Ben Hur: Una storia di Cristo

Part 37

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— «Preparatevi ora» — egli aggiunse — «e domattina dirigetevi verso casa; quando sarete arrivati, mandate ad avvertire i vostri subalterni e teneteli pronti a riunirsi a un mio comando. Per me e per voi andrò a vedere se il Re è realmente arrivato, e ve lo farò sapere. Frattanto viviamo nella gioia della promessa.» —

Entrato nella caverna, egli scrisse una lettera ad Ilderim, ed un'altra a Simonide, comunicando loro le notizie ricevute, e parlando del suo intento di recarsi immediatamente a Gerusalemme. Le lettere furono spedite per mezzo di rapidi messaggieri. Quando cadde la notte e spuntarono le stelle, egli montò a cavallo, e con una guida Araba si diresse verso il Giordano, intendendo di raggiungere la via delle carovane, tra Rabbath-Ammon e Damasco.

La guida era fidata e Aldebran veloce; cosicchè verso la mezzanotte i due uscirono dalla valle, che per tanti mesi era stata la loro dimora.

CAPITOLO II.

Lo scopo di Ben Hur era quello di fermarsi allo spuntar del giorno in un luogo sicuro, non lontano dalla via; ma avendolo l'alba sorpreso mentre ancora si trovava nel deserto, egli proseguì fidandosi delle parole della guida che gli prometteva di condurlo in breve ad una valle chiusa da grandi rupi, ove una fonte, alcuni gelsi ed un po' d'erba, offrivano foraggio e ristoro per gli uomini e pei cavalli.

Mentre Ben Hur proseguiva avvolto nei pensieri dei grandi eventi che dovevan succedere e dei cambiamenti che avrebbero portato nei destini delle nazioni, la guida, sempre all'erta, richiamò la sua attenzione sopra un punto mobile all'orizzonte, alle loro spalle. Tutto all'ingiro il deserto si stendeva con monotone onde di sabbia gialla e lucida sotto i cocenti raggi del sole, senza una palma o un filo d'erba. Solo a sinistra, ma ancora molto lontano, appariva una catena di basse montagne. In quello spazio così vasto, qualunque oggetto non poteva a lungo celarsi.

— «È un cammello» — disse subito la guida.

— «È seguito da altri?» — chiese Ben Hur.

— «È solo. No, v'è un uomo a cavallo — la guida, probabilmente.» —

Poco dopo, Ben Hur stesso potè discernere che il cammello era bianco e d'una grandezza quasi fenomenale, che gli rammentava il meraviglioso animale veduto la prima volta presso alla fonte nella Grotta di Dafne, condotto da Balthasar ed Iras. Non ve n'erano due uguali. Pensando all'Egiziano, rallentò sensibilmente il passo, indugiando finchè potè chiaramente distinguere due persone sedute sotto il baldacchino del cammello.

Se fossero Balthasar ed Iras! Dovrebbe egli farsi conoscere? Essi avrebbero attraversato soli il deserto. Ma mentre egli era incerto sul da farsi, il cammello col suo passo lungo e dondolante, lo raggiunse. Egli udì il tintinnio dei sonagli ed ammirò la ricca gualdrappa che aveva tanto colpito la folla alla sorgente di Castalia. Riconobbe pure l'Etiope, che accompagnava sempre l'Egiziano.

Il gigantesco cammello si fermò vicino al suo cavallo, e Ben Hur alzò il capo e vide Iras! Iras in persona, che sollevando la tenda lo guardava, coi suoi occhi pieni di sorpresa e di gioia.

— «Le benedizioni del vero Dio cadano su te!» — disse Balthasar con voce tremula.

— «La pace del Signore sia con te e co' tuoi!» — rispose Ben Hur.

— «I miei occhi sono velati per gli anni» — continuò Balthasar — «ma credo di riconoscere in te il figlio di Hur, che conobbi ultimamente, ospite nella tenda di Ilderim, il generoso.» —

— «E tu sei Balthasar, il saggio Egiziano. Le tue parole a proposito di certi santi avvenimenti futuri non sono estranee a questo nostro incontro nel deserto. Che cosa cerchi in queste lande desolate?» —

— «Chi è accompagnato da Dio non è mai solo — e Dio è dappertutto» — rispose Balthasar con gravità.

