Ben Hur: Una storia di Cristo

Part 32

Chapter 323,764 wordsPublic domain

In simili situazioni la mente ha i suoi flussi e riflussi, con intervalli di tranquillità fra l'uno e l'altro. Finalmente, dopo matura riflessione, concluse che dovesse esser successo un errore o un accidente. Il palazzo doveva appartenere a qualcheduno. Doveva avere almeno un custode, e questi sarebbe venuto ad aprirgli — fra un ora — fra due ore. Pazienza.

Così, pensando, attese.

Passò mezz'ora — a Ben Hur essa sembrò assai lunga — quando la porta per cui era entrato, si aprì e si rinchiuse silenziosamente, senza che egli se ne avvedesse, seduto com'era dalla parte opposta della sala.

Il rumore dei passi lo fece trasalire.

— «Ecco Iras!» — egli pensò con un fremito di sollievo e di gioia.

I passi erano pesanti e accompagnati dallo stropiccio di rozzi sandali.

Egli si alzò, e, silenziosamente, si appostò dietro le colonne dorate nel centro della sala. Di lì a poco intese voci — voci di uomini, ma non potè, comprendere ciò che dicevano, perchè parlavano un linguaggio sconosciuto all'oriente.

Dopo un esame superficiale della stanza gli stranieri si avanzarono a sinistra, e Ben Hur li vide: erano due uomini, uno grasso, entrambi alti di statura, abbigliati con tuniche succinte. Non avevano l'aria nè di padroni nè di domestici della casa. Tutto ciò che vedevano destava la loro meraviglia, e si fermavano spesso a toccare gli oggetti con una curiosità animalesca. Erano due tipi volgari, che sembravano profanare l'atrio con la loro presenza. D'altra parte la loro aria sicura e disinvolta rivelava un intento preciso. Quale?

Chiacchierando vivacemente, e arrestandosi ora qui ora lì, si avvicinarono alla colonna dietro alla quale stava Ben Hur. Un fascio di luce pioveva sul pavimento, a poca distanza, illuminando un mosaico, ad osservare il quale essi si fermarono di nuovo, permettendo a Ben Hur di esaminarli dettagliatamente.

Il lungo silenzio e l'aria di mistero che dominavano sul palazzo avevano reso Ben Hur alquanto nervoso, e un fremito di paura gli attraversò ogni fibra, quando riconobbe, nel primo e più grasso degli stranieri, quel Germano ch'egli aveva conosciuto in Roma, e che aveva veduto il giorno prima al Circo, vincitore del premio al pugilato; il volto abbronzato dell'uomo, deturpato dalle cicatrici di molte battaglie e dalle impronte di vizi brutali; le membra colossali, vere meraviglie di quanto l'esercizio e la disciplina della palestra possono produrre, spiravano una minaccia, che era impossibile disconoscere. L'istinto gli disse che il momento per un assassinio era troppo ben scelto per essere il frutto di un caso.

Posò lo sguardo ansioso sul compagno del gigante: un giovine, dagli occhi neri, e dai capelli scuri, Ebreo all'apparenza; osservò che entrambi indossavano i costumi dell'Arena. Sommando queste diverse circostanze, Ben Hur non potè che dedurne una conclusione: Egli era caduto in un trabocchetto. Lontano da ogni aiuto, in questo splendido carcere, doveva morire!

Dubbioso ed incerto, guardava ora l'uno ora l'altro dei due uomini, mentre, nella sua mente, si svolgeva quell'ultimo miracolo della memoria in procinto di oscurarsi per sempre, la quale richiama alla coscienza del moribondo tutta quanta la vita passata e gli fa sfilare dinanzi agli occhi ogni minimo dettaglio della sua vita trascorsa, con tutta l'evidenza della realtà. Sino a pochi giorni fa egli era il perseguitato, l'agnello. Da poco era avvenuto il grande mutamento della sua vita che lo avrebbe dovuto rendere aggressore, e che lo avrebbe avviato a quel grande sogno di vendetta e di gloria, di cui la giornata di ieri era stato il primo, importantissimo passo. Ieri aveva trovata la prima sua vittima! Ad uno spirito puramente Cristiano, questa immagine avrebbe portata la debolezza del rimorso. Non così con Ben Hur; l'anima sua era stata modellata sulle dottrine del grande legislatore del suo popolo. Il castigo di Messala era meritato, era giusto! Iddio stesso gli aveva concessa la vittoria, e questo pensiero gli accrebbe fiducia.

Non solo. Gli era stato detto, e le circostanze lo avevano concordemente confermato, che il Cielo lo aveva scelto per una missione santa, come era santo il Re che doveva venire, — una missione che rendeva legittima e sacra anche la vendetta, perchè necessaria. Doveva egli, sulla soglia appena del suo grande compito, temere e disperarsi?

Disfece il nodo della fascia che gli stringeva la vita, e lasciò scivolare a terra l'ampia vestaglia bianca, che portava, alla foggia degli Ebrei, rimanendo in una tunica succinta non dissimile da quelle degli avversari. Incrociando le braccia sul petto, ed appoggiando le spalle alla colonna, aspettò tranquillamente.

L'esame del mosaico fu breve.

Tosto il Germano si voltò, e disse qualche cosa al compagno; entrambi guardarono Ben Hur. Scambiate poche altre parole nella loro lingua, avanzarono verso di lui.

— «Chi siete!» — chiese Ben Hur.

Il Germano sorrise, senza che quest'atto giovasse ad attenuare la feroce bruttezza del suo volto, e rispose:

— «Barbari.» —

— «Questo è il palazzo di Idernee. Che cosa cercate? Fermatevi e rispondete.» — La voce era calma ma imperiosa. I due si fermarono, e, a sua volta, il Germano domandò:

— «Chi sei tu?» —

— «Un Romano.» —

Il gigante rovesciò il capo all'indietro e spalancando la bocca rise:

— «Ah, ah! Ho udito dire che un Dio nacque da una vacca per aver leccato una pietra salata; ma neanche un Dio può fare Romano un Giudeo.» —

Poi parlò di nuovo al compagno e i due si avvicinarono.

— «Fermi!» — disse Ben Hur, abbandonando la colonna. — «Una parola.» —

Si fermarono nuovamente.

— «Una parola?» — ripetè il Sassone, incrociando le braccia poderose sopra il petto. — «Una parola? Parla.» —

— «Tu sei Thord, il Germano.» —

Gli occhi azzurri del gigante si spalancarono per la sorpresa.

— «Fosti _lanista_ in Roma.» —

Thord accennò di sì.

— «Io fui tuo scolaro.» —

— «No» — disse Thord, crollando il capo. — «Per la barba d'Irmino, non ho mai avuto nelle mie mani un Ebreo.» —

— «Io posso provare il mio asserto.» —

— «Come?» —

— «Voi veniste qui per uccidermi.» —

— «Questo è vero.» —

— «Allora lascia che quest'uomo lotti con me, da solo, ed io ti fornirò la prova sopra il suo corpo.» —

Un lampo d'allegrìa scintillò negli occhi del Germano. Disse due parole al compagno, il quale gli rispose; poi, volgendosi a Ben Hur, disse con la compiacenza di un fanciullo che si diverte:

— «Aspettate il mio segnale. Poi cominciate.» —

Con ripetuti calci avvicinò uno dei giacigli, e, con tutta tranquillità, vi si distese sopra comodamente; poi disse semplicemente:

— «Ora cominciate.» —

Senza preamboli, Ben Hur avanzò sopra il suo avversario.

— «Difenditi» — gli disse.

L'avversario alzò le mani e si mise in posizione.

Stando così, l'uno di fronte all'altro, non presentavano nessuna apparente disparità; al contrario, si rassomigliavano come due fratelli.

Lo straniero aveva sulle labbra un sorriso fiducioso, mentre il volto di Ben Hur esprimeva una serietà ed una risoluzione, che avrebbero suonato avvertimento e minaccia a chi avesse meglio conosciuto la sua abilità.

Entrambi sapevano che il combattimento era mortale.

Ben Hur fece una finta con la mano destra. Lo straniero parò, avanzando leggermente il braccio sinistro. Prima ch'egli potesse ritornare alla posizione di guardia, Ben Hur gli afferrò il polso con una stretta che gli anni passati al remo avevano reso terribile come una morsa. La sorpresa fu completa.

Scagliarsi innanzi, spingere il braccio imprigionato sotto il mento dell'avversario, e sopra la spalla destra, quindi far girare l'uomo in modo che presentasse il fianco sinistro senza difesa, assestargli un pugno — un pugno solo — sul collo nudo, sotto l'orecchio, — fu l'affare di pochi secondi. Il sicario precipitò a terra, pesantemente, senza un grido, e giacque immobile.

Ben Hur si volse a Thord.

— «Ah! Che? Per la barba d'Irmino!» — gridò questi, attonito, alzandosi. Poi rise.

— «Ah, ah, ah! Non avrei potuto farlo meglio io stesso.» —

Egli osservò Ben Hur tranquillamente dalla testa ai piedi, e lo fronteggiò con aperta ammirazione.

— «È il mio colpo — il colpo che per dieci anni praticai nelle scuole di Roma. — Tu non sei Ebreo. Chi sei?» —

— «Conoscesti Arrio, il duumviro?» —

— «Quinto Arrio? Sì, egli era mio patrono.» —

— «Egli aveva un figlio.» —

— «Sì,» — disse Thord, mentre il suo volto abbrutito fu illuminato da un lampo di gioia. — «Io conobbi il ragazzo; egli sarebbe diventato il Re dei gladiatori. Cesare gli offerse il suo favore. Io gl'insegnai quello stesso colpo che tu hai eseguito su costui, — un colpo impossibile tranne ad un pugno e ad un braccio come i miei. Mi ha valso più d'una corona.» —

— «Io sono il figlio di Arrio.» —

Thord si avvicinò, e lo esaminò con attenzione; poi i suoi occhi azzurri sfavillarono di schietta compiacenza, e, ridendo, gli tese la mano.

— «Ah, ah, ah! Egli mi disse che troverei un Giudeo — un cane di un Giudeo — ammazzando il quale avrei servito gli Dei!» —

— «Chi te lo disse?» — chiese Ben Hur, stringendogli la mano.

— «Egli — Messala — ah, ah!» —

— «Quando, Thord?»

— «Ieri notte.» —

— «Credevo che fosse malconcio.» —

— «Egli non camminerà mai più. Mi parlò dal suo letto, tra spasimi ed urli.» —

Era un quadro vivo, disegnato in pochi tratti; e Ben Hur capì che il Romano, se fosse sopravvissuto, avrebbe covato un odio inestinguibile, e gli sarebbe stato sempre pericoloso. Solo la vendetta gli rimaneva per addolcire la sua vita rovinata; donde quel suo convulso aggrapparsi alla fortuna, perduta nella scommessa con Samballat.

Ben Hur fissò gli sguardi nel futuro, e vide in quante guise il suo nemico avrebbe potuto nuocere ai suoi disegni, intralciare la grande opera intrapresa pel servizio del Re.

Perchè non ricorrere ai metodi del Romano? Questo uomo, prezzolato per assassinarlo, si poteva comperare per uccidere Messala.

Egli poteva offrirgli un prezzo maggiore.

La tentazione era forte; e, quasi in procinto di cedere, i suoi occhi incontrarono per caso il cadavere del suo avversario, col pallido volto scoperto, così simile al suo.

Gli balenò un'idea e chiese:

— «Thord, quanto ti ha dato Messala per uccidermi?» —

— «Mille sesterzii.» —

— «Tu li avrai; e purchè tu eseguisca a puntino i miei ordini, ne aggiungerò altri tremila dei miei.» —

Il gigante espresse il suo pensiero ad alta voce:

— «Ieri ho vinto cinquemila sesterzii; dal Romano mille — fanno seimila. Dammene quattro, buon Arrio, — quattro altri — e io t'aiuterò, quand'anche Thord, il mio divino omonimo, mi dovesse fulminare col suo martello. Dammene quattro, e, ad una tua parola, ti freddo quel bugiardo patrizio; ho solo da coprire la sua bocca con la mia mano — così.» —

Il gesto che accompagnò queste parole era suggestivo.

— «Capisco» — disse Ben Hur: — «diecimila sesterzii sono una fortuna. Ti permetteranno di andare a Roma e di aprire un nuovo negozio di vino in prossimità al Circo Massimo, e vivere come si addice al primo dei _lanisti_.» —

Persino le vecchie cicatrici sul viso del gigante raggiarono di gioia.

— «Io ti darò quattromila sesterzii» — continuò Ben Hur — «e non ti chiederò di versar sangue. Ascolta. Quel tuo compagno non aveva una accentuata rassomiglianza con me?» —

— «Vi avrei detto due mele dello stesso albero.» —

— «Ebbene, se io indosso la stessa tunica, e vesto lui coi miei panni, noi due possiamo andarcene tranquillamente, e tu ricevere ugualmente i tuoi sesterzii da Messala. Non hai che da dargli ad intendere che il morto sono io.» —

Thord rise fino alle lacrime.

— «Ah, ah, ah! Diecimila sesterzii in due giorni, guadagnati così facilmente! E un negozio di vino presso il Circo! tutto per una bugia, senza una goccia di sangue. Ah, ah, ah! Dammi la tua mano, o figlio di Arrio. Se mai vieni a Roma, non dimenticarti di visitare la bettola di Thord, il Germano. Per la barba di Irmino, ti darò il miglior Cecubo di Roma, dovessi andarlo a rubare nelle cantine di Cesare!» —

Si scambiarono un'altra stretta di mano, dopo la quale compirono il travestimento del morto, di cui Ben Hur indossò la tunica ed i sandali. Quando tutto fu finito, il gigante bussò alla porta, che si aperse. Quindi scesero in istrada e, giunti all'Omfalo, si divisero.

— «Non dimenticarti la bettola presso il Circo, o figlio di Arrio! Ah, ah, ah! Per la barba di Irmino, non vi fu mai fortuna guadagnata a miglior mercato. Gli Dei vegliano su di te!» — Questo fu l'addio del gladiatore.

Nel lasciare l'atrio, Ben Hur diede un ultimo sguardo al sicario, giacente per terra nel suo costume d'Ebreo, e fu soddisfatto. La somiglianza era perfetta. Se Thord stava zitto, l'inganno non correva rischio d'essere scoperto.

Quella notte, nella casa di Simonide, Ben Hur raccontò al negoziante tutto quanto era avvenuto nel palazzo di Idernee; e fu stabilito, che, dopo qualche giorno, si sarebbe aperta un'inchiesta per scoprire le traccie dello scomparso figliuolo d'Arrio. Anzi l'affare doveva essere portato francamente ai piedi di Massenzio; e allora, se il mistero non fosse penetrato, Messala e Grato sarebbero rimasti felici e contenti nella credenza della morte di Ben Hur, mentre questi sarebbe stato libero di recarsi in Gerusalemme, e iniziare le ricerche intorno alla sua famiglia.

Alla partenza, Simonide, seduto nella sua poltrona sopra il terrazzo, impartì al giovine la benedizione del Signore con l'affetto di un padre; mentre Ester lo accompagnò sino sul pianerottolo della scala.

— «Se io trovo mia madre, Ester, tu verrai da lei a Gerusalemme, e sarai una sorella per la mia Tirzah.» —

Così dicendo egli la baciò.

Fu solo un bacio fraterno?

Il giovane dopo ripassò il fiume e si recò all'ormai deserto Orto delle Palme. Qui l'attendeva la guida con due cavalli.

— «Questo è tuo» — disse l'Arabo indicando uno di essi.

Ben Hur guardò: Era Aldebran, il più rapido e il più bello dei figli di Mira, e, dopo Sirio, il preferito del suo padrone; Ben Hur sapeva che il cuore del vecchio sceicco accompagnava questo dono.

Il cadavere nell'atrio fu trovato e seppellito; un corriere di Messala partì lo stesso giorno per Cesarea, annunziando a Valerio Grato la morte di Ben Hur, questa volta certa e indubitata.

Non molto tempo dopo questi eventi, nelle adiacenze del Circo Massimo, fu aperta una bettola con questa iscrizione:

THORD IL GERMANO.

LIBRO SESTO

Forse è la Morte? o due forse ven sono? Morte è compagna a quella donna forse? Terrea nel volto e d'un color simile A quel che il viso de i lebbrosi imbianca l'incubo ell'era tra vita e tra morte che il sangue all'uom di lento gelo agghiaccia.

COLERIDGE. _Il vecchio marinaio._

CAPITOLO I.

Gli avvenimenti che adesso narreremo avvennero tre giorni dopo dalla notte in cui Ben Hur lasciò Antiochia per recarsi collo sceicco Ilderim nel deserto.

Un grande avvenimento — grande almeno rispetto alle sorti del nostro eroe — è accaduto: a Valerio Grato è subentrato Ponzio Pilato.

La destituzione, rammentiamolo, costò a Simonide cinque talenti in denaro romano, pagati a Seiano che allora era all'apogeo della sua potenza come favorito imperiale; lo scopo del tentativo era quello di diminuire i pericoli di Ben Hur durante la sua permanenza in Gerusalemme e nei suoi dintorni, permanenza dovuta alla ricerca della famiglia. A questo pietoso fine il servo metteva a disposizione i guadagni di Druso e de' suoi compagni, i quali, avendo pagate le loro scommesse, divennero tosto — com'è logico — i nemici di Messala, la cui riputazione in Roma non aveva ancor ricuperata l'antica fama. Pur essendo breve il tempo dal quale erano a Gerusalemme i Romani, gli Ebrei sapevano che il cambio non poteva, così provvisorio, esser di un gran vantaggio per sè.

Le coorti mandate a sostituire la guarnigione d'Antiochia facevano la loro entrata in città verso sera; il mattino seguente il primo spettacolo che s'offrì al popolo fu quello delle mura dell'Antica Torre ornate di insegne militari che consistevano in busti degli imperatori adorni di aquile e di sfere rappresentanti il mondo. Una moltitudine di gente si pose in marcia per recarsi a Cesarea dove Pilato indugiava e lo supplicò di togliere quelle immagini detestate. Cinque giorni e cinque notti circondò le porte del suo palazzo; finalmente egli stabilì di avere un colloquio coi capi, nel Circo. Quando essi si adunarono là, egli li attorniò di soldati, ma, invece di incontrare resistenza, trovò umiliazioni e profferte di vite; vinto da questo nuovo metodo, concesse quel che gli avevano chiesto. Fece riportare le imagini e le insegne a Cesarea, dove Grato, con giusta riflessione, aveva tenuti celati tali abbominii durante gli undici anni del suo comando.

Anche gli uomini malvagi, ogni tanto, frammettono delle buone azioni alle loro malvagità. Pilato ordinò di fatti una ispezione di tutte le prigioni della Giudea e un elenco di nomi delle persone carcerate, con una relazione sui delitti dei quali eran state accusate. Senza dubbio il motivo era quello così comune agli ufficiali appena entrati in carica: il timore della responsabilità che erano per incontrare; il popolo, nondimeno, pensando al bene che poteva derivarne, lo elogiava, e, per un po' di tempo, fu rallegrato e confortato dal fatto. Avvenivano scoperte stupefacenti nelle inchieste eseguite. Centinaia di persone vennero liberate perchè incatenate senz'accusa; altre, ritenute per molti anni per morte, ritornavano a goder la luce della quale in tristi segrete eran state private; e, peggio ancora, furon trovate prigioni sotterranee di cui non v'era sentore e di cui le stesse autorità carcerarie si erano dimenticate. Appunto su una di queste prigioni ignorate di Gerusalemme, richiamiamo l'attenzione del lettore.

La Torre d'Antonia, che è bene rammentare come occupasse i due terzi dell'area sacra nel monte Moriah, era, in origine, un castello fabbricato dai Macedoni. Più tardi, Giovanni Ircano, ridusse il palazzo ad una fortezza per la difesa del Tempio, ed in quell'epoca esso era considerato come inespugnabile. Quando però venne Erode, col suo genio ardito, ne rinforzò le mura e le estese, lasciando un vasto fabbricato a racchiudere tutte le dipendenze necessarie alla fortezza, vale a dire scuderia, capanne, armerie, magazzeni, cisterne, e, non ultime per importanza, prigioni d'ogni qualità. Egli appianò la rupe massiccia e la forò per porvi le fondamenta di un fabbricato, unendolo con un enorme colonnato al Tempio, dal tetto del quale si poteva guardare sopra le corti dell'edificio sacro. In tali condizioni la Torre cadde alfine dalle sue mani in quella dei Romani che furono pronti ad intuirne i vantaggi e a convertirla ad usi più degni. Mentre comandava Grato era una cittadella fortificata e una prigione sotterranea pei rivoluzionari. Guai se le truppe uscivano da quelle porte per reprimere un disordine! Guai se un Ebreo v'entrava come arrestato! Ma, dopo questa piccola divagazione, ci affrettiamo a riprendere il filo della nostra storia.

L'ordine del nuovo Procuratore, che richiedeva il rapporto delle persone imprigionate, fu ricevuto alla Torre d'Antonia, e sollecitamente eseguito; due giorni eran passati dacchè l'ultimo prigioniero era stato condotto su negli uffici per essere interrogato. Il rapporto, pronto per esser spedito, giaceva sul tavolo del tribuno; fra cinque minuti sarebbe stato rimesso a Pilato che abitava il palazzo sul monte Sion.

L'ufficio del tribuno era spazioso e fresco, ammobiliato in uno stile atto alla dignità di un comandante investito d'una carica così importante. Il tribuno sembrava stanco ed impaziente; allorchè gli fosse giunto il rapporto sarebbe andato sulla terrazza del colonnato per respirare e per muoversi divertendosi ad osservar gli Ebrei giù nelle corti del Tempio. I suoi dipendenti e i suoi servi dividevan la sua impazienza. Mentre attendeva apparve un uomo sulla porta. Egli faceva risuonare un mazzo di chiavi, ognuna pesante come un martello, e riuscì così ad attrarre l'attenzione del tribuno.

— «Ah! Gesio! entra pure» — egli gli disse.

Mentre il nuovo venuto s'avvicinava al tavolo dietro al quale il Capo sedeva in una poltrona a bracciuoli, tutti i presenti lo guardarono, e, avendo osservata una certa espressione di spavento e di mortificazione sul suo viso, divennero silenziosi per poter udire ciò che egli avesse a narrare.

— «O tribuno» — cominciò egli, facendo un profondo inchino — «ho paura di spiacerti dicendo ciò che dovrò dire.» —

— «Un altro errore commesso, eh, Gesio? Una condanna ingiusta?» —

— «Se potessi persuadermi che non fosse che un semplice errore non avrei una tal paura.......» —

— «Un delitto allora? oppure una trasgressione a qualche ordine impartito? tu puoi offendere Cesare e maledire gli Dei, e vivere, ma non così se l'offesa si riferisce alle aquile.... ah tu sai, Gesio!..., ma, prosegui!...» —

— «Son ormai otto anni dacchè Valerio Grato mi scelse come custode dei prigionieri, qui, nella torre» — disse l'uomo, calmo — «Rammento ancora il giorno in cui entrai in servizio. V'era stato un tumulto il dì innanzi ed erano accadute delle zuffe per via. Noi uccidemmo parecchi Ebrei ed avemmo vittime per parte nostra. Il baccano avvenne, così almeno mi dissero, per un tentato assassinio contro Grato, ch'era caduto da cavallo a cagione di una tegola gettatagli addosso da un tetto. Io trovai Grato seduto dove precisamente siedi tu, o tribuno, con la testa fasciata. Egli mi comunicò la mia nomina e mi diede queste chiavi, numerate in corrispondenza delle celle; erano i distintivi del mio ufficio e non avrei mai dovuto abbandonarli. Sul tavolo v'era un rotolo di pergamena. Chiamandomi a sè, egli aprì il rotolo. — «Qui vi son le piante delle celle» — disse. Ve ne erano raffigurate tre. — «Questa — proseguì — mostra la disposizione dell'ultimo piano; questa vi da a comprendere come sia fatto il secondo piano, e quest'altra è quella del primo. Ve le affido.» — Io le presi. — Egli continuò:

— «Ora avete le chiavi e le piante; andate subito e famigliarizzatevi di tutto l'ordinamento delle carceri; visitate ogni cella ed osservate in che condizioni essa si trovi. Quando occorra qualche riparo, per assicurarvi meglio del prigioniero, ordinate secondo quel che meglio vi sembra, poichè, finch'io comanderò, sarete il capo delle prigioni e niun altro in esse avrà l'autorità vostra.» —

Io lo salutai e mi volsi per andarmene, ma fui richiamato addietro.

— «Ah, mi dimenticavo — soggiunse — datemi la pianta del secondo piano.» —

Gliela diedi ed egli la distese sul tavolo.

— «Qui, Gesio, vedete una cella» — e pose il dito su quella segnata col numero V.

— «In essa vi son tre uomini, di carattere rivoluzionario. Impadronitisi di un segreto di Stato, scontano ora la propria curiosità, la quale — e mi guardò severamente — è, in casi come questi, peggiore di un delitto. In pena della colpa commessa son stati resi ciechi e muti e dovranno rimanere tali per la vita. Non dovranno ricevere che cibo e bevande attraverso un buco che troverete nel muro. Comprendete, Gesio?» —

Gli risposi di aver capito.

— «Sta bene» — continuò — «un'altra cosa non dovete dimenticare» — e mi fissò con cipiglio minaccioso — «la porta della loro cella — cella numero V sul medesimo piano — questa qui, Gesio — » e mise il dito sopra il disegno della cella perchè mi rimanesse impressa — «non dovrà mai esser aperta per qualsivoglia motivo, nè per lasciar entrare o sortire alcuno, neppur voi stesso.» —

— «Ma se essi muoiono?» — chiesi. —

— «Se muoiono — rispose — la cella sarà la loro tomba. La cella è infetta di lebbra. Capite?» —

Detto ciò, mi congedò.

Gesio tacque e dalla sua tunica estrasse tre pergamene tutte ingiallite dal tempo e dall'uso; scegliendone una la stese sul tavolo innanzi al tribuno dicendo semplicemente:

— «Questo è il primo piano.» —

Tutti quelli che eran lì presenti osservarono la pianta: