Ben Hur: Una storia di Cristo

Part 23

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Era la preghiera che il buon uomo aveva innalzata al cielo con Gaspare il Greco, e Melchiorre, l'Indiano, sotto la tenda del deserto. Le medesime parole dette contemporaneamente in tre lingue diverse avevano attestato il miracolo della presenza Divina.

La cena a cui ora rivolsero la loro attenzione era ricca di tutti i prelibati cibi d'Oriente: focaccie fresche uscite dal forno, legumi, carni semplici e pasticci, latte, miele e burro: tutto questo senza l'apparato moderno di piatti, forchette, coltelli e cucchiai. Durante il pasto si parlò poco. Ma quando furono nuovamente portate le ciotole per lavarsi le mani e incominciò la seconda parte del pasto, il _dessert_, gli animi si disposero ad ascoltare e parlare.

In una tale compagnia — un Arabo, un Ebreo, un Egiziano, tutte e tre credenti in un unico Dio — non vi poteva essere in quell'epoca che un solo tema di conversazione; e dei tre, chi doveva essere l'oratore se non colui al quale la Divinità si era rivelata? di che cosa doveva parlare se non di quanto egli era stato chiamato a testimoniare?

CAPITOLO XV.

Il sole tramontava dietro le montagne che proiettavano le loro ombre gigantesche sopra l'Orto delle Palme, e al brevissimo crepuscolo successe rapidamente l'oscurità della morte. I domestici portarono nella tenda quattro candelieri di bronzo e li posero sul tavolo, uno per ciascun angolo. Ogni candeliere aveva quattro braccia, e da ciascun braccio scendeva una piccola lampada d'argento. La luce brillante illuminava il gruppo che continuò la conversazione iniziata parlando in dialetto siriaco, famigliare alle popolazioni d'Oriente.

L'Egiziano raccontò la storia dell'incontro dei tre nel deserto, e convenne con lo sceicco che fu in dicembre, ventisette anni fa, quand'egli e i suoi compagni, fuggendo da Erode, chiesero ospitalità alla sua tenda. Il racconto fu ascoltato con intenso interessamento; gli stessi domestici, indugiavano più che potevano per afferrare ogni dettaglio. Ben Hur lo accolse come si conveniva ad un uomo che udiva una rivelazione di grande importanza per tutta l'umanità e specialmente pel popolo d'Israele. Nella sua mente, come vedremo, andava formandosi un'idea che doveva mutare tutta la corrente della sua vita, ed assorbire tutte quante le sue forze.

Le parole di Balthasar fecero una profonda impressione nel giovine Ebreo, il quale non dubitò per un istante della verità di quanto aveva udito.

Per lo sceicco Ilderim la storia non era nuova. L'aveva udita raccontare dai tre sapienti in circostanze che non permettevano il dubbio. Vi aveva creduto ed aveva scampato i fuggiaschi dall'ira d'Erode. Oggi uno dei tre sedeva nuovamente, ospite riverito, al suo desco, e le sue labbra ripetevano la medesima narrazione. Ma nella mente di Ilderim quei fatti non avevano l'importanza con cui apparivano a Ben Hur. Egli era un Arabo, e l'interessamento suo non poteva che essere d'ordine generale; Ben Hur invece era Ebreo.

Fin dalla culla egli aveva inteso parlare del Messia; gli studi nel Collegio lo avevano reso famigliare con tutto ciò che riguardava l'Essere, che formava insieme la speranza, il timore e la gloria speciale del popolo eletto; i profeti lo avevano annunziato; e il suo avvento formava il tema di interminabili disquisizioni da parte dei Rabbi; nelle sinagoghe, nelle scuole, nel Tempio, nei giorni di festa e di digiuno, in pubblico ed in privato, i dottori lo predicavano, finchè tutti i figli d'Abramo, qualunque fosse la loro condizione, vivevano in aspettazione del Messia, e spesso con ferrea severità disciplinavano la loro vita in conformità a quell'evento.

Certamente v'erano molti dubbi ed incertezze e grandi controversie fra gli Ebrei medesimi circa il Messia, ma le controversie vertevano sopra un solo punto: quando sarebbe venuto?

