Ben Hur: Una storia di Cristo

Part 30

Chapter 303,712 wordsPublic domain

Se il Bizantino ed il Sidonio non avevano che un esiguo numero di aderenti, la ragione era da ricercarsi nel fatto che le loro città erano scarsamente rappresentate sui banchi. D'altra parte i Greci, quantunque assai numerosi, erano divisi fra il Corinzio e l'Ateniese, facendo uno sfoggio relativamente povero di colori verdi e gialli. Lo scarlatto ed oro di Messala non avrebbe avuto sorte migliore, se i cittadini di Antiochia, proverbialmente una razza di cortigiani e di parassiti, non avessero concesso il favore del loro appoggio ai Romani, adottando il colore da quelli preferito. Rimanevano la popolazione del contado, gli Ebrei, i Siri, gli Arabi, e questi, per solidarietà con Ben Hur ed Ilderim, per la fiducia che nutrivano nei cavalli dello sceicco, ma massimamente in odio al Romano, che essi speravano di vedere battuto ed umiliato, portavano il color bianco, e formavano il partito più rumoroso se non il più numeroso di tutti.

A mano a mano che i cocchi procedono sopra il percorso, l'eccitamento si accresce; alla seconda mèta, specialmente nelle gallerie, dove il bianco è il colore dominante, le grida del pubblico scrosciano altissime e i fiori piovono più fitti.

— «Messala! Messala!» —

— «Ben Hur! Ben Hur!» —

Tali sono le grida.

Passata la processione, le persone riprendono i loro posti e continuano i discorsi.

— «Ah, per Bacco! com'era bello!» — esclama una donna che il nastro nei capelli proclama del partito Romano.

— «E come è magnifico il suo cocchio!» — risponde un vicino del medesimo partito.

— «È tutto oro ed avorio. Giove gli conceda la vittoria!» —

Sul banco di dietro le opinioni erano diverse.

— «Cento sicli sopra l'Ebreo!» — gridò una voce stridula.

— «Non esser troppo temerario» — gli sussurra un amico. — «Questi giuochi sono vietati dalla legge e la maledizione del Signore potrebbe cadere sul figlio d'Israele.» —

— «È vero; ma hai tu veduto mai un portamento più sicuro o più disinvolto? E che braccio è il suo!» —

— «E che cavalli!» — dice un terzo.

— «E dicono ch'egli conosca tutti gli accorgimenti dei Romani» — aggiunge un quarto.

Una donna completa l'elogio:

— «Sì, ed egli è ancora più bello del Romano!» —

Incoraggiato da queste testimonianze l'uomo grida nuovamente: — «Cento sicli sopra l'Ebreo!» —

— «Cretino!» — gli grida un cittadino di Antiochia, dalla sicura distanza di parecchi banchi. — «Non sai che cinquanta talenti sono giuocati contro di lui, uno contro sei, su Messala. Nascondi i tuoi sicli se non vuoi che Abramo ti fulmini.» —

— «O asino di Antiochia! cessa di ragliare. Non sai tu che Messala ha scommesso contro se stesso?» —

Tale la risposta, astutamente bugiarda.

E così di banco in banco si moltiplicavano il vociare e le contese, non tutte pacifiche.

Quando finalmente la marcia fu terminata, e la Porta Pompae si chiuse sull'ultimo vessillifero, Ben Hur sapeva che il suo desiderio era esaudito.

Gli sguardi dell'Oriente erano fissati sopra la sua gara con Messala.

CAPITOLO XIII.

Circa alle ore quindici, per parlare in stile moderno, la prima parte del programma era esaurita, non rimanendo che la gara dei cocchi. Il direttore scelse questo momento per fare una breve sosta. I _vomitoria_ furono spalancati, e, tutti coloro che poterono, uscirono sotto il porticato esterno dove era disposto un servizio di rinfreschi. Quelli che rimanevano sbadigliavano, chiacchieravano, consultavano le loro tavolette, e liquidavano le scommesse; ogni distinzione di classe era dimenticata; la moltitudine era divisa in due grandi categorie; dei vincitori, allegri e rumorosi, e dei perdenti, accigliati e taciturni.

In questo mentre però una terza classe di spettatori, formata da cittadini desiderosi soltanto di vedere la corsa dei cocchi, approfittò dell'intervallo per entrare nel Circo ed occupare i suoi posti riservati, credendo in questo modo di sfuggire all'attenzione del pubblico. Fra questi erano Simonide e la sua compagnia, che cercavano i loro posti nella tribuna sul lato settentrionale, di faccia a quella consolare.

Quattro servitori portavano il negoziante nella sua sedia su per le scale, destando la viva curiosità degli spettatori. Qualcuno disse il suo nome. I vicini lo intesero e lo ripeterono di bocca in bocca. I più lontani si arrampicarono sui banchi per dare un occhiata all'uomo intorno al quale la diceria popolare aveva tessuto un romanzo miracoloso.

Ilderim pure fu accolto calorosamente; ma nessuno conosceva Balthasar e le due donne che lo seguivano, gelosamente velate.

La gente fece largo rispettosamente alla comitiva, e gli uscieri del Circo le assegnarono alcuni posti vicino alla balaustra, sui quali avevano fatto collocare scialli e cuscini.

Le donne erano Iras ed Ester.

Quest'ultima, appena seduta, diede uno sguardo spaventato intorno al Circo e si ravvolse ancor più dentro al velo; mentre l'Egiziana, lasciando scivolare il velo sopra le spalle, si offrì liberamente agli sguardi del pubblico, con la disinvoltura che solitamente è frutto di lunghe abitudini sociali.

I nuovi venuti erano ancora occupati nell'esame generale del magnifico spettacolo che si offriva dinanzi a loro, a principiare dal console e dai suoi vicini, quando alcuni uomini nella livrea del Circo, cominciarono a stendere una corda ingessata da balcone a balcone in faccia ai pilastri della prima mèta.

Allo stesso tempo sei uomini uscirono dalla Porta Pompae, e si fermarono davanti ai _carceres_, uno per ciascun stallo; al che un lungo mormorìo corse per la folla.

— «Guarda, guarda! Il verde ha il numero quattro a destra; quello è l'Ateniese.» —

— «E Messala... — sì, egli ha il numero due.» —

— «Il Corinzio.» —

— «Guarda il bianco! Egli si ferma, al numero uno, a sinistra.» —

— «No, è il nero che si è fermato; il bianco è il numero due.» —

— «È vero.» —

Dobbiamo avvertire che ciascuno dei sei uomini indossava una tunica di color eguale a quello dei guidatori; cosicchè, quando essi si fermavano davanti ai cancelli, il popolo sapeva subito qual'era lo stallo del suo favorito.

— «Hai tu mai veduto Messala?» — chiese l'Egiziana, ad Ester.

L'Ebrea ebbe un tremito, e rispose di no. Egli era il nemico di suo padre, e di Ben Hur.

— «Egli è bello come Apollo.» —

Mentre Iras parlava i suoi grandi occhi scintillavano e il ventaglio si agitava violentemente. Ester la guardò, pensando:

— «Sarà egli più bello di Ben Hur?» —

Poi udì Ilderim dire a suo padre;

— «Si, il suo stallo è il numero due, a sinistra della Porta Pompae;» — e credendo che egli parlasse di Ben Hur, essa guardò da quella parte. Una preghiera le sfiorò le labbra.

Di lì a poco sopraggiunse Samballat.

— «Vengo or ora dagli stalli, o sceicco,» — egli disse facendo un inchino grave ad Ilderim, il quale si lisciava la barba nervosamente, e lo osservava con sguardo interrogativo. — «I cavalli sono in perfetto stato.» —

Ilderim rispose semplicemente: — «Se sono battuti, prego Iddio che lo siano da qualchedun'altro e non da Messala.» —

Volgendosi a Simonide, ed estraendo una tavoletta, Samballat proseguì: — «Ti porto qualche cosa che ti interesserà. Ti ricorderai che, quando ieri sera ti recai la scrittura della prima scommessa, ti dissi che ne avevo lasciata un'altra sul tavolo del Palazzo, la quale, se, accettata, doveva venirmi consegnata prima della corsa. Eccola.» —

Simonide prese la tavoletta e lesse attentamente l'annotazione.

— «Lo so» — egli disse. — «Un loro emissario venne oggi da me chiedendo se tu fossi accreditato per una tal somma presso di me. Conserva bene la tavoletta. Se perdi, sai dove prendere il denaro; se vinci...» — le sue ciglia si corrugarono con una espressione di grande risolutezza — «se vinci, amico, bada, che nessuno ti sfugga, che paghino fino all'ultimo siclo. Questo si è quanto farebbero gli altri con noi.» —

— «Fidati in me.» — disse il fornitore.

— «Non vuoi sederti presso di noi?» — chiese Simonide.

— «Ti ringrazio» — rispose l'altro, — «ma se lascio il Console, chi frenerà i bollori della giovine Roma, là in fondo? La pace sia con te, e con voi tutti.» —

Alcuni squilli di tromba risuonarono nel circo, annunciando la ripresa dello spettacolo, e chiamando gli assenti ai loro posti. Allo stesso tempo alcuni inservienti apparvero nell'arena, e arrampicandosi sopra il muro di divisione, infissero sopra i pali vicino alla meta occidentale sette sfere di legno indorato; poi, ritornando alla prima meta, vi misero altrettanti pezzi di legno scolpiti in forma di delfino.

— «Che cosa fanno con le sfere ed i pesci, o sceicco?» — chiese Balthasar.

— «Non hai mai assistito ad una corsa?» —

— «Mai.» —

— «Ebbene, essi servono per contare il numero dei giri; alla fine di ogni giro, una palla ed un pesce verranno tolti.» —

I preparativi erano terminati, e di lì a poco un trombettiere in uniforme vistosa si collocò presso il direttore, pronto ad un cenno di questi a dare il segnale. Subito l'agitarsi della moltitudine si acquetò, ed il vocìo ristette come per incanto. Ogni viso era rivolto ad oriente, ed ogni occhio si fissò sopra i sei stalli che racchiudevano i competitori.

Il rossore insolito che coprì le pallide guancie di Simonide rivelava che anch'egli condivideva l'eccitazione generale.

— «Attenti al Romano;» — disse la bella Egiziana ad Ester, che non la udì, perchè col cuore palpitante e gli occhi fissi aspettava Ben Hur.

Dobbiamo ricordare che l'edificio contenente gli stalli aveva la forma di un segmento di cerchio, e si protendeva innanzi a destra della prima mèta, segnato dalla corda gessata, di cui parlammo.

La tromba diede uno squillo acuto e prolungato. Gli _starters_, come li potremmo chiamare in linguaggio sportivo moderno, si schierarono sotto i pilastri della mèta, pronti ad aiutare i cocchieri nel caso che uno dei cavalli si spaventasse.

Un secondo squillo risuonò, e i custodi spalancarono i cancelli. Dapprima uscirono a cavallo i servitori, addetti ai cocchi, cinque in tutto, perchè Ben Hur aveva rifiutato il suo. La corda gessata fu lasciata cadere per dar loro il passo, poi rialzata. Quantunque splendidamente vestiti, nessuno badò a loro, perchè, dietro ad essi, negli stalli, il calpestìo dei cavalli e le voci dei cocchieri, attiravan tutti gli sguardi verso i cancelli spalancati.

Un terzo squillo risuonò nel circo.

Gli uscieri sulle gradinate agitarono le mani, e gridarono: — «Seduti! seduti!» —

Parlavano al vento.

Come proiettili, uscenti dalla bocca di giganteschi cannoni, si scagliarono le sei quadrighe, e tutta l'immensa moltitudine balzò in piedi come un sol uomo, riempiendo il Circo di un unico urlo. Per questo aveva atteso pazientemente tante ore! Questo era il momento supremo, sogno delle sue notti e argomento dei suoi discorsi dal giorno della proclamazione dei giuochi!

— «Eccolo, eccolo! guarda!» — esclamò Iras, indicando Messala.

— «Lo vedo.» — rispose Ester guardando Ben Hur.

Il velo era caduto; per un istante la piccola Ebrea si sentì coraggiosa. Essa comprese la voluttà di compiere un'azione eroica sotto agli occhi della moltitudine, e come in tali casi sia possibile che gli uomini ridano in faccia alla morte.

I competitori erano ora visibili da tutte le parti del Circo, ma la corsa non era ancora cominciata; dovevano prima passare la corda.

Questa aveva lo scopo di pareggiare le condizioni della partenza.

Se i corridori vi si fossero scagliati addosso impetuosamente, cocchiere e cavalli, impigliati in essa, potevano uscirne malconci; se d'altra parte si fossero avvicinati timidamente, correvano il rischio di rimaner distanziati già sull'inizio della corsa, e, in ogni modo, perdevano la possibilità di conquistare il lato interno della pista, oggetto dell'ambizione comune.

La difficoltà di quest'impresa, i suoi pericoli e le sue conseguenze, erano ben note agli spettatori. La vittoria doveva sorridere al più abile.

Dunque, o mio caro, Tutti richiama al cor gli accorgimenti, Se vuoi che il premio di tue man non sfugga: L'arte, più che la forza, al fabbro, è buona.

Tale il consiglio di Nestore al figlio Archiloco, consegnandogli le redini, prima della corsa, consiglio che poteva utilmente essere richiamato da ciascuno degli auriga.

Ogni guidatore guardava per prima cosa la corda, poi il muro interno. Dimodochè, mirando al medesimo punto, e correndo a gran carriera, uno scontro sembrava inevitabile. Non solo. Se il direttore, all'ultimo momento, malcontento della partenza, non desse il segnale di lasciar cader la corda? O se non lo desse in tempo?

Lo spazio intermedio era di circa duecentocinquanta piedi in lunghezza. Guai se, suggestionato dagli sguardi delle migliaia di spettatori o attratto dall'esclamazione insidiosa di un avversario, o dal grido animatore, ma non meno pericoloso, di qualche amico, l'auriga avesse alzati gli occhi un istante! Fermo il polso, le pupille fisse, i guidatori avanzavano.

Il tocco divino che dà l'ultima perfezione alla bellezza, è l'animazione.

Che il lettore tenti di immaginarsi quello spettacolo, al quale i nostri tempi moderni non saprebbero contrapporre nulla di eguale: guardi dapprima l'arena, immensa distesa luccicante di sabbia bianca, chiusa nella sua cornice di mura grigie; veda su questo campo perfetto i sei cocchi leggeri, graziosi, rilucenti, — quello di Messala splendido di oro e d'avorio; guardi i guidatori, il loro corpo eretto, rigido, le membra nude e abbronzate; nella destra i lunghi flagelli, nella sinistra, accuratamente separate, le redini, tese fino all'estremità dei timoni; osservi i cavalli scelti per bellezza come per velocità, le criniere al vento, i corpi distesi, le narici tumide, le gambe fine ma robuste come verghe di ferro, ogni muscolo dei loro splendidi corpi, pieno di vita, ora teso, ora contratto, giustificando il mondo che ha preso da essi la sua unità di forza; veda le ombre, che accompagnando cocchi, auriga e cavalli, radono la terra; veda, con l'occhio della mente, tutto questo, e potrà comprendere il piacere e il delirio che invadeva la folla per la quale questo spettacolo non era vana creazione di fantasia, ma vera, palpitante realtà.

Tutte e sei le quadrighe correvano per la strada più breve verso il medesimo punto; il muro; cedere sarebbe stato come rinunciare alla vittoria. E chi avrebbe deviato in mezzo a quella pazza carriera, con le grida della moltitudine che gli tuonavano nell'orecchio come il rombo del mare in burrasca?

Il trombettiere presso il direttore diede uno squillo poderoso. — A venti passi di distanza nessuno lo udì. Ma vedendo l'atto, i giudici di campo lasciarono cadere la corda a pena in tempo per evitare il cocchio di Messala, nell'abbassarla, e toccarono lo zoccolo del suo primo cavallo. L'impavido Romano, agitò il flagello, che si snodò sibilando nell'aria, allentò le redini, tese il corpo in avanti, e con un grido di trionfo conquistò il muro.

— «Giove è con noi! Giove è con noi!» — urlò tutta la fazione Romana, in un delirio di entusiasmo.

Alla voltata, la testa di leone, con cui terminava il mozzo della sua ruota, urtò la gamba anteriore del cavallo dell'Ateniese, gettando l'animale spaventato addosso al suo vicino di giogo. Entrambi vacillarono, s'impennarono. I custodi balzarono innanzi e li afferrarono per le briglie. Le migliaia di persone sulle gradinate trattennero il respiro, attente; solo dalla tribuna consolare continuavano le grida e il clamore.

— «Giove è con noi!» — urlò Druso.

— «Egli vince! Giove è con noi!» — echeggiarono i suoi compagni, vedendo Messala alla testa del gruppo.

Samballat, con le sue tavolette in mano, si rivolse a loro. Un frastuono, seguito da grida strazianti lo obbligò a guardare nuovamente nell'arena. Messala essendo passato, il Corinzio era il solo che rimanesse alla destra dell'Ateniese, e in quella direzione quest'ultimo cercò di piegare la sua quadriglia spaventata; proprio in quel momento sventura volle che la ruota del Bizantino, suo vicino di destra, incontrasse di fianco il suo cocchio sbalzando l'auriga per terra. Con un urlo di rabbia e di terrore il misero Cleante cadde sotto le zampe dei propri cavalli; orribile spettacolo davanti al quale Ester si coprì gli occhi.

Il Corinzio, il Bizantino, il Sidonio passarono avanti.

Samballat diede uno sguardo a Ben Hur, e si volse nuovamente a Druso e ai suoi compagni.

— «Cento sesterzi sopra l'Ebreo!» — esclamò.

— «Accettato!» — rispose Druso.

— «Altri cento sull'Ebreo!» — gridò Samballat.

Nessuno gli badava. Gridò nuovamente; lo spettacolo dell'Arena assorbiva tutta la loro attenzione, ed essi erano troppo occupati ad urlare: — «Messala! Messala! Giove è con noi!» —

Quando Ester osò guardare nuovamente, alcuni servitori stavano rimovendo i cavalli e il carro frantumato, mentre altri portavano via l'auriga; da ogni banco su cui sedeva un Greco partivano urli di rabbia e preghiere di vendetta.

Essa giunse le mani per la felicità: Ben Hur, incolume volava al pari col Romano! Dietro a loro, in gruppo, venivano il Sidonio, il Corinzio e il Bizantino.

La corsa era incominciata. La moltitudine tratteneva il respiro.

CAPITOLO XIV.

Ben Hur, come abbiamo veduto, si trovava all'estrema sinistra dei sei. Per un momento, come gli altri, fu quasi abbagliato dalla viva luce dell'arena. Pure riuscì a distinguere i suoi avversari e ne indovinò l'intento. Diede uno sguardo scrutatore a Messala. Il freddo orgoglio del patrizio Romano riposava, come d'usato, sul bellissimo volto, alle cui fattezze l'elmo accresceva maestà; ma, fosse giuoco di fantasia o effetto dell'ombra bronzea che copriva il suo viso, in quell'istante l'Ebreo credette di vedere tutta l'anima dell'uomo trasparire attraverso la venustà di quel corpo, un'anima crudele, scaltra, vigile e risoluta.

In pari tempo lo spirito di Ben Hur s'irrigidì in un poderoso sforzo di volontà.

A qualunque costo, a qualunque rischio, egli avrebbe umiliato il suo nemico!

Premio, amici, scommesse, onori, tutto spariva davanti a quell'unico deliberato proposito! Neppure la morte lo avrebbe trattenuto!

Con tutto ciò, nessuna passione gli ardeva nel petto; il sangue non affrettò la sua corsa dal cuore al cervello, dal cervello al cuore; non provava nessun impulso di gettarsi alla cieca in braccio alla Fortuna, poichè egli non credeva alla Fortuna. Fidava in sè, nel disegno da lunga mano preparato, e chiamò a raccolta tutte le forze del suo corpo, tutte le energie della sua intelligenza, per poter attuare il suo piano.

A metà percorso egli si avvide che l'impeto di Messala, lo avrebbe, nel caso che non fosse successo alcuno scontro e la corda fosse caduta, infallibilmente condotto a rasentare il muro interno; e come un lampo gli venne il pensiero che Messala _sapesse_ che la corda doveva cadere all'ultimo momento. Un accordo col direttore avrebbe potuto facilmente stabilire questo; e l'accordo era abbastanza probabile, quando si pensi che il prefetto era Romano, e all'interesse che poteva avere nella vittoria del suo concittadino, il quale, oltre al godere tanta popolarità, aveva una somma così ingente a repentaglio.

Nessun'altra ragione poteva spiegare la fiducia con cui Messala spingeva innanzi la sua quadriglia, proprio nell'istante che gli altri competitori cercavano di frenare le proprie, nessun'altra ragione, tranne la pazzìa.

Ma vedere una cosa e approfittarne sono due cose diverse.

Pel momento Ben Hur rinunciò al muro.

La corda cadde, e tutte le quadriglie, meno la sua, balzarono sulla pista, sotto il doppio impulso dei flagelli e delle voci.

Egli piegò a destra, e con tutta la velocità de' suoi Arabi, tagliò obliquamente la strada ai suoi avversari; dimodochè, mentre la moltitudine fremeva davanti all'infortunio dell'Ateniese, e il Sidonio, il Bizantino, e il Corinzio, cercavano con tutta destrezza di sfuggire alla rovina del compagno, Ben Hur passò loro davanti come una freccia, e procedette ruota a ruota col cocchio di Messala, ma dalla parte esterna.

La meravigliosa abilità dimostrata nel portarsi, in questa guisa, dall'estrema sinistra a destra, non sfuggì ai vigili sguardi delle gradinate; il Circo minacciò di crollare sotto lo scroscio degli applausi.

Allora Ester battè le mani; allora Samballat, sorridendo, offrì di nuovo i suoi cento sesterzi, senza ottenere risposta; e allora, per la prima volta, i Romani ebbero il dubbio che forse Messala avesse trovato il suo pari, forse anche il suo superiore, e questi in un Israelita!

L'uno di fianco all'altro, separati da un intervallo quasi impercettibile, i due cocchi si avvicinavano alla prima mèta.

Il plinto su cui s'ergevano i tre pilastri, veduto da ovest, presentava l'aspetto di un muro, in forma di semi cerchio, offrendo la convessità della curva agli spettatori, parallela all'opposta concavità del balcone di faccia. Questa voltata costituiva la prova di fuoco dei guidatori; Oreste medesimo vi aveva fallito. Un generale silenzio regnante nell'assemblea testimoniava l'interessamento con cui il pubblico seguiva questa fase.

Il calpestìo dei cavalli ed il rumor delle ruote erano distintamente avvertibili.

Allora, per la prima volta, sembrò che Messala si avvedesse della presenza di Ben Hur; e subito tutta l'audacia dell'uomo si manifestò in un modo sorprendente.

— «_Abbasso Eros, evviva Marte!_» — egli gridò, brandendo il flagello. — «_Abbasso Eros, evviva Marte!_» — egli ripetè, assestando sulla schiena degli Arabi di Ben Hur, una sferzata, quale essi non avevano mai ricevuto.

Il colpo era stato veduto da ogni settore, e lo stupore fu generale.

Il silenzio divenne terribile nella sua intensità; sugli scranni intorno al Console i più coraggiosi trattennero il respiro, aspettando con gli occhi sbarrati. Solo un istante durò la tensione, poi, come rombo di tuono, scoppiò l'indignazione del pubblico.

I quattro cavalli trasalirono dallo spavento e balzarono innanzi. Nessuno li aveva mai toccati, se non in segno di affetto; erano cresciuti accarezzati come bambini, e la loro fiducia negli uomini era commovente.

Che cosa dovevano fare quelle delicate creature se non slanciarsi avanti come pazze?

Il carro traballò.

Non v'ha dubbio che ogni esperienza ci è utile nella vita. Donde trasse Ben Hur, in questo momento, il suo braccio vigoroso e il suo pugno di ferro? Donde, se non dai lunghi anni passati al remo? E che cos'era il sobbalzare del carro in confronto al rullìo improvviso della nave battuta dall'ebbro furore dei flutti? Egli mantenne il suo posto, allentò le redini sul capo ai cavalli, parlando loro con voce carezzevole, cercando unicamente di guidarli incolumi intorno all'angolo pericoloso; e prima ancora che l'agitazione del pubblico si fosse sedata, aveva riconquistata la padronanza su di essi.

Non solo: nell'avvicinarsi alla seconda mèta egli si trovò nuovamente al fianco di Messala, seguìto dalla simpatia e dai voti di tutti gli spettatori non Romani. Questo sentimento appariva così evidente, che Messala, con tutta la sua audacia, non stimò opportuno scherzare più oltre.

Mentre i carri passavano la mèta, Ester vide il volto di Ben Hur — un po' pallido, un po' rialzato — ma calmo, risoluto.

Subito un uomo si arrampicò sull'estremità occidentale del muro di divisione, e levò una delle sfere. In pari tempo fu tolto un delfino dall'altra parte.

Nello stesso modo, scomparvero la seconda sfera e il secondo delfino.

Poi la terza sfera e il terzo delfino.

Tre giri erano stati compiuti; Messala occupava ancora l'interno della pista; Ben Hur galoppava all'esterno. La corsa assumeva l'aspetto di una di quelle gare doppie così popolari nel secondo periodo dell'età imperiale. — Nella prima Messala e Ben Hur; il Sidonio, il Corinzio, il Bizantino, seconda.

Intanto gli uscieri avevano ottenuto di far sedere la moltitudine, quantunque il clamore continuasse, precedendo i corridori.

Al quinto giro il Sidonio riuscì a portarsi all'altezza di Ben Hur, ma perdette subito il vantaggio.

Il sesto giro cominciò senza recare un spostamento nelle posizioni relative.