Part 26
_Ne-Ne-Hofra discese il Nilo in una galera tutta oro e gemme, scortata da una flotta di barche variopinte. Tutta la Nubia e l'Egitto, miriadi di persone dalle terre dei Monti della Luna, erano accorse alle sponde del fiume per veder passare il corteo._
_Attraverso un'allea di sfingi e una doppia fila di leoni alati, essa fu portata dinanzi al trono d'Orete. Egli la rialzò, la fece sedere al suo fianco, le cinse il braccio con l'ureo, la baciò e la fece sua regina._
_Ciò non bastava al saggio Orete; egli voleva l'amore, e che la regina fosse felice nell'amor suo. Quindi la trattò con grande dolcezza, le mostrò tutti i suoi beni, città, popoli, palazzi, i suoi eserciti e le sue flotte; la condusse attraverso i sotterranei dove erano ammucchiati i suoi gioielli, dicendo: — «O Ne-Ne-Hofra! Dammi un bacio d'amore, e tutto questo è tuo.» — _
_Ed essa, pensando che se non lo amava allora, avrebbe potuto amarlo in seguito, lo baciò non una, ma tre volte, nonostante i suoi centodieci anni._
_Il primo anno fu felice, e sembrò assai breve; il terzo anno fu molto infelice, e le sembrò assai lungo. Allora comprese che ciò che essa credeva fosse amore per Orete, non era che ammirazione per la sua potenza. La gioia si partì dal suo cuore, lacrime sgorgavano continuamente dai suoi occhi e le rose delle sue guance s'incenerirono; essa languiva ed appassiva lentamente. Alcuni dissero che le Erinni la perseguitavano per la sua crudeltà contro qualche amante; altri, che era colpita dall'invidia di un dio, geloso di Orete. Qualunque fosse la ragione, tutti i rimedi degli astrologhi e dei maghi, riuscirono vani; Ne-Ne-Hofra era condannata a morire._
_Orete scelse una cripta nella montagna, dove erano le tombe delle regine, e avendo chiamato i primi artefici di Menfi, ordinò loro di costruire un sepolcro più magnifico dei Mausolei dei Re._
_ — «O mia regina, bellissima come ator!» — diceva il re, a cui i centotredici anni non avevano spento le fiamme d'amore. — «Dimmi, ti prego, il male di cui soffri. Tu muori davanti ai miei occhi!» — «Tu non mi amerai di più se io te lo dicessi» — essa rispose tremando di paura._
_ — «Non amarti? Io ti amerò ancor di più! Io lo giuro per i genii di Amente e per l'occhio di Osiride! Parla!» — egli disse con la passione di un amante, con l'autorità di un re._
_ — «Ascolta allora,» — essa rispose. — «In una caverna presso Essuan vive un anacoreta, il più vecchio e il più santo della sua classe. Egli si chiama Menofa, e fu mio maestro ed amico. Chiamalo, Orete, ed egli ti dirà ciò che tu desideri sapere; egli ti aiuterà parimenti a trovare un rimedio al mio male.» — _
_Orete si dipartì giubilante: Gli pareva di aver cento anni di meno._
V.
_ — «Parla!» — disse Orete a Menofa, nel palazzo di Menfi._
_E Menofa rispose: — «Potentissimo sovrano, se tu fossi giovine io non ti risponderei, perchè mi preme ancora la vita; così invece ti risponderò che la regina, come ogni altro mortale, paga il fio di un delitto.» — _
_ — «Di un delitto!» — urlò il re._
_Menofa si inchinò profondamente._
_ — «Si, un delitto contro se stessa.» — _
_ — «Non sono d'umore di sciogliere enigmi.» — _
_ — «Ciò che dico non è un enigma. Ne-Ne Hofra crebbe sotto i miei occhi, e confidava ogni particolare della sua vita a me, fra gli altri che essa amava un tale Barbec, figlio del giardiniere di suo padre.» — _
_La fronte di Orete si rasserenò._
_ — «Con quell'amore in petto, o re, essa venne alle tue braccia. Di quell'amore sta per morire.» — _
_ — «Dove è il figlio del giardiniere?» — chiese Orete._
_ — «Ad Essuan.» — _
_Il re uscì ed impartì due ordini. A un ufficiale disse: — «Va ad Essuan e conducimi qui un giovine di nome Barbec. Lo troverai nel giardino del padre di Ne-Ne Hofra.» — _
_e costruisci per me nel lago Chemmis un'isola con un tempio, un palazzo, e un giardino pieno di fiori e alberi, che galleggi liberamente dove il vento la sospinge. Costruisci l'isola, e che essa sia finita al tempo della luna piena.»_
_Poi disse alla regina:_
_«Rallegrati. Io so tutto, e ho mandato a chiamare Barbec.»_
_Ne-Ne Hofra gli baciò le mani._
_ — «Tu lo avrai tutto per te sola un anno intiero, e nessuno disturberà i vostri amori.» — _
_Essa gli baciò i piedi; egli la rialzò, le diede un bacio. Le rose tornarono sulle guancie, lo scarlatto alle labbra, il riso al suo cuore._
VI.
_Per un anno Ne-Ne-Hofra e Barbec il giardiniere, galleggiarono in balìa degli zefiri sull'azzurro lago di Chemmis. L'isola era una meraviglia, e per un anno, un anno intero, vi dimorarono come in paradiso, non vedendo nessuno. Poi la regina ritornò al palazzo di Menfi._
_ — «Chi ami tu di più, ora?» — chiese il re._
_Essa gli baciò la guancia e disse: — «Riprendimi, buon re, io sono risanata.» — _
_Orete rise, malgrado i suoi centoquattordici anni._
_ — «Dunque Menofa aveva ragione» — egli disse. — «Ah, ah! Il rimedio per l'amore è l'amore.» — _
_ — «Così è» — essa rispose._
_Tutto ad un tratto la sua fronte si corrugò e la sua voce divenne terribile:_
_ — «Io non lo trovai così» — disse._
_Essa lo guardò atterrita._
_ — «Donna rea!» — egli continuò — «La tua offesa ad Orete l'uomo, io perdono; ma la tua offesa ad Orete il re, deve esser punita.» — _
_Essa gli si prostrò ai piedi._
_ — «Silenzio,» — egli disse: — «Tu sei morta!» — _
_Egli battè le mani, e una terribile processione sfilò nella stanza, una processione di parachisti, o imbalsamatori, ciascuno con qualche strumento della sua arte disgustosa._
_Il re indicò Ne-Ne Hofra._
_ — «Essa è morta. Fate il vostro dovere.» — _
_Dopo settantadue giorni, Ne-Ne-Hofra, bella come Ator, fu condotta nella cripta per lei scelta l'anno prima, e messa a dormire insieme alle sue regali campagne. Ma nessun funebre corteo in suo onore attraversò il sacro lago._
Alla conclusione del racconto, Ben Hur era seduto ai piedi dell'Egiziana, e la mano con cui essa guidava il timone era stretta nella sua.
— «Menofa aveva torto,» — egli disse.
— «Perchè?» —
— «L'amore vive amando.» —
— «Dunque non vi è rimedio contro di esso?» —
— «Sì, Orete lo trovò.» —
— «Quale?» —
— «La morte.» —
— «Tu sei un buon ascoltatore, o figlio di Arrio.» —
E così conversando e raccontando favole e novelle ingannarono le ore. Quando scesero a terra, essa disse:
— «Domani andiamo in città.» —
— «Ma ti troverai ai giuochi?» — egli chiese.
— «Oh, sì.» —
— «Ti manderò i miei colori.» —
E così si divisero.
CAPITOLO IV.
Ilderim ritornò al dovar il giorno appresso circa all'ora terza. Quando smontò, un uomo della sua tribù lo accostò e gli disse: — «O sceicco, mi fu consegnato questo plico con l'ordine di recarlo a te, affinchè tu lo legga immediatamente. Se c'è risposta, devo attendere la tua buona grazia.» —
Ilderim aprì subito il pacco, il sigillo del quale era già stato rotto.
L'indirizzo diceva: _A Valerio Grato, Cesarea._
— «Abaddon lo pigli!» — mormorò lo sceicco, scorgendo che la lettera era in latino.
Se l'Epistola fosse stata in Greco o in Arabo, egli non avrebbe avuto difficoltà nel leggerla. Così potè tutto al più decifrare la firma, scritta in grandi caratteri Romani — MESSALA, — che lesse strizzando l'occhio.
— «Dov'è il giovine Ebreo?» — egli chiese.
— «Al campo coi cavalli» — rispose un domestico.
Lo sceicco ripose i papiri nella loro busta, e nascondendo il pacco nella cintura, rimontò a cavallo. In quel momento un forestiero, proveniente, all'apparenza, dalla città si presentò davanti a lui.
— «Cerco lo sceicco Ilderim, chiamato il Generoso» — disse il forestiero.
La sua lingua e le sue vesti lo rivelavano Romano.
Se Ilderim non sapeva leggere il latino, lo sapeva però parlare.
Il vecchio Arabo rispose con dignità: — «Io sono lo sceicco Ilderim.» —
Gli occhi dell'uomo si abbassarono; li rialzò e con compostezza forzata disse:
— «Ho inteso che siete in cerca di un auriga per i giuochi.» —
Il labbro di Ilderim si contrasse sdegnosamente sotto i bianchi baffi.
— «Va per la tua strada» — egli disse. — «Ho già trovato un auriga.» —
Si voltò, in atto di partire, ma l'uomo indugiando riprese a parlare:
— «Sceicco, io amo i cavalli, e dicono che i vostri siano i più belli del mondo.» —
Il vecchio era tocco; arrestò il cavallo, e stava quasi per cedere davanti all'adulazione, poi rispose: — «No, non oggi, non oggi. Te li mostrerò un'altra volta. Ora sono troppo occupato.» —
Mise il cavallo al trotto, mentre lo straniero riprese lentamente il cammino della città, sorridendo come un uomo contento di sè. Aveva eseguito la sua commissione.
Ed ogni giorno, fino alla grande giornata dei giuochi, un uomo, qualche volta due o tre — venivano dallo sceicco nell'Orto delle Palme, sotto il pretesto di cercare un'impiego come auriga.
In questo modo Messala vigilava sopra Ben Hur.
CAPITOLO V.
Lo sceicco aspettò, ben soddisfatto, finchè Ben Hur, ebbe terminate le esercitazioni del mattino.
— «Questo pomeriggio, o sceicco, potrai riprenderti Sirio» — disse Ben Hur, accarezzando il collo del vecchio cavallo. — «Lo puoi riprendere, e darmi il cocchio.» —
— «Così presto?» — chiese Ilderim.
— «Con cavalli come i tuoi basta una giornata. Non hanno paura; hanno l'intelligenza di un uomo, ed amano l'esercizio. Questo, egli scosse le redini sul dorso al più giovine dei quattro, — tu lo chiamasti Aldebran, credo, — è il più veloce. In un giro di stadio avanzerebbe gli altri di tre lunghezze.» —
Ilderim si lisciò la barba, con gli occhi scintillanti.
— «Aldebran è il più veloce» — disse. — «E il più tardo?» —
— «Eccolo.» — Ben Hur scosse le redini sopra Antares. — «Ma egli vincerà, perchè, vedi, sceicco, egli correrà tutto il giorno, e in sul calar del sole potrà raggiungere la sua massima velocità.» —
— «Hai nuovamente ragione» — disse Ilderim.
— «Io ho un solo dubbio, o sceicco.» —
Lo sceicco si fece serio.
— «Nella sua avidità di trionfare, un Romano transige anche con l'onore. Nei loro giuochi, — in tutti i loro giuochi, praticano una infinità di tranelli e di frodi; nelle gare dei cocchi, la loro furfanteria non risparmia nè i cavalli, nè l'auriga, nè il padrone. Quindi, buon sceicco, bada bene a quanto tu fai. Finchè la gara non sia terminata, non lasciare che nessun estraneo si avvicini ai cavalli. Per esser più sicuri, fa di più: — metti una guardia armata che li invigili notte e giorno. Allora non avrò paura per l'esito.» —
Alla porta della tenda smontarono.
— «Ciò che tu dici sarà fatto. Per lo splendore di Dio, nessuna mano dovrà avvicinarsi a loro tranne quella dei fedeli. Stanotte medesima porrò le sentinelle. Ma guarda, figlio di Arrio,» — Ilderim estrasse il plico dalla cintura e lo svolse lentamente, sedendo sopra il divano, — guarda, figlio di Arrio, e aiutami col tuo latino.» —
Egli consegnò il dispaccio a Ben Hur.
— «Ecco; leggi, leggi ad alta voce, traducendo le parole nella lingua de' tuoi padri. Il latino è un abbominio.» —
Ben Hur era di buon umore e intraprese la lettura con leggerezza.
_Messala a Grato!_ Si arrestò. Ebbe come un presentimento e il cuore gli cominciò a palpitare fortemente. Ilderim osservò la sua agitazione.
— «Dunque? Aspetto.» —
Ben Hur domandò scusa e ricominciò la lettura del papiro, che il lettore avrà già indovinato essere una copia della lettera con tanta cura spedita da Messala a Grato, la mattina dopo l'orgia nel palazzo.
I primi paragrafi erano solo notevoli in quanto che rivelavano che lo scrittore non aveva perduto quelle qualità di scherno e d'ironia che adornavano il suo dire giovanile. Ma quando il lettore arrivò ai passi intesi a rammentare a Grato la famiglia dei Hur, la sua voce tremò, e due volte dovette arrestarsi, per riprendere padronanza di sè. Con uno sforzo continuò. — «Richiamerò anche le disposizioni che prendesti riguardo ai membri della famiglia Hur» — qui la voce del lettore fu rotta come da un singhiozzo — «affinchè il silenzio della tomba ci assicurasse il tranquillo godimento dei nostri guadagni, e allo stesso tempo il rimorso di aver versato sangue non ci macchiasse la coscienza.» —
Ben Hur non potè continuare. Il papiro scivolò dalle sue mani ed egli si coprì il volto.
— «Sono morte — morte. Io sono solo!» —
Lo sceicco era stato muto ma commosso spettatore del dolore del giovine.
Egli si alzò e disse: — «Figlio di Arrio, io devo chiederti perdono. Leggi la lettera da solo. Quando ti sarai riavuto abbastanza per comunicarmi il resto del contenuto, mandami a chiamare.» —
Egli uscì dalla tenda. Il pensiero delicato era degno di lui.
Ben Hur si gettò sul divano e si abbandonò alla foga della sua passione.
Quando si fu rimesso alquanto, si ricordò che parte della lettera non gli era ancora conosciuta, e ne riprese la lettura. — «Ti ricorderai di ciò che hai fatto della madre e della figlia del malfattore, e se ora cedo alla curiosità di sapere se vivano o siano morte....» — Ben Hur trasalì, rilesse il passo: — «Egli non sa se siano morte; egli non sa!» — esclamò. — «Benedetto sia il nome del Signore! C'è ancora un po' di speranza.» — Sorretto da questo pensiero continuò la lettura fino al fondo.
— «Non sono morte» — egli disse, dopo breve riflessione: — «Non sono morte; altrimenti egli lo saprebbe.» —
Una seconda lettura, più attenta della prima, lo confermò in questa opinione. Allora mandò a chiamare lo sceicco.
— «Quando venni la prima volta alla tua tenda ospitale, o sceicco» — egli incominciò con calma, quando l'arabo ebbe preso posto sul divano, e furono soli, — «io non aveva l'intenzione di parlarti della mia vita, tranne che di quella parte necessaria per provarti la mia destrezza ed esperienza nel guidare i cavalli. Non volli comunicarti la mia storia. Ma il caso che ha fatto pervenire questa lettera nelle mie mani, è così strano, che io sento il dovere di rivelarti ogni cosa. Mi conforta in questo proposito il fatto che siamo entrambi minacciati dal medesimo nemico, contro il quale è necessario che procediamo d'accordo. Io ti leggerò la lettera e ti darò la spiegazione, dopo la quale comprenderai facilmente il motivo della mia emozione. Se la considerasti debolezza o sentimentalità infantile, saprai ricrederti o scusarmi.» —
Lo sceicco ascoltò in assoluto silenzio finchè Ben Hur arrivò al paragrafo in cui si faceva speciale menzione della sua persona. — «Io incontrai ieri l'Ebreo nel boschetto di Dafne» — diceva la lettera — «e se egli non vi è, tuttavia dimora certamente nelle vicinanze, cosicchè ti sarà facile tenerlo d'occhio. Anzi, se tu mi chiedessi dove sia in questo momento, io giuocherei che egli si trova nell'Orto delle Palme.» —
— «Ah!» — esclamò Ilderim, afferrandosi la barba.
— «Nell'Orto delle Palme,» — ripetè Ben Hur, — «sotto la tenda di quel canuto traditore, lo sceicco Ilderim....» —
— «Traditore! Io?» — gridò il vecchio con voce fattasi acuta, mentre il labbro e la barba tremavano d'ira, e le vene della fronte e del collo si gonfiavano come per scoppiare.
— «Un momento, sceicco» — fece Ben Hur. — «Tale è l'opinione di Messala, ascolta la sua minaccia»:.... sotto la tenda di quel canuto traditore, lo sceicco Ilderim, il quale non sfuggirà a lungo alle nostre mani. Non ti sorprenda se Massenzio, come passo preliminare faccia imbarcare l'Arabo sulla prima galera di ritorno, e lo mandi a Roma.» —
— «A Roma! Me — Ilderim, — sceicco di diecimila cavalieri con lancie — me a Roma!» — Balzò in piedi, le mani tese, le dita che si aprivano e si stringevano con moto convulso, gli occhi scintillanti come quelli di un serpente.
— «O Dio! — no, per tutti gli Dei, tranne per quelli di Roma! — quando finirà questa insolenza? Un uomo libero son io; libero è il mio popolo. Dobbiamo morire schiavi, o, peggio, dovrò io condurre la vita di un cane che striscia ai piedi del suo padrone? Devo leccare la sua mano perchè non mi batta? Ciò che è mio non è più mio, per l'aria che respiro devo dipendere da Roma. Oh, se fossi giovine un'altra volta! Oh se potessi scrollare dalle mie spalle venti anni, — o dieci, — o cinque!» —
Strinse i denti, ed agitò le braccia sopra il capo; poi, sotto l'impulso di una nuova idea, fece due passi verso Ben Hur e gli afferrò con veemenza il braccio.
— «Se io fossi come te, figlio di Arrio — giovine, forte, destro nelle armi; se avessi un torto come il tuo che mi spronasse alla vendetta, un torto tale da santificare l'odio — giù le maschere! Figlio di Hur, figlio di Hur, io dico!» —
A quel nome il sangue di Ben Hur quasi si arrestò nelle vene; stupito, confuso, egli fissò gli occhi in quelli dell'Arabo, ora vicini ai suoi, e animati da una fiamma selvaggia.
— «Figlio di Hur, io dico, se io fossi, come te, coi tuoi torti, coi tuoi ricordi, io non avrei, non potrei aver pace. Alle mie sofferenze aggiungerei quelle del mondo, e mi dedicherei alla vendetta. Per mare e per terra, in ogni paese, predicherei la rivolta contro il Romano. Ogni guerra di indipendenza mi troverebbe fra i combattenti, in ogni battaglia contro Roma brillerebbe la mia spada. Diventerei Parto, in mancanza di meglio. Che se anche gli uomini mi venissero meno, non interromperei i miei sforzi, no. Per lo splendore di Dio! Andrei fra i lupi, le tigri e i leoni nella speranza di aizzarli contro il comune nemico. Ogni arma sarebbe lecita, ogni eccidio giustificato, purchè le vittime fossero Romane. Alle fiamme tutto ciò che è Romano! Di notte pregherei gli Dei, i buoni e i cattivi egualmente, che mi prestassero i loro terrori, le loro tempeste, le carestie, il freddo, il caldo, e tutti gli innominabili veleni che essi lasciano liberi nell'aria, e tutto, tutto scaraventerei sul capo ai Romani. Oh, io non potrei dormire! Io, io....» —
Lo sceicco si fermò per mancanza di respiro, e rimase muto, ansando, pallido, coi pugni serrati.
Di tutto questo appassionato scoppio d'ira Ben Hur non ritenne che una vaga impressione di occhi fiammeggianti, di una voce stridula, di una collera troppo intensa per essere espressa con coerenza, a parole. Per la prima volta in otto anni il misero giovane era stato chiamato col suo vero nome. Un uomo almeno lo conosceva e lo riconosceva senza chiedere prove, e questi era un Arabo del deserto!
Come era egli venuto a questa cognizione? La lettera? No. Essa parlava delle crudeltà inflitte alla sua famiglia, narrava la storia delle proprie sofferenze, ma non diceva che egli era la vittima provvidenzialmente sfuggita all'ira Romana. Questo anzi egli avrebbe voluto spiegare allo sceicco dopo terminata la lettura. La gioia e la speranza gli fiorirono in cuore, e con calma forzata domandò:
— «Buon sceicco, dimmi, come venisti in possesso di questa lettera?» —
— «La mia gente custodisce le strade fra le città» — rispose Ilderim bruscamente. — «La tolsero ad un corriere.» —
— «Sanno che quella gente è tua?» —
— «No. Davanti al mondo figurano come predoni, che è mio dovere di prendere ed impiccare.» —
— «Un'altra domanda, sceicco. Tu mi chiamasti figlio di Hur — il nome di mio padre. Io mi credeva sconosciuto da tutti. Come apprendesti il mio nome?» —
Ilderim esitò; poi, rinfrancandosi rispose. — «Io ti conosco, ma non sono libero di dirti altro.» —
— «Qualcheduno ti tiene sotto padronanza?» —
Lo sceicco tacque e fece per andarsene; ma osservando la disillusione di Ben Hur, ritornò indietro, e disse: — «Non parliamone più per ora. Io vado in città; quando ritorno ti parlerò liberamente. Dammi la lettera.» — Ilderim ripiegò con cura i papiri e li rimise subito nella loro busta.
— «Che cosa dici» — egli chiese con energìa — «della mia proposta? Io ti esposi ciò che farei ne' tuoi panni, e tu non mi hai ancora risposto.» —
— «Io voleva risponderti, sceicco, e ti risponderò.» — Il volto di Ben Hur si contrasse come sotto lo sforzo di un imperiosa volontà. — «Tutto ciò che tu hai detto, io farò, — almeno tutto quanto umanamente è possibile. Io ho dedicata la mia vita alla vendetta. Per cinque anni questa fu il mio unico pensiero. Senza tregua, senza riposo, sprezzando gli allettamenti di Roma e le tentazioni della gioventù, ho impiegato tutte le forze dell'animo mio a questo unico scopo. La mia educazione ebbe per meta ultima la vendetta. Praticai i più famosi maestri — non quelli di rettorica e di filosofia — ahimè! Non aveva tempo per questi. Le arti essenziali all'uomo d'armi erano la mia occupazione; vissi con gladiatori e con vincitori dell'arena; con centurioni nei campi Romani. E tutti furono orgogliosi di avermi a scolaro. O sceicco, io sono un soldato; ma per attuare i sogni ch'io nutrivo, avevo bisogno di essere un generale. Con questo intento mi sono arruolato nella guerra contro i Parti; quando essa sarà terminata, allora, se il Signore mi darà vita e forza, — allora» — egli alzò i pugni stretti, e parlò con veemenza — «allora, quando sarò un nemico perfezionato alla scuola di Roma, Roma dovrà pagarmi tutti i miei torti col sangue de' suoi figli. Questa è la mia risposta, sceicco.» —
Ilderim gli gettò le braccia al collo e lo baciò, dicendo con voce bassa, quasi strozzata dall'emozione: — «Se il tuo Dio non ti aiuterà in questo, figlio di Hur, egli sarà morto. Senti ciò che ti prometto, che ti giuro, se vuoi: Tu avrai me stesso, e tutto ciò che io posseggo — uomini, cavalli, cammelli, — e il deserto per preparare i tuoi piani. Io lo giuro! E per ora basta. Mi vedrai, o udrai di me, prima di sera.» —
Voltandosi bruscamente, lo sceicco uscì dalla tenda, e di lì a poco si trovò sulla via verso la città.
CAPITOLO VI.
La lettera intercettata era per più ragioni importante per Ben Hur. Era una confessione che l'autore di essa era stato complice nella soppressione della famiglia; che egli aveva sanzionato il piano proposto da Valerio Grato a questo scopo; che egli aveva ricevuto parte dei beni confiscati e che godeva ancora in quel momento; che egli temeva la improvvisa comparsa di quegli ch'egli chiamava il principale malfattore; nella quale vedeva una minaccia per la sicurezza propria e quella di Grato; infine che egli era pronto ad eseguire qualunque disegno che il fertile cervello del procuratore di Giudea avrebbe saputo escogitare, per togliere di mezzo il comune nemico.
Specialmente quest'ultima considerazione, l'avviso di un pericolo vicino, diede molto a pensare a Ben Hur, rimasto solo nella tenda dopo la partenza di Ilderim. I suoi avversari erano personaggi potenti ed astuti. Se essi lo temevano, egli aveva maggior ragione di temerli. Cercò di chiarirsi bene la situazione e di riflettere sul modo in cui l'odio di essi avrebbe potuto esplicarsi, ma i suoi pensieri venivano costantemente turbati dalla visione della madre e della sorella. Poco importava se il fondamento di questa sua persuasione era debole, riposando essa interamente sul fatto che Messala non aveva appreso la loro morte; la gioia che egli provava, soffocava ogni dubbio. Finalmente aveva trovato una persona la quale sapeva dove esse erano celate, e, nella esaltazione del momento, la loro scoperta gli sembrava già vicina, un evento di prossima attuazione. Con tutti questi pensieri e sentimenti pensava con una specie di mistica certezza che Iddio stava per presceglierlo al compimento di una grande missione.
Di tanto in tanto, richiamando le parole di Ilderim, egli si meravigliava donde l'arabo avesse tratte le informazioni sul suo conto; non da Malluch certamente; non da Simonide, l'interesse del quale stava al contrario nel celare ogni cosa. Messala? L'idea era ridicola. Ogni congettura approdava al medesimo risultato negativo. — «Meno male» — egli pensava consolandosi che da qualunque fonte lo sceicco avesse appreso il suo nome e i particolari della sua vita, non poteva essere che da un amico, il quale, come tale, si sarebbe a suo tempo dichiarato. — «Un po' di pazienza, un po' di attesa» — forse la gita dello sceicco in città aveva relazione con l'affare; possibilmente la lettera favorirebbe una completa rivelazione.