Unanime poi era la persuasione fra il popolo eletto, che, qualunque fosse l'ora della sua venuta, egli sarebbe stato il _Re degli Ebrei_, il loro Re politico, il loro Cesare. Egli avrebbe guidate le loro armi alla conquista della terra, e pel bene loro e in nome di Dio, vi avrebbe dominato in eterno. Su questa credenza, i Farisei o Separatisti — questa parola aveva un senso più politico che religioso — fantasticavano negli anditi e intorno agli altari del Tempio, e vi avevano costruito sopra un edificio di speranze più colossali dei sogni del Macedone. Quelli non abbracciavano che la terra; il loro edificio copriva la terra e toccava coi suoi pinnacoli il cielo. Nella audace, sfrenata fantasia di quell'empio egoismo, Iddio onnipotente doveva essere un semplice strumento per l'espandersi vittorioso del nome Giudeo.

Ritornando a Ben Hur, dobbiamo osservare che due circostanze della sua vita lo avevano tenuto relativamente immune dagli effetti di questa audace religione predicata dai suoi compaesani Separatisti.

In primo luogo suo padre apparteneva alla setta dei Sadducei, che si potrebbero chiamare i Liberali del loro tempo. Essi rispettavano rigorosamente i libri della legge tramandati da Mosè, ma tenevano in alto disprezzo le aggiunte e i commenti della scienza Rabbinica. Quantunque formassero una setta, la loro religione era più una dottrina filosofica che non una fede; non fuggivano i piaceri della vita e sapevano ammirare le bellezze artistiche e letterarie delle razze pagane. In politica erano gli avversari più tenaci dei Separatisti.

Questi principî paterni erano discesi nel figlio, quantunque la catastrofe che lo aveva raggiunto in giovine età, avesse impedito la loro consolidazione. Ma qui si fece sentire la seconda delle influenze a cui abbiamo fatto allusione.

Cinque anni di soggiorno in Roma avevano lasciato una profonda impressione nell'animo di Ben Hur. Roma era allora all'apogeo della sua gloria se non della sua potenza, il ritrovo politico e commerciale di tutte le nazioni. Intorno all'aurea pietra miliare del Foro — oggi così deserto — si incontravano tutte le correnti dell'attività umana. Le raffinatezze sociali, le opere dell'ingegno, la gloria delle imprese militari e civili non avrebbero potuto lasciare indifferente il figlio di Arrio, che, dalla sua magnifica villa di Miseno, passava nel palazzo di Cesare, in mezzo alla folla di Re, principi, ambasciatori, ostaggi, delegati, clienti, convenuti da ogni parte del mondo, ed aspettanti ansiosi la risposta di un uomo. Certo, le feste di Pasqua raccoglievano a Gerusalemme assemblee non meno splendide e non meno numerose; ma quando egli sedeva sotto il purpureo velario del Circo Massimo, uno dei trecentocinquantamila spettatori, era impossibile che non gli balenasse il pensiero che, forse, nella grande famiglia umana esistevano dei rami non meno degni, per le loro sofferenze e per la loro pazienza nel sopportarle, d'esser fatti segno della pietà divina e di dividere col piccolo popolo d'Israele la gloria promessa.

Ma se questo pensiero gli era venuto, egli non poteva certo dimenticare un'importante considerazione. La miseria delle masse, l'abbiettezza del loro stato, non avevano alcuna relazione con la religione; i loro lamenti non derivavano certo da mancanza di Dei. Nei querceti della Britannia predicavano i Druidi; Odino e Freia tenevano inconcusso dominio nelle Gallie e in Germania; l'Egitto si accontentava dei suoi coccodrilli e dei suoi gatti; i Persiani erano devoti ad Ormuzd e Arimane, tenendoli in pari onore; la speranza del Nirvana sorreggeva ancora l'Indiano sopra l'arido cammino di Brama; la bellissima anima Greca quando non disputava di filosofia, cantava gli Dei e gli eroi d'Omero; mentre, in Roma, nulla era più comune o a miglior mercato degli Dei. Secondo il capriccio dei momento questi padroni del mondo portavano la loro adorazione e i loro sacrifici ora a questo ora a quell'altare, rallegrandosi e deridendo il caos che avevano creato. Dopo aver usurpate tutte le divinità del mondo, deificavano i loro Cesari, davan loro altari e sacerdoti. No, la infelicità dei tempi non era cagionata dalla religione, ma dal mal governo, dalle infinite angherie e delle usurpazioni dei tiranni. Il baratro acheronteo in cui gli uomini erano caduti e da cui imploravano un uomo liberatore, derivava da cause politiche soltanto. La preghiera, uguale dappertutto, a Londra, al Alessandria, ad Atene, a Gerusalemme, era per un Re liberatore e vittorioso, non per un Dio da adorarsi.

