Part 25
I finimenti furono portati. Con le proprie mani Ben Hur apparecchiò i cavalli, li condusse fuori dalla tenda, e pose loro le redini.
— «Portatemi Sirio» — disse.
Un Arabo non avrebbe saputo meglio saltare sulla schiena del cavallo.
— «Ed ora le redini.» —
Gli furono date, ed egli le separò accuratamente.
— «Buon sceicco» — egli disse — «sono pronto. Lascia che una guida mi preceda sul campo, e mandami alcuni uomini con l'acqua.» —
La partenza avvenne senza difficoltà. I cavalli non avevan paura. Già sembrava che una corrente di mutua simpatia si fosse stabilita fra essi e il nuovo auriga, il quale aveva compiuto la sua parte con la calma e la confidenza che generano il rispetto. Ben Hur, a cavallo di Sirio, li guidava come se fosse in piedi sul cocchio. Ilderim esultò. Si lisciò la barba e sorrise di soddisfazione nel mentre mormorava: — «Egli non è un Romano, no, per lo splendore di Dio!» — Egli seguiva a piedi, e l'intera popolazione del dovar, uomini, donne e fanciulli, si precipitò fuori dalle tende per assistere allo spettacolo.
Il campo era ampio e piano, ottimamente adatto per le esercitazioni che Ben Hur intraprese senza indugio, dapprima guidando i quattro cavalli lentamente, su linee perpendicolari, poi in larghi cerchi. Quindi li spinse al trotto poi al galoppo, sempre restringendo i cerchi, infine facendoli piegare irregolarmente ora a destra, a sinistra, in tutte le direzioni. In questo modo passò un'ora. Mettendo i cavalli al passo, egli si avvicinò ad Ilderim.
— «Il lavoro è compiuto, ora non ci vuole che l'esercizio» — egli disse — «Io mi rallegro con te, sceicco Ilderim, che possiedi tali servitori. Guarda» — continuò, smontando e accarezzando i cavalli, — «guarda, non una macchia di sudore sui loro mantelli; respirano come se cominciassero or ora a correre. Mi rallegro con te, sceicco, e se Dio ci protegge» — e fissò gli occhi scintillanti in faccia al vecchio — «avremo la vittoria e....» —
Si arrestò, arrossì, fece un inchino. Al fianco di Ilderim osservò ora per la prima volta Balthasar, appoggiato al suo bastone, e due donne velate. Una di queste egli guardò più attentamente, con un palpitare veloce del cuore, e disse fra sè: — «È dessa — l'Egiziana!» —
Ilderim continuò il periodo lasciato in sospeso. — «Avremo lo vittoria e la vendetta.» —
Poi soggiunse ad alta voce:
— «Io non ho paura. Sono felice, figlio di Arrio; tu sei l'uomo per me. Se il risultato corrisponde al principio tu non avrai ragione di lamentarti della generosità degli Arabi.» —
— «Io ti ringrazio, buon sceicco,» — rispose Ben Hur, con modestia, — «Lascia che i tuoi servi portino da bere ai cavalli.» —
Con le proprie mani diede loro dell'acqua.
Poi rimontando Sirio, ripigliò il suo corso d'istruzione, passando, come prima, dal passo al trotto, e dal trotto al galoppo. Finalmente, fece entrare i cavalli sulla pista, spingendoli a tutta carriera. Gli spettatori si animarono e proruppero in frequenti applausi per la rara abilità del guidatore e per l'elegante andatura dei cavalli, che non mostravano alcun segno di stanchezza.
Durante questa esercitazione, Malluch apparve sul campo, passando inosservato attraverso la folla, e si avvicinò allo sceicco:
— «Ho un messaggio per te, o sceicco,» — egli disse quando credette giunto il momento opportuno di parlare — «Un messaggio da parte di Simonide mercante.» —
— «Simonide!» — esclamò l'Arabo. — «Ah! sta bene. Che Abaddon uccida tutti i suoi nemici!» —
— «Egli mi commise di augurarti in primo luogo la pace del Signore,» — continuò Malluch; — «e poi di darti questo dispaccio, con preghiera che tu lo legga immediatamente.» —
Ilderim, senza muoversi dal posto, ruppe il suggello del plico consegnatogli, e da un involto tolse due lettere che cominciò a leggere.
SIMONIDE ALLO SCEICCO ILDERIM.
«_O amico!_
In primo luogo sta certo che occupi sempre un posto nel mio cuore. Poi prestami attenzione.
Vi è attualmente nel tuo _dovar_ un giovine di nobile aspetto, che dicono sia figlio di Arrio; e tale egli è in verità per via di adozione.
Egli è assai caro a me.
La storia della sua vita è meravigliosa, ed io te la racconterò, se verrai da me oggi o domani. Ho pure bisogno dei tuoi consigli.
Frattanto asseconda tutti i suoi desiderii purchè non vadano contro la legge e l'onore. Se avesse bisogno di danari, rispondo io.
Tieni celato che io mi prendo cura di lui.
Ricordami all'altro tuo ospite. Egli, sua figlia, tu stesso e tutti coloro che vorrai invitare, saranno miei ospiti al Circo il giorno della gara. Ho già fissato i posti.
A te ed ai tuoi pace.
Tuo amico in eterno,
SIMONIDE»
SIMONIDE ALLO SCEICCO ILDERIM.
«_O amico!_
Devo metterti in guardia — Sta all'erta!
Quando un alto personaggio Romano, investito di regale autorità si avvicina, tutti coloro che non sono Romani e posseggono beni e denaro, è bene abbiano cura delle cose loro. Oggi arriva il Console Massenzio.
All'erta!
Un'altra parola di avvertimento. Se una congiura è ordita contro di te, deve avvenire di concerto con gli Erodi, poichè tu possiedi grandi beni nei loro dominii.
Manda stamane alcuni tuoi messi fidati sulle strade a sud della città, i quali fermino e frughino tutti i corrieri che incontrano per o da Antiochia, e, se trovano qualche dispaccio che si riferisca a te, te lo portino.
Avresti dovuto ricevere la presente ieri sera, ma ancora, non è troppo tardi se ti affretti.
Se i corrieri hanno lasciato Antiochia stamattina, i tuoi Arabi conoscono le scorciatoie e li potranno raggiungere.
Non esitare.
Abbrucia questa mia appena letta.
O mio amico, il tuo amico,
SIMONIDE».
Ilderim rilesse le lettere una seconda volta, le piegò, e le celò sotto la sua cintura. Le esercitazioni sul campo terminarono di li a poco, essendo durate in tutto quasi due ore. Ben Hur, rallentando il passo dei cavalli, li diresse verso Ilderim.
— «Con tua buona grazia, o sceicco,» — egli disse — «ricondurrò i tuoi Arabi nella tenda, e questa sera ripeteremo gli esercizi.» —
Ilderim lo accompagnò al passo. — «Fanne ciò che vorrai, figliuol mio. Tu hai ottenuto da loro in due ore ciò che il Romano — gli sciacalli divorino le sue ossa! — non potè trarne in altrettante settimane. Vinceremo, per lo splendore di Dio, vinceremo!» —
Giunti alla tenda, Ben Hur sorvegliò i cavalli mentre venivano strigliati e puliti; poi dopo un bagno nel lago e un sorso di arrak bevuto con lo sceicco, egli indossò nuovamente le sue vesti Ebraiche e passeggiò con Malluch nell'orto.
Dopo alcuni particolari di poco rilievo, Ben Hur disse al compagno:
— «Io ti darò un ordine per procurarti le mie valigie giacenti in un Khan presso il ponte Seleucio. Portamele oggi stesso, se puoi. Spero, buon Malluch, che ciò non ti sia di peso.» —
Malluch si dichiarò pronto a qualunque servigio.