— «A non molta distanza da noi, segue una carovana in viaggio per Alessandria, e siccome deve passare per Gerusalemme, io avevo pensato di approfittare della sua compagnia fino alla Città Santa, alla quale sono diretto. Tuttavia stamane, impaziente del suo procedere lento a causa specialmente della scorta a cavallo, formata da una coorte Romana, ci alzammo per tempo e ci mettemmo in cammino. Contro i predoni del deserto ci protegge un sigillo dello Sceicco Ilderim, e contro gli animali feroci, la protezione di Dio.» —

Ben Hur chinò la testa e disse: — «Il sigillo del buon sceicco è una salvaguardia ovunque si estenda il deserto; e rapido dev'essere il leone, che voglia raggiungere questo re della sua specie.» —

Così dicendo egli accarezzava il collo del cammello.

— «Eppure» — disse Iras con un sorriso che non sfuggì al giovane, gli occhi del quale, bisogna confessarlo, s'erano spesso, durante il colloquio col vecchio, rivolti a lei. — «Eppure, anch'egli starebbe meglio se rompesse il suo digiuno. I Re soffrono la fame e i mal di testa. Se tu sei proprio il Ben Hur, di cui mio padre mi parlò, e ch'io ebbi il piacere di conoscere, tu sarai felice, ne sono certo, di mostrarci la via più corta alla prossima sorgente, perchè noi possiamo benedire coll'acqua il nostro pasto mattutino nel Deserto.» —

Ben Hur si affrettò a rispondere.

— «O bell'Egiziana, la mia pietà ti segue. Se puoi resistere ancora un poco, noi troveremo la sorgente che tu cerchi, e ti prometto che le sue acque saranno così dolci e rinfrescanti come quelle della famosa Castalia. Se permetti, affrettiamo il passo.» —

— «Ti do la benedizione dell'assetato» — ella rispose; — «e ti offro in cambio un pezzo di pane proveniente dal forno della città, spalmato con del burro fresco degli opulenti prati di Damasco.» —

— «Un boccone raro! Proseguiamo.» —

Ben Hur si mise alla testa della comitiva con la sua guida, poichè il celere passo del cammello impediva ogni conversazione prolungata. Dopo un po' la compagnia giunse ad una gora che rimontò tenendo la sponda destra. Il letto era molle per recenti pioggie ed abbastanza ripido. Di quando in quando si allargava; le rive si facevano rocciose e l'acqua scorreva rumorosa fra larghi macigni, o precipitava fra nubi di spuma in piccole cataratte.

Finalmente, attraverso uno stretto passaggio, i viaggiatori penetrarono in una deliziosa valletta, che ai loro occhi abituati alla sterile e gialla distesa del deserto, appariva un Paradiso terrestre. Qui l'acqua del torrente si diramava in tanti canaletti, serpeggianti ed intrecciantisi fra isole di verdura e gruppi di canne. Alcuni leandri provenienti dalle profondi valli del Giordano, rallegravano coi lora fiori la piccola valle, sulla quale sembrava vegliare in regale attitudine un'unica palma altissima. Le pareti della valle erano coperte di viti. A sinistra, sorgeva una rupe sporgente sopra un boschetto di gelsi, i quali rivelavano, con la loro verzura, la presenza della fonte cercata dai viaggiatori. A questa li condusse la guida, noncurante dei cinguettii delle pernici e d'altri uccelli dai colori smaglianti, che svolazzavano spaventati dai loro nascondigli.

L'acqua scaturiva da un'apertura scavata nella rupe, che una mano esperta aveva allargato in forma di arco. Scolpita su questa, in grandi lettere Ebraiche, v'era la parola: _Dio_. L'incisore doveva senza dubbio essersi lì fermato per vari giorni, e, come segno di gratitudine per l'acqua bevuta, vi aveva impresso il nome del Signore.

Dall'arco il ruscello scorreva veloce sopra un grande macigno ricoperto di muschio verdissimo e si gettava quindi in uno stagno trasparente come vetro, per poi fuggire fra verdi sponde e gruppi d'alberi, e scomparire nella sabbia asciutta. Solo pochi e stretti sentieri si distinguevano sull'orlo dello stagno, e tutto il terreno all'intorno non rivelava presenza di uomini. I cavalli, pel momento, furono lasciati liberi, e l'Etiope aiutò Balthasar ed Iras a discendere; dopo di che il vecchio, voltando il suo viso verso levante, incrociò riverentemente le mani sul petto e pregò.