Studiando quell'epoca dopo il lasso di duemil'anni, noi vediamo e riconosciamo che, solo sul terreno religioso, solo per l'avvento del vero Dio potevano diradarsi le tenebre e la confusione di quell'età, ma gli uomini d'allora, anche le menti più acute e serene, non scorgevano altra salvezza fuorchè nella rovina, nell'umiliazione di Roma; con la caduta del tiranno tutto sarebbe mutato; da ciò le preghiere, le congiure, le rivolte, i sacrifici, le morti, le lacrime ed il sangue invano prodigati.

Ben Hur conveniva perfettamente con l'opinione prevalente fra i suoi contemporanei non Romani.

I cinque anni trascorsi nella metropoli gli avevano offerto modo di studiare da vicino le sventure degli oppressi, e lo avevano persuaso che i mali che affliggevano il mondo erano essenzialmente d'ordine politico e potevano essere guariti soltanto con la spada. Con questo intento, per potere un giorno applicare al mondo questo rimedio eroico, era venuto in Oriente.

Nelle palestre di Roma s'era reso famigliare con l'uso delle armi; ma l'arte della guerra ha bisogno di altre scuole, dove l'intelligenza si acuisce e si addestra non meno del corpo.

Il compito del duce, il più arduo di tutti, non poteva essere studiato che sui campi di battaglia.

Questo disegno inoltre abbracciava anche i minori propositi di vendetta ch'egli covava.

Egli pensava, e non senza ragione, che i suoi torti individuali sarebbero più sicuramente vendicati in guerra che in pace.

I sentimenti coi quali ascoltò la narrazione di Balthasar potranno ora essere facilmente intesi.

Il racconto toccava i tasti più sensibili dell'animo suo. Il suo cuore palpitò; una gioia profonda, quasi feroce lo prese pensando che quel fanciullo così meravigliosamente trovato era il Messia.

Pieno di stupore che Israele fosse restato così indifferente davanti alla rivelazione di un tanto evento e ch'egli medesimo non ne avesse udito parlare prima d'allora, due domande gli si presentarono, nelle quali si concentrava per il momento tutta l'importanza del fatto:

Dove era il fanciullo?

Qual'era la sua missione?

Ben Hur si rivolse a Balthasar.

CAPITOLO XVI.

— «Oh se io potessi rispondervi!» — disse Balthasar col suo fare semplice e devoto. — «E se io sapessi dov'egli si trova come volontieri lo raggiungerei! Nè mari nè montagne mi saprebbero dividere da lui!» —

— «Avete dunque tentato di trovarlo?» — chiese Ben Hur.

Un sorriso fugace illuminò il volto dell'Egiziano.

— «Il primo compito al quale attesi dopo aver lasciato il rifugio del deserto.» — Balthasar rivolse uno sguardo pieno di gratitudine ad Ilderim — «fu di sapere ciò che era avvenuto del fanciullo.

Ma un anno era passato a pena, ed io non ardiva recarmi nuovamente in Giudea, perchè Erode il sanguinario vi regnava tuttora.

In Egitto, al mio ritorno, raccontai la storia del miracolo ad alcuni amici, i quali vi credettero e non si stancarono mai di udirla ripetere.

Questi andarono per mio conto in traccia del fanciullo. Prima si portarono a Betlemme e trovarono il Khan e la caverna; ma il custode, — che sedeva accanto al cancello la notte in cui apparì la stella, — era sparito.

Il Re lo aveva mandato a chiamare ed egli non era più stato veduto.» —

— «Ma trovarono qualche prova, certamente,» — disse Ben Hur.

— «Sì, prove scritte nel sangue — un villaggio in lutto; madri che piangevano i loro bambini. Voi dovete sapere che quando Erode ebbe certezza della nostra fuga, ordinò ai soldati di uccidere i più giovani fra i fanciulli di Betlemme. Non uno scampò. I miei messaggeri tornarono credenti più di prima, ma annunziandomi che il Bambino era morto, ucciso con gli altri innocenti.» —

— «Morto!» — esclamò Ben Hur, atterrito. — «Hai detto morto?» —

— «No, mio figlio, non ho detto così. Io ho detto che i miei messaggeri, mi riportarono che il Bambino era morto. Io non vi prestai fede allora; io non vi credo ora.» —

— «Comprendo. Hai avuto qualche notizia posteriore.» —

— «No,» — disse Balthasar, abbassando gli occhi. — «Lo Spirito non doveva guidarci che fino al fanciullo. Quando uscimmo dalla caverna, dopo aver veduto il neonato e depositato ai suoi piedi i nostri regali, cercammo subito la stella, ma era sparita.

L'ultima ispirazione dell'Altissimo, di cui mi ricordo, fu quella che ci mandò ad Ilderim, per cercare la salvezza.» —

— «Sì,» — disse lo sceicco, lisciandosi nervosamente la barba: — «Voi mi diceste che uno Spirito vi mandava a me. Mi ricordo.» —

— «Io non ho avuta alcuna notizia posteriore» — continuò l'Egiziano, osservando lo scoraggiamento di Ben Hur; — «ma, figlio mio, ho riflettuto molto sulla cosa, e la mia fede nella sua esistenza è così ferma oggi come lo fu nell'ora in cui lo Spirito mi chiamò sulle sponde del lago. Se volete ascoltarmi, vi dirò perchè credo che il Bambino sia in vita.» —

Ilderim e Ben Hur chinarono il capo in atto di assenso, e chiamarono a raccolta tutte le forze dell'intelletto per intendere.

Anche i domestici furono presi dalla medesima curiosità e si avvicinarono trepidanti al divano. Un silenzio profondo regnava nella tenda.

— «Noi tre crediamo in Dio.» —

Balthasar chinò il capo dicendo queste parole:

— «Ed egli è la Verità» — continuò. — «I monti potranno crollare nella polvere, i mari potranno disseccarsi; ma la sua parola sarà, perchè essa è la verità.» — Il tono della sua voce era oltremodo solenne e il suo dire conciso.

La sua voce che mi parlò sulla sponda del lago, disse: — «Benedetto sei tu, figlio di Mizraim! La Redenzione verrà. Con due altre persone provenienti da diverse parti del mondo, tu vedrai il Salvatore.» — Io ho veduto il Salvatore, ma la prima parte della promessa non si è ancora avverata. Comprendi ora? Se il Bambino è morto, la Redenzione non può avvenire, la promessa è vana, e Dio... no, io non oso pensarlo!» —

Sollevò le mani raccapricciando.

— «La Redenzione è il compito per cui nacque il Bambino; e finchè dura la promessa nemmeno la morte può frapporsi e dividerlo dal suo lavoro, finchè non è terminato. Questa è la ragione della mia fede.» —

Il buon uomo fece una pausa.

— «Non vuoi bere? Il vino è qui, guarda,» — disse Ilderim rispettosamente.

Balthasar accostò le labbra alla coppa, poi continuò.

— «Il Salvatore, ch'io vidi era nato dal grembo di una donna, ed era soggetto come noi a tutte le malattie della carne, anche alla morte. Considera ora il compito che lo attendeva: non è questa un'opera che richiede un uomo, un uomo nel pieno vigore delle sue forze, saggio, fermo, discreto? Per diventar tale Egli, doveva crescere come cresciamo noi. Rifletti quanti pericoli correva l'intervallo fra la sua infanzia e la sua maturità: Erode gli era nemico; non meno nemica gli sarebbe stata Roma; e quanto ad Israele, l'affetto, e la fede del popolo in lui, sarebbe stata una ragione di più perchè i tiranni lo avessero ad uccidere. Tu vedi dunque, che il miglior mezzo per proteggere i deboli anni della sua adolescenza si era quello di tenerlo celato nell'oscurità. Quindi io dico a me ed alla mia fede ch'Egli non è morto, ma solo perduto, e ch'Egli verrà ancora, perchè il suo compito lo richiede. Queste sono le mie ragioni. Non sono esse buone?» —

I piccoli occhi neri di Ilderim scintillarono d'intelligenza, e Ben Hur, sollevato dal suo abbattimento, disse con fermezza e cordialità: — «Io almeno non le combatterò. Continua, ti prego.» —

— «Bene,» — continuò in tono più calmo l'Egiziano, — «vedendo che il Bambino viveva e che era la manifesta volontà di Dio che Egli fosse ritrovato, mi armai di pazienza, ed attesi. Io aspetto ancor oggi. Egli vive, celando in sè il suo grande segreto. Che mi importa se io non posso andare a Lui, o ignoro la valle e la parte del mondo ove dimora? Egli vive; come credo nella promessa di Dio e nell'esistenza dell'Altissimo: Egli vive.» —

Un fremito scosse Ben Hur. Le ultime traccie di dubbio erano svanite.

— «Dove credi tu ch'egli si trovi?» — chiese a voce bassa ed esitando, come chi sente sulle sue labbra l'oppressione di un sacro silenzio.

Balthasar lo guardò con bontà, e rispose

— «Alcuni giorni or sono io sedeva nella mia casa sulle sponde del Nilo, e pensava. Un uomo di trent'anni, — dissi a me stesso — dovrebbe già avere arato il suo campo e piantati i suoi semi; altrimenti il tempo della maturanza o del raccolto è troppo breve.

Il fanciullo ha ora ventisette anni, — il tempo di operare deve esser vicino per lui.

Io mi feci la medesima domanda, o mio figlio, e venni a questo luogo, quale tappa opportuna per recarmi alla terra dei tuoi padri.

Dove, infatti, dovrebbe egli apparire se non nella Giudea e in quale città se non in Gerusalemme? Quali saranno i primi a ricevere le benedizioni che egli porta, se non i figli di Abramo, Isacco e Giacobbe? i diletti del Signore?

Se io dovessi cercarlo, frugherei nei villaggi e nelle capanne sulle falde dei monti di Giudea e Galilea, che prospettano ad Oriente la valle del Giordano. Egli è là in questo momento.

Fermo sulla soglia di una porta o sopra il vertice di una collina, egli ha veduto questa sera scendere il sole dietro le montagne; un altro giorno è passato, e si avvicina il tempo in cui egli medesimo sarà la luce del mondo.» —

Balthasar tacque, con la mano alzata e il dito teso in direzione della Giudea.

Tutti i suoi uditori, anche i servi intorno al divano, furono tocchi dal suo fervore, e trasalirono come se una maestosa figura fosse improvvisamente apparsa nella tenda.

Per lungo tempo la sensazione rimase; i tre, seduti intorno al tavolo, stavano muti e pensierosi. Finalmente Ben Hur ruppe il silenzio:

— «O Balthasar,» — egli disse, — «io vedo che tu sei stato singolarmente favorito. Io vedo ancora che tu sei davvero un uomo saggio. Non è nelle mie forze poterti esprimere la riconoscenza che ti porto per tutto quanto mi hai detto. Tu mi hai avvertito dell'appressarsi di un grande avvenimento; hai trasfusa la tua fede nel mio petto. Completa l'opera, ti prego, e palarmi della missione di Colui che aspetti, cosicchè possa anch'io d'ora innanzi aspettare con la fede e la pazienza di un figlio di Israele. Tu dicesti che Egli sarà un Salvatore; non dovrà essere anche Re degli Ebrei?» —

— «Figliuol mio,» — disse Balthasar, col suo fare benigno, — «la Sua missione è ancora in grembo a Dio. Tutto ciò che io ne penso l'ho dedotto da quanto mi disse la voce in risposta alla mia preghiera. Devo ripeterti ciò che mi disse?» —

— «Siimi Maestro.» —

— «La ragione che mi spinse a predicare in Alessandria e nei villaggi del Nilo, che mi cacciò nella solitudine donde mi trasse lo spirito, fu la misera condizione in cui erano caduti gli uomini per aver smarrito, io credo, la retta conoscenza di Dio.

Io m'accorai dei dolori dei miei simili — non di una classe, ma di tutti.

In così basso luogo erano caduti che non mi pareva esistesse salvezza per loro se Dio stesso non tendesse loro la mano, e io pregai ch'egli venisse, e ch'io potessi vederlo. — «Le tue buone opere hanno vinto. La Redenzione verrà; tu vedrai il Salvatore.» — Così disse la Voce, e con essa che mi risuonava nelle orecchie, andai a Gerusalemme. E per chi dev'essere la Redenzione? Per tutto il mondo! E in che modo si manifesterà? Fortifica il tuo spirito, mio figlio! Io so che gli uomini credono che non vi sarà gioia sulla terra finchè Roma non sarà rasa dai suoi colli; che cioè i mali che ci affliggono non derivano, come io credo, dall'ignorare il Vero Dio, ma dal malgoverno dei principi. Ma non sappiamo noi che tutti i governi sono sempre cattivi, sprezzatori di Dio e della religione? Quanti Re conosci i quali furono miglior dei loro sudditi? Ah no! La Redenzione non può avvenire con intenti politici, per abbattere governanti e potenze, gettare statue da piedestalli che saranno tosto occupati da altre! Se fosse così la sapienza di Dio non sarebbe più miracolosa e insuperscrutabile. Io vi dico, quantunque io sia un cieco che parla a ciechi, che la Redenzione significa la venuta di Dio sulla terra, per migliorare e riscattare le anime di tutti.» —

La disillusione era scolpita Sul volto di Ben Hur — il suo capo si chinò, ma, quantunque non fosse convinto, non si trovò capace di combattere l'opinione dell'Egiziano. Per Ilderim fu un'altra cosa.

— «Per lo splendore di Dio!» — egli gridò impulsivamente, — «Il cammino del mondo è prestabilito, e non può essere mutato. In ogni comunione di individui vi deve essere un capo visibile, rivestito di piena autorità, altrimenti ogni riforma è vana.» —

Balthasar rispose con gravità.

— «La tua sapienza, buon sceicco, è mondana; e tu dimentichi che appunto dagli errori del mondo noi dobbiamo essere redenti. L'uomo, quale soggetto, obbedisca ai suoi Re; ma l'anima e la salvezza sua appartengono a Dio.» —

Ilderim, tacque, e scosse il capo. Ben Hur continuò per lui.

— «Padre, se così ti posso chiamare» — egli disse. — «Di chi chiedesti alle porte di Gerusalemme?» —

Lo sceicco gli rivolse uno sguardo riconoscente.

— «Mi fu ordinato di domandare al popolo,» — disse Balthasar tranquillamente — «dove è quegli che è nato Re degli Ebrei?» —

— «E tu lo vedesti nella caverna presso Betlemme?» —

— «Lo vedemmo, lo adorammo, e ciascuno di noi gli diede regali, Melchiorre, oro; Gaspare, incenso; ed io, mirra.» —

— «Quando tu parli di fatti, o padre, intenderti e credere sono una cosa sola» — disse Ben Hur, — «ma quanto ad opinioni, io non posso capire che sorta di Re tu vorresti far diventare il Bambino; io non posso separare un principe dai suoi doveri e dalla sua autorità.» —

— «Mio figlio» — disse Balthasar — «noi vediamo meglio le cose piccole e vicine che non le grandi e lontane. Tu non guardi che al titolo — _Re degli Ebrei_; se alzerai gli occhi e guarderai oltre il mistero, l'ostacolo sparirà. Una parola riguardo al titolo. Il tuo Israele ha visto giorni più felici, giorni in cui Dio chiamò la tua gente suo popolo, e parlò con esso per bocca dei profeti. In quei giorni egli promise il Salvatore che io vidi, chiamandolo _Re degli Ebrei_; l'apparenza deve concordare con la promessa, se non altro per amore della parola. Perciò chiesi di lui sotto questo nome alla porta di Gerusalemme. Ma passiamo oltre. Forse pensi alla dignità del fanciullo; se è così rifletti, che è poco gloria essere il successore d'Erode. Iddio può far meglio per i suoi diletti: se il Padre Onnipotente avesse avuto bisogno di un titolo e si fosse chinato a raccoglierlo fra le vanità degli uomini, oh perchè non scelse la corona di Cesare, e perchè non mi impose di cercare il Redentore sotto quel nome? Pensa piuttosto alla sostanza, o mio figlio, e chiediti di che cosa sarà Re colui che aspettiamo. Questa è la chiave del mistero.» —

Balthasar sollevò devotamente gli occhi al cielo.

— «Vi è un regno sulla terra, ma che non è della terra, — un regno che trascende i confini del mondo. La sua esistenza è un fatto, che, invisibile a noi ci circonda dalla culla alla morte. Nessun uomo lo vedrà prima ch'egli abbia conosciuto la propria anima, perchè quel regno non è per lui ma per la sua anima. Davanti alla gloria di quel regno i più grandi imperi del mondo sono tenebre e silenzio.» —

— «Ciò che tu dici, padre» — disse Ben Hur — «è un enigma per me. Io non intesi mai parlare di un simile regno.» —

— «Neppur io» — disse Ilderim.

— «Io non posso spiegarmi più oltre,» — soggiunse Balthasar, abbassando umilmente gli occhi. — «Ciò che esso sia, e come ci si possa arrivare, nessuno saprà prima che il Bambino ne abbia preso possesso. Egli reca la chiave dell'invisibile porta, ed egli la schiuderà per gli eletti, che lo avranno amato, e questi soli saranno i redenti.» —

Dopo queste parole vi fu un lungo silenzio, che Balthasar interpretò come la fine della conversazione.