Part 44
Dietro di lui, in gruppo, stavano i discepoli. Essi sembravano in preda ad una grande agitazione. Egli invece appariva assai calmo. La luce delle torcie illuminava il suo volto e dava ai suoi capelli una tinta più rossa del naturale; ma l'espressione del volto, era come sempre, piena di bontà e di compassione.
Davanti a questa mite apparizione stava la plebaglia, muta, umiliata, atterrita — pronta al primo segno d'ira a voltare le spalle e fuggire. Da quella a lui, da lui a Giuda Iscariota, Ben Hur guardò con rapido sguardo. E comprese.
Là era il traditore, qua il tradito; e questi schiavi, con torcie e mazze, e questi legionarî, dovevano eseguire l'arresto.
Un uomo non può sempre dire in precedenza ciò che farà in una data circostanza. Questa era l'occasione che Ben Hur aveva atteso, per cui s'era da tanti anni preparato. L'uomo, la cui causa egli aveva sposata, e sulla cui vita aveva costruito un tanto edificio, era in pericolo: pure egli stette dubbioso. Tali contraddizioni esistono nella natura umana! Inoltre quella stessa calma con la quale l'essere misterioso fronteggiava la turba e la teneva in soggezione, persuadeva Ben Hur della presenza di una forza superiore e secreta, sulla quale il tradito poteva fare affidamento. Pace ed amore e abnegazione avevano formato il substrato delle dottrine del Nazareno; avrebbe messo in pratica i suoi insegnamenti? Egli era padrone della vita, poteva toglierla e ridarla a piacimento: quale uso avrebbe fatto di questa forza? Difendersi? E come? Una parola, un respiro, un pensiero bastavano. Nella sicura fiducia che egli stava per assistere ad una manifestazione stupefacente di questa forza, Ben Hur attese immobile. E in tutto questo, egli non pensava al Maestro che come a un uomo, e lo misurava alla stregua dei propri sentimenti.
Chiara e distinta si levò la voce di Cristo.
— «Chi cercate?» —
— «Cristo di Nazareth» — rispose il sacerdote.
— «Io sono quegli.» —
A queste semplici parole, pronunciate senza passione o paura, la turba si ritrasse di parecchi passi, e i più timidi fra essa si gettarono a terra tremando. Forse lo avrebbero lasciato stare e sarebbero partiti, se Giuda non si fosse avvicinato a lui.
— «Salve, Maestro!» —
E con questo saluto amichevole, lo baciò.
— «Giuda!» — disse il Nazareno con mitezza, — «tradisci tu il Figlio dell'uomo con un bacio? Perchè sei tu, venuto?» —
Non ricevendo risposta, il Maestro si volse nuovamente verso la folla:
— «Chi cercate?» —
— «Cristo di Nazareth.» —
— «Vi ho detto ch'io sono colui. Se mi cercate, lasciate dunque che questi partano in pace.» —
A quelle parole i Rabbini si avanzarono, e indovinando il loro scopo, alcuni dei discepoli, pei quali Egli aveva supplicato, balzarono innanzi a lui: uno di essi troncò l'orecchio ad un assalitore, senza per questo salvare il Maestro. E Ben Hur non si mosse! No. Neppure quando gli ufficiali apprestarono le corde per legare il Nazareno, e questi compì l'atto sublime di carità, ahimè! uno degli ultimi della sua vita.
— «Non soffrire più oltre» — egli disse all'uomo ferito, e lo guarì col contatto della sua mano.
Amici e nemici si guardarono stupefatti — gli uni che egli potesse fare un tale atto, gli altri ch'egli lo facesse in tali circostanze.
— «Certamente egli non si lascierà legare!» —
Così pensò Ben Hur.
— «Deponi la tua spada; la coppa che mio Padre mi tende, non dovrò io vuotarla?» — Dal suo seguace il Nazareno si volse agli assalitori. — «Perchè siete venuti incontro a me come contro un ladro, con spade e bastoni? Io fui con voi tutti i giorni nel Tempio, e non m'avete arrestato; ma questa forse è l'ora vostra e della potenza delle tenebre.» —
La pattuglia riprese coraggio e lo circondò; e quando Ben Hur girò gli occhi in cerca dei fedeli — essi erano spariti, — non uno rimaneva.
Intorno all'uomo abbandonato si agitava la folla, rumorosa, affaccendata. Di tanto, in tanto fra le torcie, e il fumo, e il mare di teste ondeggianti, egli intravvedeva il prigioniero, e una grande pietà gli stringeva il cuore per quell'uomo senza amici e derelitto. Ma pure egli pensava — quell'uomo avrebbe potuto difendersi, avrebbe potuto uccidere con uno sguardo i suoi avversari, e non aveva voluto. Qual'era questa coppa che suo padre gli aveva dato da vuotare? E qual'era il padre al quale si doveva una tale obbedienza? Mistero sopra mistero.
Appena la plebaglia si volse per tornare in città, i soldati si misero alla testa della comitiva. Ben Hur era irrequieto, malcontento di sè stesso. Egli sapeva che dove le torcie erano più fitte, là si trovava il Nazareno. Lo avrebbe ricercato, gli avrebbe fatto una domanda.
Spogliandosi della lunga sopraveste e del fazzoletto da capo, che gettò sopra il muro dell'orto, egli rincorse la processione e si mescolò con essa. Facendosi strada faticosamente fra la calca, pervenne alla fine presso all'uomo che teneva i capi della corda con cui il prigioniero era legato.
Il Nazareno camminava lentamente, con la testa piegata, le mani annodate dietro la schiena; i capelli piovevano con disordine sopra il suo viso, e la curva delle spalle era più accentuata del solito. Apparentemente era inconscio di quanto avveniva intorno a lui. Lo precedevano, di pochi passi, sacerdoti e patriarchi, che discorrevano animatamente fra loro e di tanto in tanto si voltavano indietro. Quando arrivarono sul ponte sopra la gora, Ben Hur prese la corda di mano allo schiavo, e si avvicinò al Nazareno.
— «Maestro, maestro!» — egli sussurrò frettolosamente. — «M'odi, Maestro? Una parola — una parola. — Parla!» —
L'uomo della corda la pretendeva violentemente.
— «Dimmi,» — continuò Ben Hur — «vai tu con questi uomini di tua libera volontà?» —
Il popolo lo attorniava iracondo e gli urlava nelle orecchie:
— «Chi sei tu? Che cosa vuoi?» —
— «O Maestro» — proseguì Ben Hur, con voce piena di angoscia. — «Io sono un tuo amico e seguace. Dimmi, ti supplico: se io ti porto aiuto, lo accetterai?» —
Il Nazareno non alzò il capo, nè diede alcun segno di avere inteso. Ma una voce sussurrava a Ben Hur giustificando questo silenzio: — «Lascialo stare» — essa sembrava dirgli. — «I suoi amici lo hanno abbandonato; il mondo lo ha rinnegato; nell'amarezza del suo cuore egli ha detto addio agli uomini; egli va verso un destino ignoto, e non gli importa di conoscerlo. Lascialo stare.» —
Ben Hur dovette desistere. Una ventina di pugni erano tesi contro di lui da ogni parte. La plebaglia urlava: — «Egli è uno dei suoi amici! Ammazzatelo! — a morte, a morte!» —
L'ira accrebbe forza a Ben Hur, il quale liberandosi con violenza dalle mani che lo afferravano, giuocò vigorosamente di mulinello col pugno e riuscì a farsi strada attraverso la turba che lo stringeva da ogni banda. Con la tunica a brandelli, quasi nudo, e grondante di sudore dalla fatica riuscì finalmente a fuggire nel burrone, che nascondendolo con le sue ombre amiche gli offrì temporaneo asilo e salvezza.
Quando il pericolo fu sparito, Ben Hur riprese la veste che aveva lasciata sul muro dell'orto e rientrò in città, al suo Khan, donde, fattosi sellare il cavallo, partì alla volta delle tende presso la tomba dei Re.
Cavalcando, egli si promise di rivedere il Nazareno all'indomani. Lo promise, non sapendo che il povero derelitto era stato condotto immediatamente in casa di Hannas, per essere giudicato quella stessa notte.
Il cuore del giovane era pesante, e quando egli si distese sopra il suo giaciglio, non potè per lungo tempo prender sonno; perchè ora veramente questo rinnovellato regno Giudeo si risolveva nella sua vera essenza, ed appariva un sogno. È terribile vedere gli edifici che la nostra speranza innalza, precipitare l'uno dopo l'altro, senza dar tempo all'anima di riaversi, all'orecchio di dimenticare il frastuono della prima ruina; ma quando tutti quanti precipitano insieme — come navi che affondano, — come case che crollano in un terremoto — lo spirito che sa sopportare il disastro con calma, è dotato di una tempra superiore alla comune — e Ben Hur non era di quelli. Fissando gli sguardi nell'avvenire egli cominciò a intravvedere i brani di una vita serenamente bella, con un tranquillo focolare invece di un palazzo reale, e con Ester sua sposa. Più volte nel lento volgere delle ore notturne, egli pensò alla villa di Miseno, immaginando la figura della sua bella compagna aggirantesi in quei superbi atri Romani, per quei sentieri fioriti, per la spiaggia di quel mare così azzurro, sotto alla volta del bel cielo Napoletano.
In altre parole una nuova crisi sconvolgeva Ben Hur, crisi che solo l'incontro col Nazareno all'indomani, poteva risolvere.
CAPITOLO IX.
La mattina appresso, circa all'ora seconda, due uomini giunsero di galoppo alla tenda di Ben Hur, e, smontando, chiesero di parlargli. Egli non era ancora alzato, ma ordinò che fossero subito ammessi.
— «Pace a voi, fratelli» — egli disse, poichè erano dei suoi Galilei, ufficiali fidati. — «Sedete.» —
— «No» — disse il più anziano bruscamente, — «sedersi e fare il proprio comodo significa lasciar morire il Nazareno. Alzati, figlio di Giuda, e vieni con noi. Il giudizio è stato pronunciato. L'albero della croce è già pronto sul Golgota.» —
Ben Hur sbarrò gli occhi.
— «La croce!» — era tutto quanto potè dire al momento.
— «Lo presero ieri notte e lo processarono» — continuò l'uomo. — «All'alba lo condussero davanti a Pilato. Due volte il Romano negò la sua colpa; due volte si rifiutò di condannarlo. Finalmente se ne lavò le mani, e disse: — «La responsabilità sia vostra.» — Ed essi risposero...»
— «Chi rispose?» —
— «Essi — i sacerdoti ed il popolo — «Il suo sangue cada su di noi e sopra i nostri figli.» —
— «Santo padre Abramo!» — esclamò Ben Hur. — «Un Romano più benigno con un Israelita che i suoi compaesani? E se — ah, se egli fosse veramente il figlio di Dio, chi laverà mai da quel sangue i loro figliuoli? Non deve essere — è tempo di combattere!» —
Il suo volto assunse un'espressione di risolutezza, ed egli battè le mani.
— «I cavalli — presto!» — gridò all'Arabo che si presentò a quel segnale. — «E di' ad Amrah di mandarmi abiti nuovi, e di portarmi la mia spada! È tempo di morire per Israele, amici. Aspettatemi di fuori.» —
Mangiò un tozzo di pane, trangugiò una ciotola di latte, ed uscì.
— «Dove vuoi andare?» — chiese il Galileo.
— «A raccogliere le legioni!» —
— «Ahimè!» — rispose l'uomo, giungendo le mani.
— «Che cosa è successo?» —
— «Maestro» — l'uomo disse vergognosamente — «io ed il mio amico siamo i soli rimasti fedeli. Gli altri hanno seguito i sacerdoti.» —
— «Perchè?» — chiese Ben Hur, arrestando il cavallo.
— «Per ucciderlo.» —
— «Il Nazareno?» —
— «Hai detto.» —
Ben Hur guardò lentamente dall'uno all'altro. Gli sembrava di udire le parole della notte scorsa: — «La coppa che mio Padre mi ha dato, non dovrò io vuotarla?» —
Ed egli ripeteva di nuovo nell'orecchio al Nazareno: — «Dimmi, se io ti porto aiuto, lo accetterai?» — Allora vide chiaro dinanzi agli occhi.
La sua morte era decisa. Quell'uomo l'aveva preveduta e le era andato incontro con piena coscienza, dal primo giorno della sua missione.
Essa gli era imposta da Dio, ed egli l'aveva spontaneamente accettata: che cosa potevano fare gli uomini per impedirla?
Con infinita amarezza pensò alla rovina del suo disegno, al tradimento dei Galilei. Strano che dovesse capitare proprio quella mattina!
Un senso di paura lo colse.
Era possibile che tutto il suo lavoro, i tesori profusi, le sofferenze patite, non fossero stati che un empio contendere con la volontà divina?
Quando raccolse le redini, e disse — «Andiamo avanti, fratelli» — egli non scorgeva innanzi a sè che dubbio ed incertezza. Le sue facoltà s'erano ottuse, e non sapeva prendere una risoluzione.
— «Andiamo fratelli; andiamo sul Golgota.» —
Passarono attraverso gruppi di persone eccitate che traevano come essi verso sud. In tutta la parte occidentale della città regnavano insolito subbuglio e agitazione.
Avendo udito che la processione con il condannato sarebbe passata in prossimità alle grandi torri bianche costruite da Erode, i tre amici volsero i cavalli in quella direzione, passando a sud ovest di Akra. Nella valle sotto lo stagno di Ezechia, la moltitudine era così densa, che essi, non potendo farsi strada, dovettero smontare e rifugiarsi dietro all'angolo di una casa.
Sembrava loro di trovarsi sulle sponde d'un fiume, ad osservare la corrente che passava; tale era il flusso continuo del popolo.
Vi sono alcuni capitoli nel Primo Libro di questo racconto, che furono scritti con l'intenzione di dare al lettore un'idea degli elementi che componevano la nazione Ebraica ai tempi di Cristo.
Furono anche scritti in previsione di questa scena, e chi li ha letti attentamente, può immaginarsi lo spettacolo che si offriva a Ben Hur — lo spettacolo di tutto un popolo che accompagnava un uomo alla morte.
Per mezz'ora, la corrente passò davanti a Ben Hur ed ai suoi compagni, incessante, varia, agitata. Alla fine di quel tempo egli avrebbe potuto dire: — «Io ho veduto tutte le caste di Gerusalemme, tutte le sette della Giudea, tutte le tribù d'Israele, tutte le nazionalità della terra! Ebrei della Libia, Ebrei d'Egitto, Ebrei d'Antiochia e del Reno, di tutti i paesi dell'Oriente e dell'Occidente, sfilavano, senza posa; a piedi, a cavallo, sopra cammelli, in lettighe, su cocchi, con tutta la infinita varietà di costumi, e, allo stesso tempo, con quella meravigliosa rassomiglianza di fisionomia che ancor oggi è caratteristica ai figli d'Israele, sparsi come sono in tutte le regioni del mondo, sotto climi, e in ambienti diversi; sfilavano, parlando ogni lingua conosciuta, in fretta, ansiosi, pigiandosi — e tutti per veder morire il povero Nazareno, crocefisso come un malfattore.
Ma non tutti erano Ebrei. Ad ingrossare la folla venivano migliaia di Greci, Romani, Arabi, Siri, Africani, Egiziani, Persiani. Cosicchè, studiando quella massa, sembrava che tutto il mondo vi fosse rappresentato, e volesse assistere alla crocifissione.
La turba era stranamente tranquilla. Il calpestìo di qualche cavallo, il rumore delle ruote e qualche grido, erano i soli suoni che si distinguevano sopra il sordo fruscio di quella immensa massa in moto.
I volti di tutti portavano l'impressione di uomini che si affrettavano a vedere un terribile spettacolo, qualche improvvisa rovina, una ignota calamità. E da questi segni Ben Hur giudicò che si trattasse di forestieri venuti per Pasqua in città, estranei alla condanna del Nazareno, possibilmente suoi amici.
Finalmente, nella direzione delle grandi torri, Ben Hur udì, dapprima fievole per la distanza, poi più distinto, il clamore di molti uomini.
— «Attenti! Essi vengono!» — disse uno dei Galilei.
Il popolo nella via si fermò ad ascoltare, ma, quando quelle grida furono vicine, ognuno si guardò in volto atterrito, e tremando proseguì la sua strada.
Il vociare cresceva di minuto in minuto, e tutta l'aria ne risuonava, quando Ben Hur vide i servitori di Simonide avanzare col loro padrone in portantina, ed Ester che gli camminava al fianco.
Li seguiva una lettiga coperta.
— «Pace a te, o Simonide — e a te, Ester» — disse Ben Hur, andando loro incontro. — «Se siete diretti al Golgota, fermatevi finchè passa la processione, ed io vi accompagnerò. Qui all'ombra della casa potete riposare.» —
Il capo del negoziante era chino sul petto. — «Parla a Balthasar» — rispose, — «la sua volontà sarà la mia. Egli è nella lettiga.» —
Ben Hur si affrettò ad alzare le cortine. L'Egiziano vi giaceva dentro, col volto così sparuto e pallido come quello di un cadavere.
La proposta gli fu comunicata.
— «Possiamo vederlo?» — chiese con un fil di voce.
— «Il Nazareno? sì; egli deve passare a pochi passi da noi.» —
— «O Signore» — esclamò il vecchio con ardore. — «Mi sia dato di vederlo una sol volta, una sol volta ancora! Oh qual giorno terribile per il mondo!» —
Poco dopo, tutta la comitiva aspettava dietro all'angolo della casa.
Poche parole furono scambiate. Balthasar uscì a stento dalla lettiga, e rimase in piedi, sorretto da un servitore. Ester e Ben Hur si strinsero intorno a Simonide.
Intanto la sfilata continuava, se possibile, più fitta di prima. Le grida risuonavano vicine, alte, crudeli, beffarde. Finalmente giunse la processione.
— «Guarda!» — disse Ben Hur con amarezza. — «Questa gente che viene adesso rappresenta Gerusalemme!» —
Alla testa della processione veniva un esercito di ragazzi urlando e schiamazzando: — «Il Re degli Ebrei! Largo, largo per il Re degli Ebrei!» —
Simonide li osservò, e con voce grave, disse: — «Quando questi saranno uomini, figlio di Hur, che sventura per la città di Salomone!» —
Una schiera di legionari, in armature scintillanti, seguì in file serrate, stolidi e indifferenti.
Poi venne il NAZARENO!
Era quasi morto. Ad ogni passo barcollava come se volesse cadere. Una veste macchiata e a brandelli pendeva dalle sue spalle, sopra la semplice tunica grigia.
I piedi nudi lasciavano chiazze di sangue sul lastricato. Un'iscrizione sopra un asse era appesa al suo collo, e una corona di spine era stata calcata sulle sue tempie, producendo crudeli ferite, dalle quali il sangue era uscito a rigagnoli, ed ora coagulato e secco gli imbrattava il viso e il collo.
La pelle, dove appariva, aveva un pallore spettrale.
Le sue mani erano legate.
Un contadino portava la sbarra trasversale della croce, sotto il peso della quale egli era caduto poco prima. Quattro soldati lo accompagnavano quale guardia contro la plebaglia, che, ciò non ostante, di tanto in tanto si rompeva un passaggio fino a lui e lo percuoteva con bastoni e gli sputava addosso.
Non un suono sfuggiva dalle sue labbra, nè d'ira, nè di lamento.
Quando passò davanti a Ben Hur e la sua compagnia egli alzò gli occhi.
Ester si aggrappò al padre; ed egli stesso tremò. Balthasar cadde a terra senza una parola.
Anche Ben Hur gridò: — «O mio Dio, mio Dio!» — Allora, come se intuisse i loro sentimenti o avesse udito l'esclamazione, il Nazareno voltò la sua faccia sparuta verso di essi, e girò gli occhi lentamente dall'uno all'altro. Quello sguardo rimase scolpito nel loro cuore per tutta la vita. Essi vedevano ch'egli pensava a loro, non a sè, ed i suoi occhi moribondi esprimevano la benedizione che le sue labbra non potevano profferire.
Simonide si scosse: — «Dove sono le tue legioni, figlio di Hur?» —
— «Chiedilo ad Hannas; egli potrà risponderti meglio di me.» —
— «Chè? Infedeli?» —
— «Tutti, tranne questi due.» —
— «Allora tutto è perduto e il buon uomo deve morire!» —
Il volto del negoziante si contrasse nervosamente, e il capo gli ricadde sul petto. Egli aveva compiuto la sua parte nell'opera di Ben Hur, e, come quegli, provava tutta l'angoscia davanti alla ruina del comune edificio.
Due altri uomini seguivano il Nazareno, ciascuno con le sbarre della loro croce.
— «Chi sono questi?» — chiese Ben Hur ai Galilei.
— «Ladri, condannati a morire col Nazareno» — risposero essi.
Poi veniva un personaggio, nei ricchi abbigliamenti di Primo Sacerdote, con la mitra sul capo, circondato dai custodi del Tempio; e dopo di lui, in gruppi, venivano i membri del Sinedrio, e un lungo corteo di sacerdoti, in semplici vestaglie bianche, e mantelli variopinti.
— «Il genero di Hannas,» — mormorò Ben Hur.
— «Caifa? L'ho veduto» — rispose Simonide, aggiungendo, dopo una pausa, in cui aveva esaminato l'orgoglioso pontefice. — «Ed ora sono convinto. Con la sicurezza che scaturisce dalla coscienza illuminata, con assoluta certezza — ora so, che Colui che precede gli altri, è ciò che l'iscrizione intorno al suo collo lo proclama — RE DEGLI EBREI. — Un uomo volgare, un impostore, un malfattore non fu mai scortato alla morte da un tale corteo. Perchè guarda! Qui sono le nazioni — Gerusalemme, Israele. Qui è l'efodo, qui l'azzurro mantello con l'orlo d'oro, e gli ornamenti non mai visti in istrada dal giorno che Jaddua andò incontro al Macedone — tutte prove che il Nazareno è Re. O se potessi alzarmi e seguirlo!» —
Ben Hur lo ascoltò meravigliato; e subito Simonide continuò impazientito: — «Parla a Balthasar, ti prego, e andiamo. Ora viene la feccia di Gerusalemme.» —
Allora Ester parlò:
— «Io vedo alcune donne che si avanzano piangendo. Chi sono esse?» —
Seguendo la direzione della sua mano, essi videro quattro donne in lacrime; una di esse si appoggiava al braccio di un uomo, d'apparenza non dissimile al Nazareno. Ben Hur diede risposta:
— «Quell'uomo è il discepolo favorito del Nazareno. Colei che si appoggia al suo braccio è Maria, madre del Maestro, e le altre sono donne amiche, della Galilea.» —
Ester seguì il triste gruppo con gli occhi pieni di lacrime, finchè la folla glielo nascose.
Il lettore non deve immaginare che questi discorsi venissero profferiti in mezzo alla quiete; al contrario, le parole venivano gridate ad alta voce, come da gente che parla in alto mare, quando i marosi si scagliano spumeggiando contro gli scogli. Solo a questo frastuono si può paragonare il clamore della folla.
La dimostrazione era il prodromo di quei tumulti, che trent'anni più tardi, sotto il dominio delle fazioni, dovevano dilaniare la Città Sacra; era numerosa al pari di quelli, e i suoi elementi più clamorosi erano i medesimi — schiavi, guidatori di cammelli, custodi, carrettieri, venditori ambulanti, vinajoli, proseliti, e forastieri non proseliti, guardiani, e operai del Tempio, ladri, predoni, e quelle centinaia di persone non appartenenti a nessuna professione stabile, lecita od illecita, che ingrossano sempre una folla come questa, gente uscita non si sa da dove, affamata, spirante il tanfo di tombe e di caverne; miserabili seminudi, dai capelli arruffati, dai volti sinistri, con bocche spalancate da cui uscivano urli selvaggi come ruggiti di belve. Alcuni erano armati di spade; la maggior parte brandiva lancie e giavellotti, mentre non mancavano armi d'altro genere, mazze, bastoni, pugnali, frombe. Fra questa massa abbietta, apparivano di tanto in tanto personaggi di alto bordo, — scribi, dottori, rabbini, Farisei austeri, Sadducei in ricchi vestiti, che pel momento sembravano essere i capi e i direttori della plebaglia. — Se una gola si stancava d'un grido, essi ne inventavano uno nuovo; se qualche polmone di bronzo cessava di urlare, erano essi che lo stimolavano a nuovi sforzi; eppure, quel clamore, così terribile e assordante era prodotto dalla ripetizione di poche sillabe: — «Re degli Ebrei! — Largo al Re degli Ebrei! Abbasso il contaminatore del Tempio! Alla Croce, alla Croce!» — Quest'ultimo era il grido più alto e più comune come quello che meglio esprimeva l'odio del popolo contro il Nazareno.
— «Vieni,» — disse Simonide, quando Balthasar fu pronto — «Vieni, continuiamo.» —