Ben Hur: Una storia di Cristo

Part 24

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— «Buon sceicco,» — egli disse, colla sua voce tranquilla, — «domani, o dopo domani io andrò in città per qualche tempo. Mia figlia desidera di vedere i preparativi dei giuochi. In quanto a te, mio figlio, ti vedrò ancora. A voi tutti pace e buona notte.» —

Essi si alzarono in piedi. Lo sceicco e Ben Hur contemplarono l'Egiziano finchè la cortina cadde dietro di lui.

— «Sceicco Ilderim,» — disse Ben Hur. — «ho udito strane cose questa sera. Permettimi, ti prego, che io cammini lungo le sponde del lago, affinchè possa meditarci sopra.» —

— «Va pure; ti seguirò fra breve.» —

Si lavarono nuovamente le mani; dopo di che, a un segno del padrone, un domestico portò i sandali di Ben Hur, il quale uscì dalla tenda.

CAPITOLO XVII.

Non lontano dal dovar sorgeva un gruppo di palme che proiettavano la loro ombra parte sulla terra e parte sull'acqua. Un usignolo cantava fra le fronde: Ben Hur si fermò ad ascoltare: in un altro momento le note dell'uccello avrebbero scacciata ogni sua preoccupazione, ma il racconto dell'Egiziano era troppo grave perchè egli lo dimenticasse.

La notte era placida. Non un soffio increspava la superficie delle onde. Tutte le stelle d'Oriente splendevano in cielo. L'estate regnava sovrano.

La fantasia di Ben Hur era accesa, ogni suo nervo teso, la sua volontà titubante. In questo stato d'anima le palme, il cielo, l'aria gli sembravano quelle della lontana zona meridionale in cui aveva cercato rifugio Balthasar nella sua disperazione; lo specchio tranquillo dello stagno gli faceva pensare al piccolo lago tributario del Nilo sulle cui sponde lo spirito era apparso al sant'uomo. E se non a caso si fosse presentata questa somiglianza? Se la visione fosse per apparire anche a lui? Si fermò, desideroso insieme e spaurito. Quando alfine questa febbre si calmò e gli permise di rientrare in se stesso, cominciò a pensare.

Lo scopo della sua vita gli era stato spiegato. In tutte le sue riflessioni anteriori, la visione di una grande voragine gli si era presentata dinanzi, così grande che non gli era stato possibile colmarla o girarvi attorno. Quand'egli sarebbe stato perfezionato nell'arte della guerra, e avesse conosciuto e bene il mestiere del capitano come quello del soldato, a quale scopo avrebbe dirette le sue forze? Naturalmente sognava la rivoluzione. Ma per spingere gli uomini alla rivolta, per assicurarsi l'appoggio degli amici od aderenti, oltre alle cause generali di odio e di malcontento, erano necessarie cause immediate, pretesti, e sopratutto una mèta. Bene combatte chi ha un affronto da lavare, un torto da vendicare; ma ancor meglio combatte, chi, spronato dai torti ricevuti, vede chiaramente davanti a sè la mèta gloriosa dei suoi sforzi, una mèta che gli darà insieme balsamo per le sue ferite, ricompensa al valore, riconoscenza dopo morte.

Naturalmente il suo esercito lo avrebbe trovato fra i suoi campaesani. Le sofferenze di Israele erano comuni a tutti i figli di Abramo, ed erano una leva sufficiente per muovere la nazione. — Sì la causa esisteva; — ma il fine quale doveva essere?

Ore, giorni interi, aveva dedicato allo studio di questa parte del suo piano, e, sempre, con la medesima conclusione, una vaga, incerta idea d'indipendenza nazionale. Bastava questa? Non poteva rispondere negativamente, perchè avrebbe abbattuto d'un colpo tutte le sue speranze; non poteva rispondere di si, perchè il suo giudizio glielo vietava. Non era neppur sicuro che Israele sarebbe bastata da sola a combattere vittoriosamente contro Roma. Bene conosceva le immense risorse del suo nemico; le sue armi, le sue arti, superiori alle armi. Un'alleanza universale — ahimè! era cosa impossibile, tranne che — quante volte vi aveva pensato! — un eroe sorgesse dal seno di una delle nazioni oppresse, e, con le sue vittorie, riempisse il mondo del suo nome, chiamando tutti i popoli sotto al suo stendardo. Quale gloria per la sua Giudea se essa fosse chiamata ad esser la Macedonia di questo nuovo Alessandro! Ma ancora, ahimè! sotto il governo dei Rabbini, il coraggio era possibile, non la disciplina. L'antico scherno di Messala nel giardino d'Erode gli risuonava nell'orecchio: — «Tutto ciò che gli Ebrei conquistano nei primi sei giorni lo perdono nel settimo.» —

Così avvenne che ogni volta che giungeva davanti a quella voragine, si soffermava irresoluto sull'orlo di essa. Aveva finito col deporre la speranza e fidarsi nel caso, che, Dio volente, avrebbe fatto saltar fuori il sospirato eroe.

Tale essendo lo stato dell'anima sua non è necessario di indugiarci sopra gli effetti della sommaria esposizione che Malluch gli aveva fatta del racconto di Balthasar. L'aveva udita con una immensa, stupefacente soddisfazione, col sentimento che qui finalmente era la soluzione di tutto il problema, che l'eroe ricercato era qui ed era un figlio della tribù leonina, e Re degli Ebrei! Dietro l'eroe, il mondo in armi!» —

Il Re implicava un regno; egli sarebbe stato un guerriero glorioso come Davide, saggio e magnifico come Salomone; il suo regno sarebbe stato lo scoglio contro il quale si sarebbe frantumata la potenza Romana. Una guerra colossale si sarebbe accesa, e dopo l'agonia di un mondo, la pace — la pace sotto il dominio Giudeo.

Il cuore di Ben Hur palpitava forte, apparendogli improvvisamente la visione di Gerusalemme, capitale del mondo, e Sion il trono del Padrone Universale.

Gli era sembrata una grande fortuna dover trovare nella tenda l'uomo che aveva veduto il Re. Lo avrebbe udito parlare, avrebbe appreso da lui i particolari del grande mutamento futuro, e specialmente il tempo in cui avrebbe avuto luogo. Se fosse imminente, egli avrebbe abbandonata la campagna di Massenzio, e avrebbe intrapresi subito i lavori di organizzazione e d'armamento delle tribù d'Israele.

Ora, come abbiamo visto, Ben Hur aveva inteso dalle labbra di Balthasar medesimo il miracoloso racconto. Era egli soddisfatto?

Una grande incertezza lo turbava ed oscurava i suoi pensieri intorno al futuro. L'incertezza riguardava più il regno che il Re.

«Che cosa sarebbe mai questo regno?» — quest'era la domanda che gli martellava incessantemente il cervello.

Così di buon'ora sorgevano quelle questioni che dovevano accompagnare il Bambino alla sua morte e sopravvivere a lui — incomprensibile ai giorni suoi, oggetto di controversia ai tempi nostri — un enigma a tutti quelli che non sanno comprendere la dualità dell'essere umano: — l'anima immortale nel corpo perituro.

— «Che cosa sarà mai?» — egli si chiedeva.

Per noi o lettore, la risposta è stata data dal Bambino medesimo; ma Ben Hur non aveva udite che le parole di Balthasar. — «Su questa terra, vi è un regno che non è terreno — non per gli uomini ma per le loro anime, tuttavia un dominio di impareggiabile gloria.» —

Qual meraviglia, se alla mente di un giovine quelle parole suonavano come un indovinello?

— «La mano dell'uomo non c'entra.» — egli disse, con la disperazione nel cuore. — «Il Re di un tal regno non ha bisogno d'uomini, nè d'operai, nè di consiglieri, nè di soldati. La terra deve finire, essere poi rifatta, e nuovi principî di governo devono essere sostituiti agli antichi. — Qualche cosa di superiore alle armi deve trovarsi che scalzi dal suo trono la Forza. Ma che cosa?» —

O lettore!

Ciò che noi non possiamo vedere egli non poteva comprendere. La potenza dell'Amore non era ancora apparsa chiaramente ad alcun uomo. E nessuno era venuto a predicare che pel governo degli uomini e per gli scopi di quello — la pace e l'ordine — l'Amore è più grande e più efficace della Forza.

In mezzo a queste fantasticherie, una mano gli fu posta leggermente sulle spalle.

— «Io devo dirti una parola, o figlio di Arrio» — disse Ilderim, fermandosi al suo fianco. — «Una parola e poi mi ritirerò, perchè la notte sta per venire.» —

— «Io ti do il benvenuto, sceicco.» —

— «Quanto alle cose che hai udito or ora» — continuò Ilderim, senza interrompersi — «presta fede a tutto, tranne a ciò che riguarda il Regno che il Bambino inizierà sulla terra. Non prendere alcuna risoluzione finchè non avrai udito Simonide, mercante, e ottimo uomo qui in Antiochia, al quale ti presenterò. Egli ti citerà tutti i detti dei tuoi profeti, indicando pagina e libro, cosicchè nessuno potrà negare che il Bambino sarà Re degli Ebrei in realtà — sì, per lo splendore di Dio! un Re come lo fu Erode, ma migliore e più grande. E allora, vedi, tu assaporerai la dolcezza della vendetta. Ho detto. La pace sia con te.» —

— «Fermati, sceicco!» —

Ilderim non udì.

— «Ancora Simonide!» — disse Ben Hur con amarezza — «Simonide qui, Simonide lì, ora dalla bocca di uno, ora dalla bocca di un altro. Questo servo di mio padre non vuol dunque lasciarmi in pace più mai? Ma egli è ricco, e in ciò almeno è più sapiente dell'Egiziano. Ah, pel sacro Patto! non è all'uomo che tradì la fede che un suo simile ha riposto in lui, che io andrò a cercare conforto! Ma ascolta! un canto! — è la voce di una donna, o di un angelo? Si avvicina.» —

Dal lago, nella direzione del dovar, venivano le note di una canzone. La voce melodiosa correva lungo l'acque e fra i tronchi delle palme; presto si distinse il tuffo di remi, muoventisi in ritmo lento; poi si udirono le parole — parole in lingua greca purissima, l'idioma che meglio di ogni altro linguaggio di quel tempo si prestava all'espressione degli affetti.

IL LAMENTO (dall'Egiziano).

O terra profumata di mistero Oltre il Sirìaco mare, O quando sarà dato al mio pensiero Poterti rimirare? Sussurrano le palme esili al vento Di Memfi alle ruine, Il Nilo passa e un suono di lamento S'effonde alle colline.

O Nilo, Nilo l'anima ti vuole O fiume de' miei padri e de' miei Re, O verdi sponde sorridenti al sole, O suoni ed inni tumultuanti in me!

Odo da lungi di Memnone il canto E di Simbele perdersi laggiù; M'innonda il ciglio l'impotente pianto; O Nilo, Nilo, ti vedrò mai più?

L'ultime parole furono pronunciate in prossimità al gruppo di palme, all'ombra delle quali Ben Hur s'era arrestato. — La mestizia di quegli accenti si comunicò allo spirito suo. La barca che passò, nera e silenziosa, sullo specchio scintillante delle acque, sembrava il passaggio di un fosco pensiero, attraverso il limpido e giocondo orizzonte di un'anima.

Ben Hur sospirò.

— «La riconosco al suo canto — la figlia di Balthasar. — Com'era bello! e come è bella essa pure!» —

Si ricordò dei grandi occhi di lei sotto le lunghe ciglia, l'ovale delle rosee guancie, le labbra rosse e piene, e tutta la grazia della persona esile e slanciata.

— «Come è bella essa pure!» — ripetè.

E il suo cuore rispose palpitando più velocemente.

Allora, quasi nel medesimo istante, un altro viso, più giovine, di uguale bellezza — ma più infantile e dolce — gli apparve dinanzi, come se sorgesse dal fondo del lago.

— «Ester!» — disse sorridendo. — «Una stella è sorta per me, come io desiderava.» —

Egli si voltò, e a passi lenti ritornò verso la tenda.

La sua vita era stata afflitta da sofferenze e irta di pensieri di vendetta, — non c'era stato posto per l'amore. — Era questo l'inizio di un'era più felice?

Due donne avevano, contemporaneamente, attraversato il suo cammino.

Ester gli aveva offerto una coppa.

Lo stesso aveva fatto l'Egiziana.

Tutte e due gli erano apparse simultaneamente sotto i palmizii.

Quale delle due avrebbe prevalso? Quale?

FINE DEL LIBRO QUARTO.

LIBRO QUINTO

Coscienza m'assecura La buona compagnia che l'uom francheggia Sotto l'usbergo del sentirsi pura.

DANTE.

E nel tumulto del conflitto osserva Calmo la legge e gli occhi avanti spinse Prevedendo gli eventi.

WORDSWORTH.

CAPITOLO I.

La mattina dopo i baccanali celebrati nella gran sala del Palazzo, il divano era ingombro di giovani patrizi addormentati. Massenzio potrebbe arrivare e tutta la città andargli incontro, la legione discendere dal Monte Sulpio e presentare le armi; dal Ninfeo ad Omfalo svolgersi processioni e feste splendide e fastose come l'Oriente sapeva allestire; ma quei giovani avrebbero continuato a dormire i loro sonni ignominiosi sul divano, dov'erano caduti, o dove erano stati buttati dalle braccia degli schiavi indifferenti.

Non tutti però coloro che avevano partecipato all'orgia si trovavano in questo stato vergognoso. Quando la luce del giorno cominciò a far capolino attraverso le fessure delle imposte, Messala si alzò e si tolse la ghirlanda dal capo significando la fine dei bagordi; si ravvolse poi nella sua toga e, con un ultimo sguardo alla scena, senza una parola, uscì per raggiungere i suoi appartamenti. Cicerone non avrebbe potuto ritirarsi con maggiore gravità da una notturna seduta senatoriale.

Tre ore dopo due corrieri entrarono nella sua stanza e dalle sue mani ciascuno di essi ricevette un dispaccio suggellato contenente una lettera per Valerio Grato, Procuratore, ancora residente a Cesarea. L'importanza della lettera e della sua pronta consegna appariva dagli ordini impartiti; un corriere doveva andare per mare, l'altro per terra, entrambi procedere con la massima celerità.

È necessario che il lettore prenda conoscenza del contenuto della lettera.

ANTIOCHIA, XII. KAL. IUL.

MESSALA a GRATO.

_O mio Mida!_

Non offenderti, ti prego, a questo indirizzo, poichè deriva dall'affetto e dalla riconoscenza che ti porto, ed è insieme una confessione che tu sei il più fortunato fra gli uomini. Del resto le tue orecchie sono quali tua madre te le ha date e tu non ne hai colpa alcuna.

O mio Mida!

Io devo raccontarti cose meravigliose, le quali, se per ora poggiano ancora su mere congetture, saranno nondimeno degne della tua attenzione.

Permettimi in primo luogo che io rinfreschi la tua memoria. Tu ricorderai, molti anni fa, la famiglia di un principe di Gerusalemme, assai antica e straordinariamente ricca — di nome Ben Hur. Se la tua memoria è tarda nel rammentarti questo fatto, credo che una certa cicatrice che adorna ancor oggi il tuo illustre capo ti sarà stimolo ed aiuto efficace.

Come punizione del tuo tentato assassinio, — per la pace della mia coscienza tolgano gli Dei che si sia trattato di un accidente! — la famiglia fu fatta scomparire e i suoi beni confiscati.

La nostra azione fu approvata da Cesare — non manchino mai fiori alla sua tomba! — quindi non è vergogna alludere alle somme che da quella fonte entrarono nei nostri forzieri, per la qual cosa la mia gratitudine sarà eterna, come spero sarà eterno il godimento di quella parte di beni che la tua munificenza mi largì.

Per rivendicare la tua saggezza — qualità per la quale non brillava il figlio di Gordio a cui ti ho paragonato — richiamerò anche le disposizioni che prendesti riguardo ai membri della famiglia Hur, affinchè il silenzio della tomba ci assicurasse il tranquillo godimento dei nostri guadagni, e allo stesso tempo il rimorso di aver versato sangue non ci macchiasse la tenera coscienza. Ti ricorderai di ciò che hai fatto della madre e della sorella del malfattore, e se ora cedo alla curiosità di sapere se esse vivono o sono morte, la gentilezza dell'animo tuo mi saprà facilmente perdonare.

Ma per venire a ciò che si riferisce più essenzialmente all'affare presente, io mi prendo la libertà di ricordarti che il reo fu mandato alle galere perpetue, — così suonò la condanna, sentenza che io vidi coi miei propri occhi e consegnata al tribuno comandante la galera.

Ed ora stammi attento, o eccellentissimo Frigio!

Se calcoliamo in base al limite comune della vita di un galeotto, l'assassino da te così giustamente colpito dovrebbe esser morto, o, per usare una forma più poetica, una delle tremila Oceanine avrebbe dovuto prenderlo a marito, almeno cinque anni fa. E se tu mi perdonerai questa momentanea debolezza, o eccellente fra gli uomini, — per l'amore che io gli portai in gioventù ed anche per la sua grande bellezza (io soleva chiamarlo il mio Ganimede) egli avrebbe di diritto dovuto cadere nelle braccia della più bella fra le figliuole di Nereo. In tale opinione ho vissuto tutti questi anni nel pacifico e tranquillo godimento della fortuna di cui gli sono in parte debitore. — Faccio questa confessione senza intendere di scemare per nulla il debito di riconoscenza che ho verso di te.

