Ben Hur: Una storia di Cristo

Part 29

Chapter 293,556 wordsPublic domain

In quella un grido sfuggì dalla bocca di Ilderim.

— «Ah, per lo splendore di Dio, che cosa significa ciò?» —

Si avvicinò a Ben Hur indicando il programma.

— «Leggi» — disse Ben Hur.

— «No, leggi tu.» —

Ben Hur prese il foglio, firmato dal prefetto della provincia, quale datore dei giuochi. — Avvertiva il pubblico che in primo luogo vi sarebbe stata una grandiosa processione, e che dopo i consueti sacrifici al dio Conso avrebbero avuto principio i giuochi; corse a piedi, salti, lotta, ciascuno nell'ordine in cui dovevano seguirsi. — L'elenco conteneva i nomi dei competitori, le loro nazionalità, le scuole donde uscivano, le gare cui avevano preso parte, i premi già vinti, e i premi offerti ora. Questi erano vistosi e scritti in grandi lettere illuminate, testimoniando il tempo trascorso e i costumi mutati da quando la semplice corona di alloro o di pino, bastava al vincitore, assetato più di gloria che di ricchezze.

Su questa parte del programma Ben Hur sorvolò rapidamente finchè arrivò all'annuncio della corsa. Lesse con attenzione. Il colto pubblico era informato che Antiochia avrebbe allestito uno spettacolo non mai uguagliato nella storia. Le feste erano date in onore del Console. Centomila sesterzii e una corona d'alloro formavano il premio. Poi seguivano i particolari. I competitori erano sei, tutte quadrighe, e dovevan partire contemporaneamente.

Eccone la descrizione:

I. Una quadriglia di Lisippo di Corinto — due grigi, un bajo, un morello. Iscritti l'anno precedente in Alessandria e Corinto, entrambe le volte vincitori. Auriga, Lisippo. Colore, giallo.

II. Una quadriglia di Messala di Roma — due bianchi, due morelli; vincitori del Premio Circense nel Circo Massimo. Auriga, Messala. Colore, scarlatto ed oro.

III. Una quadriglia di Cleante Ateniese — tre grigi, un bajo; vincitori nei giuochi Istmici l'anno precedente. Cleante, auriga. Colore, verde.

IV. Una quadriglia di Diceo Bizantino, due morelli, un grigio, un bianco; vincitori l'anno scorso a Bisanzio. Auriga, Diceo. Colore, nero.

V. Una quadriglia di Admeto da Sidone — tutti grigi. Tre volte vincitori nello stadio di Cesarea. Admeto, auriga. Colore, azzurro.

VI. Una quadriglia di Ilderim, sceicco del deserto — Tutti baj; prima corsa. Ben Hur, Ebreo, auriga. Colore, bianco.

_Ben Hur, Ebreo, auriga!_

Perchè quel nome invece di Arrio? Ben Hur alzò gli occhi a quelli di Ilderim. Era stata questa la causa dell'esclamazione dell'Arabo. La medesima idea balenò al cervello di entrambi.

Quella era la mano di Messala!

CAPITOLO XI.

Non era quasi caduta la sera, che già l'Omfalo, il centro della città, rigurgitava di una folla clamorosa e festante, che si versava in due correnti, al Ninfeo, ad Oriente, e lungo i colonnati di Erode verso Occidente. Nessuna cornice più grandiosa e più adatta a questo gaio e spensierato spettacolo poteva immaginarsi, di queste meravigliose strade fiancheggiate da porticati marmorei, doni di Principi e Re, alla città regina d'Oriente. L'oscurità era bandita come la malinconia. Fiaccole e bracieri illuminavano la massa ondeggiante del popolo, che, cantando, ridendo, e gridando si abbandonava ai piaceri di Apollo e di Bacco.

Le molte nazionalità rappresentate, se avrebbero stupito un forestiero, non erano cosa nuova per Antiochia. Una delle missioni del grande Impero sembra esser stata la fusione degli uomini e il ravvicinamento dei popoli lontani. E dove era un centro d'autorità Romana, come a Roma affluivano i rappresentanti dei diversi paesi, con le loro divinità e con le loro costumanze.