— «Grazie, Malluch, grazie» — disse Ben Hur. — «Ti prenderò in parola, ricordando che apparteniamo alla medesima tribù, e che il nostro nemico è Romano. In primo luogo, tu sei un uomo d'affari, mentre temo che il nostro sceicco non lo sia.» —
— «Gli Arabi lo sono raramente» — osservò Malluch.
— «No, io non parlo della loro avvedutezza, Malluch. Ma è bene vegliare su di essi. Per impedire che un ostacolo o un fastidio sorga all'ultim'ora riguardo alla corsa, tu dovresti recarti agli ufficii del Circo, e vedere s'egli ha compiuto tutte le formalità richieste; e se puoi ottenere una copia del regolamento mi farai un grande favore. Vorrei sapere quali colori dovrò portare, e specialmente il numero della partenza, se sarò vicino a Messala, a destra o a sinistra, e se non lo sono, cerca di ottenere che mi cambino di posto così da collocarmi presso a lui. Hai buona memoria, Malluch?» —
— «Mi è venuta meno qualche volta, o figlio di Arrio, ma mai quando, come in questo caso, il cuore l'ha aiutata.» —
— «Allora oserò gravarti di un altra commissione. Io vidi ieri che Messala era assai orgoglioso del suo cocchio, ed a ragione, perchè neppure quelli di Cesare lo avanzano di bellezza ed eleganza. Non potresti approfittare di questa sua debolezza in modo da apprendere se è leggero o pesante? Desidererei di avere la certezza del suo peso e delle sue misure — e, Malluch, tralascia, se vuoi, ogni altra cosa, ma portami l'altezza dell'asse dal suolo. Comprendi, Malluch? Io non voglio ch'egli abbia alcun vantaggio su di me. Io voglio vincerlo non solo, ma umiliarlo. Solo così il mio trionfo sarà completo.» —
— «Vedo, vedo!» — disse Malluch. — «Tu vuoi un filo tirato perpendicolarmente sopra il suolo dal mozzo della ruota.» —
— «Sì, mio Malluch, e rallegrati; è l'ultima delle mie commissioni. Ora facciamo ritorno al dovar.» —
Poco dopo Malluch tornò in città.
Nel frattempo un messaggero montato su un rapido cavallo, era stato mandato, secondo le istruzioni di Simonide, sulla strada che da Antiochia conduce a Gerusalemme. Era un Arabo, e non portava ordini scritti.
CAPITOLO III.
— «Iras, figlia di Balthasar, t'invia saluti e un messaggio» — disse un servitore a Ben Hur, che stava riposando nella sua tenda.
— «Dimmi il messaggio.» —
— «Ella chiede se tu vuoi accompagnarla in barca sul lago.» —
— «Le porterò io stesso la risposta. Grazie.» —
Gli furono recati i sandali, e, dopo qualche istante, Ben Hur uscì in cerca della bella Egiziana. L'ombra delle montagne andava strisciando sull'Orto delle Palme, precorrendo la notte. Da lontano, attraverso gli alberi, veniva il tintinnio di campane, il muggito degli animali, e le grida dei pastori che riconducevano a casa gli armenti. La vita all'Orto delle Palme era sotto ogni riguardo la vita semplice e pastorale degli Arabi nelle oasi del deserto.
Lo sceicco Ilderim, dopo avere assistito alle esercitazioni del pomeriggio, che furono una ripetizione di quelle del mattino, s'era recato in città a trovare Simonide, e, probabilmente, non sarebbe ritornato quella notte. Ben Hur, lasciato solo, aveva dato un'ultima occhiata ai cavalli, s'era lavato e vestito a nuovo, e, dopo aver cenato, stava riavendosi delle fatiche della giornata.
Non è saggio nè onesto cercare di scemare importanza alla bellezza come qualità. Nessun'anima elevata può sottrarsi al suo fascino. La storia di Pigmalione e della sua statua è poetica nella forma, ma ha la sua base nella natura umana. La bellezza è una potenza; e la sua forza trascinava Ben Hur.
L'Egiziana era per lui una donna meravigliosamente bella di forme. Egli la rivedeva come essa gli apparì la prima volta presso la fontana; e sentiva l'influenza della sua voce, dolce nelle sue espressioni di riconoscenza, subiva tutto l'incanto di quegli occhi grandi, neri, umidi, tagliati a mandorla, occhi eloquenti più della parola; vedeva la sua figura alta, snella, piena di grazia e di eleganza, avviluppata nelle ricche pieghe della sua veste, e pensava che se la mente fosse pari al corpo che l'albergava, ella sarebbe, veramente, come la Sulamita, e, nel medesimo senso, terribile come un'oste schierata in campo. E ogni qual volta la sua immagine gli si presentava davanti alla fantasia, tutta l'appassionata canzone di Salomone, veniva con lei, come ispirata dalla sua presenza. Con tali sentimenti egli voleva vedere se essa avrebbe giustificata l'impressione destata. Non era amore quello che egli provava, ma ammirazione e curiosità, che spesso sono gli araldi preannunciatori dell'amore.
L'approdo consisteva in una breve scala scendente al lago, e di una piattaforma illuminata da alcuni lampioni; giunto alla sommità dei gradini egli si arrestò, colpito da ciò che vide.
Una scialuppa riposava leggermente sulle onde come un guscio d'uovo che galleggi. Un Etiope, il guidatore del cammello alla fontana Castalia, sedeva al posto del rematore, vestito in bianchissimi lini che facevano risaltare ancor più l'ebano del suo viso. La poppa dell'inbarcazione era imbottita di cuscini e tappeti tinti col color rosso di Tiro. Al timone sedeva l'Egiziana medesima, sprofondata in una massa di scialli Indiani, cinta come da una nube di veli e di nastri delicati. Le sue braccia, nude fino alle spalle, di impeccabile purezza di linea, avevano un non so che di provocante nella posa, nei movimenti, nell'espressione; le mani tese e le dita erano dotate di una grazia eloquente e suggestiva. Le spalle e il collo erano difese contro l'aria serale da un ampio velo, che non riusciva però a celare le forme opulenti.
Nello sguardo che le rivolse, Ben Hur non afferrò tutti questi dettagli. Ebbe l'impressione confusa e deliziosa che l'insieme di essi produceva, e il suo cuore battè più veloce.
— «Vieni» — essa disse, vedendolo arrestarsi. — «Vieni, o dovrò credere che tu sia un povero marinaio.» —
Il rossore delle sue guancie si approfondì. Conosceva essa qualche cosa della sua vita di mare? Discese tosto sulla piattaforma.
— «Io temeva» — egli disse, sedendo al fianco di lei.
— «Di che?» —
— «Di affondare la barca» — egli rispose sorridendo.
— «Aspetta quando saremo in mezzo al lago» — diss'ella, facendo un segno all'Etiope, che tosto immerse i remi nell'acqua.
Se l'Amore e Ben Hur erano nemici, quest'ultimo non corse mai maggior pericolo di sconfitta. L'Egiziana sedeva presso a lui, ed egli non poteva fare a meno di guardarla, essa che già aveva richiamato alla sua mente l'ideale della Sulamita. Con quegli occhi fissi nei suoi, egli non avrebbe scorto le stelle che a poco a poco apparivano in cielo; la notte avrebbe potuto avvolgere ogni cosa; quegli sguardi avrebbero gettata una luce attraverso le tenebre più dense. E poi, chi non sa come conferiscano ai pensieri d'amore la tranquillità delle acque d'un lago, sotto la volta ingemmata del firmamento, in una tiepida notte d'estate, quando i cuori che battono l'uno appresso all'altro, sono giovani, e i cervelli pieni di sogni?
— «Dammi il timone» — egli disse.
— «No» — essa rispose — «questo sarebbe un mutar le parti. Io ti ho invitato, e tu sei mio ospite. Voglio cominciare a liquidare il debito che io ti devo. Tu puoi parlare e io ascolterò, oppure parlerò io e tu ascolta. Questa scelta spetta a te.
Io invece deciderò dove anderemo e che via dobbiamo tenere.» —
— «E dove andiamo?» —
— «Ecco che sei di nuovo spaventato.» —
— «O bella Egiziana, ho fatto la prima domanda naturale ad un prigioniero.» —
— «Chiamami Egitto.» —
— «Preferirei chiamarti Iras.» —
— «Puoi pensarmi con quel nome, ma chiamami Egitto.» —
— «L'Egitto è un paese e comprende molti popoli.» —
— «Sì! Sì! e qual paese!» —
— «Ho capito; noi andiamo in Egitto.» —
— «Almeno vi andassimo davvero! Sarei felice.» — Sospirò, così dicendo.
— «Non pensi affatto a me allora» — egli disse.
— «Ah, da ciò comprendo che tu non ci sei mai stato!» —
— «Non ci fui mai.» —
— «Oh, è una terra dove l'infelicità è ignota, meta e desiderio degli altri popoli, madre di tutti gli Dei, e quindi in sommo grado benedetta. Là, o figlio di Arrio chi è felice trova la sua felicità raddoppiata; la sventurato che attinge una volta all'acqua del sacro fiume, dimentica il suo dolore, e canta e ride come i fanciulli.» —
— «Non vivono poveri colà come altrove?» —
— «I poveri nell'Egitto hanno desiderii modesti e pochi bisogni,» — essa rispose. — «Un Greco o un Romano non potrebbe comprenderli.» —
— «Ma io non sono nè Greco, nè Romano.» — Egli protestò.
Essa rise.
— «Io ho un giardino di rose, e in mezzo ad esso sorge una pianta, e, suoi fiori vincono tutti gli altri. Da dove credi provenga quella pianta?» —
— «Dalla Persia patria delle rose?» —
— «No.» —
— «Dall'India allora.» —
— «No.» —
— «Ah! da un'isola dell'Ellade.» —
— «Te lo dirò. Un viaggiatore la trovò languente e mezza morta lungo la via sulla pianura di Rephaim.» —
— «Oh, nella Giudea!» —
— «Io la piantai nella terra che il Nilo ritirandosi aveva lasciata scoperta, e dove il tiepido vento del sud poteva cullarla, e il sole baciarla; ed essa crebbe piena di gratitudine e di affetto. Ora mi seggo alla sua ombra, ed essa mi ringrazia col suo profumo. Come avviene delle rose, così è con gli uomini d'Israele. Dove potranno toccare la perfezione se non in Egitto?» —
— «Mosè fu uno fra mille.» —
— «No, ti dimentichi del grande interprete di sogni.» —
— «I Faraoni sono morti.» —
— «Ah sì! Il fiume, sulle sponde del quale abitavano, ora mormora le sue nenie presso le loro tombe. Ma il medesimo sole riscalda la stessa aria al medesimo popolo.» —
— «Alessandria altro non è che una città Romana.» —
— «Essa ha solo mutato scettro. Cesare le divelse la spada, e in suo luogo le lasciò il calice della sapienza. Vieni con me nel Bruccheio ed io ti mostrerò le scuole delle nazioni; al Serapeo, a vedere le meraviglie dell'architettura; alla Biblioteca per leggere i libri immortali; al Teatro per udire, i versi dei Greci e degli Indiani; al porto per ammirare i trionfi del commercio; discendi con me nelle strade, o figlio di Arrio, e quando i filosofi si saranno dispersi, e i maestri dell'arte saranno partiti, e gli Dei tornati ai loro altari, e del giorno che si spegne non rimarranno che i ricordi, tu udirai le storie che hanno dilettato l'umanità dalla sua culla, e i canti, che non morranno mai.» —
Mentre la ascoltava, Ben Hur corse col pensiero a quell'altra notte stellata; sulla terrazza della casa in Gerusalemme, quando sua madre, con lo stesso fervore poetico che il patriottismo dettava, predicava le tramontate glorie d'Israele.
— «Ora comprendo perchè vuoi essere chiamato Egitto. Vuoi cantarmi una canzone, se io ti chiamerò con quel nome? Io ti intesi cantare ier notte.» —
— «Era una canzone del Nilo,» — essa rispose, — «un lamento che io canto quando mi sembra di respirare il profumo del deserto, e il mormorìo del vecchio fiume; piuttosto lascia che io ti canti qualche cosa di Indiano.
Quando verrai ad Alessandria ti condurrò sull'angolo di quella strada donde potrai udire cantare la figliuola del Gange che me l'apprese. Kapila, tu sai, fu uno dei più grandi sapienti dell'India.» —
Poi, come se il canto fosse la sua forma abituale di esprimersi, cominciò:
KAPILA.
Kapila, illustre eroe, Fiore di gioventù, Come potrò uguagliare, Dimmi, la tua virtù?
Sorridendo rispose, Frenando il corridor: — Chi ama tutte cose Non conosce timor.
Kapila, vecchio e bianco, Pontificava all'altar: — Dimmi, la tua sapienza Come potrò emular?
Kapila, vecchio e bianco, Disse con gravità: — Chi ama Iddio soltanto Tutte le cose sa. —
Ben Hur non ebbe il tempo di esprimere la sua riconoscenza per la canzone, quando la chiglia della barca rasentò la sabbia, e la prua toccò terra.
— «Un viaggio corto, o Egitto!» — egli esclamò.
— «E un soggiorno ancora più breve!» — essa rispose, mentre un forte colpo di remi li rimandò di nuovo nell'acqua libera.
— «Ora mi darai il timone» — egli disse.
— «Oh no! A te il cocchio, a me la barca. Non siamo che a metà del lago. Hai rotto il patto e io non canterò più. Poichè siamo stati in Egitto, andiamo ora al boschetto di Dafne.» —
— «Senza un canto che ci allieti la via?» — egli supplicò.
— «Dimmi qualche cosa intorno al Romano dal quale oggi ci salvasti la vita,» — essa chiese.
La domanda sembrò spiacevole a Ben Hur.
— «Vorrei che questo fosse il Nilo» — egli disse, eludendo la domanda. — «I Re e le Regine, dopo aver dormito tanti anni, potrebbero uscire dalle loro tombe e viaggiare con noi.» —
— «Appartenevano alla razza dei colossi e avrebbero affondata la barca. Preferirei dei pigmei. Ma parlami del Romano. Egli è molto cattivo, nevvero?» —
— «Non lo so.» —
— «È di nobile famiglia? È ricco?» —
— «Non posso parlare delle sue ricchezze.» —
— «Come erano belli i suoi cavalli! E il suo cocchio era d'oro, e le ruote d'avorio. E quale audacia! Gli spettatori risero quand'egli partì, — essi che per poco non sarebbero stati travolti sotto le zampe dei suoi cavalli!» —
Essa rise al ricordo.
— «Era plebaglia» — disse Ben Hur con amarezza.
— «Egli deve essere uno di quei mostri che si dice crescano oggi in Roma, Apolli voraci come Cerberi. Vive in Antiochia?» —
— «Nell'Oriente.» —
— «L'Egitto gli converrebbe di più.» —
— «Ne dubito. Cleopatra è morta.» —
In quell'istante apparvero le lampade che ardevano davanti ai padiglioni di Ilderim.
— «Il dovar» — essa mormorò.
— «Ah, dunque noi siamo andati in Egitto. Non ho veduto Karnac, Pile od Abido. Questo non è il Nilo. Ho udito un canto dell'India, e il viaggio è stato un sogno.» —
— «Pile — Karnac! Piuttosto ti dolga di non aver veduto i Ramessidi di Simbele, che ti fanno pensare a Dio creatore del cielo e della terra. O piuttosto perchè dolertene affatto? Andiamo sul fiume, e se non potrò cantare» — essa rise — «perchè ho detto che non vorrei cantare, ti posso però raccontare storie dell'Egitto.» —
— «Continua! Sì, fino che spunta il mattino, e ritornerà la sera e sorga il sole di un altro giorno,» — egli soggiunse con calore.
— «Di che cosa devo parlare? Dei matematici?» —
— «Oh, no.» —
— «Dei filosofi?» —
— «No, no.» —
— «Dei maghi e dei genii?» —
— «Se vuoi.» —
— «Di guerra?» —
— «Sì.» —
— «D'amore?»
— «Sì.»
— «Ti racconterò di un rimedio contro l'amore. È la storia di una regina. Ascolta con attenzione e rispetto. Il papiro, ora proprietà dei sacerdoti di Pile, fu tolto dalle mani stesse della regina.» —
NE-NE HOFRA
I.
_Le vite umane non corrono parallele._
_Nessuna vita percorre una linea retta._
_La più perfetta esistenza si sviluppa come un cerchio, e termina dove comincia._
_Le vite perfette sono i tesori di Dio; nei giorni di festa egli le porta nell'anulare della mano sinistra, quella vicina al suo cuore._
II.
_Ne-Ne-Hofra dimorava in una casa presso Essuan, vicino alla prima cataratta, e il frastuono dell'eterna battaglia fra il fiume e le roccie risuonava come una musica alle sue orecchie._
_Essa cresceva in bellezza ogni giorno; cosicchè si diceva di lei come dei papaveri nel giardino di suo padre: Che cosa sarà mai al tempo della fioritura? Ogni anno della sua vita era come il principio di una canzone più deliziosa della precedente._
_Essa era figlia del nord e del sud; l'uno le aveva dato il suo ingegno, l'altro le sue passioni, e quando Borea e lo Scirocco la vedevano ridevano, dicendo: «È nostra.»_
_Tutte le cose più belle della natura contribuivano alla sua bellezza, e si rallegravano della sua presenza. Quando passava, gli uccelli scendevan a posarsi sulle sue spalle, gli zefiri la baciavano in volto; il candido loto si tendeva sui lunghi steli per guardarla; il fiume solenne indugiava nel suo cammino; le palme accennavano da lontano sventolando le cime frondose; e gli uni sembravano dire: Io le diedi la mia grazia; gli altri: Io le diedi la mia purezza; l'altro ancora: Io le diedi la mia bellezza._
_A dodici anni Ne-Ne-Hofra era la delizia di Essuan; a sedici anni la fama della sua bellezza s'era sparsa per l'Universo; a venti non passava giorno che alla sua porta non venissero principi del deserto sopra rapidi cammelli, e signori d'Egitto su galere dorate, e tutti partivano desolati, dicendo: — «Io l'ho veduta; e non è una donna, ma Ator in persona.» — _
III.
_Dei trecentotrenta successori del buon re Menes, diciotto furono Etiopi, di cui Orete era l'ultimo. Egli aveva cento dieci anni, e ne aveva regnato settantasei. Sotto di lui il popolo fu prosperoso e la terra piena di abbondanza. Egli praticava la saggezza, perchè, avendo vedute tante cose, la conosceva bene. Viveva a Menfi, dove aveva i suoi palazzi, i suoi arsenali, e i suoi tesori._
_La moglie del buon Re venne a morire. Egli l'amava e la pianse amaramente, finchè un sacerdote si fece coraggio e gli disse:_
_ — «Orete, io mi meraviglio che un Re così saggio e potente, non sappia trovare rimedio a un male come questo.» — _
_ — «Dimmi un rimedio,» — disse il Re._
_Tre volte baciò la terra, e disse: — «Ad Essuan vive Ne-Ne Hofra, bella come Ator. Mandala a chiamare. Essa ha rifiutato la mano di principi e Re; ma chi può rifiutare Orete?» — _
IV.