Ben Hur: Una storia di Cristo

Part 28

Chapter 283,869 wordsPublic domain

Egli li prese e li ordinò sopra il tavolo. Spiegando ora l'uno ora l'altro dei vecchi papiri, egli confortò le sue argomentazioni con copiose citazioni, che noi, per brevità, risparmieremo al lettore. Dal Libro di Enoch, ai salmi di Davide, dalle profezie di Ezra, di Geremia e di Daniele, chiare come squilli di tromba uscivano le parole annunziatrici del Regno del Re che doveva venire, la sua gloria, i suoi trionfi.

Ben Hur piegò la fronte sopraffatto, convinto, ed esclamò:

— «Io credo, io credo!» —

— «E allora?» — chiese Simonide. — «Se il Re sarà povero, non lo aiuterà il mio padrone con la ricchezza che possiede in abbondanza?» —

— «Aiutarlo? Fino all'ultimo siclo e all'ultimo respiro! Ma perchè credi che verrà povero?» —

— «Ascolta la parola del Signore, quale Zaccaria l'intese. Ecco come il Re entrerà in Gerusalemme.» — E lesse: — «Rallegrati, o figliuolo di Sion. Vedi il tuo Re che viene con la giustizia e con la salvezza; umilmente a cavallo di un asino.» —

Ben Hur torse il capo e guardò altrove.

— «Che cosa vedi, o padrone!» —

— «Roma!» — rispose mestamente. — «Roma e le sue legioni. Io ho vissuto con esse nei loro accampamenti, e le conosco.» —

— «Ah!» — disse Simonide. — «Tu guiderai le legioni del Re, sarai alla testa di milioni di uomini.» —

— «Milioni di uomini!» — esclamò Ben Hur.

Simonide stette alquanto sopra pensiero.

— «La questione del numero non ti inquieti» — disse Simonide.

Ben Hur lo guardò.

— «Tu vedi da una parte il Re umile e dimesso, e dall'altra parte le serrate legioni di Roma, e ti domandi: Che cosa può egli fare?» —

— «Questo era il mio pensiero.» —

— «O mio padrone!» — continuò Simonide — «Tu non conosci la forza d'Israele. Tu te lo figuri come un vecchio cadente che piange amare lacrime presso i fiumi di Babilonia. Ma va a Gerusalemme il giorno di Pasqua, e fermati sullo Xisto o nella Via dei Barattieri, e conta la gente che passa. La promessa che il Signore fece a nostro padre Giacobbe si è avverata davvero; noi ci siamo moltiplicati infinitamente, ad onta della schiavitù in Egitto, della cattività Babilonese, della dominazione Romana. Ma non solo ai limiti della razza devi badare; ma pensa allo sviluppo della nostra fede che abbraccia tanti popoli nell'Asia, conta gli eserciti dei fedeli che aspettano il vecchio grido d'allarme: Alle tue tende, Israele! A centinaia e migliaia sono sparsi nella Persia, nell'Egitto, nell'Africa, nei mercati d'occidente, nella Spagna ed a Londra, nella Grecia e nelle isole, sul Ponto e qui in Antiochia, e nella stessa maledetta città dei sette colli. È un corteo di nazioni, è una selva di spade che attende l'avvento del Re.» —

Le parole furono profferite con fervore ed ispirazione. Sopra Ilderim fecero l'effetto d'uno squillo di tromba. — «Oh se mi ritornasse la mia gioventù!» — egli gridò balzando in piedi.

Ben Hur non si mosse. Egli comprendeva che questo discorso mirava ad invitarlo a sacrificare tutta la sua vita e la sua fortuna al servizio dell'Essere misterioso nel quale si concentravano le speranze di Simonide come quelle dell'Egiziano. L'idea, come abbiamo veduto, non era nuova, ma gli era venuta ripetutamente, dopo le parole di Malluch, dopo la cena con Balthasar; ma aveva urtato contro ostacoli, e non si era ancora mutata in una risoluzione certa. Ora non più. Una mano maestra era venuta a raccogliere la vasta trama, ad ordinarne le fila. Quelle parole alate ebbero sopra di lui l'effetto come se una porta invisibile si fosse improvvisamente spalancata, inondandolo di un fascio di luce, schiudendogli tutto un nuovo splendente avvenire, in cui il sogno della sua vita, quel sogno careggiato fra le catene e sul remo, e nelle palestre di Roma, trovava il suo posto e prometteva di avverarsi. Un ultimo dubbio rimaneva.

— «Ammettiamo tutto quanto tu dici, o Simonide, che cioè il Re verrà e il suo regno sarà come quello di Salomone. Supponiamo anche che io sia pronto a mettere me stesso e le mie ricchezze al suo servizio; di più, che le vicende della mia vita, e la vasta fortuna da te accumulata siano state davvero ordinate da Dio a quello scopo; dovremo noi forse lavorare alla cieca? Dobbiamo aspettare l'arrivo del Re? Ch'egli mi chiami? Tu hai l'esperienza dell'età. Rispondi.» —

Simonide rispose senza esitare.

— «Non abbiamo altra scelta, nessuna. Questa lettera» — così parlando estrasse il messaggio di Messala — «è il segnale della lotta. Noi non siamo abbastanza forti per resistere l'alleanza di Messala con Grato; ci mancano l'influenza a Roma e la forza qui. Essi ti uccideranno se aspetti. Vedi nella mia persona qual'è la loro misericordia.» —

Un fremito lo scosse al ricordo dei tormenti.

— «O buon padrone» — egli continuò — «L'animo tuo è forte?» —

Ben Hur non lo comprese.

— «Io mi ricordo come bella mi sembrava la vita alla tua età» — proseguì Simonide.

— «Nondimeno» — disse Ben Hur — «fosti capace di un grande sacrificio.» —

— «Sì, per amore.» —

— «Non ha la vita altri motivi forti del pari.» —

Simonide scosse la testa.

— «C'è l'ambizione.» —

— «L'ambizione è vietata ai figli d'Israele.» —

— «La vendetta!» —

Era una scintilla cadente in un mare infiammabile. Gli occhi del vecchio brillarono, le sue dita si strinsero, ed egli rispose con veemenza:

— «La vendetta è un diritto dell'Ebreo. Così dice la legge.» —

— «Un cammello, fino un cane, ricorda l'offesa!» — gridò Ilderim.

Simonide ripigliò il filo del suo discorso.

— «Vi è un lavoro da compiersi prima dell'avvento del Re, un lavoro di preparazione. La mano d'Israele sorgerà in sua difesa, non v'ha dubbio, ma, ahimè, è una mano che la pace ha rattrappita, che la guerra deve snodare. Fra i milioni non vi è disciplina, non vi sono capitani. Io non parlo dei mercenari di Erode, che parteggerebbero pei nostri nemici. Questa pace è cara al Romano, ed è frutto della sua politica; ma un cambiamento è vicino, in cui il pastore butterà via il suo bordone e brandirà la spada e la lancia, e gli armenti pascolanti diverranno branchi di leoni. Qualcheduno, o mio figlio, dovrà occupare il posto alla destra del Re. E a chi spetterà questo onore se non a colui che avrà compiuto questo lavoro?» —

Il volto di Ben Hur si accese.

— «Io vedo. Ma parla chiaramente. Altro è dire: una cosa deve farsi; altro è dire come deve farsi.» —

Simonide bevve un sorso del vino che Ester gli aveva offerto, poi proseguì:

— «Lo sceicco e tu, mio padrone, avrete ciascuno una parte. Io rimarrò qui, continuando il mio mestiere affinchè non si esauriscano i fondi, e starò in vedetta. Tu andrai a Gerusalemme, e di là nei monti, e comincerai a contare gli uomini d'arme d'Israele, dividendoli in deche e in centene, scegliendo capitani ed esercitandoli nelle armi, che io ti manderò e che saranno nascoste in luoghi segreti. Partendo dalla Perea, andrai fra i Galilei, e quindi a Gerusalemme. Nella Perea avrai alle tue spalle il deserto con Ilderim e i suoi cavalieri. Egli proteggerà le retrovie e ti sarà utile in molte guise. Nessuno saprà nulla di nulla finchè il disegno non è maturo. Ho già parlato ad Ilderim. Che te ne pare?» —

Ben Hur guardò lo sceicco.

— «Le cose stanno com'egli dice, figlio di Hur,» — rispose l'Arabo. — «Io gli ho dato la mia parola, ed egli si è dichiarato soddisfatto; ma tu avrai il mio giuramento e quello di tutte le lancie della mia tribù.» —

Tutti e tre — Simonide — Ilderim — Ester — fissarono Ben Hur.

— «Ogni uomo» — egli rispose lentamente — «in un momento o l'altro della sua vita, appressa alle sue labbra la coppa del piacere e ne assaggia il liquido delizioso, ogni uomo tranne me. Io vedo, Simonide, e tu, generoso sceicco, a che cosa tendono le vostre proposte. Se io le accetto ed intrapprendo questo compito, addio pace e belle speranze di una vita tranquilla! Le porte che ora m'invitano si chiuderanno dietro di me per non riaprirsi più mai, perchè Roma ne tiene tutte le chiavi; il suo bando mi seguirà ovunque. Fuggendo i suoi segugi, le tombe e le caverne saranno la mia dimora, ultimo asilo il deserto.» —

Un singhiozzo interruppe le sue parole. Tutti si voltarono verso Ester, che celò il volto sul petto del padre.

— «Io non l'avrei creduto di te, Ester» — disse Simonide con dolcezza, commosso egli medesimo.

— «Sta bene, Simonide» — disse Ben Hur. — «La sentenza sembra men dura al condannato quando vede la compassione che piange.» —

— «Io stavo dicendo» — egli continuò, — «che non mi rimane altra scelta che di accettare la parte che voi mi destinate. E siccome, fermandomi qui, io mi esporrei ad una morte ignobile, imprenderò subito il lavoro.» —

— «Dobbiamo mettere in iscritto il nostro accordo?» — chiese Simonide, mosso dalle abitudini commerciali.

— «Mi basta la tua parola» — disse Ben Hur.

— «Ed anche a me» — Ilderim rispose.

Così, semplicemente, fu conchiuso il contratto che doveva mutare la vita di Ben Hur.

— «Il signore Iddio di Abramo protegga la nostra impresa!» — esclamò Simonide.

— «Ed ora un'ultima parola, amici» — disse Ben Hur con volto più lieto. — «Se permettete, voglio essere padrone di me stesso fino dopo i giuochi. Non è probabile che un pericolo mi minacci da parte di Messala prima che gli giunga la risposta del procuratore, e questo non può avvenire che in sette od otto giorni. Il nostro incontro nel Circo è un piacere che comprerei a qualunque rischio,» —

Ilderim, felicissimo, annuì subito, e Simonide, intento agli affari soggiunse. — «Va bene, padrone; quest'indugio mi darà agio di renderti un servigio. Tu parlasti di un'eredità lasciata da Arrio. Consiste essa in beni?» —

— «Una villa a Miseno e alcune case in Roma.» —

— «Io propongo che siano vendute, e i guadagni depositati in luogo sicuro. Dammi l'autorizzazione e io manderò subito un agente. Per questa volta almeno preverremo gli imperiali predoni.» —

— «Domani avrai la nota e la procura.» —

— «Allora se non v'è altro, il lavoro, per questa notte è terminato» — disse Simonide. Ilderim si lisciò la barba con compiacenza dicendo — «E ben terminato» —

— «Ester, offri il vino e il pane» — continuò Simonide. — «Lo sceicco Ilderim ci onorerà con la sua presenza questa notte, e domani; e tu mio padrone?» —

— «Fa sellare i cavalli» — disse Ben Hur. — «Io ritorno all'Orto. Il nemico non mi scoprirà se vado ora, e» — diede uno sguardo ad Ilderim — «i quattro saranno contenti di vedermi.» —

Ai primi albori del giorno, egli e Malluch smontarono davanti alla porta della tenda.

CAPITOLO IX.

La notte successiva, intorno all'ora quarta, Ben Hur stava sul terrazzo del grande magazzeno, al fianco di Ester. Sotto di essi si agitava la medesima folla rumorosa di operai, marinai, facchini, che lavorando al lume delle torcie avevano l'aspetto di genii di qualche fantastica favola orientale. Si stava caricando una galera che doveva partire sul far del giorno. Simonide non era ancora tornato dal suo ufficio, nel quale, all'ultimo momento, avrebbe consegnato al capitano del vascello l'ordine di procedere direttamente fino al Porto d'Ostia, sbarcarvi un passeggero, e continuare, con suo comodo, per Valenza, sulla costa di Spagna.

Il passeggero è un agente di Simonide e si reca a Roma per vendere i fondi lasciati dal duumviro Arrio. Quando la nave avrà levata l'ancora, e la sua prua sarà vôlta ad occidente, Ben Hur sarà irrevocabilmente astretto all'impresa di cui si è parlato la notte prima. Se egli vuol mutare pensiero, se egli si pente dell'accordo conchiuso con Ilderim, egli è ancora in tempo di revocarlo. Egli è il padrone, e non ha che a dire una parola.

Tali erano i suoi pensieri mentre dall'alto della terrazza, con le braccia incrociate, guardava fisso dinanzi a sè, come un uomo agitato dal dubbio. Giovine, bello, ricco, abituato ai circoli più aristocratici di Roma, con quante voci eloquenti le tentazioni del mondo gli lanciavano i loro appelli seducenti! Come gravosa doveva sembrargli la vita di sacrifici e di pericoli ch'egli stava per abbracciare! Possiamo immaginare anche gli argomenti che lo incalzavano: L'impresa disperata di una lotta con Cesare, l'incertezza che velava la venuta del Re, e tutto ciò che a lui si riferiva; gli agi, gli onori, l'autorità, che le ricchezze gli potevano procurare; e sopra tutto la vita tranquilla fra i nuovi amici che egli aveva trovato. Soltanto coloro che per anni hanno pellegrinato soli e desolati di paese in paese, possono apprezzare la forza di questo ultimo appello. Aggiungiamo a questi argomenti la voce del mondo, astuta, carezzevole, che sempre mormora al debole: — «Fermati: non ti muovere da dove stai bene,» — presentando sempre i lati più attraenti della vita, la voce del mondo era in questo caso aiutata da quella d'una donna.

— «Sei mai stata a Roma?» — egli chiese alla sua compagna.

— «No» — rispose Ester.

— «Ti piacerebbe andarvi?» —

— «Non credo.» —

— «Perchè?» —

— «Ho paura di Roma.» — Essa disse, con un lieve tremore nella voce.

Egli guardò la piccola figura di bimba al suo lato. Nella penombra non poteva discernere il suo volto; le sue stesse forme erano indistinte. L'immagine di Tirzah gli si ripresentò alla mente, e una grande tenerezza lo prese. Così la sorellina perduta stava con lui sopra il tetto della casa, quella mattina fatale dell'accidente di Grato. Povera Tirzah! Dov'era essa? Ester gli diventò quasi santa a quel mesto ricordo. Egli non avrebbe mai potuto considerarla come sua schiava, e, se lo era legalmente, questo lo avrebbe anzi spronato ad usarle la massima cortesia e rispetto.

— «Io non posso pensare a Roma» — essa esclamò con voce calma, e parlando con quel suo dolce fare di donna. — «Io non posso pensare a Roma come una città di templi e palazzi, affollata di abitanti; per me essa è un mostro che stende le sue spire in tutte le terre, che affascina gli uomini col magico splendore dei suoi occhi verdi e cattivi, e li trae alla loro rovina, un mostro non mai sazio di sangue. Perchè....» —

Essa esitò, abbassò gli occhi, e si fermò.

— «Continua» — disse Ben Hur, rassicurandola.

Essa si fece più presso a lui e alzò il viso verso il suo. — «Perchè vuoi fartene una nemica? Perchè non rimanere in pace con essa e vivere tranquillo? Tu hai avuto molti dolori; hai sopravvissuto alle insidie dei tuoi avversari; hai penato tutta la tua gioventù; perchè non dare al piacere gli anni che ti rimangono?» —

Il volto della fanciulla gli sembrava diventar più pallido e avvicinarsi sempre più, mentre la sua preghiera lo incalzava. Egli si chinò sopra di lei e chiese, sommessamente:

— Che cosa vorresti ch'io facessi, Ester?» —

Essa ebbe un momento di esitazione, e poi chiese a sua volta:

— «È molto bella la tua villa presso Roma?» —

— «È bellissima, un palazzo in mezzo a giardini e boschi, con fontane, statue, colline coperte di vigneti; in vista del Vesuvio e di Napoli, col suo mare azzurro popolato da bianche vele irrequiete. Cesare possiede una villa lì vicino, ma a Roma dicono che la vecchia villa di Arrio è più bella.» —

— «E la vita vi è tranquilla?» —

— «Mai giorno d'estate o notte di plenilunio era più tranquillo del soggiorno in essa, tranne quando venivano visite. Ora che il vecchio padrone è morto, e la proprietà è mia, non v'è nulla che ne interrompa il silenzio, se non il mormorio dei ruscelli, e delle fontane o il canto degli uccelli. Giorno succede a giorno. I fiori sbocciano, sfoggiano al sole i loro mille colori, poi avvizziscono, e danno luogo a nuovi bocci e a frutti. Il cielo è sempre eguale, sereno, interrotto qua e là da qualche cirro candido, passeggero. Era una vita troppo calma, Ester; che mi rendeva inquieto, collerico, persuadendomi in un sentimento della mia inutilità ed infingardaggine, — a me, che tanto aveva da fare! —

Essa guardò lontano sul fiume.

— «Perchè hai chiesto?» — egli domandò.

— «Mio buon padrone....» —

— «No, Ester; non così. Chiamami amico, fratello, se vuoi: io non sono il tuo padrone, e non voglio esserlo; Chiamami fratello,» —

Egli non potè vedere il rossore che le tinse le guancie e il lampo di gioia che le brillò negli occhi.

— «Io non posso comprendere» — essa continuò — «come tu possa preferire una vita come questa, una....» —

— «Una vita di violenza e forse di sangue» egli rispose completando il periodo.

— «Sì, preferire una tal vita alla lieta esistenza in quella bellissima villa.» —

— «Ester, tu sbagli. Non si tratta di preferenza. Ahimè! Il Romano non mi lascia la scelta. Io vado perchè è necessario; s'io resto mi aspetta la morte nel pugnale di un sicario, in una tazza avvelenata, nella sentenza di un magistrato corrotto e comprato. Messala e il procuratore Valerio Grato, sono ricchi col bottino dei miei beni paterni, e la paura di perdere i loro guadagni li spingerà ad ogni eccesso. Un accordo pacifico con essi è impossibile, e anche se potessi comperare la loro amicizia, Ester, non so se lo farei. Io non sono nato per la pace, e l'irrequietezza ch'io provava sotto gli archi marmorei della mia villa mi perseguiterebbe dappertutto. Eppoi, non ho io il sacro compito di cercare i miei cari? Se li trovo, non è mio dovere vendicarmi sopra coloro che li hanno fatti soffrire; se sono morti, devo lasciar fuggire i loro assassini? No, il più santo affetto non potrebbe conciliarmi il sonno della pace, quando la mia coscienza mi pungesse col rimorso di aver mancato al mio dovere.» —

— «Dunque tutto, tutto è invano?» — essa chiese con voce querula.

Ben Hur prese la sua mano.

— «La mia felicità ti è dunque di tanto momento?» —

— «Si» — essa rispose semplicemente.

La mano era tiepida e piccola, e tremava nella sua palma. Allora l'immagine dell'Egiziana gli balenò davanti; così slanciata, così audace, con la sua adulazione sagace, il suo spirito pronto, con la sua meravigliosa bellezza. Egli portò la mano alle sue labbra e disse:

— «Tu sarai una seconda Tirzah per me, Ester.» —

— «Chi è Tirzah?» —

— «La sorellina che il predone Romano mi rubò e che io devo ritrovare.» —

In quella un fascio di luce si proiettò sul terrazzo. Si voltarono, e videro Simonide avvicinarsi nella sua poltrona, spinta da un domestico. Dalla porta aperta si scorgeva la stanza illuminata.

Allo stesso tempo la galera nel fiume alzò le ancore, girò su sè stessa, e fra un lungo urlo dei marinai e un confuso agitarsi di torce, si avviò verso l'alto mare — lasciando Ben Hur avvinto alla causa del Re che doveva venire.

CAPITOLO X.

Il giorno prima dei giuochi, durante il pomeriggio, tutti i beni mobili di Ilderim furono trasportati in città e depositati in un Khan vicino al Circo. I suoi servitori, vassalli armati, cavalli, buoi, pecore, cammelli formavano una lunga processione pittoresca e rumorosa, che destò l'ilarità di quante persone la incontrarono per via. D'altra parte lo sceicco, di solito così irascibile, accoglieva queste dimostrazioni con la massima equanimità e buon umore. Egli pensava infatti, che se, come aveva ragione di credere, egli si trovasse sotto sorveglianza, le spie Romane avrebbero descritto alle autorità, la pompa semi-barbarica con cui era venuto alle corse. I Romani avrebbero riso, la città si sarebbe divertita, e i sospetti si sarebbero acquetati. Il giorno dopo, tutta questa moltitudine di uomini e di animali si troverebbe sulla via del deserto, non lasciando indietro che il solo necessario per il buon esito della gara. Ilderim, con altre parole, stava per partire; le sue tende erano piegate, il dovar era sciolto; in dodici ore ogni cosa poteva mettersi in salvo. Così il vecchio Arabo preparavasi ad un eventuale colpo da parte di Messala.

Nè Ben Hur da parte sua deprezzava l'influenza del suo nemico, quantunque fosse d'opinione che nessun atto d'ostilità sarebbe avvenuto prima del giorno delle corse. Se Messala vi rimanesse sconfitto, allora c'era d'aspettarsi il peggio. Probabilmente non avrebbe neppure atteso le istruzioni di Grato.

Preparati ad ogni evento, cavalcavano l'uno di fianco all'altro sulla strada per Antiochia. Per via incontrarono Malluch, il quale nè con un segno nè con una parola diede a vedere di conoscere le nuove relazioni sorte fra Simonide e Ben Hur, e dell'accordo fra questi due ed Ilderim. Scambiati i saluti d'uso, estrasse una carta, dicendo allo sceicco:

— «Ecco il programma delle corse, appena uscito; troverai i tuoi cavalli e l'ordine della partenza. Senza attendere, io mi congratulo, ottimo sceicco, della tua vittoria.» —

Volgendosi poi a Ben Hur. — «Anche a te figlio di Arrio le mie congratulazioni. Tutti i preliminari sono stati osservati, ed ora nulla ti impedisce di misurarti con Messala.» —

— «Io ti ringrazio Malluch» — disse Ben Hur.

Malluch continuò:

— «Il tuo colore è bianco, quello di Messala porpora ed oro. I ragazzi li vendono nelle strade, e domani ogni Arabo ed ogni Ebreo porterà il tuo distintivo. Vedrai che nel Circo il bianco ed il rosso si divideranno la gradinata.» —

— «La gradinata — ma non la tribuna sulla Porta Pompae.» —

— «No; lo scarlatto ed il rosso vi domineranno. Ma se noi vinciamo» — Malluch si struggeva tutto dalla gioia — «se vinciamo, come tremeranno quei signori! Essi scommetteranno tutti per Messala naturalmente, e nel loro disprezzo per tutto ciò che non è Romano, lo quoteranno a due, a tre, a cinque, perchè egli è uno di loro.» — Abbassando la voce continuò. — «Non è bene che un Ebreo di buona fama nel Tempio prenda parte alle scommesse; ma, in confidenza, io avrò, un amico dietro il posto del console, il quale accetterà le loro offerte a due, a cinque, a dieci — la loro pazzia potrà salire fino a questo. Ho messo a sua disposizione seimila sicli.» —

— «No, Malluch» — disse Ben Hur. — «Un Romano non scommette che nella sua moneta. Se trovi il tuo amico questa sera, metti a suo credito quanti sesterzi vuoi. E bada, Malluch — digli di concludere scommesse con Messala ed i suoi amici. I quattro di Ilderim, contro quelli di Messala.» —

Malluch pensò un momento.

— «Il risultato sarà di concentrare tutto l'interesse della corsa sopra voi due.» —

— «È proprio quello che desidero, Malluch.» —

— «Vedo, vedo.» —

— «Sì, Malluch, se vuoi aiutarmi, cerca di fissare l'attenzione del pubblico sulla nostra corsa — quella di Messala e la mia.» —

— «C'è un modo» — disse Malluch con vivacità.

— «Sia fatto» — rispose Ben Hur.

— «Somme enormi offerte in scommesse contro di lui richiamerebbero l'attenzione di tutta la città. Se sono accettate tanto meglio.» — Così dicendo Malluch scrutò attentamente il volto di Ben Hur.

— «Non dovrei io ricuperare parte dei beni di cui mi spogliarono?» — disse Ben Hur quasi fra sè. — «Forse un'altra occasione non si presenterà. E se potessi infrangere il suo orgoglio e rovinarlo nella fortuna, il nostro padre Giacobbe potrebbe aversene a male?» —

Un fermo proposito si disegnò nei suoi maschi lineamenti, e accentuando le parole, continuò: — «Sì, Malluch. Sia così. Non rinculare da qualunque offerta. Se non bastano i sestersi, talenti. Cinque, dieci, venti talenti, se trovi chi li accetta; anche cinquanta, purchè la scommessa sia con Messala.» —

— «È una somma ingente» — disse Malluch. — «Devo avere garanzia.» —

— «L'avrai. Va da Simonide, e digli che voglio si faccia così, che voglio rovinare il mio nemico, e che una simile occasione non potrà forse offrirsi mai più. — Va, Malluch. Il Signore dei nostri padri è con noi.» —

E Malluch, felicissimo, dopo averlo salutato, fece per andarsene, ma, poi, ravvedendosi, tornò indietro.

— Un'altra cosa volevo dirti, figlio di Arrio. Io non ho potuto avvicinarmi in persona al cocchio di Messala, ma lo ho fatto misurare da un altro. Il mozzo della ruota è un palmo più alto da terra che non il tuo.» —

— «Un palmo! Tanto?» — gridò Ben Hur con gioia.

Poi si chinò verso Malluch.

— «Se tu sei figlio di Giuda, Malluch, e fedele alla tua gente, prendi posto nella gradinata sopra la Porta del Trionfo, di faccia ai pilastri, e osserva bene quando facciamo le voltate; osserva bene, perchè se la fortuna mi favorisce, io — No, Malluch, è meglio non parlarne! Soltanto assicurati un posto, e sta attento.» —