Ben Hur: Una storia di Cristo

Part 31

Chapter 313,746 wordsPublic domain

Gradatamente la velocità era aumentata; a poco a poco il sangue dei guidatori si riscaldava. Uomini e cavalli sembravano sapere che la crisi finale si avvicinava.

L'interessamento che, sul principio della gara, s'era concentrato nella lotta fra Messala e Ben Hur, accompagnato dall'universale simpatia per quest'ultimo, si mutò in ansietà e paura per lui. Su tutti i banchi gli spettatori tendevano gli occhi, seguendo silenziosi e immobili i cavalli dei due competitori.

Ilderim cessò di lisciarsi la barba, ed Ester dimenticò la sua timidezza.

— «Cento sesterzii sull'Ebreo!» — gridò Samballat ai Romani sotto alla tenda consolare.

Nessuno rispose.

— «Un talento — cinque talenti, — dieci, se volete!» —

Agitò le tavolette in atto di sfida.

— «Io vincerò i tuoi sesterzii» — disse un giovine Romano, preparandosi a scrivere.

— «Non farlo» — lo ammonì un amico.

— «Perchè?» —

— «Messala ha raggiunta la sua massima velocità. Guarda come si piega sopra l'orlo del cocchio, e libera le redini, ed ora osserva l'Ebreo.» —

L'altro guardò.

— «Per Ercole!» — egli esclamò impallidendo. — «Il cane fa ogni sforzo per trattenerli. Lo vedo, lo vedo! Se gli Dei non aiutano il nostro amico, egli sarà battuto dall'Israelita. — Ma no, non ancora. Guarda! Giove è con noi, Giove è con noi!» —

Questo grido, che uscì simultaneamente da ogni gola Romana, fece tremare il velario sopra la testa del Console. Se era vero che Messala aveva raggiunta la sua massima velocità, il risultato corrispondeva allo sforzo. Lentamente, ma distintamente, egli guadagnava terreno. I suoi cavalli correvano con le teste chinate e i colli tesi; dal balcone sembrava che radessero il suolo: le loro narici parevano schizzar sangue; gli occhi uscire dalle orbite. Certamente i buoni cavalli facevano tutto il possibile! Ma per quanto tempo avrebbero potuto mantenere quel passo? Era il principio del sesto giro soltanto. Volavano. Nel voltare la seconda mèta i cavalli di Ben Hur piegarono dietro il cocchio del Romano.

La gioia dei partigiani di Messala non ebbe limiti: gridavano, urlavano, gettavano per aria i cappelli; e Samballat riempì le tavolette con le scommesse che essi offrivano. Malluch nella tribuna sopra la Porta del Trionfo potè a stento frenare le sue lacrime. Egli aveva fatto tesoro della allusione di Ben Hur, secondo la quale «qualche cosa» doveva avvenire allo svolto delle colonne occidentali. Era il quinto giro, il qualche cosa non era ancora avvenuto; ed egli s'era detto fra sè: — «Aspettiamo il sesto.» — Il sesto era venuto e Ben Hur galoppava in coda al cocchio nemico.

Nella tribuna orientale, la compagnia di Simonide taceva. La testa del negoziante era chinata sul petto. Ilderim si tirava la barba, e corrugava le ciglia quasi a coprirne gli occhi. Ester respirava appena. Solo Iras sembrava contenta.

Per la penultima volta i cocchi facevano il giro dell'arena. — Messala alla testa, dietro di lui Ben Hur. Era la vecchia corsa di Omero:

Innanzi a tutti Le puledre volavano veloci Del Fereziade Eumelo; e dopo queste, Ma di poco intervallo, i corridori Di Troe, guidati dal Titide, e tanto Imminenti che ognor parean sul carro Montar d'Eumelo, a cui coi flati ardenti Già scaldano le spalle, e già le toccano Colle fervide teste.

Così arrivarono alla prima mèta e la girarono. Messala, temendo di perdere il vantaggio conseguito, andò rasente al muro, sino quasi a toccarlo; un palmo più a sinistra e cocchio ed auriga sarebbero stati travolti; pure, quando la voltata fu fatta, nessuno, osservando le carreggiate dei due cocchi, avrebbe potuto dire: — «qui passò Messala, qui l'Ebreo.» — Uno solo era il solco lasciato dai due.

Ester vide di nuovo il volto di Ben Hur, e le parve più pallido di prima.

Simonide, più acuto osservatore di Ester, sussurrò nell'orecchio di Ilderim:

— «Sceicco, io non sono buon giudice, ma credo che Ben Hur covi un progetto nella sua mente. Il suo viso me lo dice.» —

Al che Ilderim rispose: — «Hai veduto come i cavalli erano freschi e lucidi? Per lo splendore di Dio, amico, non sembra che abbiano corso! Ma ora, attento!» —

Una sola sfera e un solo delfino rimanevano; e tutto il popolo respirò, sapendo che il principio della fine era giunto.

Il Sidonio lasciò cadere le correggie del suo flagello sulla schiena dei suoi cavalli, e, quasi pazzi dal dolore e dalla paura, i nobili animali si slanciarono innanzi disperatamente, minacciando di prendere il primo posto. Ma lo sforzo si esaurì nella promessa. Il Bizantino ed il Corinzio fecero il medesimo tentativo, con lo stesso risultato, e d'allora in poi essi si poterono considerare fuori giuoco. Con una prontezza facilmente spiegabile; tutte le fazioni meno la Romana accentrarono i loro voti su Ben Hur, animandolo con grida selvagge.

— «Ben Hur! Ben Hur!» — urlarono, e il rombo di migliaia di voci arrivò come un'onda sino alla tribuna consolare.

— «Avanti, Ebreo!» —

— «Al muro, al muro!» —

— «Forza, Arabi! Frusta e redini!» —

— «Ora o mai!» —

Sull'orlo della balconata si piegavano mille corpi, tendendo le mani verso di lui.

Forse non udì, forse non potè far di più; in ogni modo l'ultimo giro era mezzo percorso senza che fosse avvenuto alcun mutamento!

Ed ora per fare l'ultima voltata, Messala cominciò a raccogliere le redini dei cavalli di sinistra, movimento che necessariamente rallentò la sua velocità. Il suo cuore batteva in anticipazione della vicina vittoria. Più d'un altare avevano arricchito i suoi doni. Il genio Romano doveva prevalere. Sui tre pilastri, a seicento piedi di distanza, erano fama, fortuna, onori, e un trionfo che l'odio rendeva ineffabilmente dolce. Tutto ciò l'attendeva! In quell'istante Malluch, dalla gradinata, vide Ben Hur piegarsi innanzi sull'orlo del cocchio, e rallentare le redini sulla schiena dei suoi Arabi. Le cinghie del flagello si snodarono nell'aria, con un lungo sibilo di serpenti. Non caddero, ma la minaccia di quel suono, sortì il medesimo effetto. Nel passare dalla sua posizione, rigida e calma, a questa rapidità di azione, il volto dell'uomo si imporporò, gli occhi scintillarono; sembrava che la sua volontà, correndo lungo le redini, si comunicasse ai cavalli, i quali, come animati dal medesimo impulso, risposero con uno scatto che li portò al fianco del carro Romano. Messala, presso alla perigliosa voltata della mèta, udì, ma non osò volgere la testa. Dal pubblico non ricevette alcun avvertimento. Nel profondo silenzio dell'arena non si udivano che il rumore dei cocchi e la voce di Ben Hur, che, in pura lingua Amarica, come lo sceicco medesimo, parlava ai cavalli.

— «Su, Atair! Su, Rigel! Avanti, Antares! Vorresti forse indugiare, Aldebran, nobile cuore? Io li sento cantare nel deserto; io sento le donne e i fanciulli cantare la canzone delle stelle: Atair, Antares, Rigel, Aldebran, vittoria! — e quel canto durerà eterno. Avanti, cavalli! Domani vi accoglieranno le tende paterne! Avanti, Antares! La tribù ci aspetta, e il padrone ci guarda! Vittoria, vittoria! E, fatto, è fatto! Ah, ah! L'orgoglioso è umiliato! La mano che ci colpì è nella polvere! Nostra la gloria! Ah, ah! — fermi! La fatica è compiuta! — Adagio — alt!» —

Nulla di più semplice, nulla di più istantaneo.

Nel momento scelto per lo scatto finale, Messala stava girando intorno alla mèta. Per sorpassarlo, Ben Hur doveva tagliargli la strada, e, precisamente percorrendo il medesimo cerchio, con un raggio di poco maggiore. Le migliaia di persone assiepate sopra le gradinate compresero tutto: videro il segnale dato da Ben Hur; la magnifica risposta; i quattro cavalli di fianco al cocchio di Messala, la ruota interna del cocchio di Ben Hur, dietro il carro del Romano, tutto ciò videro e compresero. Poi udirono un colpo secco che fece fremere tutto il Circo, e videro una pioggia di scheggie bianche cadere sulla pista. Il carro del Romano traballò e si piegò sopra il lato destro, urtando con l'estremità della sala la terra. Due volte rimbalzò, poi tutto il cocchio andò in frantumi, e Messala, avviluppato nelle redini, fu precipitato a capo fitto fra i propri cavalli.

Per accrescere l'orrore dello spettacolo, il Sidonio, che rasentava il muro dietro Messala, non potè arrestarsi o deviare. Con tutta velocità piombò addosso ai resti del cocchio Romano, in mezzo ai cavalli di questo, quasi pazzi di terrore. Poco dopo, attraverso la nube di polvere, che velò per un istante la scena, egli fu visto trascinarsi carponi, mentre il Corinzio ed il Bizantino seguivano come freccie il cocchio di Ben Hur. Gli spettatori balzarono in piedi sui banchi con un lungo grido. Alcuni videro Messala sotto gli zoccoli dei cavalli tumultuanti e i rottami dei due carri. Non si muoveva; sembrava morto. Ma la maggior parte non aveva occhio che per Ben Hur. Era loro sfuggita l'abile mossa, per cui, piegando un poco verso sinistra, egli aveva urtata la delicata ruota di Messala con la ferrea punta del proprio mozzo, frantumandola; ma avevano veduto il mutamento avvenuto in lui. Essi medesimi si sentivano compenetrati dalla subita fiamma del suo spirito, dall'eroica risoluzione, dalla furiosa energìa, con cui, nel gesto, nello sguardo, nella voce, aveva improvvisamente inspirato i suoi Arabi. Correvano essi? O non erano piuttosto i lunghi salti di leoni aggiogati? Se non fosse stato pel carro pesante, si sarebbe detto che volassero. Quando il Bizantino ed il Corinzio erano ancora a metà percorso, Ben Hur voltava l'ultima mèta.

_E la corsa era vinta!_

Il console si alzò, il pubblico gridò con quanta voce aveva in gola; il direttore discese dal suo scranno incontro ai vincitori.

Il fortunato vincitore del pugilato era un gigantesco Sassone dai capelli flavi, e con un volto così brutale, da attirare l'attenzione di Ben Hur, che riconobbe in lui il suo antico maestro in Roma, di cui era stato l'alunno favorito. Poi alzò gli occhi verso il balcone di Simonide. La compagnia gli tese le mani. Ester rimase seduta; ma Iras si alzò e con un grazioso gesto del ventaglio gli mandò un bacio — favore non meno inebbriante, perchè noi sappiamo, o lettore, che sarebbe toccato a Messala, se a questi avesse arriso la vittoria.

La processione, salutata da un nuovo scoppio di applausi, attraversò lentamente la Porta Trionfale.

CAPITOLO XV.

Ben Hur ed Ilderim dovevano, come d'accordo, partire a mezzanotte dello stesso giorno, e seguire la strada battuta dalla carovana, che li aveva preceduti di trenta ore.

Lo sceicco era felice; aveva offerto doni principeschi, ma Ben Hur rifiutò ogni cosa, insistendo che gli bastava l'umiliazione inflitta al nemico.

La disputa generosa continuò a lungo.

— «Pensa» — diceva lo sceicco — «a quanto tu hai fatto per me. In ogni tenda nera, dall'Akaba all'Oceano, e attraverso le terre dell'Eufrate fino al mare degli Sciti, volerà la fama della mia Mira e dei suoi figli; e quelli che canteranno di loro, mi esalteranno, e dimenticheranno ch'io sono sul declinar dell'età. Tutte le nomadi lancie del deserto verranno a me, e mi riconosceranno sceicco. Tu non sai che cosa significhi il dominio che ora terrò sul deserto. Principi e commercianti mi pagheranno innumerevoli tributi. Sì, per la spada di Salomone, Cesare stesso dovrà piegarsi innanzi a me! E tu non vuoi nulla — nulla?» —

E Ben Hur rispondeva:

— «No, sceicco; non sono io forse amato da te e non ho il tuo aiuto? L'incremento della tua potenza potrà servire al Re che verrà. Chi può dire che non ti fu concessa a questo scopo? Nell'opera ch'io intraprendo avrò bisogno di te. Rifiutando oggi, potrò chiedere più apertamente in seguito.» —

Mentre essi disputavano con tanta vivacità arrivarono due messaggeri — Malluch ed uno sconosciuto. Il primo ebbe naturalmente la precedenza. Dopo aver nuovamente espresso la sua gioia per gli eventi della giornata, venne allo scopo della sua visita.

— «Simonide mi manda a dirvi, che, terminati i giuochi, alcuni Romani si affrettarono a reclamare contro il pagamento del premio.» —

Ilderim balzò in piedi, gridando colla sua voce più acuta.

— «Per la potenza di Dio, l'Oriente deciderà se la corsa fu lealmente guadagnata!» —

— «No, buon sceicco,» — disse Malluch — «Il direttore ha pagato.» —

— «Sta bene.» —

— «Quando dissero che Ben Hur urtò la ruota di Messala, il direttore rise e rammentò loro la sferzata ricevuta dagli Arabi in principio della corsa.» —

— «E l'Ateniese?» —

— «È morto.» —

— «Morto!» — esclamò Ben Hur.

— «Morto!» — ripetè Ilderim. — «Solo quei mostri Romani hanno tutte le fortune. Messala scampò.» —

— «Scampò, — sì, o sceicco, con la vita; ma essa gli sarà di peso. I medici dicono che vivrà, ma che non potrà mai più camminare.» —

Ben Hur alzò gli occhi al cielo, in silenzio. Ebbe la visione di Messala, inchiodato alla sua sedia come Simonide, e come lui portato in giro sopra le spalle degli schiavi. L'infermità dei buoni è facile a sopportarsi; ma che sarebbe di costui col suo orgoglio e la sua ambizione?

— «Simonide vi fa sapere inoltre» — continuò Malluch — «che Samballat ha dei fastidii. Druso e quelli che hanno firmato con lui, hanno appellato al console Massenzio circa il pagamento dei cinque talenti perduti, e il Console ha rimandata la decisione a Cesare. Anche Messala si rifiuta di pagare, e Samballat, seguendo l'esempio di Druso, ha portato l'affare davanti al console. I migliori Romani dicono che coloro che protestano dovranno pagare, e tutti i partiti avversarii si schierano con loro. In città non si parla che dello scandalo.» —

— «E che dice Simonide?» — chiese Ben Hur.

— «Il padrone ride, ed è contento. Se il Romano paga, è rovinato; se si rifiuta, è disonorato. La politica imperiale deciderà. Offendere l'Oriente sarebbe un brutto principio nella campagna coi Parti; offendere lo sceicco Ilderim, significherebbe inimicarsi il Deserto, attraverso il quale corrono tutte le linee di operazione di Massenzio. Quindi Simonide vi esorta a star di buon animo: Messala pagherà.» —

Il volto di Ilderim si rasserenò subito.

— «Ed ora andiamo» — egli esclamò, stropicciandosi le mani. Simonide ha in mano la cosa, ed essa non può andar male. Intanto la gloria è nostra. Ordinerò che siano approntati i cavalli.» —

— «Fermati,» — disse Malluch. — «Ho lasciato là fuori un messaggero. Vuoi vederlo?» —

— «Per lo splendore di Dio! l'avevo dimenticato!» —

Malluch si ritirò, lasciando il passo ad un giovinetto di delicata apparenza, e modi cortesi, il quale, piegatosi sopra un ginocchio fece la sua ambasciata.

— «Iras, figlia di Balthasar, manda allo sceicco Ilderim saluti e felicitazioni per la vittoria ottenuta.» —

— «La figlia del mio amico è assai gentile,» — disse Ilderim con gli occhi scintillanti. — «Portale questo gioiello in segno della mia riconoscenza.» —

Così dicendo si tolse un anello dal dito.

— «Farò come tu dici, o sceicco» — continuò il paggio — «La figlia dell'Egiziano mi ha dato anche un'altra commissione. Essa prega il buon sceicco Ilderim, di far noto al giovine Ben Hur, che suo padre dimora attualmente nel palazzo di Idernee, dove essa riceverà il giovine, domani, dopo l'ora quarta. E se, con le sue congratulazioni, lo sceicco Ilderim vorrà accettare anche la sua gratitudine per questo secondo favore, essa sarà felicissima.» —

Lo sceicco guardò Ben Hur, che arrossì di gioia.

— «Che devo rispondere?» — chiese.

— «Se permetti, o sceicco, andrò a trovare la bella Egiziana.» —

Ilderim rise e disse: — «La gioventù non viene che una volta sola; non deve l'uomo approffittarne?» —

Ben Hur si volse al messaggero.

— «Dirai a colei che ti inviò, che io, Ben Hur, sarò felice di vederla domani al pomeriggio, nel palazzo di Idernee, dovunque esso si trovi.» —

Il giovinetto si alzò e, con un profondo inchino, partì.

A mezzanotte Ilderim si mise in cammino, lasciando indietro un cavallo e una guida per Ben Hur che doveva seguirlo.

E Ben Hur rimase solo in Antiochia.

CAPITOLO XVI.

Il giorno appresso, una buona mezz'ora prima del tempo fissato per l'appuntamento, Ben Hur, lasciato l'Omfalo, che era nel cuore della città, ed attraversati i Colonnati di Erode, arrivò al palazzo di Idernee.

Dalla strada penetrò dapprima in un vestibolo, dai lati del quale si partivano due scalinate conducenti a una galleria superiore. Leoni alati fiancheggiavano la scala; nel centro una gigantesca gru in mezzo a un bacino di marmo lasciava zampillar l'acqua dal becco. I leoni, la gru, le scale ricordavano l'Egitto. Le pareti e pavimenti, la volta, la rampa della scala erano di pietra grigia. Sopra il vestibolo, sul pianerottolo della scala, sorgeva un porticato, così leggero, di tale grazia, e di così squisite proporzioni, quali solo uno scalpello Greco avrebbe potuto eseguire. Colonne ed archi di marmo bianchissimo, spiccavano come gigli sopra il grigio della pietra.

Ben Hur si fermò all'ombra del porticato, per ammirarne la finitezza del disegno e la purezza del marmo; quindi entrò nel palazzo. L'ampio portone era spalancato per riceverlo. Il corridoio in cui penetrò, era alto, ma stretto, pavimentato di mattoni rossi, con le pareti di egual colore; ma questa stessa semplicità avvertiva e preparava l'animo alle bellezze che dovevano venire di poi.

Egli camminava lentamente assaporando la quiete signorile del luogo e pensando al vicino colloquio con Iras. Essa lo aspettava, lo aspettava col suo canto e i suoi racconti, con la vivacità del suo spirito, con la sua voce voluttuosamente sommessa e suggestiva. Lo aveva mandato a chiamare la sera, sul lago, all'Orto delle Palme; ora lo aveva invitato di nuovo, — nel suo magnifico palazzo di Idernee. Egli procedeva come in un sogno felice.

Il corridoio lo condusse ad una porta chiusa davanti alla quale egli si fermò; in quella gli ampî battenti si spalancarono da soli, senza stridore, silenziosamente. Nessuna chiave era girata nella toppa; nessuna mano aveva sospinto l'uscio. La singolarità del caso gli passò inavvertita davanti allo spettacolo che gli si offrì.

Attraverso il vano della porta egli vide il vasto atrio di una casa Romana, e di una ricchezza e di una magnificenza favolosa.

Era impossibile dire l'ampiezza della sala, mirabilmente celata dall'armonia delle proporzioni. Abbassando gli occhi, s'avvide d'essere in piedi sul petto di una Leda che accarezzava il collo di un cigno, guardando più in là, vide che tutto il pavimento era un grande mosaico rappresentante soggetti mitologici. Intorno alle pareti, sparsi in artistico disordine per la sala, erano sedie e sgabelli di squisita fattura, ciascuno secondo un proprio disegno, e tavoli, meravigliosamente scolpiti, e giacigli coperti di soffici pelliccie che invitavano ad adagiarvisi sopra lunghi distesi. Tutti questi oggetti di mobiglio, insieme alle sculture e ai bassorilievi delle pareti, si riflettevano sul lucido pavimento, e sembravano quasi galleggiare sulla trasparente superficie di uno stagno.

Il soffitto era a volta e si incurvava verso il centro, donde attraverso una grande apertura pioveva la luce del giorno e traspariva l'azzurro del cielo; l'_impluvium_, sotto l'apertura, era circondato da grate di bronzo; i pilastri dorati che sopportavano la volta intorno all'orlo dell'apertura, corruscavano di viva fiamma là dove erano toccati dal sole, e i loro riflessi sul pavimento sembravano prolungarsi a profondità infinite.

Strani candelabri pendevano dall'alto, o si partivano in fantastiche curve dalle pareti, alternandosi con statue e vasellami; il tutto formando una sala degna della villa sul Palatino che Cicerone comperò da Crasso, o di quell'altra ancora più celebre per la sua stravagante magnificenza, la villa Tusculana di Scauro.

Assorto nell'ammirazione di quanto vedeva, Ben Hur girava per la sala, aspettando. Non era impaziente. Quando Iras sarebbe stata pronta, sarebbe venuta o l'avrebbe mandato a chiamare. In ogni casa Romana l'atrio era la sala di ricevimento degli ospiti.

Due, tre volte, fece il giro delle pareti; poi si fermò sotto all'apertura a contemplare con lo sguardo l'azzurra immensità del cielo sopra il suo capo; poi ancora, appoggiato contro una colonna, studiò gli effetti di luce e di ombra. E non veniva nessuno!

L'attesa cominciò a pesargli, e principiò pensare sulle possibili ragioni del ritardo di Iras. Esaminò di nuovo i disegni del pavimento, ma ne trasse minore diletto di prima e vi scoprì parecchi difetti. Di tanto in tanto si fermava ad ascoltare. L'impazienza cominciava a pungerlo, e il silenzio che lo circondava si fece opprimente. Una vaga inquietudine lo prese, e cercò invano di soffocarla:

— «Starà dandosi un'ultima pennellata alle sopracciglia, o, forse, starà facendo una ghirlanda per me; cercherà d'esser più bella onde farsi perdonare il ritardo!» — Con tali riflessioni tentò di cacciare la noia e la febbre dell'attesa.

Si sedette per ammirare un candelabro — un plinto di bronzo scorrente sopra rotelle; all'estremità si elevava lo stelo di una palma, dall'altra la figura di una donna inginocchiata dinanzi ad un'ara; le lampade pendevano in guisa di frutti fra le fronde dell'albero; — un capolavoro del suo genere. Ma l'ansia di quel silenzio non cedeva davanti alla contemplazione del bellissimo oggetto. Egli tendeva l'orecchio, ma non si udiva un suono; il palazzo era muto come una tomba.

Forse vi era stato un errore. No: il messaggiero veniva da parte dell'Egiziana, e questo era il palazzo di Idernee. Poi si rammentò che la porta si era aperta in modo misterioso, da sola, senza chiasso. Andrebbe ad accertarsi!

Mosse verso la porta. Quantunque si sforzasse di camminare in punta di piedi, i suoi passi risuonarono sgradevolmente, ed egli ne ebbe quasi paura. Diventò nervoso. Il pesante chiavistello romano resistette al primo tentativo fatto per smuoverlo; provò una seconda volta — il sangue gli si agghiacciò nelle vene — finalmente diede uno strappo alla serratura con tutte le sue forze: invano — la porta non si mosse neppure. Un senso di timore lo prese, e per un momento rimase irresoluto.

Chi, in Antiochia, aveva motivo di fargli del male?

_Messala!_

E questo palazzo di Idernee? Aveva veduto l'Egitto nel vestibolo, Atene nel candido porticato; ma, qui, nell'atrio, era Roma; tutto quanto, all'ingiro, tradiva l'appartenenza Romana. È vero, il palazzo era in una delle strade più popolose della città; ma, per questa cagione appunto, poteva esser stato scelto dal genio audace del suo nemico.

L'atrio subì una metamorfosi; con tutta la sua eleganza e bellezza, non era che una trappola. Il timore dipinge tutto in nero.

L'idea d'essere stato colto come un uccello nella pania irritava Ben Hur.

Molte porte apparivano a destra e a sinistra dell'atrio, conducenti probabilmente alle camere da letto; cercò di aprirle ma senza riuscirvi. Forse bussando avrebbe chiamato gente; ma vergognoso di far rumore, si gettò sopra un giaciglio e raccolse i suoi pensieri.

Evidentemente egli era prigioniero; ma a che scopo? e di chi?

Era opera di Messala? Egli si alzò, girò gli occhi attorno, atteggiò le labbra a un sorriso di scherno. Armi pendevano dalle pareti, e giacevano sui tavoli; avrebbe saputo difendersi. La fame? Uccelli erano morti di inedia in gabbie d'oro! ma egli non sarebbe morto là. Le statue di bronzo ed i mobili gli avrebbero servito da arieti, e la sua forza, triplicata dall'ira e dalla disperazione, avrebbe sfondata qualunque porta.

Messala non sarebbe venuto. Egli non poteva muoversi dal letto. Era paralizzato come Simonide; pure avrebbe potuto mandare altri sicari, comperati e pronti a qualunque delitto. Ben Hur si alzò ed esaminò nuovamente le porte. Chiamò una volta; ma il suono della sua voce lo spaventò. Decise di aspettare con calma qualche tempo, prima di fare un tentativo estremo.