Un particolare però non avrebbe potuto sfuggire all'osservatore quella sera in Antiochia. Quasi ogni persona portava i colori di una delle quadrighe annunciate nelle corse di domani. Ora era un nastro, ora un distintivo, uno scialle, una piuma, significanti la preferenza e spesso la nazionalità del portatore: così il verde indicava gli amici di Cleante, l'Ateniese, il nero quelli del Bizantino. Costume questo antichissimo, che datava probabilmente fin dalle prime gare ai tempi di Oreste, e proficuo tema di studio a chi voglia indagare fino a qual punto di follìa gli uomini possono lasciarsi trascinare. Un esame superficiale avrebbe dimostrato che i colori predominanti erano tre — verde, bianco, e misto porpora ed oro.

Ma abbandoniamo la via e rechiamoci nel palazzo sopra l'isola.

I cinque grandi candelabri della gran sala sono accesi di fresco. La compagnia è quella identica a cui abbiamo già presentato il lettore. Il divano geme sotto il solito peso dei dormienti e di vestaglie gettatevi alla rinfusa, e dai tavoli sorge il medesimo rumore di dadi.

Ma questa volta la maggioranza non è occupata al giuoco. I giovani passeggiano in su e in giù, a due, a tre, o si fermano in crocchi a discorrere. Molti sbadigliano; gli argomenti sono futili: Che tempo farà domani? I preparativi pei giuochi sono terminati? Le leggi del Circo di Antiochia sono come quelle di Roma? A dire il vero, i giovani patrizi soffrono di una noia terribile. Il gravoso lavoro della giornata è finito; vale a dire, se potessimo dare un'occhiata alle loro tavolette, le vedremmo coperte di annotazioni e di scommesse, — scommesse su tutti i capi del programma, sulle corse pedestri, la lotta, il pugilato, — tutto, tranne sulla corsa dei cocchi.

E perchè non su quella?

Buon lettore, essi non possono trovare un'anima che voglia arrischiare un denario contro Messala.

Nella sala non vi sono altri colori dei suoi.

Nessuno pensa alla sua sconfitta.

La sua abilità e destrezza non sono esse conosciute? Non fu egli educato da un _lanista_ Imperiale? I suoi cavalli non vinsero il Gran Premio nel Circo Massimo? E poi — ah sì! non è egli Romano?

In un angolo, adagiato comodamente sopra il divano, sta Messala medesimo.

Intorno a lui, in piedi o seduti, i suoi cortigiani lo tempestano di domande.

Naturalmente l'argomento è uno solo.

Entrano Cecilo e Druso.

— «Ah!» — esclama il giovine principe, lasciandosi cadere sul divano ai piedi di Messala: — «Ah, per Bacco, sono stanco!» —

— «Dove sei stato?» — chiede Messala.

— «Nelle vie, fino all'Omfalo, e più in là. Fiumi di gente, ti dico. La città non è mai stata così affollata. Dicono che tutto il mondo sarà domani nel Circo.» —

Messala rise con disprezzo.

— «Idioti! Non hanno mai veduto i giuochi Circensi, sotto la direzione di Cesare medesimo. Ma dimmi, mio Druso, che cosa hai trovato?» —

— «Nulla.» —

— «Cioè — Non ti ricordi?» — disse Cecilo.

— «Che cosa?» — fece Druso.

— «La processione di bianchi.» —

— «Meraviglioso!» — esclamò Druso. — «Abbiamo incontrato un gruppo di bianchi, con uno stendardo. Ma — ah, ah, ah!» —

Ricadde indietro ridendo.

— «Crudele Druso, perchè non continuare?» — disse Messala.

— «Feccia del deserto, erano, o Messala, e spazzini del Tempio di Gerusalemme. Che cosa avevano da vedere con me?» —

— «No,» — disse Cecilio — «Druso ha paura che ridiate alle sue spese. Ma io non temo, o Messala.» —

— «Parla tu, allora.» —

— «Dunque, abbiamo fermato la processione, e....» —

— «Abbiamo loro offerto una scommessa» — disse Druso, interrompendo, e togliendo le parole di bocca al suo parassita. — «Un piccolo individuo tutto rugoso uscì dalla fila ed accettò. Io estrassi le mie tavolette. — «Chi è il tuo campione?» — gli chiesi. — «Ben Hur, l'Ebreo,» — egli rispose. Io gli faccio: — «La posta? Quanto?» — Egli rispose. — «Un.... un....» — Scusami Messala, ma pel fulmine di Giove, non posso continuare dal gran ridere! Ah, ah, ah!» —

Gli ascoltatori si volsero verso Cecilio. Messala lo guardò.

