Ben Hur: Una storia di Cristo

Part 20

Chapter 203,721 wordsPublic domain

I nostri viaggiatori arrivarono al fiume e lo costeggiarono seguendone le sinuosità, ora vincendo rapide salite, ora scendendo in qualche valle, a traverso terreni segnati come aree per costruzione di ville. Ora si godeva l'ombra piacevole proiettata dalle fronde delle quercie, dei siccomori e dei mirti, ed ora il profumo delle piante aromatiche. Alla poesia dell'ambiente contribuiva poi in particolar modo la vicinanza del fiume nel quale specchiavansi gli obliqui raggi del sole.

Innumerevoli navi e navicelle solcavano le acque in ogni senso, emblemi e veicoli di vita, ricchi di suggestioni ed evocanti immagini di città lontane, di popoli stranieri e di commerci.

I due amici proseguirono in silenzio la loro via, finchè arrivarono ad un lago formato dal rigurgito del fiume e di cui l'acqua era limpida, profonda ed immobile. Un vecchio palmizio dominava l'angolo dell'insenatura, e Malluch, girando a sinistra dell'albero, battè le mani e gridò: — «Guarda, guarda, ecco l'Orto delle Palme.» —

La scena che si offrì ai loro sguardi avrebbe solo potuto avere riscontro in qualche oasi favorita d'Arabia o in qualche fattoria sulle sponde del Nilo. — Ben Hur trovò innanzi a sè una vasta pianura coperta d'un tappeto verde di rara freschezza.

Gruppi di palme secolari, di mole colossale, dai rami regolari, dalle fronde piumate, e come modellate in cera, spiccavano contro il cielo azzurro.

Il lago, fresco e limpido, alimentava con le sue acque vitali le radici dei vecchi alberi. Era forse una ripetizione del Bosco di Dafne? — Le palme, come se avessero indovinato il pensiero di Ben Hur e volessero a loro modo sedurlo, sembravano agitarsi al suo passaggio e spruzzarlo di fresca rugiada.

La via correva parallela alla riva del lago dalla quale si vedeva la sponda opposta ombreggiata parimenti da palme; ogni altra qualità d'alberi era esclusa.

— «Guarda quel dattero» — esclamò Malluch, additando una gigantesca palma. — «Ogni anello sul suo tronco segna un'anno di vita. Contali dalla radice fino alla cima, e se lo sceicco ti dice che il bosco fu piantato prima che in Antiochia si conoscessero i Seleucidi, tieni per certo ch'egli ti dice il vero.» —

Non è possibile contemplare una palma rigogliosa senza sentirsi penetrati dalla sottile suggestione che emana questo superbo vegetale, il quale sembra trasformarsi agli occhi del contemplatore, e infondere un senso di compiacimento e di ammirazione.

Così si spiega gli omaggi prodigati alla palma da tutto l'oriente, incominciando dagli artefici dei primi Re, i quali non seppero trovare miglior modello per i pilastri dei loro palazzi e dei loro templi. Ben Hur chiese:

— «Allorchè oggi vidi Ilderim allo stadio ei mi fece l'effetto d'un uomo comunissimo, che i nostri Rabbini di Gerusalemme avrebbero disprezzato siccome un cane di Edom. Come mai venne egli in possesso dell'Orto e come fa egli a salvarsi dall'avidità dei governatori Romani?» —

— «Se il tempo nobilita il sangue» — rispose con calore Malluch, — «il vecchio Ilderim, o figlio d'Arrio, è un uomo nel miglior senso della parola, quantunque un Edomita non circonciso. I suoi padri furono tutti sceicchi. Uno di essi, vissuto in non so quale epoca prestò soccorso una volta ad un Re, che molti nemici inseguivano.

La leggenda narra ch'egli gli prestasse a sua difesa mille cavalieri, cui erano noti tutti i sentieri e nascondigli del deserto. Essi tennero celato il Re finchè l'occasione si presentò di distruggere il nemico e di rimettere il monarca sul trono. — Questi, per riconoscenza diede al figlio del deserto questo luogo delizioso, per sè e suoi successori, in perpetuo. Nessuno pensò mai di turbarne il possesso. I governatori trovano che è del loro interesse il mantenere buone relazioni con una tribù alla quale Iddio ha accordato uomini, cavalli, cammelli e ricchezze, rendendola così padrona di molte fra le arterie che collegano Antiochia con le altre città; — poichè è dal buon volere di questi uomini che dipende la libertà di passaggio e la sicurezza delle strade. Persino il Prefetto si reputa felice ogniqualvolta Ilderim, soprannominato il Generoso pei molti suoi atti di liberalità, si reca a fargli visita in compagnia delle sue donne, dei suoi figli o dei suoi dipendenti, tutti montati su cammelli e cavalli, come solevano fare i nostri padri Abramo e Giacobbe.

— «Come spieghi adunque» — chiese Ben Hur che aveva ascoltato con vivo interessamento, senza accorgersi della lentezza dei dromedarii — «ch'egli oggi si strappava la barba dalla rabbia e malediva sè stesso per aver prestato fede ad un Romano? Se Cesare l'avesse udito avrebbe avuto ragione di dire: «Non amo tali amici, liberatemene.» —

— «E non avrebbe sbagliato di certo» — rispose Malluch sorridendo. — «Ilderim non ama Roma, ed ha un motivo di lagnarsene. Tre anni fa i Parti catturarono una carovana sulla strada da Bozza a Damasco, la quale portava, fra l'altro, il tributo d'un intiero distretto. Essi uccisero tutti gli uomini della carovana, ciò che i censori a Roma avrebbero facilmente perdonato purchè i denari imperiali fossero stati rispettati. Gli appaltatori delle tasse, chiamati a rispondere del danno, ricorsero a Cesare il quale tenne responsabile Erode. Questi se ne indennizzò sequestrando dei valori di Ilderim col pretesto ch'egli avrebbe dovuto invigilare la sicurezza delle strade imperiali. Lo sceicco si appellò a Cesare e Cesare gli diede una risposta degna in tutto della sfinge. D'allora in poi il vecchio si strugge di rabbia e non manca mai un'occasione di darvi sfogo.» —

— «Ciò non gli serve a nulla, Malluch.» —

— «Questo» — continuò l'altro — «richiede un'altra spiegazione che ti fornirò, se ti accosterai; ma, parliamo sottovoce; — l'ospitalità dello sceicco ha già principio, guarda quelle fanciulle che ti parlano.» —

I dromedarii si fermarono e Ben Hur guardando giù, vide alcune bambine vestite alla foggia delle contadine siriache, che gli offrivano canestri di datteri. La frutta era stata appena colta e non poteva venir rifiutata. Egli si abbassò, ne prese, ed in quell'istante un uomo, accovacciato sull'albero presso il quale le bestie s'erano fermate, gridò: — «La pace sia con voi e siate i benvenuti.» — Dopo aver ringraziato le due fanciulle i due amici continuarono per la loro strada.

— «Devi sapere» — proseguì Malluch, interrompendosi di tanto in tanto per mostrare un dattero — «che Simonide, il negoziante, mi onora della sua fiducia, e ch'egli, qualche volta, si degna consigliarsi meco, per cui, frequentando io la sua casa, feci la conoscenza di molti suoi amici, i quali sapendo di questa nostra domestichezza, parlarono liberamente in mia presenza. Fu in questo modo ch'io entrai in qualche intimità collo sceicco Ilderim.» —

Per un istante l'attenzione di Ben Hur divagò. Alla sua mente s'affacciò l'immagine pura, gentile e supplichevole d'Ester. Gli occhi neri della fanciulla, risplendenti di quella luce caratteristica delle donne Ebree, si fissarono modestamente sui suoi; — gli parve d'udire il fruscio delle vesti e la melodiosa sua voce mentre gli porgeva la coppa di vino. Ricordò con compiacenza la pietà del suo sguardo più espressivo di qualunque parola e si beò di quel ricordo. La visione, piena d'ineffabile dolcezza, sparì come d'incanto allorchè egli si volse verso Malluch.

— «Alcuni giorni fa» — continuò quest'ultimo — «il vecchio arabo venne da Simonide e mi trovò da lui. Non mi sfuggì un suo certo qual turbamento, ond'io, per deferenza, feci atto di ritirarmi, ma egli stesso mi trattenne. — «Se sei Israelita» — disse — «fermati perchè ho una storia strana da narrarti.» — L'enfasi colla quale accentuò la parola _Israelita_, eccitò la mia curiosità e rimasi. Devo essere breve, poichè ci avviciniamo alla tenda; eccoti in poche parole il sunto della sua narrazione. — «Molti anni fa, tre stranieri convennero alla tenda d'Ilderim nel deserto; un Indiano, un Greco, un Egiziano. Viaggiavano su cammelli, i più grandi ch'egli avesse mai veduti e completamente bianchi. Ilderim diede loro il benvenuto e li ospitò.

«La mattina seguente si alzarono ed intonarono una preghiera affatto nuova per Ilderim, indirizzata a Dio ed al figliuol suo. Il loro contegno era misterioso. Dopo rotto il digiuno, l'Egiziano spiegò chi fossero e donde venissero. Ognuno di loro aveva veduto una stella, dalla quale s'era fatta udire una voce che comandava loro di recarsi a Gerusalemme e di chiedere: «_Ov'è colui che è nato Re dei Giudei?_» — «Essi obbedirono. Da Gerusalemme la stella li guidò a Betlemme, dove, in una grotta, trovarono un neonato ch'essi adorarono cadendo in ginocchio davanti a lui: — compiuto quest'atto d'adorazione, accompagnato da preziosi regali, e proclamato chi Egli fosse, essi fuggirono coi loro cammelli e si rifugiarono presso lo sceicco, non essendo dubbio che, se Erode, colui che era detto il Grande, li avesse presi, li avrebbe condannati a morte. Fedele al suo costume, lo sceicco li ricoverò e li tenne celati per un anno intero, in capo al quale, essi partirono lasciandogli doni di gran valore, e prendendo ognuno una direzione diversa.» —

— «È una storia meravigliosa» — esclamò Ben Hur — «Che cosa dicesti che essi dovevano chiedere una volta arrivati a Gerusalemme?» —

«Dovevano chiedere: «Dov'è colui che è nato Re dei Giudei?» —

— «E null'altro?» —

— «V'erano altri particolari ma non li ricordo.» —

— «Ed essi trovarono il bambino?» —

— «Sì, e lo adorarono.» —

— «Malluch, quest'è un miracolo.» —

— «Ilderim è uomo posato quantunque eccitabile come tutti gli Arabi. Egli è incapace d'una menzogna.» —

Malluch parlava con sicurezza. Dopo una pausa, di cui i dromedarii approfittarono per pascolare, scostandosi dalla strada, Ben Hur chiese di nuovo:

— «Non sa più nulla Ilderim dei tre uomini? Che avvenne di loro?» —

— «Ah, sì, questo fu precisamente il motivo della visita a Simonide. Alla vigilia di quel giorno era ricomparso l'Egiziano.» —

— «Dove?» —

— «Qui all'entrata della tenda alla quale ci rechiamo.» —

— «Come lo riconobbe?» —

— «Nello stesso modo che riconoscesti oggi i cavalli; dal suo aspetto.» —

— «Da null'altro?» —

— «Egli era in groppa allo stesso cammello bianco, e portava lo stesso nome — Balthasar, l'Egiziano.» —

— «Sarebbe mai questo un miracolo del Signore?» — chiese Ben Hur agitato.

— «E perchè?» — domandò a sua volta sorpreso l'amico.

— «Non dicesti Balthasar?» —

— «Sì, Balthasar l'Egiziano.» —

— «Ma quello è il nome del vecchio che vedemmo oggi alla fontana.» —

— «È vero» — proruppe vivamente Malluch, cui subito si comunicò l'agitazione del compagno, — «il cammello era il medesimo e tu salvasti la vita a quell'uomo.» —

— «E la donna,» — continuò Ben Hur, come parlasse fra sè, — «la donna era sua figlia,» — e fattosi pensoso, tacque.

Non sarà difficile al lettore l'indovinare come il dialogo precedente avesse evocato una seconda visione di donna nella quale Ben Hur rimase più a lungo assorto che non nella prima; ma egli si sbagliarebbe se da questa circostanza concludesse che Ben Hur ne fosse maggiormente affascinato. La seguente domanda ch'egli rivolse a Malluch dopo una lunga pausa, indica il procedere del suo pensiero.

— «Dimmi Malluch, dovevano quei tre chiedere dove fosse colui che doveva essere Re dei Giudei?» —

— «Non precisamente in questi termini, ma bensì ove fosse colui _nato per essere Re dei Giudei_. Quelle erano le parole udite dal vecchio sceicco nel deserto, e, da quel giorno, egli attende l'avvento del Re; e nessuno potrebbe scrollare la sua fede.» —

— «Ma.... proprio un Re?» —

— «Già. E con lui la caduta di Roma: così disse il vecchio.» —

Seguì un nuovo periodo di silenzio, di cui Ben Hur sentiva bisogno per raccogliere le proprie idee e frenare l'agitazione dell'animo, indi riprese:

— «Quel vecchio è uno dei molti milioni d'uomini che avranno gravi offese da vendicare, e pertanto questa sua strana teoria, Malluch, è di prezioso alimento alle sue speranze, visto che, durante la dominazione di Roma, solo un Erode può essere Re dei Giudei. Udisti tu ciò che Simonide rispose?» —

— «Se Ilderim è uomo serio, Simonide dal canto suo è uomo saggio,» — replicò Malluch; — «udii infatti il suo parere e... ma, ascolta, qualcuno ci segue.» —

Udivasi in fatti un rumore di cavalli e di ruote avvicinantesi rapidamente, in breve i due Ebrei furono raggiunti da Ilderim, che, a cavallo e seguito da un lungo corteo nel quale figuravano i quattro cavalli arabi, ritornava dal boschetto di Dafne. La testa dello sceicco era china sul petto come quella di una di persona accasciata, ma alla vista dei due che l'avevano preceduto nel ritorno, il vecchio si animò e li salutò con affabilità.

— «La pace sia con voi! ah, il mio amico Malluch! Dimmi che sei d'arrivo e non di partenza e che mi porti qualche messaggio da parte del buon Simonide cui auguro che il Signore dei suoi padri mantenga per molti anni in vita. Seguitemi entrambi. Ho pane e frutta ad offrirvi, e se meglio v'aggrada, arrack e carne di capretto. Venite.» —

Lo seguirono fino all'entrata della tenda ov'egli scese da cavallo, e li ricevette con un vassojo sul quale stavano tre coppe riempite d'un liquido schiumante versatovi da un'otre annerita dal fumo, appesa all'antenna centrale. — «Bevete,» — disse cordialmente, — «bevete, poichè questo è il talismano che garantisce l'incolumità a chi penetra nelle tende dei figli del deserto.» —

Ognuno prese una coppa e la vuotò.

— «Entrate ora: in nome di Dio.» —

Appena entrati, Malluch chiamò da parte lo sceicco e gli parlò sommessamente, poi andò verso Ben Hur e si scusò.

— «Ho parlato di te allo sceicco e domattina egli ti lascerà provare i cavalli. Avendo ormai fatto tutto quanto stava in me, ti lascio la cura del rimanente e me ne ritorno ad Antiochia. Un tale mi aspetta questa sera, e mi è forza recarmi da lui. Ritornerò domani e farò in modo, se tutto andrà bene, di rimaner teco finchè termineranno i giuochi.» —

E dopo uno scambio di saluti e di benedizioni, Malluch si allontanò.

CAPITOLO XI.

All'ora in cui due terzi della popolazione d'Antiochia riposava dalle fatiche del giorno, godendosi, sui terrazzi delle case, l'aria rinfrescata dalla brezza serale, Simonide, adagiato nel seggiolone ormai diventatogli indispensabile, stava contemplando dal proprio terrazzo il fiume, ed i navigli che vi erano ancorati. La muraglia che ergevasi dietro di lui proiettava la sua ombra sull'acqua fino a raggiungere la sponda opposta, ed al disopra continuava il solito rumore dell'andirivieni sul ponte. Ester, presso al padre, gli teneva dinanzi un piatto contenente la sua cena frugale, composta di focaccie leggiere come ostie, un po' di miele ed una tazza di latte nella quale Simonide immergeva le focaccie dopo averle spalmate di miele.

— «Malluch ritarda questa sera» — mormorò egli scoprendo così il pensiero che lo preoccupava.

— «Credi tu ch'egli verrà?» — chiese Ester.

— «A meno ch'egli non abbia dovuto prendere la via del mare o del deserto, verrà.» —

Simonide parlava tranquillamente da uomo sicuro del fatto suo.

— «Potrebbe invece scrivere.» — suggerì timidamente la ragazza.

— «No, Ester. Egli mi avrebbe già avvertito con lettera se si fosse accorto di non poter ritornare e poichè non m'ha avvertito sono certo che verrà.» —

— «Speriamolo» — sospirò la giovine.

V'era un non so che nel tono col quale ella si lasciò sfugire questa parola, che colpì il vecchio. Il più piccolo uccellino non può posarsi sopra un ramoscello senza comunicare una vibrazione, per quanto leggiera, a tutte le fibre dell'albero, e l'organismo umano non è meno sensibile qualche volta alle più insignificanti parole.

— «Tu desideri ch'egli ritorni, Ester?» —

— «Sì, rispose ella» — guardandolo negli occhi.

— «Perchè? potresti dirmelo?» — persistette il padre.

— «Perchè...» — essa sostò, poi riprese: — «perchè il giovane è...» — e qui di nuovo si fermò.

— «Il nostro padrone, tu vuoi dire.» —

— «Sì.» —

— «E tu sei sempre d'avviso ch'io non dovrei lasciarlo partire senza dirgli che, se egli vuole, può prendere possesso di noi e di tutto — capisci Ester? di tutto — delle merci, dei denari, delle navi, degli schiavi e del credito potente, che è un mantello d'oro e d'argento tessuto per me da quella Divinità tanto adorata dagli uomini, il Successo!» —

Essa non rispose.

— «Non te ne commovi affatto?» — insistè egli, non senza una tinta d'amarezza. — «Sta bene, Ester. Ho sempre trovato che per quanto terribile sia la realtà essa non è mai insopportabile una volta squarciate le nere nubi attraverso le quali essa ci atterriva dapprima — no, mai, neppure la tortura. Suppongo che sarà così anche della morte. Alla stregua di questa filosofia è presumibile che la schiavitù cui andiamo incontro finisca per esserci dolce. Mi è grato sin d'ora il pensare alla felicità del nostro padrone. Le ricchezze non gli saranno costate nulla, non un momento d'angoscia, non una stilla di sudore, neppure un pensiero! Esse gli cadranno in grembo mentr'egli è nel fior degli anni senza averle nemmeno sognate. E, perdona questo piccolo sfogo alla mia vanità, Ester, se aggiungo ch'egli andrà inoltre al possesso di ciò che tutto l'oro del mondo non potrebbe dargli; parlo di te, mio tesoro, mio adorato fiorellino germogliato dalla tomba della mia perduta Rachele.» —

L'attirò amorosamente a sè e la baciò due volte; un bacio per lei, uno per la povera morta.

