Part 39
Circa la terza ora del giorno seguente, pel sentiero che essi avevano percorso costeggiando le falde del monte Gilead, fin dalla loro partenza da Armoth la compagnia giunse all'arida steppa a settentrione del fiume sacro. Il sangue di Ben Hur scorreva rapidamente nelle vene perchè egli sapeva che il guado era vicino.
— «Sii contento, buon Balthasar» — egli disse — «siamo quasi arrivati.» —
Il conduttore affrettò il passo del cammello. Presto essi poterono distinguere capanne, tende ed animali pascolanti, ed una moltitudine di persone riunite presso la riva del fiume ed un'altra sulla riva occidentale. Comprendendo che l'eremita stava predicando, si affrettarono ancor più, ma mentre s'avvicinavano s'accorsero che la folla incominciava a scomporsi ed a disperdersi.
Arrivavano troppo tardi!
— «Restiamo qui» — disse Ben Hur a Balthasar che si torceva le mani — «il Nazareno può venir da questa parte.» —
La folla era troppo preoccupata nella discussione di quanto aveva udito, per accorgersi dei nuovi venuti. Quando alcune centinaia di persone se ne furono andate, e già sembrava che l'occasione di vedere il Nazareno fosse perduta, essi videro avanzarsi verso di loro, poco lungi dalla riva del fiume, una persona dall'aspetto così strano, che dimenticarono tutto il resto.
L'apparenza dell'uomo era rozza e bizzarra, quasi selvaggia. Il volto era magro, smunto, del colore della pergamena. Sulle spalle e giù per la vita, cadeva a guisa di treccie un ammasso di capelli bruciati dal sole. I suoi occhi erano ardenti; tutto il fianco destro della persona era scoperto, bianco come il suo viso, ed altrettanto scarno; una camicia di pelle di cammello, ruvida come la tela delle tende Beduine, rivestiva il resto della persona sino alle ginocchia, fermata alla vita da una larga cintura pure di pelle non conciata. I suoi piedi erano nudi. Una bisaccia gli pendeva dalla cintola. — Aveva un bastone in mano, quantunque i suoi movimenti fossero svelti, decisi, e stranamente vigili; ogni tanto scacciava dagli occhi i capelli arruffati e si guardava attorno, quasi cercando qualcheduno.
La bella Egiziana osservò il figlio del deserto con sorpresa, per non dire con ribrezzo. Poi, alzando le cortine del baldacchino, essa disse a Ben Hur, che le cavalcava dappresso.
— «È quello l'araldo precursore del tuo Re?» —
— «È il Nazareno» — egli rispose, senza alzare gli occhi.
In verità, egli stesso ne fu più che disgustato. A dispetto della sua famigliarità, con gli asceti di Engaddi — i loro vestiti, la loro indifferenza a tutte le opinioni, la loro costanza nei voti che li costringevano a sopportare i più terribili dolori; la loro vita solitaria e refrattaria agli allettamenti dei loro simili, quasichè essi non appartenessero alla medesima razza, quantunque egli fosse stato avvertito di cercare un Nazareno, che descriveva sè stesso come una Voce proveniente dal Deserto — pure il sogno di Ben Hur riguardo al Re che doveva essere così grande, aveva talmente colorito i suoi pensieri, che egli non dubitava di trovare nel precursore qualche indizio dello splendore di colui che annunziava. Contemplando quella figura selvaggia si ricordò dei lunghi seguiti di cortigiani ch'egli era abituato a vedere nelle terme e nei corridoi imperiali di Roma, e nella sua mente accrebbe il ribrezzo e la vergogna. Sbalordito non potè che rispondere;
— «È un Nazareno.» —
Balthasar non si scoraggiava così. Egli sapeva che le vie di Dio non sono sempre quali gli uomini le desiderano. Egli aveva veduto il Salvatore quando era ancora bambino in una greppia: la sua fede lo aveva preparato alla rozza semplicità, che doveva circondare la Divina riapparizione.
Attese in posizione riverente, le mani incrociate sul petto e le labbra mormoranti una preghiera.
Non aspettava un Re.
In questo momento di tale interesse pei nuovi venuti, e nel quale ognuno si trovava in preda ad una emozione diversa, un altro uomo sedeva, non lontano, sopra una pietra sulla riva del fiume, pensando forse alla predica che aveva udito.
Ad un tratto si alzò e camminò lentamente lungo la spiaggia in modo da portarsi sulla via che stava percorrendo il Nazareno e da incontrarlo presso il cammello.
I due, il predicatore e lo straniero, continuarono a camminare finchè quasi si raggiunsero. Alla distanza di dieci passi il predicatore si fermò, si allontanò dagli occhi i capelli che gl'ingombravano il viso, guardò fissamente lo straniero e alzò le mani, come per dare un segnale a tutti coloro che potessero vederlo. Ciascuno si fermò in atto di ascolto. In quel profondo silenzio il bastone che il Nazareno teneva nella mano destra si alzò lentamente indicando lo straniero.
Tutti quelli che dapprima ascoltavano fissarono i loro sguardi con attenzione sul nuovo venuto. Così fecero Balthasar e Ben Hur.
L'uomo si moveva lentamente verso di loro; era di statura poco superiore alla media, magro, quasi sparuto.
I suoi movimenti erano tranquilli e studiati come quelli degli uomini che sogliono meditare a lungo sopra gravi argomenti e si adattavano bene al suo costume, consistente in un abito con larghe maniche, che gli arrivava fino alle caviglie del piede, ed una sopravveste chiamata _tallith_. Nella mano sinistra teneva il solito copricapo dal fiocco rosso.
Il colore della sua veste era giallo per la polvere e imbrattato di fango.
Facevano eccezione i fiocchi della sua cintura, azzurri e bianchi, quale la legge prescriveva ai Rabbini. I suoi sandali erano semplici.
Non aveva nè borsa, nè cintura, nè bastone. Questi dettagli furono appena osservati dai tre, attratti unicamente dalla testa e in ispecial modo dal viso dello sconosciuto, dal quale scaturiva un ineffabile fascino.
Egli stava a capo scoperto sotto il cielo sereno; i suoi capelli di un color bruno dorato, tendenti leggermente al rosso là dove erano illuminati dal sole, si partivano in mezzo al capo e scendevano in lunghe anella sopra le spalle. Sotto una fronte larga e bassa, ombreggiati da sopracciglie inarcate e brune, brillavano due grandi occhi azzurri, raddolciti da lunghissime ciglia, quali si vedono talvolta nei fanciulli, ma ben raramente, o quasi mai, negli uomini.
Era difficile determinare se le altre sue fattezze fossero piuttosto Greche che Ebraiche. La delicatezza delle nari e della bocca apparteneva piuttosto al tipo Greco; e insieme alla dolcezza dei suoi occhi, al pallore del volto, alla finezza dei capelli e della morbida barba, che scendeva ondulata sul collo, sul petto, e formava un complesso di tanta soavità e bellezza, che un soldato avrebbe riso incontrandolo, una donna si sarebbe sentita istintivamente attratta a confidare in lui, un bambino gli avrebbe tesa la piccola mano e gli avrebbe concessa tutta la fiducia della giovine anima.
L'espressione dominante i suoi lineamenti, sarebbe stata attribuita da vari osservatori nello stesso tempo, e con egual correttezza, all'intelligenza, all'amore, alla pietà o al dolore. Per dir il vero, era una compenetrazione di tutte queste qualità.
Il suo sguardo rivelava un'anima immacolata, costretta a vedere e comprendere la corruzione di quelli fra i quali passava. Ciò non ostante nessuno avrebbe nel suo volto scorta una traccia di debolezza. In ogni modo, così non avrebbero pensato coloro i quali sanno che l'amore, il dolore e la pietà sono il risultato di una forza morale capace di sopportare qualunque sofferenza, più che non lo siano le forze fisiche.
Questa è stata la potenza che ha sostenuto i martiri ed i santi.
Lentamente egli si avvicinò ai tre. Ora Ben Hur, con la lancia in mano, era degno di attirare lo sguardo d'un Re, pure gli occhi di colui che si avvicinava non guardavano nè lui nè la meravigliosa bellezza di Iras, ma erano fissi sul vecchio e cadente Balthasar. Il silenzio era profondo.
Il Nazareno, tendendo il bastone verso di lui, gridò a voce alta.
— «Guardate l'agnello di Dio, che redimerà il mondo!» —
Gli astanti, meravigliati dal gesto e dalla frase stavano ad ascoltare ciò che potesse seguire a queste strane parole che oltrepassavano la loro intelligenza. Su Balthasar esse ebbero un effetto irresistibile. Egli era venuto per vedere un'altra volta il Salvatore. La fede che gli aveva meritato tali privilegi in gioventù s'era andata confermando con gli anni, concedendo al suo sguardo una penetrazione superiore a quella dei suoi compagni, — una forza che gli permetteva di riconoscere alla sola apparenza colui ch'egli cercava. Piuttosto di chiamare questa forza un miracolo, possiamo considerarla come facoltà di un'anima che conservava ancora qualche traccia delle sue relazioni con la divinità, alla presenza della quale altre volte era stata ammessa, oppure come la giusta ricompensa di una vita di santità senza esempio in quell'epoca — una vita per sè stessa un miracolo. L'ideale della sua fede gli stava dinanzi, perfetto nel viso, nelle fattezze, nel vestito, nei movimenti, nell'età. Il suo volto spirava riconoscenza! Oh, se ora succedesse qualche cosa per svelare l'identità dello straniero! Ciò avvenne in quel momento.
Quasi per assicurare l'Egiziano che tremava, l'eremita ripetè il grido: — «Guardate l'agnello di Dio, che viene a redimere il mondo!» — Balthasar cadde in ginocchio. Per lui non v'era bisogno di spiegazioni; e, come se l'eremita lo sapesse, si rivolse a quelli che lo fissavano in atto di meraviglia e continuò:
— «Questi è Colui del quale dissi! Io non lo conoscevo, ma affinchè egli divenga manifesto ad Israele, sono venuto a battezzarlo con l'acqua. Io vidi lo Spirito discendere dal cielo sopra di lui, come una colomba. Ed io non lo conoscevo; ma colui che mi mandò a battezzare con l'acqua mi disse: — «Colui sopra il capo del quale vedrai scendere lo Spirito, è Colui che cerchi» — ed io — «vidi ed attesto...» — Egli si fermò; e, continuando ad indicare col bastone teso, lo straniero dai bianchi vestiti: — «ed io attesto che _questi è il figlio di Dio_!» —
— «È lui, è lui!» — gridò Balthasar con gli occhi pieni di lagrime. E cadde a terra svenuto.
Durante tutto questo tempo Ben Hur stava studiando la fisonomia dello straniero, ma con un interessamento affatto diverso dagli altri. Lo rallegravano la perfezione delle sue fattezze, la nobiltà, la tenerezza, l'umiltà e la santità della sua persona. Ma nella sua mente uno era il pensiero: — «Chi è quest'uomo? Messia o Re?» — Mai vi fu apparizione meno principesca; al solo guardare quell'aspetto calmo e benigno, l'idea della guerra e della conquista, e il desiderio del dominio gli sembravano una profanazione. — «Balthasar deve aver ragione» — mormorò fra sè — «e Simonide torto. Quest'uomo non è venuto per ripristinare il trono di Salomone; non ha nè il carattere, nè il genio di Erode, Re potrà essere, ma non di un regno più grande di Roma.» —
Dobbiamo però notare che tutto ciò non era una conclusione assoluta per Ben Hur, ma una semplice impressione; e mentre questa stava formandosi, contemplando il meraviglioso aspetto dello straniero, la sua memoria si sforzava febbrilmente come a richiamare un ricordo passato. — «Certamente,» — egli disse fra sè — «io ho già veduto quell'uomo, ma dove e quando?» — Egli era certo che quello sguardo, così calmo, così pietoso, così dolce, si era una volta rivolto a lui, come ora raggiava sopra Balthasar. Improvvisamente, come illuminata da un subito raggio di sole, gli apparve la scena presso il pozzo di Nazareth, quando le guardie Romane lo trascinavano alla galera. A quel ricordo tutto il suo essere tremò. Quelle mani l'avevano aiutato quand'egli soffriva. Quel viso gli era, d'allora in poi, rimasto scolpito nella mente.
Nell'emozione che lo agitava, le parole del predicatore andarono perdute. Egli non udì che le ultime parole così meravigliose che ancora il mondo ne risuona:
= — «Questo è il figlio di Dio!» — =
Ben Hur balzò da cavallo per rendere omaggio al suo benefattore; ma Iras gli gridò:
— «Aiuto, figlio di Hur, aiuto, che mio padre muore!» —
Egli si fermò, si voltò indietro, e si affrettò a sorreggere il vecchio. Ella gli diede una tazza, e Ben Hur, ordinando allo schiavo di far inginocchiare il cammello, corse al fiume ad attingere acqua. Quando ritornò lo straniero era sparito.
Finalmente Balthasar riprese i sensi e stendendo le braccia, domandò debolmente:
— «Dov'è?» —
— «Chi?» — chiese Iras.
Un raggio di ineffabile beatitudine brillò sul viso del buon uomo, come se un suo ultimo desiderio fosse stato appagato e rispose:
— «Lui — il Redentore — il Figlio di Dio, che mi fu concesso di rivedere un'altra volta!» —
— «Credi tu che fosse il figlio di Dio?» — domandò Iras a Ben Hur a bassa voce.
— «Sono pieno di stupore; aspettiamo,» — fu tutto quanto questi rispose.
Il giorno seguente, mentre i tre stavano ad ascoltare, l'eremita che predicava egli si interruppe a metà discorso, e disse:
— «Ecco l'Agnello di Dio!» —
Seguendo la direzione della sua mano, essi videro nuovamente lo straniero. Mentre Ben Hur esaminava la figura esile e l'aspetto augusto e santo, così pieno di tristezza, una nuova idea lo invase.
— «Balthasar ha ragione, ed anche Simonide. Non può il Redentore essere anche un Re??» —
E domandò ad un suo vicino:
— «Chi è quell'uomo che cammina laggiù?» —
L'altro, con un riso beffardo, rispose:
— «È il figlio di un falegname di Nazareth.» —
FINE DEL LIBRO SETTIMO.
LIBRO OTTAVO
Chi poteva resistere? Nel mondo Quale nata a fallir creatura umana? L'ambrosia che fluìa dalle sue labbra, Gli sguardi dolci, gli amorosi detti M'avean reso come un bambinello Cullato fra le rose. La mia vita Essa mutò. Davanti a quell'altera Bellezza sensüale io m'inchinai Come a regina un suo fedel vassallo.
KEATS — _Ëndimione_.
— Io sono la resurrezione e la vita.
CAPITOLO I.
— «Ester, Ester! Chiama il servo, e fa ch'egli mi dia una coppa d'acqua.» —
— «Non vorreste invece del vino, padre?» —
— «Digli di portare l'una e l'altro.»
Siamo nel padiglione sulla terrazza dell'antico palazzo degli Hur a Gerusalemme. Dal parapetto prospettante il cortile Ester chiamò un servitore nel momento istesso in cui un'altro domestico s'avvicinava, inchinandosi rispettosamente.
— «Un plico pel padrone» — diss'egli, porgendo una lettera avvolta in un rotolo di tela, legato e sigillato.
Convien qui spiegare al lettore, che si era al ventunesimo giorno di Marzo, cioè quasi tre anni dopo l'Annunziazione di Cristo a Bethabara. — In quel periodo di tempo, Ben Hur, il quale non poteva soffrire l'abbandono e lo stato rovinoso del palazzo di suo padre, aveva per mezzo di Malluch comperata la casa da Ponzio Pilato, e con opportune riparazioni, le porte, i cortili, le scale, i terrazzi, le pareti, il tetto, erano stati ripristinati al punto, che non solo non rimaneva più traccia delle tragiche vicende di cui era stata vittima la famiglia, ma tutto si trovava improntato ad una ricchezza e ad uno splendore maggiore. Ad ogni angolo il visitatore incontrava prove del buon gusto che il giovane proprietario aveva portato dal suo lungo soggiorno nella villa di Miseno e nella capitale Romana.
Non si deve da ciò concludere che Ben Hur si fosse pubblicamente fatto riconoscere proprietario.
Secondo lui non ne era ancora venuto il momento, e per la stessa ragione non aveva neppure ripreso il suo vero nome.
Accudendo al lavoro di preparazione in Galilea, seguiva pazientemente l'opera del Nazareno: un personaggio che gli appariva più misterioso che mai, e i cui prodigi, spesso compiuti in sua presenza, lo riempivano d'angosciosi dubbï sulla sua personalità e sulla sua missione. Di tempo in tempo veniva alla città santa ad alloggiare nella casa paterna, ma sempre di nascosto e come ospite.
È bene notare però, che queste periodiche visite di Ben Hur non erano unicamente dovute al bisogno di un po' di riposo. Balthasar ed Iras alloggiavano nel palazzo, ed egli non era insensibile al fascino della fanciulla, mentre il padre, quantunque indebolito di corpo, possedeva ancora tanta forza intellettuale da interessare vivamente il giovane coi suoi sorprendenti discorsi intorno alla divinità del ramingo taumaturgo, di cui tutti erano in attesa.
In quanto a Simonide e ad Ester, essi erano arrivati da Antiochia solo pochi giorni prima, dopo un viaggio faticoso per il vecchio, portato in un palanchino sospeso fra due cammelli, che non sempre camminavano allo stesso passo. Ma una volta arrivato, non pareva al pover'uomo di vedere abbastanza del suo paese natìo. Il suo diletto era di passare il tempo sul tetto, rannicchiato su di una seggiola, precisa all'altra lasciata ad Antiochia. All'ombra del padiglione egli respirava con gioia l'aria dei vicini colli; vedeva sorgere il sole, ne seguiva il percorso sino al suo cadere, e pensava al passato. Colla sua Ester vicina, gli era più facile, là, in vista del cielo, il rievocare l'imagine di quell'altra fanciulla da lui amata in gioventù, di colei che fu sua moglie e che col passar degli anni gli era sempre divenuta più cara. Malgrado ciò, non trascurava gli affari. Ogni giorno un messaggero gli portava il rapporto di Samballat, cui era stata affidata la direzione degli affari, ed ogni giorno ripartiva un messaggero latore d'indicazioni così particolareggiate da non lasciar posto ad alcuna iniziativa che non fosse la propria, nè ad alcuna eventualità salvo, beninteso, quelle che per volontà di Dio sfuggono alla previsione del più chiaroveggente degli uomini.
Mentre Ester faceva ritorno al padiglione, il sole che illuminava il terrazzo della casa, ravvolse in un'onda di luce, che fece vieppiù risaltare la grazia della sua persona, la perfetta regolarità del suo volto, la sua rosea carnagione spirante gioventù e salute, e il suo sguardo intelligente, abbellito da un'espressione d'infinita bontà. In una parola appariva una donna da amarsi con tutto l'animo, ed il cui amore era da ambirsi come il colmo della felicità.
Essa guardò il plico, si fermò, lo guardò una seconda volta più attentamente, ed arrosì riconoscendo il sigillo di Ben Hur. Accelerò il passo e lo porse al padre.
Simonide attese un momento, e anch'egli esaminò il sigillo. Aperto il plico ne estrasse il rotolo, che porse alla fanciulla. — «Leggi,» — le disse.
Gli occhi del padre erano fissi su di lei mentre parlava, e un'espressione di tristezza gli si dipinse sul volto.
— «Vedo che sai da chi esso viene. Ester.» —
— «Sì, dal... nostro... padrone.» —
Quantunque le parole uscissero a stento, nessun turbamento appariva nello sguardo che le accompagnò.
Lentamente il vecchio lasciò cadere il capo sul petto.
— «Tu l'ami, Ester,» — disse con voce calma.
— «Sì,» — rispose la fanciulla.
— «Hai ben riflettuto a quello che fai?» —
— «Mi sono provata a non pensare a lui, padre, e solo a ricordarmi, com'è mio dovere, ch'egli è il nostro padrone. Ma lo sforzo è tornato vano.» —
— «Sei una buona figliuola, sì, una buona figliuola, come lo era tua madre» — mormorò il vecchio, facendosi pensoso; dopo qualche istante continuò:
— «Che Iddio mi perdoni, ma son d'avviso che l'amor tuo non sarebbe vano, s'io avessi conservato tutto quanto era in mio possesso, com'era pure in mia facoltà di fare. Grande è la potenza del danaro!» —
— «Sarebbe stato peggio per me se tu l'avessi fatto, poichè allora sarei indegna d'un suo sguardo e non potrei essere orgogliosa di te. Non vuoi ora che legga?» —
— «Un momento» — esclamò, — «lascia che a fin di bene, figliuola mia, ti faccia conoscere il male in tutta la sua estensione. Valutandolo meco, può darsi che ti sembri meno terribile. Il suo cuore, Ester, è impegnato.»
— «Lo so,» — fece ella tranquillamente.
— «L'Egiziana lo ha colto nella sua rete,» — continuò Simonide, — «essa ha tutta l'astuzia della sua razza aggiunta alla bellezza che affascina. Molta bellezza e molta astuzia, ma, come le altre sue pari, poco cuore. La figlia che disprezza il proprio padre non può fare la felicità del marito.» —
— «Merita essa quest'accusa?» —
— «Balthasar,» — proseguì Simonide, — «è uomo saggio, singolarmente dotato per un Gentile, e la sua fede lo nobilita: eppure sua figlia lo deride. La udii io stesso ieri, parlando di lui, uscire in queste parole: — «Le follìe della gioventù sono perdonabili, ma nulla è ammirabile nei vecchi all'infuori della saggezza, e quando questa se n'è andata, il meglio ch'essi possano fare è di morire.» —
Parole crudeli, degne d'un Romano.
Io, vedi, le applicai a me stesso, ben sapendo come non sia da me lontana quella debolezza ch'ella rinfaccia al padre suo.
Ma tu, Ester, tu non dirai mai di me, nevvero, mai che sarebbe meglio ch'io fossi morto? No, mai, perchè tua madre era una figlia di Giuda.» —
Con gli occhi gonfi di lagrime, essa lo baciò, mormorando — «Son figlia di mia madre.» —
— «Sì, e mia figlia, la figlia mia, la quale è per me ciò che il Tempio era per Salomone.» —
Dopo una lunga pausa, egli appoggiò la mano sulla spalla della figlia e continuò: — «Quando egli avrà preso in moglie l'Egiziana, o mia Ester, il suo pensiero correrà a te con pentimento. Il suo spirito sarà turbato, perchè allora si accorgerà d'essere unicamente l'istrumento della malsana ambizione di quella donna. Roma è la mèta dei suoi sogni. Per lei egli è il figlio del duumviro Arrio, e non di Hur, principe di Gerusalemme.» —
Ester non si provò neppure a celare l'effetto di queste parole.
— «Salvalo, padre! Sei ancora in tempo!» — essa implorò.
Rispose il vecchio scuotendo il capo. — «Si può salvare un uomo che annega, non già un uomo innamorato.» —
— «Ma tu hai molt'influenza sopra di lui; egli è solo al mondo; additagli il pericolo; aprigli gli occhi sul carattere di quella donna.» —
— «Ciò potrebbe salvarlo da lei, ma non lo darebbe a te. No,» — e qui aggrottò le ciglia, — «io sono un servo come lo furono i miei padri, di generazione in generazione; pertanto come potrei io dirgli: — Guarda padrone, io ho una figlia che è assai più bella di quell'Egiziana e che meglio ti ama? — Non per nulla vissi libero e potente per tanti anni; — quelle parole mi abbrucierebbero la lingua, — le stesse pietre di quelle vecchie colline laggiù arrossirebbero di vergogna per me. No, per tutti i Patriarchi, Ester, anzichè profferirle, vorrei scendere con te nel sepolcro della povera mia moglie.» —
Il volto di Ester si fece di bragia.
— «Non intesi mai che tu avessi a parlargli così, padre. Io pensava solo a lui, alla sua felicità, non alla mia. Se ho osato amarlo, per questo appunto saprò mantenermi degna della sua stima: solo così potrò scusare ai mie occhi la mia follìa. Ora lasciami leggere la sua lettera.» —
— «Sì, leggila.» —
Essa lesse rapidamente come per por termine ad un argomento increscioso.
— «_Nisan, 8 giorno, sulla via da Galilea a Gerusalemme._» —
Il Nazareno è pure in cammino. Con lui, ma a sua insaputa io conduco tutta una legione dei miei. Una seconda legione ci segue. La Pasqua serve di pretesto all'agglomeramento. Egli disse alla partenza — «Andremo a Gerusalemme e tutte le cose che furono scritte di me dai profeti avverranno.» —
— «La nostra attesa è presso al suo termine.» —
— «In tutta fretta.» —
— «La pace sia con te, Simonide.» —
— «BEN HUR.» —
Ester restituì la lettera al padre, soffocando a stento un singhiozzo.
Non v'era una sola parola per lei, neppure un saluto! Eppure non sarebbe stata gran cosa l'aggiungere — «La pace sia anche coi tuoi.» — Per la prima volta in vita sua provò il morso della gelosia.
— «L'ottavo giorno» — ripetè Simonide, — «l'ottavo giorno; e questo, Ester, è....» —
— «Il nono» — rispose la figlia.
— «Allora potrebbe essere già a Bethania.» —
— «E forse potremo vederlo questa stessa sera,» — soggiunse essa, dimenticando per un'istante il proprio disinganno nella gioia di quella prospettiva.
— «Può darsi, può darsi! Domani è la festa del pane azzimo e probabilmente vorrà assistervi; vedremo fors'anche il Nazareno; sì, forse li vedremo entrambi, Ester.» —