli comprendeva lo stato d'animo di Simonide, in cui la fede lottava col dubbio; vedeva la grande fronte corrugata nello sforzo del pensiero, lo vedeva gettare sguardi interrogativi al sole, come se cercasse la ragione di quelle tenebre. E neppure gli sfuggiva la sollecitudine con cui Ester lo guardava, cercando di soffocare i suoi timori per accondiscendere ai desideri del padre.
— «Non aver paura» — diceva Simonide a lei, — «ma sta attenta con me. Tu potrai vivere due volte la durata della mia vita, ma tu non vedrai mai una meraviglia maggiore. Fermiamoci sino alla fine, forse verranno altre rivelazioni.» —
Quando la terza ora era trascorsa a metà, alcuni uomini, miserabili della più bassa specie, abitatori delle tombe fuori della città, vennero a piantarsi davanti alla croce centrale.
— «Eccolo» — disse uno — «ecco il nuovo Re degli Ebrei.» —
Gli altri gridarono, ridendo: — «Salve, salve, Re degli Ebrei!» —
— «Se tu sei veramente Re dei Giudei, o Figlio di Dio, discendi» — dissero ad alta voce.
Al che uno dei ladri cessò di lamentarsi, e gridò al Nazareno: — «Sì, se tu sei Cristo, salva te stesso e noi.» —
Il popolo rise ed applaudì; ma mentre aspettavano la risposta, si udì l'altro malfattore dire al primo: — «Non temi tu Dio? Noi abbiamo ricevuto il giusto castigo dei nostri misfatti; ma quest'uomo non ha fatto nulla di male.» —
Gli spettatori rimasero stupiti, e nel silenzio che seguì, il secondo malfattore parlò ancora, rivolgendosi al Nazareno:
— «O Signore,» — egli disse — «ricordati di me quando entrerai nel tuo regno!» —
Simonide trasalì. — «Quando entrerai nel tuo regno!» — Era proprio questo il dubbio che angosciava la sua mente in quell'istante, il dubbio di cui tanto aveva discusso con Balthasar.
— «Hai udito?» — gli disse Ben Hur. — «Il regno non può essere di questa terra. Quel testimonio, sulla soglia della tomba, affermò che il Re prenderà possesso del suo regno, e lo stesso ho udito io nei miei sogni.» —
— «Silenzio!» — disse Simonide, con tono imperioso. — «Taci, ti prego! Se il Nazareno rispondesse...» —
E mentre parlava, il Nazareno rispose, e con voce chiara e limpida disse:
— «Veramente io ti dico che tu oggi sarai con me in Paradiso.» —
Simonide giunse le mani e disse: — «Non più, non più, mio Dio! Le tenebre sono disperse; io vedo con altri occhi — come Balthasar, vedo con gli occhi della vera fede!» —
Finalmente il vecchio servitore aveva conseguito la meritata ricompensa. Il suo corpo rotto dalla tortura non sarebbe mai più guarito, e la memoria delle passate sofferenze rimarrebbe incancellabile; ma improvvisamente una nuova vita gli appariva, più bella di questa terrena — e il suo nome era: Paradiso. Là egli avrebbe trovato il Regno che sognava, e il Re per cui aveva lavorato. Una grande pace lo invase.
Ma fra i dottori e i sacerdoti ai piedi della croce regnava la costernazione e lo spavento. Essi avevano condannato il Nazareno per aver predicato in tutto il paese che egli era il Messia; ed ecco, che sulla croce, con maggior sicurezza che mai, non solo egli aveva riaffermato la sua missione, ma prometteva il godimento del suo regno ad un malfattore. Essi tremarono davanti alle conseguenze del loro atto. Lo stesso superbo pontefice ebbe paura. Donde traeva quell'uomo la sua convinzione se non dalla verità! E da chi la verità se non da Dio?
Il respiro del Nazareno diventava più affannoso: i suoi sospiri erano rantoli. Solo tre ore sulla croce, e stava già per morire!
La notizia corse di bocca in bocca e tutti tacquero; il vento cessò di soffiare, un'afa soffocante era nell'aria e si aggiungeva all'oscurità.
Nessuno che non lo avesse saputo, avrebbe detto che sul pendio di quella collina vi erano tre milioni di persone atterrite — così tranquille se ne stavano.
Attraverso le tenebre, sopra il capo ai più vicini, venne il grido di disperazione, se non di rimprovero del moribondo:
— «Mio Dio! Mio Dio! Perchè mi hai tu abbandonato?» —
La voce fece trasalire quanti la udirono, Ben Hur ne fu irresistibilmente commosso.