Part 35
Così dicendo la madre s'avvicinò cautamente, senza far rumore, e toccò l'uscio. Non ebbe il tempo d'accertarsi se avrebbe ceduto, perchè, in quel momento, l'uomo sospirò, e, voltandosi inquietamente, mosse il fazzoletto che gli avvolgeva il capo, scoprendo il suo viso che apparve chiaramente illuminato dai raggi della luna. Ella lo guardò e trasalì; guardò di nuovo, curvandosi lievemente, e giunse le mani e alzò gli occhi al cielo, in muto appello. Rimase un istante così, poi corse da Tirzah.
— «Come è vero che esiste Dio, quell'uomo è mio figlio, è tuo fratello!» — sussurrò sommessamente.
— «Mio fratello? Giuda?» —
La madre le afferrò la mano con veemenza.
— «Vieni» — ella disse, sempre a voce bassa e concitata: — «andiamo a guardarlo insieme — ancora una volta, una volta sola — poi, o Dio, aiuta i tuoi servi!» —
Esse attraversarono la strada, tenendosi per mano, leste silenziose come fantasmi.
Quando le loro ombre si proiettarono sopra di lui, le donne si fermarono. Una delle sue mani giaceva sul gradino col palmo rivolto in alto. Tirzah cadde in ginocchio e lo avrebbe baciato, ma la madre la trasse indietro.
— «No, se ti è cara la sua vita, non toccarlo! Siamo infette! siamo infette!» — ella sussurrò.
Tirzah si ritrasse come se egli fosse il lebbroso.
Ben Hur era bello: d'una bellezza maschia. Le guancie e la fronte erano abbronzate dal sole e dall'aria del deserto; sotto ai baffi biondi apparivano le labbra rosse e fresche, e i denti bianchissimi; la morbida barba non celava la piena rotondità del mento e della gola. Come appariva bello agli occhi della madre! Quale immensa brama la struggeva di gettargli le braccia al collo, di stringergli il capo al suo petto e di baciarlo come soleva fare nella sua fanciullezza! Dove trovò ella la forza per resistere all'impulso? Dall'amor suo, o lettore! dal suo amore materno, che, se tu poni ben mente, in questo differisce da ogni altro affetto: che, tenero per l'oggetto, può essere infinitamente tirannico per se stesso; di qui tutta la infinita forza del sacrificio. Neppure se avesse potuto ricuperare la salute e la fortuna, per nessuna benedizione di questa vita, non per la vita medesima, avrebbe permesso che il suo bacio infetto posasse sulla di lui guancia! Eppure ella deve toccarlo; in quell'istante che l'ha trovato, deve rinunciare a lui per sempre! Fate che un'altra madre vi dica l'amarezza di quel pensiero! Essa cadde in ginocchio, e, strisciando fino ai suoi piedi, accostò le labbra alla suola di un sandalo, la toccò una volta e poi un'altra ancora, e infuse tutta l'anima sua in quei baci.
Egli si mosse, ed agitò la mano. Esse fecero un passo indietro, e l'udirono mormorare in sogno:
— «Dov'è la mamma, Amrah?» —
E di nuovo ricadde in un sonno profondo. Tirzah lo divorava cogli occhi ardenti. La madre nascose il viso nella polvere cercando di soffocare un singhiozzo così profondo e così forte che le sembrava il suo cuore scoppiasse. Quasi desiderava ch'egli si svegliasse.
Egli aveva chiesto di lei; ella non era dimenticata; fin nel sonno pensava a lei. Non era abbastanza? La madre fece un cenno a Tirzah, si alzò, e, gettando sull'assopito ancora un ultimo sguardo, come per stamparne eternamente in cuore l'immagine, riattraversò lentamente la strada. Là, nascoste dall'ombra del muro, si fermarono, e, fissandolo in ginocchio, aspettarono ch'egli si svegliasse. Aspettavano qualche miracolo: non sapevano quale. A noi non è dato misurare la pazienza di un amore come il loro.
Di lì a poco, mentre egli dormiva ancora, un'altra donna apparve sull'angolo del palazzo. Le due lebbrose, accovacciate nell'ombra, la scorsero perfettamente, illuminata come era dalla luna; una figura piccola, curva, scura di carnagione, grigia di capelli, vestita decentemente alla foggia di una serva, e portando un cesto pieno di verdura.