— «Portami una tazza» — disse Iras, con impazienza dal baldacchino. Lo schiavo estrasse un bicchiere di cristallo e glielo porse; essa disse poi a Ben Hur:

— «Io sarò il tuo coppiere alla fontana.» —

Entrambi si avviarono allo stagno. Egli avrebbe voluto attingere l'acqua per lei, ma essa rifiutò la sua offerta, immerse la tazza, e ve la tenne sin quando fu fresca e ricolma d'acqua; quindi gli offrì il primo sorso.

— «No» — egli disse, respingendo la mano graziosa, e non vedendo altro che i grand'occhi mezzo nascosti dalle inarcate ciglia — «ti prego, questo è mio dovere!» —

Essa insistette.

— «Nel mio paese, o figlio di Hur, v'è un proverbio che dice: — «Meglio essere coppiere d'un uomo fortunato, che essere ministro di un Re.» —

— «Fortunato?» — chiese egli.

La voce, gli occhi svelavano la sua sorpresa, ed essa rispose prontamente:

— «Gli Dei ci si rivelano amici dandoci a testimonio un segno del loro potere. Non fosti tu vincitore al Circo?» —

Egli sentì le guancie imporporarsi.

— «Questo è un segno; ce n'è un'altro. Tu hai battuto un Romano in un combattimento alla spada.» —

Egli si fece rosso fino alla radice dei capelli, non tanto per il trionfo in sè, quanto per l'orgoglio ch'egli provava nel pensare ch'essa aveva seguito con tanto interessamento le varie vicende della sua vita. Ma subito, alla gioia, tenne dietro una riflessione.

Egli sapeva che la fama di quel combattimento si era sparsa in tutto l'oriente, ma il nome del vincitore era conosciuto solo da pochi.

Ne aveva fatto parte solo a Malluch, Ilderim e Simonide. Potevano essi aver confidato il segreto ad una donna? La meraviglia ed il piacere lottavano in lui, ed osservando il suo smarrimento, essa si alzò e disse tenendo la coppa sopra lo stagno.

— «O Dei d'Egitto! Io vi ringrazio per aver scoperto un eroe, vi ringrazio che la vittima del palazzo di Idernee non sia stata il mio Re degli uomini. Io libo e bevo.» —

Parte del contenuto della coppa ritornò nello stagno, ed essa bevve il resto. Levandosi il cristallo dalle labbra, essa esclamò ridendo.

— «O figlio di Hur, è dunque vero che gli uomini più coraggiosi si lasciano tutti abbindolare così facilmente da una donna? Prendi la tazza ora e vediamo se puoi trovarvi ispirazione ad una parola gentile per me.» —

Egli prese la tazza e si chinò per riempirla.

— «Un figlio d'Israele non ha Dei a cui libare» — disse, giuocherellando con l'acqua per nascondere il suo crescente imbarazzo.

Che cosa altro sapeva l'Egiziana sul conto suo? L'avevano informata delle relazioni che correvano fra lui e Simonide, e intorno al trattato con Ilderim? Era essa a giorno anche di questo? Gli venne un subito sospetto; qualcheduno aveva tradito questi segreti così gravi. Egli era inoltre diretto a Gerusalemme, dove più che in ogni altra città la rivelazione dei suoi disegni al nemico sarebbe stata dannosa per lui, per i suoi alleati e per la sua causa. Ma era poi essa un nemico?

Quando la tazza fu rinfrescata, la riempì, si alzò ed affettando un'indifferenza che non provava, disse:

— «O bellissima, fossi Egiziano, o Greco, o Romano direi:» — così parlando, alzò la coppa al disopra della testa: «O Dei, io vi ringrazio perchè al mondo, a dispetto di tutti i suoi torti e di tutte le sue sofferenze, son rimasti ancora l'incanto della bellezza e il sollievo dell'amore, e bevo alla salute di colei che meglio li rappresenta, a Iras, la più bella delle figlie del Nilo!» —

Essa appoggiò lievemente la mano sopra la sua spalla.

— «Tu hai trasgredito la legge. Gli Dei ai quali tu hai bevuto sono falsi Dei. Se io ti denunciassi ai Rabbini?» —

— «Oh!» — egli disse ridendo. — «Sarebbe poca cosa per una persona che sa tanti e tanti segreti di Stato!» —

— «E non basta. — Anderò dalla piccola Ebrea che coltiva le rose sul terrazzo del grande negoziante in Antiochia. Ti accuserò d'impenitenza ai Rabbini, dinanzi a lei....» —

— «Dinanzi a lei?» —

— «Ripeterò ciò che mi hai detto sollevando la coppa, e prendendo gli Dei a testimoni.» —

Egli rimase zitto come se aspettasse che l'Egiziana proseguisse.

La sua fantasia gli dipinse Ester al fianco di suo padre tutta intenta ad ascoltare i dispacci ch'egli mandava, e, qualche volta, leggendoli essa medesima. Alla sua presenza, egli aveva raccontato a Simonide la storia del Palazzo di Idernee. Essa ed Iras si conoscevano; questa era astuta e mondana, quella semplice ed affettuosa, tale da esser facilmente indotta a chiacchierare.

Simonide non poteva aver mancato alla promessa e Ilderim neppure giacchè a nessuno, più che ad essi, le conseguenze di una tale rivelazione potevano tornare fatali. Poteva Ester aver informato l'Egiziana? Egli non l'accusava, ma un dubbio lo invase, riempiendolo di sfiducia e di sospetto.

Prima ch'egli avesse potuto rispondere all'allusione della piccola Ebrea, Balthasar giunse allo stagno.

— «Noi vi siamo debitori di molto, figlio di Hur,» — disse egli con aria grave. — «Questa valle è molto bella e i suoi prati, gli alberi e l'ombra, c'invitano a fermarci e riposare; qui la primavera risplende come un diamante, e mi parla d'un Dio d'amore. Non sono sufficienti le parole per ringraziarti di ciò che ci hai dato da godere; bevi con noi ed assaggia il nostro pane.» —

— «Lasciate prima ch'io vi serva.» —

Così dicendo Ben Hur riempi la coppa e la porse a Balthasar che alzò gli occhi in segno di muta preghiera.

Intanto lo schiavo portò i tovagliuoli, ed i tre, dopo di essersi lavate ed asciugate le mani, si sedettero secondo l'uso orientale, sotto la medesima tenda, che, molti anni prima, aveva servito per l'incontro dei tre Saggi nel deserto.

CAPITOLO III.

La tenda era comodamente spiegata sotto un albero, in vicinanza al ruscello; sopra di essa, le larghe foglie pendevano immobili dai loro rami; più in là sorgevano i delicati steli delle canne ritti come freccie. Di tanto in tanto, attraverso al vapore perlaceo, un'ape ritornando col suo profumato bottino, passava ronzando e spariva, ed una pernice, sbucando dalle siepi beveva, chiamava la sua compagna e volava via. La quiete della valle, la freschezza dell'aria, la bellezza del luogo, il silenzio quasi domenicale, sembrava avessero intenerito l'animo dell'Egiziano; la sua voce, i suoi gesti, ed i suoi modi, erano più dell'usato, gentili, e spesso, mentre guardava Ben Hur conversando con Iras, ebbe negli occhi un'espressione di infinita pietà.

— «Quando ti raggiungemmo, o figlio di Hur,» — egli disse alla fine del pasto, — «sembrava che tu pure fossi diretto a Gerusalemme. Posso domandarti, senza offenderti, se ti rechi fin là?» —

— «Io vado alla Città Santa.» —

— «Per il grande bisogno che ho di risparmiare una fatica, ti domanderò ancora, se v'è una via più breve di quella di Rabbath-Ammon?» —

— «Una via scabrosa, ma più corta, conduce da Gerasa a Rabbath Gileat. È quella che ho deciso di prender io.» —

— «Sono impaziente,» — disse Balthasar. — «Recentemente il mio sonno fu disturbato da sogni — o piuttosto dallo stesso sogno che si ripeteva. Una voce veniva a dirmi: — «Presto, alzati! Colui che tu hai tanto aspettato, è arrivato.» —

— «Intendete colui che dev'essere Re degli Ebrei?» — domandò Ben Hur, fissando l'Egiziano con meraviglia.

— «Sì.» —

— «Allora non avete sentito parlare di lui?» —

— «Nulla, tranne le parole della voce del sogno.» —

— «Io ho notizie che vi rallegreranno, come rallegrarono me.» —

Dalla sua sopravveste, Ben Hur estrasse la lettera ricevuta da Malluch. La mano che l'Egiziano stese tremò. Egli lesse ad alta voce, con crescente emozione; le vene del collo gli si gonfiarono e pulsarono con violenza. Alla fine egli alzò gli occhi in atto di ringraziamento e di preghiera. Non fece alcuna domanda, perchè non aveva dubbî.

— «Tu sei stato molto buono verso di me, o Dio,» — egli disse. — «Sì, sì, ti prego, che io possa rivedere il Salvatore, ed adorarlo, ed il tuo servo sarà pronto ad andarsene in pace.» —

Le parole, il modo, la stranezza della semplice preghiera, fecero su Ben Hur un'impressione nuova e duratura. Iddio non gli era mai apparso così vero e così vicino; sembrava fosse lì curvato, su loro, o seduto al loro fianco — un amico, da pregarsi alla buona, — un Padre che amava tutti ugualmente i suoi figli — Padre degli Ebrei come dei Pagani — Padre universale, che non aveva bisogno di intermediarî, nè di Rabbini, nè di sacerdoti, nè di dottori. L'idea che tale Dio potesse mandare all'umanità un Salvatore invece di un Re apparve a Ben Hur con una luce non soltanto nuova, ma così vivida, ch'egli potè quasi afferrare la maggior importanza di questo dono, e insieme la più grande coerenza di esso con la natura della Divinità. Non potè a meno di domandare:

— «Adesso che egli è venuto, o Balthasar, credi ancora ch'egli debba essere un Salvatore e non un Re?» —

Balthasar gli lanciò uno sguardo pensoso e tenero.

— «Come dovrò rispondere?» — egli disse. — «Lo Spirito che in forma di stella fu da tanto tempo la mia guida, non mi apparve più dacchè t'incontrai nella tenda del buon sceicco; credo però che la voce che mi parlò in sogno sia la medesima; ma eccettuata quella non ho altre rivelazioni.» —

— «Io ti richiamerò i termini della nostra disputa» — disse Ben Hur con rispetto, — «tu eri dell'opinione ch'egli sarebbe un Re, ma non come lo è Cesare; e che la sua sovranità sarebbe spirituale, non del mondo.» —

— «Oh, sì,» — rispose l'Egiziano, — «e sono ancora della stessa opinione. Vedo la divergenza nella nostra fede. Tu credevi incontrare un Re degli uomini, io un Salvatore di anime.» —

Egli si fermò con l'espressione di chi tenta di raccogliere un pensiero troppo alto e troppo profondo per essere formulato a parole.

— «Lascia ch'io cerchi, o figlio di Hur,» — egli disse quindi, — «di aiutarti a comprendere chiaramente ciò che credo; e se mi riescirà di dimostrare la superiorità del regno spirituale sopra qualunque manifestazione dello splendore Cesareo, tu comprenderai meglio la ragione per cui m'interesso della persona misteriosa di cui andiamo in traccia.

Non posso dirvi quando l'idea dell'anima ebbe origine. È probabile che i nostri primi padri l'abbiano portata con loro dal paradiso dove dimorarono. Sappiamo però che questa idea non si è mai perduta interamente. Se in alcune epoche essa si offuscò e svanì, se in altre fu circondata di dubbî, Iddio continuò a mandarci, ad intervalli degli intelletti superiori che ci richiamavano alla fede e confermavano le nostre speranze.

Perchè dovrebbe esservi un'anima in ogni uomo? O figlio di Hur, considera per un momento come è necessaria e indispensabile tale credenza: Coricarsi, morire, e non essere più! A una tale fine l'uomo si è sempre ribellato; e non vi fu mai uomo che nell'intimo del suo cuore non abbia aspirato a qualcosa di più alto e di migliore. I grandi monumenti dell'Egitto e dell'Asia sono le grida di impotenza dei popoli contro l'oblìo della morte, e lo stesso si dica delle iscrizioni e delle statue; e così pure della storia. Il più grande dei nostri Re Egiziani fece scolpire la sua effigie in una collina di solida roccia. Ogni giorno egli si recava con un esercito di cocchi per esaminare il progresso del lavoro; finalmente fu terminato; mai vi fu effigie più bella, più fedele, più duratura. Non possiamo noi immaginarlo in quel momento dire, pieno d'orgoglio! «Venga ora la Morte; io non morrò interamente?» Il suo desiderio è stato appagato. La statua dura tuttora.

Ma è in questo modo che ci assicuriamo la vita futura? Vivere nella memoria degli uomini — una memoria vana come il chiaro di luna, che illumina la fronte della statua, — una storia in pietra — nulla di più! Nel frattempo che n'è divenuto del Re? Lassù nelle tombe reali giace un corpo imbalsamato che una volta era il suo, un'effigie non così bella come quella fuori nel deserto. Ma dov'è, o figlio di Hur, dov'è il Re medesimo? È forse caduto nel nulla? Duemila anni sono trascorsi dal giorno in cui egli era un uomo vivente, come tu ed io. L'ultimo suo respiro segnò la sua fine? L'affermarlo sarebbe bestemmiare Iddio. Accettiamo piuttosto la dottrina che ci promette la vera vita dopo morti — non un ricordo marmoreo, ma la vita con movimenti, sensazioni, intelligenza, vita eterna nella durata, sebbene possa essere varia nelle sue forme e nelle sue esplicazioni. Tu domandi qual'è questa dottrina? Iddio ci dona un anima alla nascita con questa semplice legge: — l'Immortalità si consegue solo pel tramite dell'anima.

Puoi tu pienamente comprendere il piacere che uno prova pensando ch'egli possiede un'anima? Quest'idea spoglia la morte dai suoi terrori, riducendola a un cambiamento in meglio. — Il corpo seppellito è come il seme del quale sorgerà una nuova vita. Guarda in quale stato mi trovo io — debole, esausto, vecchio, avvizzito e accasciato; guarda il mio volto raggrinzito, pensa alla deficienza dei miei sensi, ascolta la mia voce stridula.

Ah, quale gioia è per me la promessa che mi accerta che quando la tomba si aprirà per raccogliere questa mia povera spoglia logora e consumata, le porte, ora invisibili, dell'universo, che altro non è che il palazzo di Dio, si spalancheranno per ricevere me, anima immortale e libera?

Io vorrei poter descrivere l'estasi di quella vita futura, ma la parola non basterebbe a dartene una adeguata idea.

Ed ora, figlio di Hur, sapendo tutto ciò, dovrò io affannarmi intorno a vani dettagli? Quale sarà la sede? quale la forma dell'anima mia; se mangerà e berrà? Se ha le ali? No. Fidiamoci piuttosto in Dio, e pensiamo che Egli, l'architetto di questo bellissimo mondo materiale, il maestro della forma e del colore, non potrà dimostrarsi dammeno in ciò che riguarda il nostro soggiorno spirituale.

Il suo affetto me ne sta garante.» —

Il buon uomo tacque, e la mano che condusse la coppa alle labbra tremò. Tanto Iras che Ben Hur si sentivano commossi, e quest'ultimo sembrava vedere come una luce nuova e viva che rischiarasse le tenebre della sua mente; scorgeva la possibilità di un regno immateriale, maggiore e più importante di un impero terreno; e pensò che dopo tutto il Salvatore che regalasse agli uomini un tal regno era più divino che non qualunque Re.

— «È una cosa dolorosa» — riprese Balthasar — «se tu ben consideri che l'idea della vita spirituale è una luce quasi spenta nel mondo. Qua e là, in vero, troverai qualche filosofo che ti parlerà di un'anima, intessendovi sopra le sue dottrine; ma siccome i filosofi non si basano sulla fede, e non credono che l'anima sia un fatto, lo scopo di essa è per loro avvolto nell'oscurità.

Ogni creatura animata ha una mente, la quale si può misurare dai suoi bisogni. E non vedi tu un profondo significato nel fatto che solo all'uomo fu data la facoltà di speculare sopra il suo futuro? A questo segno io riconosco che Dio intese di farci comprendere che noi siamo creati per un'altra vita migliore, essendo questo il più grande bisogno della nostra natura. Ma ahimè! come è stato mal compreso questo supremo bisogno del nostro Io! Gli uomini non vedono che la vita terrena, e principi e sacerdoti nulla fanno per illuminarli o dirigerli ad una meta più alta.

Pensa ora a quanto ci attende: per conto mio, parlando con tutta la sincerità della fede, io non darei un'ora della mia vita spirituale per mille anni di vita come uomo.» —

L'Egiziano sembrò dimenticarsi dei compagni, e continuò come parlando a se stesso.

— «Questa vita ha i suoi problemi, e vi sono uomini che passano tutti i loro giorni nello studiarli; ma che cosa dire dei problemi della vita futura? Un solo sguardo a Dio, e tutti i misteri che tanto ci affannano in terra splenderebbero chiari innanzi ai nostri occhi. Tutto l'universo sarebbe spalancato davanti a me. Io sarei colmo della sapienza divina, vedrei tutte le glorie, assaggerei ogni diletto. Al cospetto di tutto questo, le maggiori ambizioni di questa vita, tutte le sue gioie e le sue passioni, non sarebbero che il tinnire di vuoti sonagli.» —