Vengo al punto più interessante.

La scorsa notte, io fungeva da anfitrione in una festa di alcuni giovani appena venuti da Roma, — la loro tenera età e la loro inesperienza avevano fatto appello alla mia compassione — quando mi venne fatto di udire una storia singolare. Oggi, come sai, arriva Massenzio, il Console, per dirigere la campagna contro i Parti. Fra gli ambiziosi che lo accompagnano vi è un tale, figlio del defunto duumviro Quinto Arrio. Intorno a lui ebbi alcuni particolari curiosi. Quando Arrio partì contro i Pirati, la sconfitta dei quali gli procurò le ultime onorificenze, non possedeva famiglia: quando tornò dalla spedizione condusse seco un erede.

Prepara l'animo tuo ad udire grandi cose.

L'erede di cui parlo è colui che tu mandasti in galera, e che avrebbe dovuto, secondo i nostri calcoli, esser morto cinque anni fa, e che invece ritorna ricco, potente, e probabilmente con la cittadinanza Romana, per.... Ecco, tu sei abbastanza altamente locato per non temere, ma io, o Mida, io sono in pericolo, non è bisogno ch'io dica il perchè: Chi dovrebbe saperlo se non tu? Che cosa dici di tutto ciò?

Quando Arrio, il padre adottivo di questa apparizione Oceanica, attaccò battaglia coi Pirati, la sua nave andò a picco, e tutto l'equipaggio perì, tranne due persone — Arrio medesimo, e questo suo erede.

Gli ufficiali, i quali li raccolsero dalla trave su cui galeggiavano, dicono che il compagno del fortunato tribuno era un giovane, e vestisse abiti da forzato. Questo dovrebbe bastare per convincerti; ma, nel caso che tu, ottimo Mida non fossi ancora interamente persuaso, aggiungerò che ieri la Fortuna mi fece incontrare faccia a faccia questo figlio di Arrio, e io ti giuro che quantunque non lo riconoscessi sull'istante, egli è quel Ben Hur che fu per anni mio compagno d'infanzia; quel Ben Hur, fatto uomo, il quale, fosse anche l'ultimo degli schiavi, deve in questo momento rivolgere disegni di vendetta — così farei io al suo posto — vendetta che non si arresterebbe neppure davanti alla morte; vendetta per la patria, per la madre, per la sorella, perdute, per gli anni passati al remo, per la fortuna infine di cui noi lo spogliammo.

A quest'ora, o mio benefattore ed amico, il pericolo che corrono i tuoi sesterzi, se non la tua pelle, avrà scosso il tuo abituale scetticismo, e la tua potente intelligenza si sarà messa a riflettere.

Sarebbe banale di chiederti che cosa dovremmo fare. Piuttosto lasciami dire che io sono il tuo cliente; o meglio, sii tu il mio Ulisse, dalla cui bocca attendo sapienti consigli.

Mi rimetto completamente a te. Sii celere come Mercurio, pronto come Cesare.

Il sole è già alto. Fra un ora due messaggeri partiranno dalla mia stanza, ciascuno con una copia suggellata, di questa lettera; uno viaggerà per terra, l'altro per mare; di tanta importanza stimo l'apparire del nostro nemico in questa parte del mondo Romano.

Io attenderò la tua risposta in questa città.

Le mosse di Ben Hur saranno naturalmente regolate dal Console, il quale, quand'anche lavori giorno e notte, non sarà pronto alla partenza prima di un mese. Tu conosci la fatica di riunire un esercito e di provvederlo di tutto il necessario per una campagna in un paese lontano e deserto.

Io incontrai ieri l'Ebreo nel Boschetto di Dafne, e se egli non vi è tuttora, dimora certamente nelle vicinanze, cosicchè sarà facile tenerlo d'occhio. Anzi, se tu chiedessi dove sia in questo momento, io giuocherei che egli si trova all'Orto delle Palme; sotto la tenda di quel canuto traditore, lo sceicco Ilderim, il quale non sfuggirà a lungo alle nostre mani. Non ti sorprenda se Massenzio, come passo preliminare, farà imbarcare l'Arabo sulla prima galera di ritorno e lo manderà a Roma.

Io sono così sollecito di tenerti a giorno sul nostro amico, perchè è di alta importanza per te, o illustre, dove egli si trovi; poichè già sotto la tua abile guida ho appreso tanto di saggezza umana quanto basta per conoscere che in ogni impresa, tre elementi si devono massimamente considerare — tempo — luogo — mezzo.

Se tu credi che questo sia il luogo opportuno, non esitare ad affidare l'attuazione dei tuoi piani al tuo amico e discepolo:

«MESSALA»

CAPITOLO II.

Presso a poco alla medesima ora che i corrieri partivano dalla stanza di Messala, essendo ancora di buon mattino, Ben Hur entrò nella tenda di Ilderim. Aveva fatto un bagno nel lago, aveva mangiato, ed ora appariva vestito di una semplice tunica, senza maniche, che appena gli copriva le ginocchia.

Lo sceicco lo salutò dal divano.

— «La pace sia con te, figlio di Arrio» — diss'egli con ammirazione; e in verità egli non aveva mai veduto un così splendido rappresentante di virile bellezza e di gioventù. Poi continuò: — «I cavalli sono pronti, ed io pure. Lo sei tu?» —

— «La pace che tu mi auguri, buon sceicco, te la contraccambio. Sono pronto.» —

Ilderim battè le mani.

— «Farò condurre i cavalli. Siediti.» —

— «Sono aggiogati?» —

— «No.» —

— «Allora permetti ch'io mi serva da me stesso» — disse Ben Hur. — «È necessario che io faccia la conoscenza de' tuoi Arabi, che io sappia i loro nomi, o sceicco, affinchè possa parlare a ciascuno di essi. Così pure devo conoscere bene i loro caratteri, perchè essi sono come tutti gli uomini; se audaci, vanno frenati, se timidi, la lode li anima e li sprona.» —

— «E il cocchio?» — chiese lo sceicco.

— «Per oggi lascerò stare il cocchio. Invece mi apprestino un quinto cavallo, se ne hai senza sella, e rapido come il lampo.» —

La curiosità di Ilderim era stata stimolata, e perciò egli chiamò subito un domestico.

— «I finimenti per quattro cavalli» — ordinò — «e la briglia di Sirio.» —

Ilderim si alzò.

— «Sirio è il mio cavallo favorito, o figlio di Arrio. Siamo stati compagni per venti anni nella tenda, in battaglia, nella carovana. Te lo farò vedere.» —

Si avvicinò alla cortina di divisione, e la sollevò. Ben Hur vi passò sotto.

I cavalli vennero verso Ilderim in gruppo. Uno, dalla testa piccola, dagli occhi luminosi, del collo arcuato, dalla criniera morbida e ondeggiante, come la chioma d'una fanciulla, diede un nitrito di gioia nel vederlo.

— «Buon cavallo» — disse lo sceicco, accarezzandogli il muso. — «Buon cavallo, ti saluto.» — e voltandosi a Ben Hur aggiunse: — «Questi è Sirio, padre degli altri quattro. Mira, la madre, troppo preziosa perchè la si esponga ai pericoli di un viaggio in terre che non sono le nostre, è rimasta a casa. E io dubito, o figlio di Arrio,» — continuò, ridendo — «io dubito, che la tribù avrebbe potuto sopportare la sua assenza. Essa è la nostra gloria e il nostro vanto. Diecimila cavalieri, figli del deserto, si chiederanno oggi: — «Come sta Mira?» — E alla risposta: — «Sta bene.» — essi diranno: «Dio è grande! Sia lodato il nome di Dio!» —

— «Mira — Sirio — non sono nomi di stelle, o sceicco?» — domandò Ben Hur, offrendo il palmo della mano ai cavalli.

— «E perchè no?» — replicò Ilderim. — «Non fosti tu mai nel deserto di notte?» —

— «No.» —

— «Allora tu non puoi sapere di quanto noi Arabi siamo debitori alle stelle. Noi prendiamo i loro nomi per riconoscenza, e li diamo ai nostri cari in segno di affetto. I miei padri chiamavano tutti i loro cavalli, col nome di stelle. Anche questi quattro che tu vedi portano nomi d'astri, Rigel, Antares, Atair ed Aldebran, il minore, ma non il meno rapido dei fratelli. Egli ti porterà a gara col vento, l'aria ti fischierà nelle orecchie. Egli andrà dove tu vuoi, o figlio di Arrio, — sì, per la gloria di Salomone, sfiderà la morte con te!» —