Alla vista dell'uomo coricato sul gradino, la nuova venuta si fermò; poi, come se avesse presa una risoluzione, continuò la su strada camminando in punta di piedi. Passò vicina al dormiente, s'appressò alla porta, aprì facilmente lo sportello e mise la mano nell'apertura. Una delle larghe assi formanti l'imposta sinistra, girò su se stessa senza far rumore. Ella depose nell'interno il canestro, e stava per entrare essa medesima, quando, cedendo alla curiosità, si piegò per dare un'occhiata al forestiero, il viso del quale poteva benissimo vedersi.
Le spettatrici dall'altra parte della strada udirono un'esclamazione soffocata e videro la donna fregarsi gli occhi come per rinnovare in loro la forza; piegarsi di nuovo, giungere le mani, guardare storditamente intorno, e poi chinarsi ancora, sul dormiente, prendergli la mano e baciarla teneramente. Ah! ciò ch'esse bramavano tanto di fare e che non osavano! Svegliato da quell'atto, Ben Hur, istintivamente ritirò la mano, e così facendo i suoi occhi incontrarono quelli della donna.
— «Amrah! O Amrah! sei tu?» — egli disse.
La vecchia non potè rispondere a parole, ma gli cadde al collo piangendo di gioia.
Con delicatezza egli si svincolò dal suo braccio; sollevando il vecchio viso rugoso della serva, tutto bagnato di lagrime lo baciò, con una gioia non meno intensa di quella da lei dimostrata.
Poi le due ascoltatrici dalla strada l'udirono esclamare:
— «Mamma... Tirzah.... dimmi che è successo di loro, parla; ti prego.» —
Amrah diede in un nuovo scoppio di pianto.
— «Tu le hai vedute, Amrah. Tu sai dove sono: Dimmi che sono qui in casa.» —
Tirzah si mosse come per slanciarsi verso di lui, ma la madre, indovinando il suo intento, l'afferrò per la mano sussurrando:
— «No; no, per la tua vita. Noi siamo infette, noi siamo infette!»
Il suo amore era tirannico nella sua magnanimità.
Sebbene i loro cuori fossero straziati, egli non avrebbe dovuto diventare, per colpa della madre e della sorella, lebbroso com'esse.
Perciò l'amore vinse.
Intanto Amrah, cui si rivolgevano le suppliche di Ben Hur, piangeva sempre più.
— «Stavi per entrare,» — egli continuò vedendo che il battente era aperto. Andiamo allora, io verrò con te. E così dicendo si alzò. — «I Romani — la maledizione di Dio cada su di loro, — i Romani mentirono. La casa è mia, alzati Amrah, ed entriamo.» —
Un momento dopo essi erano spariti, lasciando le due donne sole nell'oscurità.
Esse tenevano gli occhi fissi sulla porta la quale non si sarebbe mai più spalancata per loro, e si strinsero sempre più l'una all'altra. Avevano fatto il loro dovere, il loro amore era stato messo alla prova ed avevano vinto. Il giorno seguente furono trovate dalle guardie e cacciate dalla città a sassate.
— «Via di qua, voi siete morte pel mondo, via!» —
Con questa sentenza che risonava minacciosa alle loro orecchie, uscirono dalla città.
CAPITOLO V.
Al giorno d'oggi i viaggiatori in Terra Santa, che cercano il bellissimo Giardino Reale, discendono il letto del Cedron, o proseguono per la curva di Gihon fino ad arrivare alla vecchia fontana di En-rogel. Qui sostano, bevono un sorso dell'acqua freschissima e dolce, osservano le grandi pietre che circondano l'orlo del pozzo, chiedono la sua profondità, sorridono forse del modo primitivo di attinger l'acqua, e dopo aver dato qualche soldo al povero diavolo che presiede a quella funzione, si rivolgono indietro. È allora che il panorama di Gerusalemme appare più maestoso che mai ai loro sguardi.
Qui i monti di Moriah e di Sion, degradante in lene pendio verso l'antica città di Davide; là, sulla cima dei colli appaiono le rovine dei palazzi reali, il duomo elegante dell'Haram, i poderosi avanzi dell'Ippico, minaccioso ancora nelle sue rovine.
A destra è il Monte dell'Offesa, solitario e roccioso, a sinistra il Colle del Cattivo Consiglio, che le leggende rabbiniche e monastiche hanno circondato di una fama così misteriosa e terribile.