— «Un siclo!» — disse questi.

— «Un siclo! Un siclo!» —

Uno scoppio di risa tenne dietro alla risposta.

— «E che cosa fece Druso?» — chiese Messala.

In questo momento un grande rumore si levò presso la porta e i giovani si precipitarono in quella direzione. Crescendo il frastuono, anche Cecilio si strappò dal divano, solo volgendosi per dire: — «Il nobile Druso, o Messala, intascò le sue tavolette, e rinunciò al siclo.» —

— «Un bianco! Un bianco!» —

— «Per di qui, per di qui!» —

Queste ed altre esclamazioni echeggiarono nella sala coprendo ogni altra parola. I giuocatori abbandonarono i bossoli; gli addormentati si svegliarono, si stropicciarono gli occhi, tirarono fuori le loro tavolette, e si unirono al gruppo.

— «Io scommetto....» —

— «Ed io....» —

— «Anch'io.» —

La persona fatta segno a questa calorosa accoglienza era il rispettabile Ebreo di cui facemmo conoscenza insieme a Ben Hur, a bordo della nave che lo portava da Cipro ad Antiochia.

Il suo portamento era grave, cortese, vigile. La veste era bianchissima come pure il turbante che gli cingeva il capo. Inchinandosi e sorridendo, si avvicinò lentamente al tavolo centrale. Arrivatovi, raccolse con un gesto dignitoso le pieghe della toga, si sedette, e alzò la mano. Lo scintillare di un gioiello sull'anulare, contribuì non poco al silenzio che seguì.

— «Romani — illustri Romani — Vi saluto!» — egli disse.

— «Mi piace la sua disinvoltura, per Giove! Chi è?» — chiese Druso.

— «Un cane d'Israele — Samballat di nome — fornitore dell'esercito; domiciliato in Roma, immensamente ricco; diventato tale defraudando i Romani. Una testa fina, che ti sa tessere trame più sottili di quelle dei ragni. Andiamo, per la zona di Venere! Vediamo se possiamo spillargli denari.» —

Così dicendo, Messala si alzò e con Druso raggiunse la folla che accerchiava l'Ebreo.

— «Ho saputo in istrada» — egli diceva, tirando fuori le sue tavolette e collocandole aperte sopra il tavolo, — «che la disperazione regnava nel palazzo, perchè non si trovava chi accettasse scommesse contro Messala. Gli Dei, sapete, richiedono sacrifici, ed eccomi pronto. Vedete il mio colore. Passiamo agli affari. Prima le quotazioni, poi le somme. A cosa mi date Messala?» —

La sua audacia sembrava sbalordire i suoi ascoltatori.

— «Presto!» — egli disse. — «Ho un appuntamento col Console.» —

Lo stimolo sortì il suo effetto.

— «A due!» — gridò una mezza dozzina di voci.

— «Che?» — esclamò il fornitore, stupito. — «Soltanto a due, un Romano!» —

— «Tre, allora.»

— «Tre, soltanto tre? — e il mio favorito non è che un cane d'un Ebreo! Datemi quattro.» —

— «Quattro sia!» — esclamò un ragazzo, punto dallo scherno.

— «Cinque — datemi cinque» — disse subito il fornitore.

Un profondo silenzio cadde sopra l'assemblea.

— «Il Console, padrone mio e vostro, mi attende.» —

Il silenzio parve oltraggioso a molti.

— «Datemi cinque — per l'onore di Roma, cinque.» —

— «Cinque sia» — esclamò una voce.

Un clamoroso urrà accolse le parole. Vi fu un movimento nella folla che si spartì a destra e sinistra, e Messala apparve.

— «Cinque siano» — egli disse.

E Samballat, sorridendo, si preparò a scrivere.

— «Se Cesare morisse domani, Roma non sarebbe del tutto derelitta. Vi è almeno uno degno di prendere il suo posto. Dammi sei.» —

— «Siano sei» — rispose Messala.

Vi fu un altro urlo più forte del primo.

— «Sei siano» — ripetè Messala. — «Sei contro uno — la differenza fra un Romano e un Giudeo. Ed ora che l'hai scoperta, o protettore della carne suina, passiamo alla posta. — La somma, presto. Il console potrebbe mandarti a chiamare e noi resteremmo privi della tua presenza.» —

Samballat prese in buona parte la risata che tenne dietro a queste parole, e scrisse tranquillamente, poi offrì le tavolette a Messala.

— «Leggi, leggi!» — gridarono tutti.

E Messala lesse:

— «Mem.» — Corsa di cocchi. Messala di Roma, scommette con Samballat pure di Roma, dicendo che batterà l'Ebreo Ben Hur. Posta, venti talenti. Quotazione di Messala, uno contro sei.

_Testimoni._ SAMBALLAT.

Non una parola, non un respiro turbò il profondo silenzio della sala.

Nessuno si mosse.

Messala fissava le tavolette, mentre gli occhi del fornitore fissavano lui.

Egli sentì quello sguardo, e pensò rapidamente. Da questo posto egli aveva dettata la legge ai suoi compagni. Essi lo avrebbero ricordato. Se egli si rifiutava di firmare, la sua superiorità era sparita per sempre. Eppure egli non poteva firmare, non possedeva la somma di cento talenti; neppure un quinto di essa. La sua mente si oscurò. La lingua si rifiutò di parlare, le guancie impallidirono. Un istante rimase in questo stato, poi gli venne un'idea.

— «Cane di un Ebreo!» — egli disse. — «Dove hai tu venti talenti? falli vedere.» —

Il sorriso provocante di Samballat si accentuò.

— «Ecco» — disse offrendo un foglio a Messala.

— «Leggi, leggi!» — risuonò tutto all'intorno.

Messala lesse:

— «_Antiochia — Tamuz, 16 giorno._

Il portatore, Samballat di Roma, è accreditato presso di me per la somma di cinquanta talenti, moneta Romana.

SIMONIDE.» —

— «Cinquanta talenti! Cinquanta talenti!» — vociferò la folla, stupìta.

Druso battè il piede per terra.

— «Per Ercole!» — egli gridò — «il foglio mente, e l'Ebreo è un bugiardo. Chi, se non Cesare, ha cinquanta talenti all'ordine? Abbasso il bianco insolente!» —

L'urlo era furioso, e fu ripetuto da venti gole; ma Samballat rimase tranquillamente seduto, col medesimo sorriso provocante sulle labbra. Finalmente Messala parlò.

— «Silenzio! Uno contro uno, con cittadini — uno contro uno, per l'amore del nostro bel nome Romano.» —

Il suo intervento opportuno salvò la sua dignità e gli riconquistò la vacillante supremazia.

— «O cane circonciso!» — egli continuò verso Samballat. — «Tu dicesti sei contro uno, nevvero?» —

— «Sì» — rispose tranquillamente l'Ebreo.

— «Allora lasciami scegliere la posta.» —

— «Come vuoi, a condizione, se è una bagatella, di rifiutarla.» —

— «Scrivi cinque in luogo di venti.» —

— «Possiedi tanto?» —

— «Per la madre degli Dei, ti mostrerò le ricevute.» —

— «No, no. Basta la parola di un così illustre Romano. Soltanto facciamo una cifra pari. Scrivo sei talenti?» —

— «Scrivi.» —

Si scambiarono le scritture.

Samballat si alzò e con un ghigno di scherno in luogo del sorriso di prima, misurò l'assemblea. Egli conosceva con chi aveva da fare.

— «Romani,» — egli disse, — «un'altra scommessa, se osate. Io punto cinque talenti contro cinque, sulla vittoria del bianco. Vi lancio una sfida collettiva.» —

Di nuovo tutti stupirono.

— «Ecchè?» — egli gridò, a voce più alta. — «Dovranno dire domani nel circo che un cane d'Israele è penetrato in una sala piena di patrizii Romani, e fra questi un parente di Cesare, ed ha offerto loro cinque talenti, alla pari, ed essi non hanno avuto il coraggio di accettare?» —

L'offesa era terribile.

— «Cessa, o insolente!» — disse Druso. — «Scrivi la scommessa e lasciala sul tavolo. Domani, se avremo trovato che tu possiedi veramente tanto denaro da buttar via, io, Druso, ti prometto che sarà accettata.» —

Samballat scrisse nuovamente, e alzandosi, disse, con inalterabile calma:

— «Ecco, Druso. Io ti lascio l'offerta; quando è firmata, mandamela prima che incominci la corsa. Mi troverai vicino al Console nella tribuna sopra la Porta Pompae. Pace a te; pace a voi tutti.» —

Egli fece un inchino e partì, senza badare all'urlo che lo accompagnò fino alla porta.

Quella notte la storia della scommessa prodigiosa volò di bocca in bocca per tutte le vie e piazze di Antiochia; e Ben Hur, vegliando presso i suoi quattro cavalli, la udì raccontare, e seppe anche che tutta la sostanza di Messala era impegnata in essa.

E si addormentò sorridendo.

CAPITOLO XII.

Il Circo di Antiochia sorgeva sulla sponda destra del fiume, quasi dirimpetto al Palazzo e non differiva sostanzialmente da tutti gli altri edifici del genere.

I giuochi erano, nel vero senso della parola, un dono fatto al popolo; l'entrata era quindi libera a tutti, e, vasta com'era la capacità dell'anfiteatro, la gente ebbe tanta paura di non ottenervi un posto, che, fin dalle prime ore del giorno precedente ai giuochi, aveva occupato tutte le adiacenze del Circo, le quali presentavano l'aspetto di un grande attendamento militare.

A mezzanotte furono spalancati i cancelli, e la plebaglia si gettò attraverso le porte occupando rapidamente i posti a lei assegnati. Solo un terremoto o l'assalto di un esercito avrebbe potuto smuoverla di là. Passò la notte dormendo sulle gradinate, fece colazione su di esse, e aspettò pazientemente il principio dello spettacolo.

Verso la prima ora del giorno cominciarono ad arrivare i borghesi più agiati, che avevano posti numerizzati, i più ricchi e più nobili fra di essi a cavallo o portati in lettiga con seguiti di domestici in livrea.

All'ora seconda, la via conducente dalla città al Circo presentava l'aspetto di un vero fiume di persone.

Quando l'indice dell'orologio a sole nella cittadella segnava trascorsa la prima metà dell'ora seconda, la legione in grande tenuta, con tutti i suoi stendardi ed insegne, discese dal monte Sulpio, e, quando l'ultima fila dell'ultima coorte sparì dall'altra parte del ponte, Antiochia si poteva dire letteralmente abbandonata; non già che il Circo potesse contenere tutta la moltitudine, ma ciò non ostante tutta la moltitudine era andata al Circo.

Una galera riccamente addobbata andò a prendere il Console nell'isola, e quando il grande personaggio discese allo scalo, e la legione presentò le armi, per un istante la pompa militare fece dimenticare agli spettatori la maggiore attrattiva del Circo.

All'ora terza l'Anfiteatro poteva dirsi completamente riempito; uno squillo di fanfara ordinò il silenzio, e tosto gli sguardi di oltre centomila persone si fissarono sopra un edificio del lato orientale dello stadio. Quivi sorgeva la celebre Porta Pompae, un arco poderoso che reggeva la tribuna consolare, magnificamente adorna di vessilli e di fiori, dove, circondato dalle insegne della legione, siedeva il console Massenzio. A destra e sinistra dell'arco, a livello del suolo, si aprivano i _carceres_, o stalli, ciascuno difeso da un proprio cancello. Sopra gli stalli correva una cornice, coronata da una bassa balaustrata; quindi si alzavano, una sopra l'altra, le ampie gradinate di marmo, occupate da una splendida folla di alti dignitari militari e borghesi. Questa mole occupava tutta la larghezza dell'edificio del Circo, ed era fiancheggiata da torri, le quali, pure aggiungendo grazia all'architettura dell'edificio, servivano di punto d'appoggio ai _velaria_, o grandi tende purpuree, tese dall'una all'altra di esse, e che gettavano un'ombra piacevolissima sopra l'augusta assemblea della tribuna.

S'immagini ora il lettore di appartenere ai favoriti che siedono in questo posto privilegiato. A destra e a sinistra, sotto le due torri, vedrà le due entrate principali. Immediatamente sotto di lui si stende l'arena, coperta di sabbia finissima e bianca. Nel centro dell'arena corre un muro largo dieci o dodici piedi, alto cinque o sei, e lungo precisamente cento ottanta metri, o uno stadio Olimpico. Ad entrambi i capi di questo muro, lasciando solo un breve intervallo occupato da un altare, sorgono sopra piedestalli di marmo tre tozzi pilastri conici di pietra grigia, riccamente scolpiti. Queste sono le due méte, intorno alle quali gireranno i contendenti. I corridori entreranno sulla pista alla destra della mèta più vicina, e avranno il muro sempre alla loro sinistra. Principio e termine della gara hanno luogo di faccia alla tribuna Consolare, e per questa ragione quelli sono i posti più ricercati del Circo.

Il limite esteriore della pista è segnato da un muro liscio, solido, dell'altezza di circa quindici piedi, terminato da una balaustrata come quella sopra i _carceres_. Se seguiamo la curva di questo balcone, la troveremo interrotta in tre punti, dove si aprono altrettante porte, due a nord, ed una ad ovest; quest'ultima adorna di magnifiche sculture e bassorilievi, è chiamata la Porta del Trionfo, perchè, a giuochi finiti, i vincitori passeranno sotto il suo arco, il capo coronato di lauro, e accompagnati da un corteo trionfale.

Immediatamente dietro alla balaustrata laterale ascendono in lunghe file parallele, e sovrapposte l'una all'altra, i banchi degli spettatori, offrendo uno spettacolo curioso ed imponente, quello di una smisurata massa di popolo, in vesti diverse e variopinte. Erano questi i posti popolari, non coperti da alcuna tenda, privilegio esclusivo della tribuna.

Avendo ora sott'occhio tutto il complesso del Circo, s'immagini il lettore il profondo silenzio tenuto dietro allo squillo delle trombe, doppiamente avvertibile dopo il vocìo e il frastuono che lo avevano preceduto, durante il quale gli sguardi della moltitudine erano concentrati tutti quanti sulla Porta Pompae.

Da questa procede un suono di voci e di strumenti, e subito appare il coro della processione con la quale s'apre lo spettacolo. Prima il prefetto e le autorità civiche, padrone della festa, in ampie vesti e con ghirlande sul capo; poi le immagini degli Dei, alcune su piattaforme portate sulle spalle da schiavi, altre su grandi carri, splendidamente addobbati; poi ancora i contendenti nei singoli giuochi, ciascuno nel suo costume caratteristico.

Attraversando lentamente l'Arena, la processione comincia a fare il giro del circuito. Lo spettacolo è magnifico, imponente. Come un'onda che s'ingrossa a mano a mano, la precede un coro di esclamazioni, esprimenti curiosità e ammirazione. Se i fantocci di carta rappresentanti gli Dei se ne stanno impassibili e silenziosi, il direttore dei giuochi e le autorità non si mostrano insensibili alla voce del plauso popolare. Sorridono e si inchinano a destra e a sinistra.

Gli atleti sono ricevuti con favore ancora più rumoroso, perchè non v'è uno fra i centosettantamila spettatori che non abbia scommesso un siclo od un denario sopra uno dei campioni. I nomi dei favoriti corrono di labbro in labbro, e ghirlande e fiori sciolti piovono dalla tribuna e dalle gradinate. Ma se gli atleti sono ricevuti con tali testimonianze d'ammirazione, che dire dell'ovazione fatta all'apparire delle quadriglie? allo splendore dei cocchi, alla grazia e alla bellezza dei cavalli, i guidatori aggiungono il fascino personale della loro apparenza. Le loro tuniche, corte, senza maniche, sono dei colori prescritti. Un cavaliere accompagna ogni cocchio, tranne quello di Ben Hur, che ha rifiutato questo onore — forse per diffidenza. Così pure gli altri hanno elmi sul capo; egli ha la testa scoperta. Al loro appressarsi gli spettatori si alzano in piedi sopra i banchi, e il clamore si fa altissimo, assordante; allo stesso tempo la pioggia dei fiori dalla balaustrata diventa un diluvio, e copre gli uomini, i cocchi, i cavalli. Ben presto appare evidente che alcuni dei guidatori sono più favoriti di altri, e a questa rivelazione tiene dietro l'altra, che ogni individuo del pubblico, uomini, donne, e fanciulli è fregiato dei colori di uno dei contendenti, più spesso in forma di nastro sul petto o nei capelli; ora il nastro è verde, ora giallo, ora azzurro, ma esaminando attentamente la moltitudine, si vede che i colori dominanti sono due: il bianco, e il misto porpora ed oro.

In una gara moderna, e in una assemblea come questa, che ha giuocato somme enormi sui singoli concorrenti, la preferenza sarebbe determinata dalla qualità dei cavalli e dalla abilità conosciuta dei guidatori; qui invece la nazionalità dettava le norme.