Part 42
— «Oh, padrone, padrone! Com'è buono il Signore!» — La cognizione che acquistiamo in forza della simpatia che c'ispirano altri in momenti di dure prove, è un fenomeno poco compreso e vago; è singolare che quella simpatia ci permetta, fra le altre cose, di fondere la nostra identità con gli altri in tal misura che spesso i dolori di quelli e le loro gioie diventano sensazioni nostre. Così la povera Amrah, tenutasi in disparte e nascondendo la faccia, sapeva della trasformazione operantesi nelle lebbrose, senza che le si fosse detta una parola, e sapendolo, divideva pienamente i sentimenti che provavano le due donne. — Il suo aspetto, le sue parole, il suo contegno la tradivano, e con rapido presentimento Ben Hur corse col pensiero alle lebbrose; sentì in sè la certezza che Amrah era li per loro, e si volse nell'atto stesso ch'esse si alzavano da terra. — Il cuore cessò di battergli in petto, — rimase un'istante come pietrificato — muto — atterrito.
La donna ch'egli aveva veduto in faccia al Nazareno era lì colle mani congiunte e cogli occhi bagnati di lagrime, guardando il cielo.
La trasformazione avrebbe bastato in se stessa a giustificare la sua sorpresa, ma questa non era che in piccolissima parte la causa della profonda commozione da cui si sentiva invaso.
Poteva egli credere ai proprii occhi? Sognava egli o era desto? Chi era costei che tanto assomigliava a sua madre? A sua madre com'ella era nel giorno in cui gli fu a forza strappata dal Romano, salvo che i capelli erano ora brizzolati? E chi le stava allato se non Tirzah? Fattasi più bella e più matura, ma sotto ogni altro riguardo la Tirzah di prima, quale egli se la ricordava quel mattino fatale della loro separazione.
Ben Hur le aveva credute morte e coll'andar del tempo s'era rassegnato a quella convinzione; non già ch'egli avesse cessato di rimpiangerle, ma coll'estinguersi d'ogni speranza s'erano dileguate le loro immagini, nel senso ch'esse non figuravano più nei suoi piani d'azione, nei suoi sogni d'avvenire. — Ora che se le vedeva davanti, dubitando dei proprii occhi, stese una mano sul capo della servente e tremante balbettò:
— «Amrah, Amrah! — mia madre! Tirzah! dimmi se è vero — se non m'inganno!» —
— «Padrone, parla ad esse, parla,» — rispose quella.
Non attese altro Ben Hur, ma, aprendo le braccia, si precipitò verso le donne gridando — «Madre! Madre! Tirzah! Sono io!» —
All'esclamazione del figlio rispose quella della madre e della sorella, e con non minor impeto le due donne gli si slanciarono incontro; ma ad un tratto la madre s'arrestò, balzò indietro spaventata e mandò il grido d'allarme — «Sono infetta, sono infetta! Fermati Giuda, non avvicinarti!» —
Non era per effetto d'abitudine che la povera donna emise quel grido, era l'amor materno che, superiore a qualunque altro impulso ed a qualunque considerazione, si affermava. Rapido come un lampo s'era affacciato il dubbio che, quantunque guarite, sussistesse il pericolo di trasmettere il morbo all'amato figliuolo, pel contatto delle vesti. Ma un tal timore nulla poteva su di lui, o meglio ei non vi pensò affatto. Un istante appresso, i tre, così a lungo divisi, versavano lagrime di gioia, stretti in un solo abbraccio.
Quando, passata la prima estasi, si ristabilì la calma, le prime parole della madre furono:
— «Nella nostra felicità figliuoli miei, non dimentichiamo la gratitudine. Inauguriamo la nostra nuova vita coll'innalzare una preghiera a Colui cui tutto dobbiamo;» — e caduti ginocchioni, la vedova recitò ad alta voce la preghiera di ringraziamento. Tirzah, ne ripetè ad una ad una le parole, e così pure Ben Hur, ma era evidente che la sua fede non eguagliava quella della sorella, poichè, alzati che furono, domandò:
— «In Nazareth sua patria, si dice che quell'uomo sia figlio d'un falegname. Chi sarà egli mai?» —
Con lo stesso sguardo di tenerezza dei tempi passati, la madre rispose come già aveva risposto al Nazareno:
— «Egli è il Messia.» —
— «E da dove gli viene il suo potere?» —
— «Possiamo desumerlo dall'uso ch'egli ne fa. Puoi tu dirmi s'egli ha mai fatto del male?» —
— «No, mai.» —
— «Se è così, io ti dico ch'egli tiene il suo potere da Dio.» —
Non è cosa facile l'emanciparsi di colpo da abitudini di pensiero cresciute in noi con l'andar degli anni, e quando Ben Hur si domandava quale allettamento potesse mai offrire ad un tal uomo la vanità di questo mondo, la propria ambizione non gli concedeva di riconoscersi in errore, persistendo egli come pur troppo facciamo noi, a misurare Cristo alla stregua di sè stesso. In verità, assai meglio faremmo, se valutassimo noi stessi alla stregua di Cristo.
Naturalmente fu la madre che per la prima si ricordò delle pratiche necessità della vita.
— «Che faremo noi ora, figlio mio? ove andremo?» —
Ben Hur, richiamato alla realtà delle cose, non potè a meno di constatare come ogni traccia del flagello fosse scomparsa e come ognuna delle donne avesse ricuperata tutta l'avvenenza della persona. Egli si levò il mantello e lo buttò sulle spalle di Tirzah, dicendole con un sorriso di fraterno orgoglio:
— «Lo sguardo del viandante ti avrebbe prima schivato ed ora egli non deve offendere il tuo pudore.» —
Quell'atto mise in vista la spada ond'era cinto.
— «È tempo di guerra?» — chiese la madre con curiosità.
— «No.» —
— «Perchè allora sei tu armato?» —
— «Potrebbe essere necessario per difendere il Nazareno» — rispose Ben Hur, celando in parte la verità.
— «Ha egli nemici? e chi son dessi?» —
— «Ahimè! madre, essi non son tutti Romani.» —
— «Non è egli figlio di Israele e pertanto un uomo di pace?» —
— «Nessun altro amò mai la pace più di lui, ma agli occhi dei rabbini e dei dottori egli è colpevole d'un gran delitto.» —
— «Qual delitto?» —
— «Ai suoi occhi il Gentile non circonciso è meritevole della grazia divina non meno d'un Ebreo dei più rigidi costumi. Egli predica una nuova legge.» —
Tacque la madre, e la comitiva si raggruppò all'ombra dell'albero i cui rami sovrastavano alla roccia. Frenando l'impazienza d'accogliere nella casa paterna i suoi cari e di udirvi il racconto della loro vita, Ben Hur spiegò loro la necessità assoluta di conformarsi alle disposizioni di legge regolanti il loro caso, e concluse col chiamare l'arabo per ordinargli di precederlo coi cavalli fin presso la Porta di Bethesda: poi tutti assieme si avviarono al Monte dell'Offesa. Si comprende come in ben diverse condizioni si compisse il ritorno. Camminando rapidamente, con passo leggiero e la letizia in cuore, arrivarono in breve ad un sepolcro eretto in vicinanza a quello d'Assalonne e dominante la vallata di Cedron. Constatato ch'esso non era occupato da alcuno, le donne ne presero possesso, e Ben Hur le lasciò per prendere sollecitamente le disposizioni richieste dalla loro nuova condizione.
CAPITOLO V.
Ben Hur piantò due tende nella valle superiore di Cedron a pochi passi dalla tomba dei Re, le ammobigliò in fretta e furia e vi condusse la madre e la sorella perchè vi soggiornassero in attesa del certificato di libera circolazione che darebbe loro il sacerdote ispettore.
Nel cedere all'impulso del proprio cuore, e nel compiere il proprio dovere di figlio, il giovane si era messo nell'impossibilità di partecipare alle cerimonie della grande festa imminente, o anche solamente di por piede in una delle corti del Tempio, restrizione che gli tornò assai gradita poichè gli permise di dedicarsi intieramente all'adorata famiglia.
Racconti di vicende come le loro, di tristi esperienze attraverso il corso di diversi anni, di patimenti fisici e di più acuti dolori morali, sogliono necessariamente occupare molto tempo, anche perchè gli incidenti di rado si seguono in ben ordinata connessione. — Ben Hur ascoltò la narrazione delle due donne dissimulando sotto la calma apparente i sentimenti che essa gli suscitava nel petto, — sentimenti d'ira e di vendetta, che aumentavano d'intensità di mano in mano che s'accumulavano le raccapriccianti rivelazioni. Pazze idee gli attraversavano il cervello, ed ancor più pazzi proponimenti si svolgevano in lui, come per esempio quello di far insorgere la Galilea, e già la contemplazione d'un eccidio generale degli aborriti oppressori lo riempiva di gioia selvaggia; buon per lui che la ragione, frenando quegli impeti passionali, non tardò a riprendere il sopravvento ed a fargli presente l'inanità d'ogni tentativo che non fosse il risultato d'un'azione concorde di tutto Israele; dopo di che i suoi pensieri e le sue speranze fecero ritorno al punto di partenza cioè al Nazareno ed ai suoi propositi. — Vi fu un momento in cui la sua riscaldata fantasia lo spinse ad improvvisare la seguente invocazione in bocca dell'uomo misterioso: — «Ascoltami o Israele! io son colui, promesso dal Signore, nato Re dei Giudei, che viene a iniziare l'impero di cui parlavano i profeti. Sorgi ora, e conquista il mondo!» —
Ah, se il Nazareno pronunciasse quelle parole, che tumulto scoppierebbe! quante bocche le ripeterebbero esultando in ogni paese, facendo sorgere sterminati eserciti! Ma le avrebbe egli pronunciate?
Nelle sua impazienza d'incominciar l'opera, Ben Hur attinse la risposta a moventi mondani, perdendo di vista la duplice natura dell'uomo, e pertanto anche l'ipotesi che il divino in lui superasse l'umano. Nel miracolo di cui Tirzah e sua madre erano stato gli oggetti, egli scorgeva solo una facoltà ampiamente sufficiente a piantare la corona Ebraica sulle rovine d'Italia; più che sufficiente a ricostituire la società ed a riunire l'umanità in una grande famiglia purificata e felice: e quando quell'opera fosse compiuta, chi potrebbe asserire che la pace, solo allora possibile, non fosse degna missione d'un figliuolo di Dio? Chi potrebbe allora negare la redenzione dovuta a Cristo? E facendo pure astrazione d'ogni considerazione d'ordine politico, qual messe di gloria non raccoglierebbe egli come uomo? No, nessun mortale avrebbe la forza di rinunciare ad un simile avvenire.
Intanto giù nella valle di Cedron e verso Bezetha, particolarmente lungo la strada che conduceva alla Porta di Damasco, andavano sorgendo tende, capanne e baracche d'ogni genere per uso dei pellegrini accorsi a celebrare la Pasqua. Ben Hur s'intrattenne con molti di quegli stranieri, ed ogni qualvolta ritornava alle loro tende si meravigliava del loro numero straordinario, sempre crescente. Quando poi scoperse che ogni parte del mondo, dall'India al settentrione dell'Europa, era fra loro rappresentata, e quando constatò che, sebbene tutta quella gente non conoscesse una sillaba d'Ebraico, era colà convenuta con lo stesso scopo, cioè per la celebrazione della festa, un'idea quasi superstiziosa lo penetrò. Non potrebbe egli dopotutto aver frainteso il Nazareno? Non potrebbe darsi che colui coll'attendere pazientemente avesse abilmente dissimulato una tacita preparazione al compimento della grand'opera? — Ed infatti com'era di gran lunga più propizia quest'occasione, che non quella in cui i Galilei presso Gennezaret avevano voluto a viva forza incoronarlo! Colà il suffragio si limitava a poche migliaja, qui al suo appello risponderebbero milioni di voci. Continuando in quest'ordine di idee e passando da induzione ad induzione, Ben Hur esultò, pensando alla gloriosa prospettiva che si schiudeva ai suoi occhi, nel tempo istesso che s'accrebbe in lui la ammirazione per quell'uomo saturnino, che, sotto il manto d'infinita dolcezza e di meravigliosa abnegazione nascondeva l'accortezza d'un uomo di stato ed il genio d'un capitano.
Di tempo in tempo, uomini dal volto abbronzato ed ombreggiato da folta barba, venivano in cerca di lui, e lo trattenevano in secreti colloquii; alle domande della madre, egli rispondeva semplicemente: — «Sono amici miei di Galilea.» — Per loro mezzo egli era tenuto a giorno delle mosse del Nazareno e delle insidie dei suoi nemici Rabbini e Romani. Sapeva che la vita di quell'uomo straordinario correva pericolo, ma si rifiutava di credere che ci fosse alcuno abbastanza temerario per assalirlo proprio nel momento della sua massima popolarità, e si confortava pensando alla sicurezza che presentava il numero enorme dei suoi ammiratori. In cuor suo Ben Hur faceva sopratutto assegnamento sul potere miracoloso di Cristo, mentre non gli passò neppure pel capo l'idea che chi esercitava un tal potere pel bene altrui non l'avrebbe forse voluto esercitare in propria difesa.
Giova tener presente che questi incidenti avevano luogo fra il ventesimo giorno di Marzo, secondo il nostro calendario, ed il giorno venticinquesimo. Alla sera di quest'ultimo giorno, Ben Hur, non potendo più oltre frenare la propria impazienza, montò a cavallo e partì per la città promettendo di ritornare la stessa notte.
Il cavallo galoppò di buona lena. Le strade, i ridenti vigneti che le fiancheggiavano erano silenziosi, le case deserte, e spenti i fuochi presso le tende; perchè alla vigilia di Pasqua tutti si recavano in città, affollando le corti del Tempio, ove si sgozzavano gli agnelli. Il cavaliere entrò dalla porta settentrionale e penetrò in Gerusalemme, festosamente illuminata in onore del Signore.
CAPITOLO VI.
Ben Hur scese alla porta del Khan, o albergo, dal quale, più di trent'anni prima, erano partiti i tre saggi per recarsi a Betlemme.
Lasciò il cavallo in consegna ai suoi servi arabi, ed in breve arrivò alla casa paterna, ove si diresse al gran salotto. Chiamò Malluch, ma questi era assente; mandò allora un saluto ai suoi amici, il negoziante e l'Egiziano, ma anche questi si erano fatti trasportar fuori per assistere alla celebrazione; l'Egiziano, gli fu detto, era in uno stato di grande debolezza e sembrava molto accasciato.
Il messo ch'egli aveva incaricato di chiedere notizie di Balthasar, s'era rivolto alla figlia, la quale veniva così informata dell'arrivo del padrone, ciò che probabilmente Ben Hur aveva voluto. Essa non tardò a comparire, leggiera come una silfide nei bianchi veli che le svolazzavano attorno avvolgendo nelle loro pieghe la sua bella persona di Dea. Se dobbiamo dire la verità, durante l'agitazione suscitata dai recenti avvenimenti, Ben Hur non aveva pensato che di sfuggita all'Egiziana, ma ora, al suo apparire, in tutto lo splendore della sua bellezza, irresistibilmente affascinato, fece per precipitarsi verso di lei colle braccia amorosamente tese; senonchè, fatto appena un passo, s'arrestò come se uno spettro gli si fosse rizzato sul cammino e guardò attonito la ragazza.
Fino a quel giorno, costei aveva messo in opera tutte le arti della più raffinata civetteria per ammaliarlo: — ogni suo sguardo era stato una confessione d'amore, confermato da ogni suo atto. Le sue parole blandivano dolcemente le orecchie del giovane, e gli risuonavano continuamente nel cuore durante le lunghe ore d'assenza. Per lui la seducente creatura pudicamente abbassava gli occhi come per celarne le fiamme, per lui erano i versi d'amore ch'essa aveva imparato dai menestrelli d'Alessandria e che sapeva recitare con irresistibile grazia; per lui le esclamazioni affettuose, i sorrisi, le suggestive strette di mano, i baci, le canzoni del Nilo, e gli studiati lenocinii dell'abbigliamento. L'idea, antica come i più antichi popoli, che la bellezza è il guiderdone degli eroi, non vestì mai forme così regali come quelle che si erano a lui rivelate.
Tale era stata l'Egiziana per Ben Hur dopo la notte della gita in battello sul lago presso l'Orto delle Palme. Ed ora?
Abbiamo già in altra parte di questo volume accennato alla duplice natura umana in rapporto ad un argomento sacro; qui è il caso di parlarne ancora, ma in senso ben diverso. Vi sono poche persone la cui indole non presenti due faccie, una natura genuina, spontanea, l'altra artificiale e finta, il risultato dell'educazione e delle circostanze, un intonaco di orpello che spesso finisce col diventare parte integrale dell'individuo, non meno della prima.
Lasciando ai pensatori la cura d'approfondire questo tema, diremo che in questo momento la vera natura dell'Egiziana si manifestò nel modo più schietto e più completo.
Le sarebbe stato impossibile di ricevere una persona estranea con più marcata ripugnanza. Eccezione fatta d'una leggiera inclinazione della sua testolina, di una insolita tensione delle nari e d'una maggiore incurvatura del sensuale labbro superiore, essa presentava l'impassibilità di una statua. Dopo una breve pausa incominciò freddamente: — «La tua venuta è opportuna, figlio di Hur. Desidero ringraziarti della tua ospitalità, poichè dopo la giornata di domani non avrò forse più occasione di approfittarne.» —
Ben Hur si chinò leggermente, senza rimuovere lo sguardo da lei.
Essa continuò;
— «Mi sovviene d'un costume in voga presso i giuocatori di dadi; quando il giuoco è finito, essi consultano le loro tavolette e tirano le somme; poi libano in onore degli Dei, e pongono una corona sul capo del fortunato vincitore. Anche noi abbiamo giuocata la nostra partita che ha durato diversi giorni e diverse notti: ora ch'essa è finita dobbiamo vedere a chi spetta la corona?» —
Sempre cogli occhi fissi su di lei, Ben Hur rispose in tono d'indifferenza — «Un uomo non può combattere contro una donna risoluta a fare la propria volontà.» —
— «Dimmi,» — proseguì essa inclinando maggiormente il capo e sogghignando, — «dimmi o principe di Gerusalemme, ov'è quel figlio d'un falegname di Nazareth e non meno figliuolo di Dio, del quale tante grandi cose erano attese in questi ultimi tempi?» —
Egli fece un gesto impaziente, e rispose: — «Sono forse il suo custode?» —
La bella testa si chinò ancor più.
— «Ha egli distrutto Roma?» —
Ben Hur stizzito ripetè lo stesso gesto della mano.
— «Ove ha egli stabilita la sede della sua capitale?» — continuò la donna, — «È permesso vedere il suo trono e i suoi leoni di bronzo? ov'è il suo palazzo? Diamine! chi può far sorgere i morti deve poter costruire palazzi dorati!» —
Non era più ammissibile ch'essa volesse scherzare; le sue domande erano irritanti ed il suo contegno aggressivo. Ben Hur fu posto subito sull'avviso e disse con apparente bonarietà:
— «Oh, Egitto, aspettiamo un giorno ancora, anche una settimana, e vedremo lui, i leoni ed il palazzo!» —
Essa proseguì senza badare al significato di quelle parole:
— «E perchè presentasi vestito così? Non son quelle le vesti dei governatori o dei vicerè delle Indie o d'altri paesi. Mi ricordo d'aver veduto una volta il satrapo di Teheran, con un turbante di seta, un mantello di tessuto d'oro, con una spada dall'impugnatura e dalla guaina talmente tempestate di pietre preziose, che n'ebbi un capogiro. Credetti proprio che Osiride gli avesse prestato un raggio del suo sole. — Stupisco assai che tu non sia ancora entrato in possesso del tuo regno, di quel regno ch'io doveva dividere teco.» —
— «La figlia del saggio mio ospite è, senza volerlo, ben gentile con me, poichè m'insegna ch'Iside può baciare un cuore senza renderlo migliore.» — Ben Hur pronunciò queste parole con fredda cortesia. Iras, trastullandosi con un brillante che le pendeva dalla collana, tacque un'istante, poi riprese. — «Per un Ebreo, il figlio di Hur non manca di spirito. Ho assistito all'entrata in Gerusalemme del tuo Cesare sognatore, di colui che, a tuo dire, doveva proclamarsi Re dei Giudei sopra i gradini del Tempio. Vidi la processione che l'accompagnava e ne udii i canti; che bell'effetto facevano quelle palme agitate! Vi cercai invano una figura dall'aspetto regale, un cavaliere porporato, un cocchio d'abbagliante metallo, un maestoso guerriero dietro allo scintillante scudo, gareggiante in altezza colla propria lancia. Sarebbe stato pur bello vedervi un principe di Gerusalemme con una coorte delle legioni di Galilea!» —
Accompagnò le parole con un provocante sguardo di disprezzo, poi diede in uno scroscio di risa come se l'immagine da lei evocata fosse ancor più ridicola che spregevole.
— «Anzichè un Sesostri ritornante in trionfo o un Cesare incoronato, e con la spada al fianco, ah, ah, ah, vidi un'uomo dal volto muliebre e lagrimoso, montato su di un somaro! Il Re! il Figlio di Dio! il Redentore del mondo! ah, ah, ah!» —
Suo malgrado Ben Hur sussultò.
— «Non lasciai il mio posto, no, oh principe di Gerusalemme,» — proseguì essa, senza dargli il tempo d'interromperla, — «no, non risi, ma dissi a me stessa: Aspettiamo: nel Tempio egli si abbiglierà come s'addice ad un eroe sul punto di prendere possesso del Mondo. Lo vidi oltrepassare la Porta di Shushan e la Corte delle Donne. Lo vidi arrestarsi davanti la Porta Magnifica. Il popolo assiepava il porticato e i cortili; si affollava nei chiostri e sui gradini dei tre lati del Tempio, e tutti trattenevano il respiro in attesa della proclamazione. Qual silenzio solenne! ah, ah, ah, nella mia fantasia mi pareva già di udire lo scricchiolìo del crollante edificio Romano; ah, ah, ah! O principe, il tuo Re del mondo si avvolse nella sua veste e se n'andò per la porta più lontana, senza neppure profferire una parola e... l'impero Romano è ancora in piedi!» —
In pietoso omaggio ad una speranza, che in quel momento si spense del tutto e di cui egli aveva ansiosamente seguito col cuore i fuggenti barlumi, Ben Hur abbassò lo sguardo.
Nè gli argomenti di Balthasar, nè i miracoli compiuti in sua presenza avevano mai sortito l'effetto di porre così spiccatamente in rilievo la contestata natura del Nazareno. Dopo tutto, il miglior modo per arrivare alla percezione di ciò che è divino, è lo studio di ciò che è umano. Nelle cose che trascendono l'intelligenza umana possiamo sempre riprometterci di trovar Dio. Così, nella descrizione fatta dall'Egiziana della scena in cui il Nazareno volse le spalle alla Porta Magnifica, l'azione principale rimaneva affatto inesplicabile se la si considerava da un punto di vista puramente umano. Come parabola rivolta ad un popolo amante di parabole, quell'atto insegnava ciò che Cristo aveva così spesso affermato, e cioè che la sua missione non era politica. Questi pensieri attraversarono con la rapidità di un baleno la mente di Ben Hur, ma allo stesso tempo si radicarono fermamente nel suo cuore. Gli sembrò di vedere l'uomo dal volto dai capelli femminei farsi vicino a lui, piangendo, — abbastanza vicino per lasciare una traccia del suo spirito dietro di sè.
— «Figlia di Balthasar,» — egli disse con dignità. — «Se questo è il giuoco di cui tu parlavi, prendi pure la corona, — essa è tua. Ma bastino le vane ciancie, e veniamo ad una conclusione. Che tu hai uno scopo, sono certo: esponilo, ed a questo io darò risposta; poi lasciamoci, e ciascuno vada per la sua strada. Parla: io ti ascolto.» —
Essa lo fissò con occhio intento, forse misurando la forza della sua volontà, poi disse, freddamente:
— «Tu hai il mio permesso — va.» —
— «La pace sia con te» — egli rispose.
Quando stava per passare sotto alla portiera, essa lo richiamò.
— «Una parola!» —
Egli si arrestò dov'era e la guardò.
— «Hai riflettuto a ciò ch'io so sul conto tuo?» —
— «O bellissima Egiziana» — egli disse, ritornando indietro, — «che cosa sai mai degli affari miei?» —
Essa lo guardò distrattamente.
— «Tu sei più Romano, o figlio di Hur, che tutti i tuoi connazionali.» —
— «Sono così diverso dagli altri Ebrei?» — egli chiese con indifferenza.
— «I semi de'i sono tutti Romani ora» — essa riprese.
— «Mi dirai dunque che altro hai appreso sul conto mio?» —
— «Questa tua somiglianza non è senza effetto sopra di me, e potrebbe indurmi a salvarti.» —
— «Salvarmi?» —
Le rosee dita giuocherellavano distrattamente coi ciondoli scintillanti della sua collana, e la sua voce era molto dolce e carezzevole; solo il leggero battere del suo sandalo sopra il pavimento, lo ammoniva di stare in guardia.
— «C'era una volta un Ebreo, un forzato sfuggito alle galere, che uccise un gladiatore nel Palazzo di Idernee,» — essa cominciò lentamente.
Ben Hur trasalì.