La sua base infatti, secondo la tradizione, copre l'entrata dell'inferno, il Gehenna della religione Ebraica. Sul fianco orientale fronteggiante la città si aprono caverne e sorgono innumerevoli tombe, che, al tempo di cui scriviamo, erano abitate dai lebbrosi, non singolarmente, ma formanti un'intera colonia.
Quello era il loro dominio, quivi avevano fondato una città, e vi dimoravano da soli, fuggiti da tutti, come quelli su cui la maledizione di Dio aveva visibilmente impresso il suo segno.
La seconda mattina dopo gli avvenimenti descritti nel precedente capitolo, Amrah si avvicinò al pozzo di En-rogel, e sedette sopra un macigno.
All'apparenza la si sarebbe presa per la domestica di una agiata famiglia.
Aveva recato un anfora ed un cesto, coperto da un bianco tovagliolo, ch'ella aveva deposto in terra presso di sè. Si tolse lo scialle dal capo, intrecciò le mani sopra le ginocchia, e fissando gli sguardi in direzione del burrone di Aceldama, rimase in posizione di chi aspetta.
Era di buon mattino, ed ella fu la prima ad arrivare al pozzo.
Tuttavia, poco dopo, venne un uomo portando una corda ed una secchia di cuoio. Salutando la piccola donna dalla faccia scura, egli slegò la corda, l'attaccò alla secchia, ed aspettò gli avventori.
Amrah sedeva silenziosa, senza far parola. Vista l'anfora, l'uomo domandò, dopo qualche tempo, se desiderava che la si riempisse; ella rispose civilmente: — «Non adesso;» — Allora egli non si occupò più di lei. Quando il sole apparve sopra il monte Oliveto, gli avventori arrivarono a frotte.
Per tutto questo tempo ella mantenne il suo posto, volgendo tratto tratto gli sguardi alla sommità delle colline, nè si mosse, quando, il sole, sorgendo, cominciò a scottare. Mentre essa aspetta, parliamo del suo scopo.
La sua abitudine era di recarsi al mercato a notte fatta. Scappando di casa inosservata, ella cercava i negozi nel Tiropeo, o quelli presso alla Porta dei Pesci, faceva le sue compere di carne e di verdure, e ritornava rinchiudendosi nuovamente in casa.
Il piacere che provò dalla presenza di Ben Hur nel vecchio palazzo si può facilmente immaginare. Ella non aveva nulla a dirgli riguardo alla padrona od a Tirzah — nulla.
Egli avrebbe voluto condurla in un luogo meno malinconico; essa rifiutò.
Ella gli avrebbe voluto dare ancora la sua stanza, rimasta tale e quale come l'aveva lasciata; ma il pericolo d'essere scoperto era troppo grande, ed egli desiderava sopra tutto di evitare inchieste.
Egli verrebbe a trovarla più spesso che gli sarebbe possibile. Sarebbe andato e tornato di notte. Ella dovette starsi contenta di questa decisione; soddisfatta, subito si occupò di cercare ogni mezzo per rendergli piacevoli queste visite di sfuggita.
Non le passava per la testa che egli era già un uomo, e i suoi gusti giovanili si sarebbero potuti cambiare.
Si ricordava che da bambino era appassionatissimo dei dolci, e decise di prepararne varie qualità e averle sempre pronte ogni volta che egli veniva.
Non era una idea felice forse? Così la sera seguente, più presto del solito, ella uscì, col suo cesto, ed andò al mercato della Porta dei Pesci.
Girando di qua e di là, in cerca del miglior miele, le accadde di udire un uomo raccontare una storia.
Quale era questa storia, il lettore si potrà facilmente immaginare quando sappia che il narratore era uno degli uomini che avevano tenuto le torcie per il comandante della Torre di Antonia, allorchè fu demolita la porta della cella numero VI.
Ella udì tutti i particolari della scoperta e insieme i nomi dei prigionieri.
Ascoltò il racconto trattenendo il fiato, temendo di perdere una parola.
Terminate le sue compere, ritornò a casa, credendo di sognare. Quale felicità poteva procurare al suo protetto! Aveva trovata sua madre!
Ella pose in un canto il canestro, ora ridendo, ora piangendo. Tutto ad un tratto si fermò e pensò. Il sentirsi dire che sua madre e Tirzah erano infette dalla lebbra, lo avrebbe esposto alla morte. Egli si sarebbe recato nell'orrenda città sopra la collina del Cattivo Consiglio, bussando alla porta di ogni tomba infetta, senza pace, domandando di loro, e la malattia avrebbe colto anche lui; il loro destino sarebbe stato anche il suo.
Ella si torse le mani. Che cosa doveva fare?
Come tanti prima di lei, e tanti fecero dopo, traendo dall'intensità dell'affetto ispirazione, se non saggezza, venne ad una conclusione singolare.
I lebbrosi, ella lo sapeva, solevano ogni mattina discendere dalle loro sepolcrali dimore sulla collina, e prendere una provvista d'acqua per la giornata, dal pozzo En-rogel.
Portavano le loro anfore, le appoggiavano per terra ed aspettavano, stando lontano, finchè fossero riempite. A quel pozzo la sua padrona e Tirzah dovevano venire; poichè la legge era inesorabile, e non ammetteva alcuna distinzione. Un ricco lebbroso non era trattato meglio di uno povero.
Così Amrah decise di non parlare a Ben Hur della storia che aveva udito, ma di andare sola al pozzo ad aspettare. La fame e la sete vi spingerebbero gli sventurati, ed essa credeva di poterle riconoscere a prima vista. Ad ogni modo sarebbe stata da loro riconosciuta.
Intanto arrivò Ben Hur e chiacchierarono a lungo insieme. L'indomani doveva venire Malluch; e la ricerca sarebbe subito incominciata. Egli era impaziente. Per distrarsi, durante l'attesa, voleva visitare i luoghi sacri del vicinato. Quantunque il segreto pesasse sulla coscienza della donna e le sue labbra ardessero dal desiderio di svelarlo, essa si mantenne calma.
Quando se ne fu andato, ella si affaccendò a preparargli una buona colazione che lo sfamasse al suo ritorno. E sul far dell'alba riempì il canestro, si provvide di un'anfora e prese la via che conduce a En-rogel, sortendo per la Porta dei Pesci, che era una delle prime ad aprirsi. Poco dopo il levar del sole quando la gente si affollava maggiormente intorno al pozzo una mezza dozzina di secchie erano in moto nello stesso tempo, ognuno volendo andarsene finchè durava il fresco del mattino; gli abitatori della triste collina incominciarono a far capolino e a muoversi fra le loro tombe. Un po' più tardi apparvero a gruppi, formati in parte da fanciulli, alcuni in tenera età. Altri venivano furtivamente allo svolto della rupe — donne con anfore sopra le loro spalle, uomini vecchi, zoppicanti, sorretti da bastoni e da gruccie. Alcuni si appoggiavano sulle spalle dei compagni, altri, totalmente impotenti, si lasciavano trasportare dagli amici sopra lettighe.
Anche quel dolore, comune a tanti esseri che si amavano nella sventura, trovava un po' di sollievo in questo reciproco conforto.
Dal suo posto presso il pozzo, Amrah teneva d'occhio quei gruppi spettrali. Più d'una volta essa credette di riconoscere le infelici delle quali andava in cerca. Non dubitava che esse fossero sulla collina e che dovessero venire al pozzo: forse aspettavano solo che tutti gli altri si fossero serviti.
Quasi alla base della rupe, vi era una tomba che più d'una volta aveva attratta l'attenzione di Amrah per l'ampiezza della sua entrata. Una pietra di grandi dimensioni stava vicina all'ingresso. Il sole penetrava liberamente nelle ore più calde, e pareva che fosse deserta a meno che non servisse di rifugio a qualche cane di ritorno dalle consuete scorrerie.
Con sorpresa, la paziente Egiziana vide uscire di là due donne, una delle quali a metà sosteneva e a metà conduceva l'altra; avevano entrambe i capelli bianchi, sembravano vecchie, ma le loro vesti non erano stracciate e si guardavano attorno, come se la località fosse loro nuova. Amrah credette di vederle anche indietreggiare davanti allo spettacolo della ripugnante compagnia della quale facevano parte. Il suo cuore battè più veloce, ed essa osservò le due donne con crescente attenzione. Per qualche tempo esse rimasero immobili presso la tomba, poi si mossero lentamente, trascinandosi con pena e s'avvicinarono al pozzo. Parecchie voci le avvertirono d'arrestarsi; tuttavia esse proseguirono: l'uomo che attingeva l'acqua raccolse alcuni ciottoli, per scagliarli loro addosso. Tutta la gente che si trovava là attorno le maledisse, e la schiera dei lebbrosi numerosa sulla collina gridò, ammonendole, con voce stridula:
— «Siete infette, siete infette!» —
— «Certamente,» — pensò Amrah, — «quelle due creature sono nuove agli usi dei lebbrosi.» —
Si alzò ed andò ad incontrarle, prendendo con sè il canestro e l'anfora. L'allarme al pozzo scemò subitamente.
— «Che sciocca,» — disse una ridendo, — «che sciocca, dare del buon pane ai lebbrosi!» —
— «E pensare che è venuta fin qui a bella posta, — osservò un'altro, — io almeno avrei aspettato d'imbattermi in loro casualmente davanti alla porta.» —
Amrah animata da più elevati sentimenti, procedette. Se si fosse sbagliata! E più si avvicinava, più sentiva un nodo stringerle la gola, e diventava confusa ed esitante. A quattro o cinque passi dal luogo ov'erano le donne, si fermò. Dio! era dunque quella la padrona ch'ella amava? la mano della quale ella aveva baciato così spesso in segno di gratitudine? La sua immagine era un giorno per lei il più puro tipo di bellezza matronale, tipo ch'ella serbava fedelmente nella memoria! e quella Tirzah ch'ella aveva allevata da bambina, della quale aveva calmati i dolori, aveva divisi i passatempi infantili, era mai quella la sorridente, la dolce Tirzah, il conforto della casa, la benedizione promessa alla sua vecchiaia? La sua padrona, il suo tesoro? L'anima della donna trasalì a quella vista.
— «Queste sono vecchie,» — ella disse tra sè. — «Io non le ho mai vedute. Tornerò indietro.» —
E si voltò.
— «Amrah!» — disse una delle lebbrose.
L'Egiziana, lasciò cadere l'anfora, e guardò indietro, tremando.
— «Chi mi chiama?» — domandò ella.
— «Amrah!» —
Gli occhi pieni di meraviglia della serva si posarono sul viso delle donne.
— «Chi siete?» — ella gridò.
— «Noi siamo quelle che tu cerchi.» —
Amrah cadde sulle sue ginocchia.
— «O padrona mia, padrona mia! Sia lodato Iddio che mi condusse a voi!» —
E la povera creatura sopraffatta dall'emozione, incominciò a farsi avanti.
— «Sta lì, Amrah! Non ti accostare di più! Siamo infette! Siamo infette!» —
Quelle parole bastarono. Amrah cadde a terra colla faccia fra le mani, singhiozzando così forte che la gente al pozzo la udì. Tutta ad un tratto essa si alzò di nuovo sulle ginocchia.
— «O padrona mia, dov'è Tirzah?» —
— «Son qui, Amrah, son qui! Vuoi portarmi un po' d'acqua?» —
L'istinto d'ubbidienza della serva riprese il sopravvento. Tirando indietro i capelli che le erano caduti sul viso, Amrah si alzò, andò vicino al cesto e lo scoprì.
— «Guardate» — ella disse — «qui v'è pane e carne.» —
Ella avrebbe disteso per terra il tovagliuolo, ma la padrona le si rivolse di nuovo.
— «Non fare così. Amrah. Quelli laggiù ti possono gettare delle pietre, e rifiutare di darci da bere. Lascia il cesto, prendi l'anfora, riempila e riportala qui. Per oggi ci avrai reso il più gran servizio che ti sia concesso di prestarci. Presto, Amrah.» —
La gente, sotto agli occhi della quale tutto ciò era accaduto, fece strada alla serva, e l'aiutò a riempire l'anfora, commossa dal dolore che traspariva dal suo aspetto.
— «Chi sono esse?» — domandò una donna.
Amrah sommessamente rispose;
— «Esse furono una volta molto buone con me!» —
Alzando l'anfora sopra le spalle, si affrettò a tornare indietro. Per dimenticanza, ella sarebbe andata sin dov'eran esse, ma il grido: «Infette, infette! All'erta!» l'arrestò. Mettendo l'acqua vicino al cesto, fece qualche passo indietro, e si fermò.
— «Grazie, Amrah,» — disse la padrona impadronendosi delle provviste. — «Cuor d'oro!» —
— «Non v'è altro ch'io possa fare per voi?» — domandò Amrah.
Lo mano della inferma era sopra l'anfora, e la donna ardeva dalla sete; tuttavia si fermò, ed alzandosi disse con fermezza:
— «Sì, io so che Giuda è tornato a casa. Lo vidi l'altra sera alla porta, addormentato presso il gradino, e tu lo facesti alzare di là.» —
Amrah giunse le mani.
— «O signora mia! Voi vedeste tutto ciò, e non siete accorsa!» —
— «Sarebbe stato un volerlo uccidere. Io non posso più prenderlo fra le mie braccia. Non posso più baciarlo. O Amrah, Amrah, tu l'ami, lo so!» —
— «Sì,» — disse essa con effusione, scoppiando di nuovo in lagrime, ed inginocchiandosi. — «Io morirei per lui!» —
— «Dammi una prova di quanto tu dici, Amrah.» —
— «Sono pronta.» —
— «Non gli dirai dove siamo e che ci hai vedute. Non dirgli nulla, Amrah.» —
— «Ma egli vi sta cercando. È venuto da lontano per trovarvi.» —
— «Egli non deve trovarci. Non deve diventare ciò che siamo noi. Ascolta Amrah. Tu ci servirai come hai fatto oggi. Ci porterai quel poco che ci abbisogna. Ora va. Tornerai la mattina e la sera, d'ora innanzi, e...» — e la voce tremò, poichè la ferrea volontà stava per abbandonarla — e tu ci parlerai di lui, Amrah; ma a lui non dire una parola. Hai capito?» —
— «Oh! sarà così duro il sentirlo discorrere di voi, e vederlo girare in cerca di voi — di comprendere il suo dolore e non dirgli almeno che voi vivete!» —
— «Puoi dirgli che stiamo bene, Amrah.» —
La serva abbassò il capo silenziosa.
— «No» — continuò la padrona; — «è meglio che tu taccia completamente. Va adesso e ritorna questa sera, noi ti aspetteremo. Intanto, addio!» —
— «Il fardello sarà pesante a sostenersi signora mia» — disse Amrah colle mani davanti al viso.
— «Quanto più duro sarebbe il veder lui nello stato in cui siamo ridotte!» — rispose la madre, dando il cesto a Tirzah. — «Torna ancora stasera» — ripetè, prendendo l'anfora ed avviandosi verso il rifugio.
Amrah attese, in ginocchio, che scomparissero, poi riprese la via del ritorno.
La sera essa venne ancora, e d'allora in poi fu suo pensiero costante il servirle mattina e sera, e non lasciarle mancar di nulla. La tomba, benchè così nuda e deserta, era meno triste, per le sventurate, della cella nella torre. La porta di essa lasciava, quand'era socchiusa, passar la luce, e dinanzi ad esse si stendeva un panorama pieno di vita, quantunque lontano e inarrivabile. Così era meno duro attendere la morte.
CAPITOLO VI.
La mattina del primo giorno del settimo mese, — Tishri in Ebraico, ottobre in italiano — Ben Hur si alzò dal letticciuolo nel Khan, di pessimo umore. Dopo l'arrivo di Malluch poco tempo era stato perduto in chiacchiere. Egli aveva cominciate le sue ricerche alla Torre di Antonia, andando audacemente, per via diretta, al tribuno. Gli spiegò la storia dei Hur e i particolari dell'accidente toccato a Grato, facendo risaltar l'innocenza dei condannati.
Scopo della ricerca era di scoprire se alcuno della disgraziata famiglia fosse vivo e di portare una supplica a Cesare, pregandolo di restituire ai superstiti i beni e i diritti civili. Tale supplica, Malluch non ne dubitava, avrebbe determinata un'inchiesta per ordine imperiale, dalla quale gli amici della famiglia non avevan ragione di temere. In risposta, il tribuno espose, con tutti i ragguagli, come avesse scoperta la prigione delle due donne nella Torre, e lesse il verbale che egli aveva fatto stendere intorno all'accaduto.
Malluch ottenne che se ne facesse una copia e quindi corse con essa da Ben Hur.
Sarebbe vano descrivere l'effetto che produsse la terribile storia nel giovine. Il suo dolore non si sfogò in lagrime o in grida; era troppo profondo per prorompere in manifestazioni rumorose. Egli rimase seduto e silenzioso per un pezzo, col viso pallido ed il cuore affranto da pensieri che lo torturavano e che ogni tanto si esprimevano con parole tronche e dette sotto voce.
— «Son lebbrose! son lebbrose! — Esse — mia madre — Tirzah — sono lebbrose! mio Dio!» —
Era in preda allo strazio più vivo; quindi prese il sopravento l'idea della vendetta.
Si alzò e disse frettolosamente:
— «Debbo andar in cerca di loro. Potrebbero esser moribonde.» —
— «Dove andrai a cercarle?» —
— «In un solo posto esse possono essere!» —