— «Non parlar così» — disse la ragazza allorchè il vecchio ritrasse la mano che le aveva accarezzato il collo, — «quel giovane merita una migliore opinione; egli pure ha sofferto, e ci renderà liberi.» —

— «Ah, Ester, tu sei di nobili istinti e sai com'io ad essi mi affidi ogniqualvolta mi trovo perplesso nel giudicare del carattere di qualcuno, ma» — e qui la sua voce si fece più vibrata — «ma non sono solo queste povere membra, questo corpo lacerato e straziato fino a non aver più forma umana, che gli darò. Io gli arrecherò un'anima che ha saputo trionfare dei tormenti e della malignità Romana, più crudele degli stessi tormenti; io gli porterò una mente che sa scoprire l'oro ad una distanza maggiore di quella cui arrivarono le navi di Salomone, una mente esercitata nel concepire vari disegni» — qui sorrise di compiacenza, poi continuò sempre più animandosi: — «ma non sai, Ester, che prima ancora che la nuova luna entri nel prossimo quarto io potrei scuotere il mondo così da farne sussultare lo stesso Cesare? Poichè tu devi sapere, figliuola, ch'io posseggo quella facoltà più preziosa d'un corpo perfetto, più preziosa del coraggio, della volontà, dell'esperienza, quella facoltà divina che neppure i grandi sanno abbastanza apprezzare, mentre il volgo non la conosce affatto, la facoltà d'aggiogare gli uomini ai miei propositi e di mantenerveli fino al loro compimento, di modo che la mia persona si moltiplica in legioni di centinaia e di migliaia di persone. E così i capitani delle mie navi attraversano i mari e mi portano il premio d'oneste fatiche; così Malluch segue quel giovane nostro padrone e mi porterà...» — qui il rumore di passi avvicinantisi alla terrazza lo interruppe.» — Ah, Ester, non te lo dissi? eccolo qui, ed ora avremo notizie. Per te, mia dolcissima figliuola, mio candido giglio, prego Iddio, il quale non ha dimenticato il ramingo gregge d'Israele, ch'esse siano confortanti.» —

Malluch si presentò.

— «La pace sia con te, mio buon padrone» — disse inchinandosi — «ed anche a te, Ester, la più virtuosa delle figlie.» —

Egli stava loro davanti in atto rispettoso. Col contegno suo, umile come quello d'un servo, faceva contrasto la famigliare cordialità delle sue parole onde sarebbe stato difficile il determinare di qual natura fossero i suoi rapporti cogli altri due.

Simonide, da uomo pratico, appena ricambiato il saluto, entrò subito in argomento.

— «Che cosa mi riferisci intorno a quel giovane, Malluch?» —

I particolari della giornata vennero narrati tranquillamente e con tutta semplicità, senza interruzione da parte del vecchio, la cui immobilità non fu scossa un solo istante.

— «Grazie, buon Malluch» — esclamò poscia, quando questi ebbe finito. — «Nessuno avrebbe potuto far meglio di te. Che hai da dirmi sulla nazionalità del giovane?» —

— «Egli è Israelita, mio buon padrone, e della tribù di Giuda.» —

— «Ne sei sicuro?» —

— «Certissimo.» —

— «Eppure pare ch'egli non t'abbia narrato gran che della sua vita.» —

— «Ha imparato ad esser prudente, vorrei anzi dire diffidente. Egli eluse tutti i miei tentativi per farlo parlare finchè partimmo dalla fontana di Castalia pel villaggio di Dafne.» —

— «Un luogo abbominevole! perchè vi andò?» —

— «Direi per curiosità, come si può dire della maggior parte di chi vi si reca per la prima volta; ma ciò che è strano si è ch'egli non s'interessò a quanto vide. Per esempio non si curò di visitare il tempio, e chiese solamente s'esso era Greco. A dirti il vero quel giovane ha un dolore ch'egli vorrebbe nascondere ed andò al Bosco di Dafne per dimenticarlo.» —

— «Se fosse così sarebbe bene» — mormorò Simonide, poi soggiunse più forte: — «Malluch, la maledizione dei nostri tempi è la prodigalità; — i poveri s'impoveriscono di più per scimmiottare i ricchi, ed i ricchi s'atteggiano a principi. Scorgesti tu traccie di una tale debolezza nel giovane? Ostentò egli possesso di dovizie sfoggiando monete di Roma o d'Israele?» —

— «Nulla affatto.» —

— «Eppure, Malluch, in un luogo simile, ove abbondano gl'incentivi alle gozzoviglie, egli non può a meno d'averti fatto qualche offerta di generoso trattamento, giustificabile, del resto, dalla sua gioventù.» —

— «Egli non mangiò nè bevette in mia compagnia.» —

— «Dalle sue parole potesti tu scoprire quale fosse l'idea dominante in lui? Come tu sai noi non parliamo, non operiamo e non decidiamo alcuna questione grave che ci riguarda, senza obbedire ad un movente. Che cosa puoi dirmi in proposito?» —

— «Riguardo a ciò, Messer Simonide, posso rispondere con perfetta sicurezza. Egli in primo luogo è spinto dal desiderio di ritrovare sua madre e sua sorella; — poi v'è della ruggine fra lui e Roma e, siccome vi ha gran parte, quel Messala di cui ti parlai, il suo scopo presente è di umiliarlo. L'incontro alla fontana gliene porse l'occasione ma non volle approfittarne perchè non sufficientemente pubblica.» —

— «Quel Messala è influente» — osservò gravemente Simonide.» —

— «Sì, ma il loro prossimo incontro sarà nel circo.» —

— «Ebbene?» —

— «Il figlio d'Arrio vincerà.» —

— «Come lo sai tu?» —

Malluch sorrise.

— «Giudico dalle sue parole.» —

— «Da null'altro?» —

— «Lo giudico anche da ciò che vale assai più, dallo spirito che lo anima».

— «Sta bene; ma dimmi, Malluch, questa sua idea di vendetta a che tende essa? Ha egli di mira solo i pochi che lo offesero o comprende egli anche la massa? — e poi non sarebbe questo desiderio di vendetta il sogno transitorio d'un ragazzo sensibile anziché il fermo proposito d'una irremovibile volontà? Sai bene, Malluch, che l'idea di vendetta, se è un semplice parto del pensiero, altro non è che una bolla di sapone, mentre, la vera passione, è una malattia del cuore, che da quello sale sino al cervello, e che dell'uno e dell'altro si nutre.» —

Fu qui che per la prima volta Simonide diede segni di agitazione, parlando rapidamente e colla vivacità che doma la convinzione.

— «Mio buon padrone,» — rispose Malluch, — «una delle ragioni che mi convinsero essere il giovane un Ebreo, fu precisamente l'intensità del suo odio. M'accorsi ch'egli stava in guardia, il che è naturale, visto ch'egli visse tanto tempo in un ambiente così sospettoso come il Romano, ma, malgrado la sua prudenza, due volte quell'odio gli trasparì dagli occhi; la prima quando volle conoscere i sentimenti d'Ilderim riguardo a Roma, poi, quando, raccontandogli la storia dello sceicco e dell'uomo saggio, venni a dire della domanda — «ov'è colui che è nato Re dei Giudei?» —

Simonide trasalì e chiese avidamente: